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Archivi categoria : 57ª Biennale di Venezia Arte

Finissagge 1ª Triennale Fotografia Italiana, 9 dicembre 2017, Venezia

Sabato 9 dicembre alle ore 14.30 il finissagge della Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana, Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso 2596, Dorsoduro, Venezia.



Inaugurata sabato 11 novembre con grande affluenza di pubblico, ha riscontrato un  grande successo, per la qualità dei lavori esposti e per un'allestimento, certamente favorito dal fascino di Palazzo Zenobio, semplice e lineare nel racconto proposto. Una carrellata significativa che valorizza appieno le tante e "inaspettate" presenze di fotografi di alto livello,  famosi e non, che ben rende il DNA della fotografia italiana.

 

 "Nel procedimento meccanicamente esatto della fotografia e del cinema, noi possediamo un mezzo espressivo per la rappresentazione che funziona molto meglio del procedimento manuale di pittura figurativa sinora conosciuto. D'ora in poi la pittura si potrà occupare della pura organizzazione del colore... La vittoria dell'Impressionismo, oppure la fotografia malintesa. Il fotografo si è fatto pittore, invece di usare il suo apparecchio fotograficamente... L’illetterato del futuro non sarà colui che non sa  scrivere, bensì colui che non sa fotografare... Ogni epoca ha il suo modo di vedere le cose. La nostra è quella del film, della pubblicità luminosa, della percezione simultanea di avvenimenti diversi. Tutto ciò ha dato vita un nuovo modo di produrre, anche in campo tipografico. La stampa, nata con Gutenberg e giunta sino a noi, si muove esclusivamente in una dimensione lineare. Il procedimento fotografico la amplia dandole una dimensione nuova e oggi conosciuta fino in fondo.”

László Moholy-Nagy, 1925 

Inaugurazione

Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 
Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso 2596, Dorsoduro, Venezia
Dal 11 novembre al 9 dicembre 2017
Organizzata da: Fondazione Arte Contemporanea

Curatore dell’eventoGiorio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte
Direttore: Luigi Gattinara
Comitato Scientifico:
Arturo Bosio - Consulente d’Arte

Maria Lorena Franchi - Curatrice e Gallerista
Luigi Gattinara - Fotografo
Giorgio Gregorio Grasso - Storico e Critico d’Arte
Gianni Ettore Andrea Marussi - Giornalista
Luca Rendina - Direttore Creativo e Curatore di Mostre
Roberto Villa - Studioso dei linguaggi dell’immagine e della fotgrafia

PERCHÉ TRIENNALE DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA?

L’intento che si propone questa prima edizione della Triennale della Fotografia Italiana è quello non solo di aprire a un vasto pubblico una rassegna di opere fotografiche di alto livello artistico, culturale ed espressivo, ma di dar voce e riportare sulle scene italiane ed internazionali la “Fotografia Italiana” spesso sottostimata anche nel nostro Paese.
Noi crediamo che i valori culturali intrinsechi di chi è nato su questa penisola conservi
nel proprio DNA tutti quei codici espressivi che hanno dato al mondo intero non solo
un contributo artistico e culturale di ineguagliabile bellezza, ma una svolta epocale.
Lo spirito che ha guidato questa iniziativa, oltre a parlare di Fotografia Italiana, è stato anche quello di voler mettere in luce, e contemporaneamente al giudizio dell’osservatore, anche le nuove generazioni, meritevoli di attenzione sia per forma e contenuti, sia per composizione estetica che concettuale. Accanto a questi talentuosi giovani si sono affiancati nomi affermati della Fotografia Italiana, che parlano e si raccontano da soli con le loro magistrali immagini. Non vecchio e nuovo, ma bensì un confronto importante su una visione di Bellezza che può apparire sì differente, ma che, in realtà, alla fine del percorso ci suona sorprendentemente comune.
Tra i ruoli di questa Triennale della Fotografia Italiana vi è anche quello di far convivere in una mostra collettiva assolutamente anomala, propositiva e dirompente, artisti che hanno similitudini e disomogeneità, sapori forti e lievi, allestendo una prospettiva multiforme e accattivante.
La rassegna ci ha permesso di selezionare fotografi che hanno un nutrito percorso
di esperienze e fotografi ancora alla ricerca di una propria cifra stilistica. In tanti hanno
deciso di accettare la scommessa e la ventura, con l’obiettivo importante di esporre
e di raccontarsi. L’impegno è di parlare dello stato attuale della fotografia con la volontà non solo di essere credibili, ma anche di rappresentare un “termometro” di quanto avviene nell’affollato mondo dell’immagine fotografica.
Da questa premessa è nata la panoramica di autori e immagini che propone con originalità
un orizzonte espressivo composito e variegato, di alta qualità.
123 fotografi, più di 200 opere esposte, l’Italia rappresentata da Nord a Sud, una panoramica che orienta la nostra attenzione lungo un articolato percorso estetico.
Ovunque si guardi, su qualsiasi fotografia ci si soffermi si scopre in tutte un denominatore comune: l’arte di trasformare le stesse in immagini interiori, imprigionando i soggetti in un raro sortilegio dove ognuno può leggerle ed interpretarle con gli occhi della mente.
Questa prima Triennale della Fotografia Italiana non poteva cominciare con migliori auspici, accompagnati in questa avventura dalla sensibilità, dalla potenza e dalla capacità espressiva di immagini che molto hanno da raccontare.


Luigi Gattinara, Direttore Triennale Fotografia Italiana, intervista di Gianni Marussi, 2/11/2017


Fotografi partecipanti 122:

ALTI FRANCESCA, ALTOMONTE MIRIAM, ARPAIA MARIO,BALBONI PAOLO, BALLISTA GUIDO, BARLOCCI LUCA, BATTISTA SERGIO, BENNA GAEAN MARIS, BOLOGNINI GIUSEPPE, BORDOGNA DAVIDE, BORELLA LIDIA, BOSCHI DAVIDE, BOSCHINI MASSIMILIANO, CALAVETTA CLAUDIA, CALIGARIS KLEIN SAMANTHA, CALONEGO ANTONIO, CAMELI LUCA, CANETTI SIMONETTA, CARRARO FILIPPO, CASCIO ADRIANO, CASTELLANI BEPPE, CHIANESE GIOVANNI, CIUCA BEATRICE, COLLIA DANIELE, CONTE GRAZIANA, COOPER MARK, COZZI JORDAN, CUNEO CAROLINA, D’ALONZO FRANCESCO, DEL BIANCO ROBERTO, DELLA CORTE PAOLO, DI STEFANO DANIELE, DIDONI ALESSANDRO, DOLCI MICHELE, ESPERTINI MARCO, ESPOSITO CARMINE, FABBI GIANCARLO, FADDA MASSIMILIANO, FARANDA ADRIANA, FERRARI LEOPOLDO, FERRARI MARCO, FIORANI CATERINA, FIORETTI SANDRA, FOOLERY ALEX, FRANCO MARZIO, GABBANA MAURIZIO, GALLI GIUSEPPE, GALLI IVANA, GAROFALO DANIELE, GASPARETTI DAVIDE, GATTINARA LUIGI, GOBBO MICHELA, GUZZINI MATTEO, INNAMORATI BRUNA, JAKOVLEVSKAJA EVELINA, LAMONTI MIRKO, LAROTONDA MICHELE, LATINI DANIELA, LAZZARINI LAURA, LOGIUDICE ROBERTA, LONGHI FERDINANDO, LUXARDO PAOLO, MANISCALCO BASILE GIOVANNI, MARGIOTTA MARIA GRAZIA, MARUSSI GIANNI ETTORE ANDREA, MASTRONARDO FRANCESCO, MATTA DANIELA, MELZI IVAN, MENICHELLI ESTER, MERCANZIN IVANO, MILANESIO MAURIZIO, MISITI NICODEMO, MISSIO ISABELLA, MONNECCHI MASSIMILIANO, NATTA CHIARA VERONICA, NIKI TAKEHIKO FRANCESCO, NOVELLO ROBY, OLIVA STEFANO, ORSINI MARTINA, PASSERINI ALESSANDRO, PAZZANESE IOLANDA, PENNISI CECILIA, PERFETTO PIERLUIGI, PESTARINO ROBERTO, PETTINELLI CARLO, PIAZZA RAFFAELE, PRACELLA MAURIZIO, PRESUTTI GIOVANNI, RAFFAELE SERGIO, RAY DANIELA, RICCA DAMIANO, RICCIARDI UGO, RICCIATO DANILO, ROTONDO LUCA, RUSCIGNO ANTONIO, RUSSINO SILVIO, SACCHI CORRADO, SAGARIA ILARIA, SAMACHIS MIHAELA FELICIA, SANTIOLI SANDRO, SCALFATI MARIA RAFFAELA, SCREMIN ALESSANDRO, SECONDINI STEFANIA, SEMERANO FRANCESCA, SOBRINO VIRGINIA, SPIRONETTI MARINA, STANDBRIDGE L. MIKELLE, TAMBURINI MARCO, TESTA DANIELE, TROVATI ALESSANDRO, UNGARI GIUSEPPE, VANTAGGIATO SALVATORE, VAROTTO EDOARDO, VECCIA DANILO, VERIN MARIO, VIOLA GIROLAMO, VISCARDI FABIO, ZARDINI STEFANO, ZAZZARO ANDREA, ZOCCA STEFANO

 

Cosa è oggi la fotografia?

La rivoluzione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa ha stravolto i parametri in vigore fino al secolo scorso. Dalle sue origini il rapporto della scrittura con la luce ha subito impensabili mutazioni. Come dice Italo Zannier: “Dal 1839, anno della nascita ufficiale della fotografia, viviamo nell’era dell’iconismo, nella civiltà dell’immagine. E senza più immagini, foto, filmati, televisione, internet soffriremmo di una sorta di astinenza.”
Mai come ora la tecnologia ha sconquassato i principi di comportamento e di comunicazione tra gli uomini, fino a portare a forme patologiche come l’uso compulsivo del web e della tecnologia che ad esso si rapporta, nel bisogno di essere sempre interconnessi e di documentare la propria esistenza in quel mondo virtuale e per lo più vacuo. A questa compulsività fa da sponda il bisogno di continuare a scattare con gli smartphone ogni attimo anche insignificante della propria giornata, come se questa modalità fosse la sola testimonianza di presenza vitale e quindi da condividere subito sui social. Tecnicamente il prodotto è una fotografia, perché con il termine fotografia si è abituati a indicare tanto la tecnica quanto l'immagine ripresa e, per estensione, il supporto che la contiene. Qui sta il grande equivoco. Siamo tutti fotografi? Certamente no. Tutti invece possono acquistarsi un apparato atto a riprendere immagini, ne esiste una quantità sovrabbondante per dimensione e costo, sempre in perenne e parossistico rinnovamento, alla ricerca del sempre più “definito”, più reale del vero, nell’illusione che la nuova tecnologia faccia realizzare fotografie sempre più belle.
Invece la fotografia, come tutte le discipline, prevede una scuola e delle regole precise e tempo per applicarsi. Poi, una volta acquisite le regole, si possono piegare alla propria creatività, anche stravolgendole. Ma sono pochi i veri artisti che ne sanno fare buon uso.
Mi piace citare ancora Italo Zannier: “Una fotografia è sempre una interpretazione della realtà. È soprattutto «ideologia», non pura tecnica. È l’interpretazione della realtà in un certo modo.”
Il prestare agli altri i nostri occhi, il nostro modo di cogliere la realtà, i dettagli, le sensazioni, le emozioni, anche quando tocca l’attualità, come nei reportage o nella cronaca, ma non sono mai rappresentazione del vero, ma quello che il fotografo vuol far vedere. Siamo noi a porgere lo sguardo, a bloccarlo su un particolare dell’azione che ci appare significante, anche la più sconvolgente.
All’altra visione del mondo appartiene la ricerca escatologica del contemporaneità. Un bisogno, una pulsione che sta contagiando i territori dell’arte contemporanea, e la fotografia non ne è per nulla indenne. Quando si abbandonano i territori della poesia lo schianto di Icaro diviene inevitabile. Poi ci sono i cattivi maestri che aiutano a spingere in tal senso adducendo peregrine dosi di demagogia, consapevoli che nel polverone la vista è offuscata.

Gianni Ettore Andrea Marussi

Nessuno può negare la lunga tradizione di scambi culturali tra la Francia e l’Italia.
La cultura è una prestigiosa vetrina per due paesi che sono vicini geograficamente, ma anche per la loro storia politica e demografica.
Il “viaggio in Italia” fu per molto tempo una tappa necessaria per la formazione degli artisti francesi, mentre gli artisti italiani trovavano in Francia il mecenatismo della “madre delle arti”.
Oggi l’idea comune è ancora di un rapporto privilegiato.
Il prestigio della relazione franco-italiana all’inizio è frutto delle residenze d’artista e dal reciproco riconoscimento culturale e delle tecniche artistiche.
La loro storia è ricca di questa mutua formazione.
La cooperazione culturale istituzionale franco-italiana è vincente nelle areei in cui opera. La Francia e l’Italia condividono anche eventi come la Festa della Musica, le giornate del Patrimonio, la Primavera della Poesia.
C’è una asimmetria nel campo dell’arte contemporanea.
Da qui l’interesse nel promuovere mostre di artisti francesi in Italia e di artisti italiani in Francia, obiettivo dell’UMAM, Unione Mediterranea per l’Arte Moderna, fin dalla sua creazione nel 1946.
Pierre Bonnard e Henri Matisse, padri fondatori dell’UMAM, nel secolo scorso, sono stati tra i principali artisti a determinare, con la loro ricerca artistica, l’evoluzione dell’arte moderna. Hanno naturalmente fatto esporre i più grandi artisti del loro tempo in Francia, ma soprattutto in Italia.
Fino al 2007 le biennali si sono concentrate sulle opere di giovani artisti locali. Con la presidenza di Simone Dibo-Cohen il territorio di provenienza idegli artisti si estende a tutto il bacino del Mediterraneo. Egualmente non è solo la pittura a essere presente ma l’arte visiva nella sua globalità con sculture, video, istallazioni e soprattutto fotografie.
Dopo il 2007, l’UMAM valorizza soprattutto i fotografi italiani.
L’UMAM è riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione francese.
L’UMAM è felice il gemellaggio con la Triennale della Fotografia Italiana

Simone Dibo-Cohen
Présidente de l’UMAM, Union Méditerranéenne pour l’Art Moderne

Ca' Zenobio degli Armeni è un palazzo di Venezia, situato nel sestiere di Dorsoduro, sulla fondamenta del Soccorso, nel tratto tra Campo dei Carmini e Campo San Sebastian, a pochi passi da Palazzo Ariani (a cui si collega tramite il ponte del Soccorso) e Palazzo Foscarini (tramite ponte Foscarini). Progetto realizzato a cavallo tra XVII e XVIII secolo da Antonio Gaspari (allievo del più noto architetto Baldassarre Longhena), l'attuale Palazzo Zenobio è costruito a partire da un edificio gotico preesistente, già sede dal 1664 della nobile famiglia di origine veronese degli Zenobio, per i quali l'edificio fu progettato e al quale diedero il nome. A metà Ottocento, estintasi la casata e passati più proprietari, tra i quali gli Albrizzi, nel 1850, diviene sede dei Padri Armeni Mechitaristi di Venezia, ai quali si deve la seconda parte del nome. Nel primo Novecento la struttura ha beneficiato di un restauro ad opera dell'architetto veneziano Vincenzo Rinaldo.
Ca' Zenobio è un edificio barocco, con un'importante facciata che si allunga sul rio che collega la Chiesa dei Carmini alla Chiesa dell'Angelo Raffaele. Tale facciata, su tre livelli più ammezzato di sottotetto rispettanti una rigorosa simmetria, si caratterizza per la lunghezza e per le tante aperture: ben 46 monofore, alle quali si aggiungono tre ingressi al pian terreno e la forometria della parte centrale dei due piani nobili; al primo piano nobile è presente una serliana con mascherone, mentre al secondo tre aperture rettangolari sono inscritte in una cornice lapidea terminata da un grande timpano occupante l'altezza del mezzanino. Un grande giardino sul retro confina col complesso dei Carmini: tale spazio è coerente con la struttura a U del palazzo, dovuta a due braccia che si allungano a partire dai lati del blocco principale dell'edificio, una delle quali ospita ancora la biblioteca.
Sulla facciata che guarda sul giardino sono presenti due serliane, poste nella parte centrale più alta, culminante in un frontone. Dentro vanno citate almeno alcune delle numerose e ricche parti:
- Sala degli Specchi è la principale di Palazzo Zenobio. È  detta anche Tiepolesca per i suoi affreschi e la complessa decorazione, alla quale collaborò il giovane Giambattista Tiepolo.
È una sala luminosa, esempio illustre d'arte e della vita veneziana del settecento. Nella sala sono ospitate manifestazioni importanti, ricevimenti, concerti, pranzi, cene di gala.
- Sala degli Stucchi, alle pareti della Sala si trovano tre pregevoli tele di Luca Carlevarjis, anticipatore del vedutismo veneziano settecentesco, mentre gli affreschi del soffitto rappresentano alcune allegorie del Lazzarini. Le opere sono inquadrate in preziosi stucchi del XVIII secolo alternati agli archi marmorei delle porte.
- Cappella: un piccolo edificio religioso, in origine cappella privata degli Zenobio, ha sede dentro le mura del palazzo, conservando molto dell'originario assetto settecentesco.
Il giardino del palazzo, presenta la facciata interna dell'edificio. La parte centrale dell'edificio comprende la Sala degli Specchi, la direzione e una decina di stanze per riunioni al primo piano, la cappella al secondo piano e una quindicina di stanze al terzo piano per gli ospiti. Le due ali laterali comprendono stanze per mostre, manifestazioni culturali e convegni, una cucina grande e un refettorio. Nel giardino sono ospitati nella bella stagione ricevimenti, concerti, cene e teatro all'aperto. Le sontuose sale barocche del palazzo sono state luogo di ambientazione di celebri videoclip musicali: nel 1984 vi fu girato il video di "Like a Virgin" di Madonna, nel 2004 il videoclip di "Vivimi" di Laura Pausini. Nel 2017 per la 57. Biennale di Venezia è sede di Padiglione Armenia e sino a settembre di Padiglione Tibet.


Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 
Dal 11 novembre al 9 dicembre 2017
Vernissage: sabato 11 novembre, ore 16.30

Per informazioni e richiesta materiale: press@triennalefotografiaitaliana.it - Tel. 02 89505330 - www.triennalefotografiaitaliana.it
Orario: 10 -18, dal martedì alla domenica
Ingresso: libero
Vaporetti: 5.1 fermata San Basilio

Palazzo Zenobio 
Collegio Armeno Moorat-Raphael
Fondamenta del Soccorso 2596
Dorsoduro 2597
30123, Venezia
Tel: +(39) 041-5228770 - Fax: +(39) 0415203434 - info@collegioarmeno.it


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1ª edizione Triennale della Fotografia Italiana, Palazzo Zenobio, Venezia, fino al 9 dicembre 2017

Inaugurata sabato 11 novembre con grande affluenza di pubblico. Ha riscontrato un  grande successo, per la qualità dei lavori esposti e per un'allestimento, certamente favorito dal fascino di Palazzo Zenobio, semplice e lineare nel racconto proposto. Una carrellata significativa che valorizza appieno le tante e "inaspettate" presenze di fotografi di alto livello,  famosi e non, che ben rende il DNA della fotografia italiana.

 

 "Nel procedimento meccanicamente esatto della fotografia e del cinema, noi possediamo un mezzo espressivo per la rappresentazione che funziona molto meglio del procedimento manuale di pittura figurativa sinora conosciuto. D'ora in poi la pittura si potrà occupare della pura organizzazione del colore... La vittoria dell'Impressionismo, oppure la fotografia malintesa. Il fotografo si è fatto pittore, invece di usare il suo apparecchio fotograficamente... L’illetterato del futuro non sarà colui che non sa  scrivere, bensì colui che non sa fotografare... Ogni epoca ha il suo modo di vedere le cose. La nostra è quella del film, della pubblicità luminosa, della percezione simultanea di avvenimenti diversi. Tutto ciò ha dato vita un nuovo modo di produrre, anche in campo tipografico. La stampa, nata con Gutenberg e giunta sino a noi, si muove esclusivamente in una dimensione lineare. Il procedimento fotografico la amplia dandole una dimensione nuova e oggi conosciuta fino in fondo.”

László Moholy-Nagy, 1925 


Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 

Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso 2596, Dorsoduro, Venezia
Dal 11 novembre al 9 dicembre
Organizzata da: Fondazione Arte Contemporanea
Curatore dell’eventoGiorio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte
Direttore: Luigi Gattinara
Comitato Scientifico:
Arturo Bosio - Consulente d’Arte
Maria Lorena Franchi - Curatrice e Gallerista
Luigi Gattinara - Fotografo
Giorgio Gregorio Grasso - Storico e Critico d’Arte
Gianni Ettore Andrea Marussi - Giornalista
Luca Rendina - Direttore Creativo e Curatore di Mostre
Roberto Villa - Studioso dei linguaggi dell’immagine e della fotgrafia

PERCHÉ TRIENNALE DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA?

L’intento che si propone questa prima edizione della Triennale della Fotografia Italiana è quello non solo di aprire a un vasto pubblico una rassegna di opere fotografiche di alto livello artistico, culturale ed espressivo, ma di dar voce e riportare sulle scene italiane ed internazionali la “Fotografia Italiana” spesso sottostimata anche nel nostro Paese.
Noi crediamo che i valori culturali intrinsechi di chi è nato su questa penisola conservi
nel proprio DNA tutti quei codici espressivi che hanno dato al mondo intero non solo
un contributo artistico e culturale di ineguagliabile bellezza, ma una svolta epocale.
Lo spirito che ha guidato questa iniziativa, oltre a parlare di Fotografia Italiana, è stato anche quello di voler mettere in luce, e contemporaneamente al giudizio dell’osservatore, anche le nuove generazioni, meritevoli di attenzione sia per forma e contenuti, sia per composizione estetica che concettuale. Accanto a questi talentuosi giovani si sono affiancati nomi affermati della Fotografia Italiana, che parlano e si raccontano da soli con le loro magistrali immagini. Non vecchio e nuovo, ma bensì un confronto importante su una visione di Bellezza che può apparire sì differente, ma che, in realtà, alla fine del percorso ci suona sorprendentemente comune.
Tra i ruoli di questa Triennale della Fotografia Italiana vi è anche quello di far convivere in una mostra collettiva assolutamente anomala, propositiva e dirompente, artisti che hanno similitudini e disomogeneità, sapori forti e lievi, allestendo una prospettiva multiforme e accattivante.
La rassegna ci ha permesso di selezionare fotografi che hanno un nutrito percorso
di esperienze e fotografi ancora alla ricerca di una propria cifra stilistica. In tanti hanno
deciso di accettare la scommessa e la ventura, con l’obiettivo importante di esporre
e di raccontarsi. L’impegno è di parlare dello stato attuale della fotografia con la volontà non solo di essere credibili, ma anche di rappresentare un “termometro” di quanto avviene nell’affollato mondo dell’immagine fotografica.
Da questa premessa è nata la panoramica di autori e immagini che propone con originalità
un orizzonte espressivo composito e variegato, di alta qualità.
123 fotografi, più di 200 opere esposte, l’Italia rappresentata da Nord a Sud, una panoramica che orienta la nostra attenzione lungo un articolato percorso estetico.
Ovunque si guardi, su qualsiasi fotografia ci si soffermi si scopre in tutte un denominatore comune: l’arte di trasformare le stesse in immagini interiori, imprigionando i soggetti in un raro sortilegio dove ognuno può leggerle ed interpretarle con gli occhi della mente.
Questa prima Triennale della Fotografia Italiana non poteva cominciare con migliori auspici, accompagnati in questa avventura dalla sensibilità, dalla potenza e dalla capacità espressiva di immagini che molto hanno da raccontare.


Luigi Gattinara, Direttore Triennale Fotografia Italiana, intervista di Gianni Marussi, 2/11/2017


Fotografi partecipanti 262:

ALÉXO ATHANASIOS, ALTI FRANCESCA, ALTOMONTE MIRIAM, ARPAIA MARIO,BALBONI PAOLO, BALLISTA GUIDO, BARLOCCI LUCA, BATTISTA SERGIO, BENNA GAEAN MARIS, BOLOGNINI GIUSEPPE, BORDOGNA DAVIDE, BORELLA LIDIA, BOSCHI DAVIDE, BOSCHINI MASSIMILIANO, CALAVETTA CLAUDIA, CALIGARIS KLEIN SAMANTHA, CALONEGO ANTONIO, CAMELI LUCA, CANETTI SIMONETTA, CARRARO FILIPPO, CASCIO ADRIANO, CASTELLANI BEPPE, CHIANESE GIOVANNI, CIUCA BEATRICE, COLLIA DANIELE, CONTE GRAZIANA, COOPER MARK, COZZI JORDAN, CUNEO CAROLINA, D’ALONZO FRANCESCO, DEL BIANCO ROBERTO, DELLA CORTE PAOLO, DI STEFANO DANIELE, DIDONI ALESSANDRO, DOLCI MICHELE, ESPERTINI MARCO, ESPOSITO CARMINE, FABBI GIANCARLO, FADDA MASSIMILIANO, FARANDA ADRIANA, FERRARI LEOPOLDO, FERRARI MARCO, FIORANI CATERINA, FIORETTI SANDRA, FOOLERY ALEX, FRANCO MARZIO, GABBANA MAURIZIO, GALLI GIUSEPPE, GALLI IVANA, GAROFALO DANIELE, GASPARETTI DAVIDE, GATTINARA LUIGI, GOBBO MICHELA, GUZZINI MATTEO, INNAMORATI BRUNA, JAKOVLEVSKAJA EVELINA, LAMONTI MIRKO, LAROTONDA MICHELE, LATINI DANIELA, LAZZARINI LAURA, LOGIUDICE ROBERTA, LONGHI FERDINANDO, LUXARDO PAOLO, MANISCALCO BASILE GIOVANNI, MARGIOTTA MARIA GRAZIA, MARUSSI GIANNI ETTORE, MASTRONARDO FRANCESCO, MATTA DANIELA, MELZI IVAN, MENICHELLI ESTER, MERCANZIN IVANO, MILANESIO MAURIZIO, MISITI NICODEMO, MISSIO ISABELLA, MONNECCHI MASSIMILIANO, NATTA CHIARA VERONICA, NIKI TAKEHIKO FRANCESCO, NOVELLO ROBY, OLIVA STEFANO, ORSINI MARTINA, PASSERINI ALESSANDRO, PAZZANESE IOLANDA, PENNISI CECILIA, PERFETTO PIERLUIGI, PESTARINO ROBERTO, PETTINELLI CARLO, PIAZZA RAFFAELE, PRACELLA MAURIZIO, PRESUTTI GIOVANNI, RAFFAELE SERGIO, RAY DANIELA, RICCA DAMIANO, RICCIARDI UGO, RICCIATO DANILO, ROTONDO LUCA, RUSCIGNO ANTONIO, RUSSINO SILVIO, SACCHI CORRADO, SAGARIA ILARIA, SAMACHIS MIHAELA FELICIA, SANTIOLI SANDRO, SCALFATI MARIA RAFFAELA, SCREMIN ALESSANDRO, SECONDINI STEFANIA, SEMERANO FRANCESCA, SOBRINO VIRGINIA, SPIRONETTI MARINA, STANDBRIDGE L. MIKELLE, TAMBURINI MARCO, TESTA DANIELE, TROVATI ALESSANDRO, UNGARI GIUSEPPE, VANTAGGIATO SALVATORE, VAROTTO EDOARDO, VECCIA DANILO, VERIN MARIO, VIOLA GIROLAMO, VISCARDI FABIO, ZARDINI STEFANO, ZAZZARO ANDREA, ZOCCA STEFANO

 

Cosa è oggi la fotografia?

La rivoluzione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa ha stravolto i parametri in vigore fino al secolo scorso. Dalle sue origini il rapporto della scrittura con la luce ha subito impensabili mutazioni. Come dice Italo Zannier: “Dal 1839, anno della nascita ufficiale della fotografia, viviamo nell’era dell’iconismo, nella civiltà dell’immagine. E senza più immagini, foto, filmati, televisione, internet soffriremmo di una sorta di astinenza.”
Mai come ora la tecnologia ha sconquassato i principi di comportamento e di comunicazione tra gli uomini, fino a portare a forme patologiche come l’uso compulsivo del web e della tecnologia che ad esso si rapporta, nel bisogno di essere sempre interconnessi e di documentare la propria esistenza in quel mondo virtuale e per lo più vacuo. A questa compulsività fa da sponda il bisogno di continuare a scattare con gli smartphone ogni attimo anche insignificante della propria giornata, come se questa modalità fosse la sola testimonianza di presenza vitale e quindi da condividere subito sui social. Tecnicamente il prodotto è una fotografia, perché con il termine fotografia si è abituati a indicare tanto la tecnica quanto l'immagine ripresa e, per estensione, il supporto che la contiene. Qui sta il grande equivoco. Siamo tutti fotografi? Certamente no. Tutti invece possono acquistarsi un apparato atto a riprendere immagini, ne esiste una quantità sovrabbondante per dimensione e costo, sempre in perenne e parossistico rinnovamento, alla ricerca del sempre più “definito”, più reale del vero, nell’illusione che la nuova tecnologia faccia realizzare fotografie sempre più belle.
Invece la fotografia, come tutte le discipline, prevede una scuola e delle regole precise e tempo per applicarsi. Poi, una volta acquisite le regole, si possono piegare alla propria creatività, anche stravolgendole. Ma sono pochi i veri artisti che ne sanno fare buon uso.
Mi piace citare ancora Italo Zannier: “Una fotografia è sempre una interpretazione della realtà. È soprattutto «ideologia», non pura tecnica. È l’interpretazione della realtà in un certo modo.”
Il prestare agli altri i nostri occhi, il nostro modo di cogliere la realtà, i dettagli, le sensazioni, le emozioni, anche quando tocca l’attualità, come nei reportage o nella cronaca, ma non sono mai rappresentazione del vero, ma quello che il fotografo vuol far vedere. Siamo noi a porgere lo sguardo, a bloccarlo su un particolare dell’azione che ci appare significante, anche la più sconvolgente.
All’altra visione del mondo appartiene la ricerca escatologica del contemporaneità. Un bisogno, una pulsione che sta contagiando i territori dell’arte contemporanea, e la fotografia non ne è per nulla indenne. Quando si abbandonano i territori della poesia lo schianto di Icaro diviene inevitabile. Poi ci sono i cattivi maestri che aiutano a spingere in tal senso adducendo peregrine dosi di demagogia, consapevoli che nel polverone la vista è offuscata.

Gianni Ettore Andrea Marussi

Nessuno può negare la lunga tradizione di scambi culturali tra la Francia e l’Italia.
La cultura è una prestigiosa vetrina per due paesi che sono vicini geograficamente, ma anche per la loro storia politica e demografica.
Il “viaggio in Italia” fu per molto tempo una tappa necessaria per la formazione degli artisti francesi, mentre gli artisti italiani trovavano in Francia il mecenatismo della “madre delle arti”.
Oggi l’idea comune è ancora di un rapporto privilegiato.
Il prestigio della relazione franco-italiana all’inizio è frutto delle residenze d’artista e dal reciproco riconoscimento culturale e delle tecniche artistiche.
La loro storia è ricca di questa mutua formazione.
La cooperazione culturale istituzionale franco-italiana è vincente nelle areei in cui opera. La Francia e l’Italia condividono anche eventi come la Festa della Musica, le giornate del Patrimonio, la Primavera della Poesia.
C’è una asimmetria nel campo dell’arte contemporanea.
Da qui l’interesse nel promuovere mostre di artisti francesi in Italia e di artisti italiani in Francia, obiettivo dell’UMAM, Unione Mediterranea per l’Arte Moderna, fin dalla sua creazione nel 1946.
Pierre Bonnard e Henri Matisse, padri fondatori dell’UMAM, nel secolo scorso, sono stati tra i principali artisti a determinare, con la loro ricerca artistica, l’evoluzione dell’arte moderna. Hanno naturalmente fatto esporre i più grandi artisti del loro tempo in Francia, ma soprattutto in Italia.
Fino al 2007 le biennali si sono concentrate sulle opere di giovani artisti locali. Con la presidenza di Simone Dibo-Cohen il territorio di provenienza idegli artisti si estende a tutto il bacino del Mediterraneo. Egualmente non è solo la pittura a essere presente ma l’arte visiva nella sua globalità con sculture, video, istallazioni e soprattutto fotografie.
Dopo il 2007, l’UMAM valorizza soprattutto i fotografi italiani.
L’UMAM è riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione francese.
L’UMAM è felice il gemellaggio con la Triennale della Fotografia Italiana

Simone Dibo-Cohen
Présidente de l’UMAM, Union Méditerranéenne pour l’Art Moderne

Ca' Zenobio degli Armeni è un palazzo di Venezia, situato nel sestiere di Dorsoduro, sulla fondamenta del Soccorso, nel tratto tra Campo dei Carmini e Campo San Sebastian, a pochi passi da Palazzo Ariani (a cui si collega tramite il ponte del Soccorso) e Palazzo Foscarini (tramite ponte Foscarini). Progetto realizzato a cavallo tra XVII e XVIII secolo da Antonio Gaspari (allievo del più noto architetto Baldassarre Longhena), l'attuale Palazzo Zenobio è costruito a partire da un edificio gotico preesistente, già sede dal 1664 della nobile famiglia di origine veronese degli Zenobio, per i quali l'edificio fu progettato e al quale diedero il nome. A metà Ottocento, estintasi la casata e passati più proprietari, tra i quali gli Albrizzi, nel 1850, diviene sede dei Padri Armeni Mechitaristi di Venezia, ai quali si deve la seconda parte del nome. Nel primo Novecento la struttura ha beneficiato di un restauro ad opera dell'architetto veneziano Vincenzo Rinaldo.
Ca' Zenobio è un edificio barocco, con un'importante facciata che si allunga sul rio che collega la Chiesa dei Carmini alla Chiesa dell'Angelo Raffaele. Tale facciata, su tre livelli più ammezzato di sottotetto rispettanti una rigorosa simmetria, si caratterizza per la lunghezza e per le tante aperture: ben 46 monofore, alle quali si aggiungono tre ingressi al pian terreno e la forometria della parte centrale dei due piani nobili; al primo piano nobile è presente una serliana con mascherone, mentre al secondo tre aperture rettangolari sono inscritte in una cornice lapidea terminata da un grande timpano occupante l'altezza del mezzanino. Un grande giardino sul retro confina col complesso dei Carmini: tale spazio è coerente con la struttura a U del palazzo, dovuta a due braccia che si allungano a partire dai lati del blocco principale dell'edificio, una delle quali ospita ancora la biblioteca.
Sulla facciata che guarda sul giardino sono presenti due serliane, poste nella parte centrale più alta, culminante in un frontone. Dentro vanno citate almeno alcune delle numerose e ricche parti:
- Sala degli Specchi è la principale di Palazzo Zenobio. È  detta anche Tiepolesca per i suoi affreschi e la complessa decorazione, alla quale collaborò il giovane Giambattista Tiepolo.
È una sala luminosa, esempio illustre d'arte e della vita veneziana del settecento. Nella sala sono ospitate manifestazioni importanti, ricevimenti, concerti, pranzi, cene di gala.
- Sala degli Stucchi, alle pareti della Sala si trovano tre pregevoli tele di Luca Carlevarjis, anticipatore del vedutismo veneziano settecentesco, mentre gli affreschi del soffitto rappresentano alcune allegorie del Lazzarini. Le opere sono inquadrate in preziosi stucchi del XVIII secolo alternati agli archi marmorei delle porte.
- Cappella: un piccolo edificio religioso, in origine cappella privata degli Zenobio, ha sede dentro le mura del palazzo, conservando molto dell'originario assetto settecentesco.
Il giardino del palazzo, presenta la facciata interna dell'edificio. La parte centrale dell'edificio comprende la Sala degli Specchi, la direzione e una decina di stanze per riunioni al primo piano, la cappella al secondo piano e una quindicina di stanze al terzo piano per gli ospiti. Le due ali laterali comprendono stanze per mostre, manifestazioni culturali e convegni, una cucina grande e un refettorio. Nel giardino sono ospitati nella bella stagione ricevimenti, concerti, cene e teatro all'aperto. Le sontuose sale barocche del palazzo sono state luogo di ambientazione di celebri videoclip musicali: nel 1984 vi fu girato il video di "Like a Virgin" di Madonna, nel 2004 il videoclip di "Vivimi" di Laura Pausini. Nel 2017 per la 57. Biennale di Venezia è sede di Padiglione Armenia e sino a settembre di Padiglione Tibet.


Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 
Dal 11 novembre al 9 dicembre 2017
Vernissage: sabato 11 novembre, ore 16.30

Per informazioni e richiesta materiale: press@triennalefotografiaitaliana.it - Tel. 02 89505330 - www.triennalefotografiaitaliana.it
Orario: 10 -18, dal martedì alla domenica
Ingresso: libero
Vaporetti: 5.1 fermata San Basilio

Palazzo Zenobio 
Collegio Armeno Moorat-Raphael
Fondamenta del Soccorso 2596
Dorsoduro 2597
30123, Venezia
Tel: +(39) 041-5228770 - Fax: +(39) 0415203434 - info@collegioarmeno.it

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Marialuisa Tadei: Endlessly, Il Giardino Bianco – Art Space, Venezia, prorogata al 28 novembre

La personale "Marialuisa Tadei. Endlessly" ospitata a Venezia, in concomitanza con la 57. Esposizione Internazionale d'Arte, presso "Il Giardino Bianco - Art Space" è prorogata al 28 novembre. La mostra, a cura di Alan Jones, presenta una selezione di sculture fra cui numerose inedite, oltre a un nucleo di opere fotografiche e acquarelli su carta.


Marialuisa Tadei riesce a conferire forma astratta al mistero della vita, suggerendone così la trascendenza dalla natura in cui comunemente si manifesta, il carattere ultraterreno, al di là del tempo e dello spazio, simile alla sapienza creativa di Dio.

Donald Kuspit, critico e docente di storia dell’arte,  Stony Brook University, New York


In concomitanza con la 57. Esposizione Internazionale d'Arte - la Biennale di Venezia, è esposta dal 10 maggio al 5 novembre 2017 presso "Il Giardino Bianco - Art Space", la personale "Marialuisa Tadei. Endlessly".
La mostra, a cura di Alan Jones, presenta una selezione di sculture fra cui numerose inedite, oltre a un nucleo di opere fotografiche e acquarelli su carta.
Le opere scultoree di Marialuisa Tadei, realizzate con materiali differenti fra loro come acciaio, alluminio, bronzo, vetroresina, alabastro, onice e vetro soffiato, mettono in evidenza l'accurata ricerca dell'artista rivolta allo spazio e al dialogo che crea con esso. Osservando i suoi lavori risalta la prerogativa di invertire la specificità del materiale impiegato, il ferro diviene leggero, il vetro soffiato assume densità e viene di conseguenza annullata quella contrapposizione tra leggero e pesante, chiuso e aperto, opaco e trasparente.
Un altro aspetto importante sono le forme, che nella maggior parte dei casi presentano la caratteristica della sinuosità; i ritmi armonici e ben bilanciati, sono espressi da linee curve, sia che si tratti di opere in alabastro come Abbraccio (2016) che si contraddistingue per la grazia superlativa, o di lavori in acciaio, come Sospiro (2017) che racchiude nella forma di una goccia un'infinita delicatezza. L'elemento impattante è il colore, la scelta di toni molto accesi e vivaci crea un richiamo magnetico ulteriormente evidenziato da elementi che si intrecciano, che si sfiorano e che si accostano l'uno all'altro. L'esito è il medesimo seppure si tratti di un incontro tra individui provenienti da luoghi e culture diverse metaforicamente rappresentato nella scultura in acciaio inossidabile e vetro Incontro (2015), di petali variopinti che esplodono dal pistillo come si osserva nella fusione in bronzo Fiore (2016), di volumi complementari che si intersecano alla perfezione e che originano Vita (2017) o infine di corpi dinamici che si uniscono in un profondo abbraccio, Insieme (2017). L'artista si sofferma inoltre sulla luce e sugli effetti generati, dalla trasparenza, all'assorbimento, al riflesso; l'elemento luminoso crea con i materiali un profondo legame e contribuisce a dare nuovi significati alle opere.
Marialuisa Tadei trova nella natura, nella scienza e nella biologia le principali fonti d'ispirazione e le reinterpreta attraverso forme astratte, allegoriche e ricche di simboli; molto attenta alla realtà tangibile le sue opere divengono il trait d'union con la realtà spirituale e proprio attraverso la sua arte aspira infatti ad avvicinare gli uomini alla dimensione dell'assoluto e dell'infinito. Infinitamente (2017), realizzata ad hoc per la mostra, simboleggia proprio questo concetto.
Il rimando all'elemento naturale e alla scienza è sempre presente anche negli acquerelli e nelle opere fotografiche; queste ultime nascono dalla pittura per poi evolvere in lavori di grande formato su fondo nero, come si osserva in Lampo (2010) e Farfalla (2011).
L'artista sostiene che l'arte permette di compiere un percorso spirituale, che coinvolge lo spettatore e lo conduce in un'esperienza sensoriale volta alla scoperta del mondo emotivo, capace di portare l'anima ad elevarsi da uno spazio materiale a quello metafisico, ed afferma: "Con la mia arte cerco di rivelare l'invisibile, il mistero, di far diventare visibile l'invisibile, cioè la dimensione spirituale".
Le sue opere sono un invito a cogliere gli aspetti positivi della vita e trasmettono messaggi di speranza e fiducia nel presente e nel futuro.
La mostra è accompagnata da un catalogo, in italiano e inglese, edito da Silvana Editoriale con testo critico di Alan Jones.


Marialuisa Tadei
nasce a Rimini nel 1964. Studia storia dell'arte all'Università di Bologna, pittura all'Accademia di Belle Arti di Bologna, segue un corso a Düsseldorf sotto la guida di Jannis Kounellis e consegue un master al Goldsmiths' College di Londra. Dagli inizi degli anni Novanta si dedica alla scultura, esponendo a livello internazionale in gallerie e musei in Europa e America; si esprime inoltre con la fotografia e la pittura.
Le sue opere fanno parte delle collezioni permanenti di vari musei in Italia, Olanda, Germania e Slovenia.
Tra le numerose commissioni pubbliche e private si ricordano le sculture per la stazione ferroviaria di Acerra (Napoli), per la città di Coral Springs in Florida, per il quotidiano Hindustan Times in India, per la grande nave da crociera della Royal Caribbean e per la Florida International University a Miami; l'opera collocata all'esterno degli uffici del The Times a Londra e due lavori esposti nel prestigioso Yorkshire Sculpture Park nel nord dell'Inghilterra.
Ha partecipato alla Biennale d'Arte di Venezia del 2009 e del 2013, alla Biennale di Architettura di Venezia del 2010 e ai Giochi Olimpici di Pechino del 2008.
Hanno curato sue mostre e hanno scritto di lei importanti critici quali: Giuseppe Appella, Luca Beatrice, Beatrice Buscaroli, Omar Calabrese, Luciano Caramel, Giorgio Cortenova, Brane Kovic, Donald Kuspit, Gottlieb Leinz, Pierre Restany, Claudio Spadoni.

www.marialuisatadei.it

OPERE IN COLLEZIONI PUBBLICHE

Parco delle Sculture dello Yorkshire, Leeds, Regno Unito
Museo della Scultura “MUSMA”, Matera, Italia
Museo d’arte della Città di Ravenna “MAR”, Ravenna, Italia
Museo della Scultura Contemporanea, Gubbio, Italia
Museo “Beelden aan Zee”, L’Aia/Scheveningen, Olanda
Collezione della società Fresenius, Bad Homburg vor der Höhe, Germania
Museo di Arte Contemporanea “Mestna Galerija Nova Gorica” Nova Gorica, Slovenia
Collezione pubblica di Bad Homburg vor der Höhe, Francoforte, Germania
Museum im Prediger, Schwäbisch Gmünd, Germania
Cass Sculpture Foundation, Sussex, Regno Unito
Museo all’aperto, Vicchio, Italia
Collezione pubblica cittadina, Coral Springs, Florida, Stati Uniti
Facoltà di Legge dell’Università Internazionale della Florida, Miami, Florida, Stati Uniti
Stazione sotterranea di Acerra Napoli, Italia
Collezione Novartis,
West Sussex, Regno Unito


MARIALUISA TADEI: ENDLESSLY

Yesterday Tadei Tomorrow

Per quasi la metà del secolo scorso, nell’evoluzione del discorso modernista – che oggi siamo obbligati a definire post-modernista –, la scultura, così come ci è nota dall’alba dell’umanità, ha subito un costante processo di smembramento, dal momento che il concetto cerebrale ha preso il posto che – tradizionalmente – è stato della pietra. La scultura nel nostro tempo è passata da terrena ad aerea. Per primo è stato eliminato il piedistallo che separava l’opera dal terreno, dopo di che, tutto il resto è stato alla mercé di chiunque.
Questo sconvolgimento estetico è qualcosa di paragonabile all’erosione delle barriere coralline, che molti vorrebbero attribuire al cambiamento climatico mondiale e che, come ci dicono gli esperti, è colpa del patriarcale capitalismo coloniale dell’Occidente, ma questa è un’altra storia rispetto a quella che affrontiamo qui. Qui parliamo invece della scomparsa e della inevitabile, fortuita rinascita della più antica forma d’arte del genere umano: la scultura.
Nell’arco di oltre due decenni, Marialuisa Tadei si è presentata progressivamente come una delle mani più solidamente scultoree della scena italiana odierna.
È riuscita a rendere visivamente manifesta la sua fede spirituale per la palpabile forma materiale nell’incorporeità senza peso, nell’elaborazione di corpo e anima. Qui c’è la padronanza dell’arte scultorea, ma anche un cogliere intuitivo del più recente vocabolario della prassi artistica contemporanea, sebbene la sua tematica principale non sia affatto conforme al dogma del “politicamente corretto” che si è imposto su tutti gli aspetti dell’atteggiamento umano, e in particolare nel mondo artistico.
L’artista ha basato tutta la sua impresa scultorea – si potrebbe dire fin dal principio – su una forte fede cristiana, che di rado si incontra nell’arena ideologica chiamata “arte contemporanea”.
Di per sé, il termine “arte contemporanea” è un’etichetta ingannevole, che risale forse ai tardi anni cinquanta, quando nuovi artisti iniziarono ad apparire nel già affollato mondo del moderno. Pertanto, si diede vita a una nuova categoria, e con essa a nuove istituzioni, per dare spazio a questa speranzosa e ottimista generazione post-bellica di spiriti creativi; al contempo, si dichiarava inavvertitamente concluso il modernismo in quanto epoca storica, senza considerare le conseguenze nel creare una dinastia dell’immediato storico, l’éternel contemporain: un eterno plateau dinastico dei contemporanei.
Con il modernismo, avevamo vissuto con l’illusione che la creatività di talenti fortemente personali ci avrebbe sorpreso anno dopo anno con meraviglie inattese sotto il diktat del contemporaneo, uno sconfinato plateau disteso sotto i nostri occhi con tutta l’immobilità delle dinastie dell’antico Egitto. Sebbene entrambi siano morti, Marcel Duchamp resta per sempre contemporaneo, George Braque no, purtroppo.
Con la pura fascinazione della bellezza e della prontezza della sua opera, Marialuisa Tadei è riuscita abilmente a schivare quelli che avrebbero potuto essere gravi pericoli di esclusione censoria, se le motivazioni centrali del suo lavoro fossero state comprese appieno dai radicalmente secolari elementi costituenti il regime di correttezza politica tipici del contemporaneismo più conformativo. Da sola, la sua straordinaria padronanza dell’idioma post-moderno e la sua profonda fede religiosa l’hanno protetta da una simile disgrazia, e l’impatto della sua opera ha probabilmente distratto quei materialisti empirici il cui dogma è essenzialmente anti-religioso.
La sua opera spazza semplicemente via tutte le reazioni tranne quelle pertinenti all’incontro stesso. L’arte dello scultore è sempre stata accompagnata da un tocco di prestidigitazione e di magia, come Gianfranco Baruchello – artista pioniere del suo tempo e scrittore – ha magistralmente spiegato nel suo saggio Che cosa guardano le statue?. Possiamo imbatterci in questo lacerante enigma metafisico a Tivoli, o quando entriamo nel Giardino di Boboli a Firenze, o quando passeggiamo negli ariosi spazi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, o quando esultiamo per la frizzante sorpresa che ci dà uscire improvvisamente alla luce del sole dopo aver percorso le strade ombrose che conducono a Piazza Navona, dove indugiamo nella gioiosa danza di acqua e marmi uscita dalle mani di Bernini, lo Shakespeare degli scultori.
È probabile che la stessa Tadei fosse già allora consapevole di ciò che stava facendo, ma anche in questo caso restiamo nel dubbio. Potrebbe altrettanto essere vero che la saldezza della fede le fosse sufficiente per portare avanti il suo programma scultoreo senza dubbi o ripensamenti. La sua è una beatitudine che si rinnova e si espande di continuo.
Prima di continuare, tuttavia, torniamo indietro di quattro decenni, alla fonte della smaterializzazione della scultura modernista, e tentiamo di sciogliere le influenze sociali e filosofiche che hanno condotto al dominio dell’immagine incorporea rispetto alla forma scultorea concreta. Alla fine degli anni sessanta, gli artisti – insieme alla maggioranza dei giovani – sono entrati in una sorta di sciopero generale diffuso contro la società borghese conventuale così come la si conosceva da sempre. Questa generazione, figli e figlie di quanti avevano sofferto durante la depressione economica e la Seconda guerra mondiale, adesso era obbligata a partecipare a un’altra festicciola organizzata per loro, la guerra del Vietnam, e questo proprio quando le cose si stavano facendo interessanti.
La ribellione giovanile del ’68 fu in un certo senso un ritorno ciclico del libertinismo illuminista che aveva galvanizzato la tragedia della Rivoluzione francese, e dimostra ancora una volta che le rivoluzioni falliscono o riescono in base alle frustrazioni sessuali di una massa demografica disordinatamente ampia di giovani.
Gli scultori si convinsero che realizzare opere d’arte adatte ai salotti dei milionari non faceva più per loro, quindi si spinsero nel deserto, come i profeti biblici prima di loro e, allo stesso modo, assunsero il dominio della Parola, espandendo il loro raggio d’azione alla lingua stessa e rendendo scultorea la linguistica con un procedimento in cui l’affermazione divenne forma, le parole rappresentarono la forma concreta. Il lessico sostituì il cesello e il martello.
Fu sostanzialmente una rivoluzione marxista volta a sabotare il mercato consumista delle gallerie d’arte, colpevoli di “sfruttare” un proletariato di “operai dell’arte”, e a liberare gli artisti dalle catene del capitalismo, per arrivare finalmente a produrre un’arte che sfidasse qualunque tentativo di considerare il lavoro degli artisti come un prodotto vendibile. John Gibson, un giovane mercante d’arte di New York appassionato di fotografia, insieme ad altri sparsi per il mondo, come Marian Goodman, Rene Block, Nicholas Logsdale, seguirono in modo zelante Marcel Duchamp e John Cage. Secondo alcuni, fu Gibson ad aprire il vaso di Pandora che convertì la scultura nella forma fotografica. C’era lui dietro al progetto degli artisti concettualisti radicali europei e americani, ma poiché aveva comunque bisogno di qualcosa da vendere nella sua galleria newyorkese, li incoraggiò a produrre grandi fotografie che documentassero opere d’arte che, a dimensione reale, potevano occupare due chilometri quadrati.
Così, il bronzo, il marmo, il legno furono relegati alla storia e la documentazione fotografica concettuale iniziò a farla da padrone, relegando al contempo la fotografia moderna “convenzionale” nella spazzatura.
Gli sviluppi che colarono dalla nouvelle cuisine della filosofia francese nel nouveau roman della letteratura francese, insieme alla nouvelle vague del cinema francese, si occuparono del resto.
Il razzo propulsore di questa navicella spaziale arrivò con i progressi nella tecnologia delle comunicazioni. Negli anni settanta, le videocamere erano macchine immense, grandi quanto la testa di un cucciolo di ippopotamo; le persone si mandavano lettere scritte a mano; non esistevano telefoni cellulari, fax, email. Una una macchina da scrivere Selectric IBM erano status-symbol high-tech; l’idea di un computer domestico era solo una chimera.
È anche importante ricordare che l’Unione Sovietica era ancora in pieno vigore e tutto lasciava pensare che godesse di ottima salute. Fu solo nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino che l’intera struttura di riferimento che aveva racchiuso il contesto culturale di qualunque opera d’arte cadde improvvisamente a pezzi sotto il proprio peso. Rimasta senza appigli ai quali attaccarsi, la crescente ondata cibernetica travolse il ciclo di vita della tecnologia informatica, dal momento che gli artisti avevano abbracciato il regno dell’arte foto-narrativa concettuale una generazione prima. Aspettando Godot di Samuel Beckett non sarebbe mai più stato visto sotto la stessa luce.
Dopo un lungo apprendistato, Marialuisa Tadei si affacciò al mondo dell’arte in un momento particolarmente ambiguo alla fine degli anni novanta, quando le spinte ideologiche stavano formando nuovi raggruppamenti dietro nuovi fronti, e le linee-guida socio-estetiche stavano ancora vacillando sotto la scossa geopolitica della perdita dell’ammira- glia comunista, l’URSS.
Si potrebbe dire che il principio-guida della sua fede cattolica sia stato fin dall’inizio il fattore primario che, in qualche modo, l’ha condotta per mano alla cieca, navigando in queste acque agitate con fiduciosa serenità, in un momento in cui il terreno del marxismo anti-occidentale era crollato sotto i piedi di artisti improvvisamente disorientati, che cercavano rifugio professionale nelle artificiose macchina fotografica Polaroid o ideologie di ecologia, femminismo, anti-globalismo, genderismo e altre che non vale nemmeno la pena menzionare.
C’è persino una sorta di schietta innocenza, una fondamentale semplicità che sconfina con l’infantilismo, che le offre una serenità e una forza incontrate di rado. C’è persino – ci si potrebbe spingere a dire – una forza d’animo di stampo biblico, che si auto-alimenta, e sostiene e rinnova senza sforzo la sua opera artistica nel suo stato di divina leggerezza.
Si può dire che la spontanea capacità di continuo rinnovamento e arricchimento del motore propulsore della sua creatività si alimenti dalla fonte rinnovabile della fede. Ma se volessimo usare una parola cui spesso ricorrono gli artisti che si considerano in primo luogo post-moderni, la sua “strategia” è stata quella di appropriarsi costantemente delle tattiche della reificazione e del disincarnamento ideate dai rivoluzionari artisti dei tardi anni sessanta e, in un certo senso, quella di combattere il fuoco con il fuoco, battendoli sul loro stesso terreno, applicando i loro stessi metodi per arrivare a obiettivi diversi: prendendo il titolo della pionieristica esposizione di Harald Szeemann (1968), When Attitudes become Form e trasformandolo in When Faith becomes Form.
Da quando papa Paolo VI ritenne che fosse adeguato prendere la coraggiosa e visionaria decisione di inaugurare un museo di arte moderna per completare le venerabili collezioni del Vaticano, altri pontefici hanno ritenuto opportuno rinnovare questo sforzo, come ha dimostrato in maniera eclatante Ratzinger quando ha ricevuto in udienza sotto gli affreschi della Cappella Sistina gli artisti più attivi del momento. In quella occasione, Ratzinger ha esortato il gruppo di creativi – non esattamente la personificazione dei fedeli e assidui frequentatori della liturgia – a tornare alla Chiesa e riconsiderarla come luogo accogliente per la loro ricerca creativa. Questo impegno è stato più di recente sottolineato dalla scelta storica e sbalorditiva di aprire un padiglione ufficiale del Vaticano alla Biennale di Venezia. Marialuisa Tadei si rivela come una delle artiste di maggior successo attive oggi a essersi avvicinata così tanto alla risoluzione del dilemma di manifestare una profonda fede cristiana con una piena padronanza dello stato dell’arte dei vocabolari contemporanei, proprio come fino a tempi recenti alla radio americana non è mai esistito sulla faccia della Terra un comico conservatore davvero divertente finché non è arrivato Rush Limbaugh.
La sfida delle religioni nel mondo è sempre stata, dopo tutto, offrire speranza, consolazione e risposte definitive alle più solenni domande che gli uomini e le donne mortali si pongono nella vita: tutte le forme di espressione artistica hanno sempre partecipato in maniera attiva e diretta – per quanto obliqua – a questo dialogo con il divino.
Eppure il modernismo ha cercato, per sua stessa natura, di esprimere il suo distacco con tutte le forme di credo tradizionale, forse con l’eccezione del materialismo di Epicuro e del suo seguace Lucrezio. Così, una delle debolezze intrinseche di tutti i tentativi modernisti è di formulare la fede ed esprimere la devozione attraverso il vocabolario del moderno. Pochi hanno avuto successo in termini artistici o devozionali. Forse si può dire che tutti gli artisti, inconsapevolmente o meno, stanno tentando di raggiungere questo obiettivo.
Marialuisa Tadei è riuscita a ricontestualizzare cent’anni di vocabolari moderni e postmoderni per metterli al servizio di 2000 anni di fede cristiana.
Come ha detto: Cerco di coniugare le forme della natura e l’anatomia dell’essere umano affinché diventino mistici; di creare un’anatomia mistica, con riferimento sia alla natura umana sia alla natura stessa. Per “natura” intendo i fiori, le stelle, le galassie, le rocce. Perché, alla fine, il limite tra figurativo e astratto non è una linea di demarcazione chiara. Se si osservano il palmo di una mano o le venature di una foglia, somigliano a una composizione astratta: la nostra interpretazione dipende dal punto di vista che vogliamo assumere. Io desidero portare all’arte contemporanea e al suo pubblico la consapevolezza di un’altra dimensione, una dimensione che va oltre a quella materiale e mondana. Simone Weil ha detto, “la bellezza ha il compito di portarci oltre noi stessi”. Pertanto, io cerco di condurre lo spettatore oltre sé stesso, di farlo entrare in un’altra dimensione. Entrando in un’altra dimensione, egli diventa consapevole della spiritualità, della sacralità a lui stesso connessa. Non è un discorso astratto, lontano dall’umanità. C’è una corrispondenza fra Dio e Uomo, un dialogo che può essere espresso attraverso le opere d’arte. Voglio che gli esseri umani facciano un salto che permetta loro di vedere la connessione tra l’assoluto e l’infinito.
L’equilibrio di pesi e misure del mondo materiale in termini metafisici è cruciale nella sua pratica scultorea e questa è una delle lezioni essenziali che ha portato con sé da Düsseldorf, dove ha avuto l’enorme fortuna di essere invitata da Jannis Kounellis per un periodo di otto-nove mesi, un’esperienza dalla quale ha imparato cose che porta con sé ogni giorno. Un tema che, come lei stessa ricorda, stava a cuore a Kounellis era la poesia e la sua giustapposizione di leggerezza e pesantezza: qualcosa di leggero e qualcosa di pesante, quando messi assieme, creano la poesia e l’equilibrio della composizione.
Già da piccola, la sua ambizione era – un giorno – essere capace di costruire una macchina in grado di visualizzare alla luce del sole i sogni che aveva fatto di notte, dandole così la possibilità di cogliere le proprie visioni a suo piacimento. Il desiderio d’infanzia di dell’artista di catturare i sogni in forma concreta oggi si è realizzato.
Quando ho visto per la prima volta l’opera di Marialuisa Tadei, il mio apprezzamento per il suo lavoro sfaccettato ha iniziato subito a trasformarsi in una sensazione di viscerale riconoscimento. Le variazioni di scala, materiale e tecnica erano enfatizzate dalla perizia dell’uso del colore, dalle forme cromatizzanti in maniera magnetica, come hanno fatto – tra gli esempi più illustri – scultori come Alexander Calder e Jeff Koons.
Marialuisa Tadei utilizza gli assi verticali della dimensione orizzontale con l’intenzione di creare le estensioni verticali che interagiscono con la Terra alla quale sono magneticamente attratti e dalla quale lottano per liberarsi.
C’è qualcosa di gotico in questa polarità di tensioni, di pesi e leggerezza. Molte delle sue opere sembrano trasformare il frequente uso della tensione tra apertura e chiusura, creando un “oltre”, una serie di presagi dell’infinito. Definiscono lo spazio cosmologico attorno a sé non come un vuoto, ma come un campo espansivo, quasi come Calder fece con i suoi “mobili” e “stabili”.
Caricato di una sorta di energia magnetica gravitazionale nella sua relazione con il pavimento, c’è un carattere inconfondibilmente sacrale in questo fenomeno, un fenomeno che parla la lingua delle cattedrali e delle cappelle, una monumentale forza spaziale indipendentemente dalla dimensione, una forza che attiva l’aspirazione verso il volo e la levitazione.
Come le superfici levigate di alcune sculture prive di piedistallo di Lucio Fontana, e altrettanto sferiche nella forma, queste opere essudano un campo magnetico, in autonomia o in collusione. Qui, entrambi gli artisti stanno affrontando la periferia delle superfici e il dettaglio con pari interesse. La scultura ha un carattere geologico, un carattere che ci si potrebbe persino spingere a definire “di geologia farmaceutica”. Sin dai tempi antichi vediamo tracce di pietre trasportate per grandi distanze e ci imbattiamo in specifiche proprietà medicinali, o virtù, attribuite ad alcune pietre che sono ammantate della capacità di proteggere o curare, umili o nobili in una vera e propria gerarchia araldica, come il porfido. Alberto Magno non era solo un teologo e un grande Padre della Chiesa, ma un “geologo diagnostico”, capace di prescrivere gli smeraldi come cura contro l’insonnia. Sembrerebbe che l’artista sia consapevole delle proprietà che irradiano dai materiali che usa.
È il momento che le opere d’arte, come credeva Joseph Beuys, vengano considerate come una necessità, essenziali per il benessere dell’umanità e non più un lusso, uno status symbol, un bene di consumo. Marialuisa Tadei ha avuto la buona ventura di mettere la sua laurea, una delle tante all’Accademia di Belle Arti, sotto la tutela di Giorgio Cortenova che in seguito ha dedicato un bellissimo saggio alla sua opera, in cui si legge:
Bellezza o eleganza? Entrambe. Entrambe capaci di rappresentare e trasmettere la virtù, la saggezza, l’humanitas e la ricchezza di sentimento. In altre parole, di dare un senso positivo e sociale al lusso, all’oro, al blu cobalto, alle grazie che erano tali per via dell’abilità di comunicare la virtù, il ritmo e la vitalità intrecciate in linee curve e ricamate, angolose e dardeggianti, come un volo che sfida impunemente il muro del suono.
Quando ci imbattiamo nel lavoro di un artista per la prima volta, dobbiamo prestare la massima attenzione, giacché procediamo nel creare, passo dopo passo, una piattaforma dalla quale prendono le mosse le nostre esplorazioni di terreni creativi sconosciuti, un punto di partenza dal quale avviare una nuova e ignota cronologia che ci serva da guida futura, e il tutto per assicurarci di non salpare nella direzione sbagliata, come fece Cristoforo Colombo quando scambiò l’America per l’India. Questo è particolarmente vero quando si tratta della miriade di funzioni espressive che utilizza nell’ampio spettro dei suoi dispositivi linguistici.
Dal momento che le grandi stampe fotografiche in cybachrome – prodotte in edizioni di 15 pezzi montate dietro plexiglass – derivano da acquerelli, iniziamo da questi: in una recente mostra a Palazzo Franchetti (Venezia), Marialuisa Tadei, insieme ad altri nove artisti italiani contemporanei, ha reso omaggio alle scoperte del telescopio spaziale Hubble, lanciato nello spazio nel 1990, con il titolo “Our place in space”.
I suoi acquerelli e le successive stampe fotografiche presentano un’incredibile somiglianza con gli strumenti fotografici a bordo della navetta che Hubble ha rispedito agli scienziati a terra.
Una cyberchrome del 2011 dal titolo Abissi Rosso (diasec 180 x 134 cm) esemplifica perfettamente queste opere. Le stravaganze astrologiche somigliano, a prima vista, a disegni a pastello floreali semi-astratti di Odilon Redon e, dopo una seconda occhiata, ricordano un simmetrico test di Rorschach. Abissi Rosso, come altre opere della serie intitolate Farfalla, Lampo, Viola possiede un etereo fascino oltremondano. “Tutte le mie forme sono ispirate dalla natura, infatti uso la linea circolare, simbolo dell’infinito, quando creo le mie opere”. È ragionevole pertanto concludere che – nella sua apparentemente effimera gamma di tonalità – l’acquerello rappresenti un inevitabile mezzo espressivo per le indagini grafiche. Inoltre, le nozze di scultura e fotografia sono un abbinamento perfetto che, in passato, parliamo di un secolo fa, è stato usato come strumento di lavoro da scultori come Auguste Rodin, Edgar Degas e Constantin Brancusi. Sempre rispetto all’acquerello, Marialuisa Tadei si trova ancora una volta in compagnia di Rodin, consumato acquerellista, come testimoniano i suoi ritratti di nudo di Isadora Duncan.
In questi eterei acquerelli, Rodin esalta la leggerezza del mezzo espressivo e, come accade nelle opere di Marialuisa Tadei, mette in relazione il tema della leggerezza e della pesantezza, così come rimarcato da Janis Kounellis. A tal proposito va menzionata anche la concreta chiaroveggenza di Joseph Beuys nel suo approccio sia all’acquerello sia alla fotografia, che usa in modo interscambiabile come un unico mezzo artistico. Come Joseph Beuys, Marialuisa Tadei sembra usare l’acquerello come strumento per la libera associazione intuitiva, sebbene con uno spettro di colore più brillante, che tuttavia non indurrebbe nessun osservatore a scambiarla per un espressionista tedesco.
Se arriviamo alla sua opera scultorea dagli acquerelli e dalle fotografie in cybachrome, reagiamo immediatamente alla sua propensione per un giusto equilibrio e la sua esemplare inclinazione a una disposizione delle masse al fine di creare un tutto, un aspetto che di rado gli studenti contemporanei cercano, che gli artisti trascurano e il pubblico sembra ignorare completamente. Questa propensione è una conseguenza diretta dello studio della natura, che l’artista stessa ha indicato come suo primario manuale o guida. In queste opere scultoree, la forma sembra seguire l’ombra ed emulare il contenuto alla stregua di un guanto che avvolge la mano e diventa una cosa sola con lei.
Nella sua esuberante opera intitolata Meeting, 2015, una scultura priva di piedistallo e realizzata in vetro soffiato e formato in fornace, l’artista – come in Creative Wisdom – ci mette di nuovo in contatto con la serpentina nel regno di Laocoonte e richiama alla mente di coloro che hanno potuto osservare questo fenomeno la fine del letargo, in primavera, di un nido di serpenti, o le esoteriche cerimonie pasquali con i serpenti celebrate nelle chiese calabresi. Tutte le recenti opere scultoree di Marialuisa Tadei sono policrome in maniera esuberante, come Together, Sospiro, Life, Meteroite, Fluid, tutte del 2017, e – a differenza dei colori “trovati” nella scultura metallica di John Chamberlain – fanno uso del levigato spettro cromatico pop di viola, blu, verde, arancio e giallo iridescenti che ci si aspetta di vedere nel maestro americano Jeff Koons o nelle meno note opere scultoree del pittore Roy Lichtenstein.
Scultrice e cocciuta profetessa, Marialuisa Tadei crea opere che irradiano energia che non proviene da nessuna fonte apparente, una qualità che condivide con un pittore contemporaneo di Roma, Alberto Di Fabio, i cui dipinti non hanno bisogno di batterie.
Una volta, Pablo Picasso disse che l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni. Questa è la massima che Marialuisa Tadei ha messo in pratica.
Realizzata in un equilibrio di alabastro, acciaio, alluminio, onice, bronzo, schemi di mosaico e piume, la “macchina delle visioni” che Marialuisa Tadei aveva sognato di inventare da bambina, quella che avrebbe registrato i sogni reali, è perfettamente funzionante.

Alan Jones, Venezia 2017

Alan Jones, Gianni Marussi e Alessandra Finzi, Venezia

Marialuisa Tadei. Endlessly
Dal 10 maggio al 28 novembre 2017
A cura di: Alan Jones
Catalogo: italiano-inglese, edito da Silvana Editoriale
Orari: da martedì a domenica, ore 10-18. Lunedì chiuso
Ingresso: libero
Infoinfo@ilgiardinobianco.it
Come arrivare: Vaporetto Giardini / Arsenale
Ufficio stampa: IBC Irma Bianchi Communication - Tel. +39 02 8940 4694 - mob. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

Il Giardino Bianco
Art Space, Castello 1814
via Garibaldi
Venezia

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Padiglione Tibet, 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA, Palazzo Zenobio, Venezia

Padiglione Tibet un ponte di cultura e libertà a cura di Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio - Fondamenta del Soccorso 2596 - Venezia
dal 10 maggio al 10 agosto 2017
evento dedicato a S.S. il Dalai Lama

GIOVEDI' 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA
per condividere insieme la giornata conclusiva di questo significativo evento.
A partire dalle ORE 18.00 si potrà continuare a visitare il Padiglione attraversando la sala delle LUNG-TA (cavalli di vento) le bandiere di preghiera che enfatizzano e racchiudono in sé il desiderio innato del popolo tibetano di abbracciare l'intera razza umana in una grande preghiera collettiva. Su queste delicate strutture filiformi gli artisti invitati per questa edizione di Padiglione Tibet, ideato e curato da Ruggero Maggi, sono intervenuti con messaggi poetici di straordinaria forza spirituale e creativa: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.

 

Soffermandosi sulle opere-video di Satish Gupta (presentato dalla prestigiosa BASU Foundation For The Arts), di Francesca Lolli e Marco Rizzo per poi accedere ad un particolare ed originale percorso visivo ed emozionale, costituito da quattro mostre personali con una selezione di opere dal contenuto giocoso e fluttuante come nel caso di Marcello Diotallevi con le sue “Fiabe al vento”; con le evocative immagini fotografiche di Anna Maria Di Ciommo riproducenti Lama tibetani al lavoro su splendenti mandala; con le rigorose opere di Rosaspina Buscarino dal serrato ritmo compositivo, capaci di penetrare a fondo nell'animo umano e con le opere-oggetto di Roberto Testori che nel loro biancore riflettono soluzioni concettuali ricche di significati spirituali ed artistici.
Camminare all'interno di un'opera poetica, potente e preziosa nello scrigno a cielo aperto nel giardino di Palazzo Zenobio, in cui la natura stessa dialoga con gli elementi che la compongono: Atman (dal sanscrito “essenza” - “soffio vitale”) di Robert Gligorov curata da Luca Pietro Acquati Architetto. Nessuna apologia di nazismo, anzi un messaggio di pace e solidarietà verso il popolo tibetano che con quel simbolo (la svastica) rappresentava il sole, l'infinito e l'eternità. Sulle sculture che compongono l'installazione sono incisi i nomi di monaci e di personalità che hanno avuto una rilevante importanza per quanto riguarda la sfera spirituale del mondo tibetano ed indiano, tra cui il Mahatma Gandhi.


ORE 19.00
NO CHAIN performance di danza contemporanea di K7
coreografia di Kappa | musica di Paola Samoggia | danza Giuseppe Spinelli
...ho pensato a Padiglione Tibet, al ponte tra due culture…. al collegamento… alla denuncia della situazione attuale che però volge verso una libertà raggiunta con l’aiuto delle due culture assieme, l’aiuto di tutti…. la campana a lastra è libera di muoversi nel vento…. come una bandiera di preghiera….” Paola Samoggia

ORE 19.30
RICCARDO PES musicista e compositore
Programma “Padiglione Tibet” Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
Il programma è un mix di musica composta nel 21° secolo, periodo in cui il naturale concetto di armonia classica raggiunse il suo massimo disfacimento a favore di un serialismo di natura espressionista. La realtà frammentata dalle Guerre Mondiali e dalla povertà internazionale viene così tradotta nelle note laconiche e scure del repertorio Novecentesco. Il brano finale, invece, è un omaggio a Venezia, composto da Riccardo Pes ed ispirato al vogare “alla veneta” delle gondole: Premer e Stalir.

ORE 20.00
PRIMA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ARTE POSTALE A VENEZIA a cura di Ruggero Maggi

Termina la mostra di Arte Postale con l'esposizione di numerosi interventi pervenuti per posta e realizzati da circa 800 artisti di tutto il mondo - tra cui Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov - che hanno risposto all'invito dal tema: Il Dalai Lama ed il Tibet.
L'Arte Postale è un network internazionale che ha contrassegnato, soprattutto alla fine del secolo passato, un’infinita serie di progetti, riviste, libri, mostre, in cui ha valore la relazione intrinseca tra l'oggetto spedito, il mittente ed il destinatario. Il Futurismo e il Dadaismo sono da considerarsi senz'altro gli antecedenti storici di questa forma di comunicazione artistica, così come è da sottolineare l'opera di Kurt Schwitters, creatore dei primi lavori realizzati con timbri e l'avvento, alla metà degli anni '50, della ricerca Fluxus con l'opera di artisti come Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier e di alcuni artisti e teorici del Nuovo Realismo francese come Pierre Restany ed Yves Klein. Ray Johnson, artista di New York, è considerato il creatore dell'Arte Postale: nel 1962 fonda, sbeffeggiando le vere scuole per corrispondenza, la New York Correspondence School (così definita da Ed Plunkett). Questa Biennale non vuole assolutamente rendere istituzionale un fenomeno artistico come la Mail Art che ha nel proprio codice genetico un'avversione per tutto ciò che può renderla ufficiale ed istituzionale - nel 1986 scrissi: “la Mail Art usa le istituzioni nei luoghi delle istituzioni contro le istituzioni” - ma vuole fare il punto su questo network antesignano dei recenti social network. Un grande archivio aperto al pubblico.

Ospite speciale di questa Prima edizione della Biennale di Arte Postale: GAC, acronimo che indica Guglielmo Achille Cavellini, probabilmente il più controverso artista nella storia dell'arte contemporanea italiana e creatore dell'autostoricizzazione.

ORE 20.30
Sempre nella splendida corte di Palazzo Zenobio conclusione della serata con un momento conviviale coordinato con il Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo e con la fattiva collaborazione per le degustazioni di: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.






Ingresso: libero
Informazioni
: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
orari: martedì – domenica 10.00/18.00 - chiusura: lunedì

PALAZZO ZENOBIO – FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596 - VENEZIA
. Dalla Stazione Ferroviaria di Venezia facilmente raggiungibile a piedi
. vaporetto 5.1 fermata S. Basilio


TIBET PAVILION a bridge made of culture and freedom by Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio – Fondamenta del Soccorso 2596 - Venice
May 10th - August 10th 2017
Art event dedicated to H. H. the Dalai Lama

THURSDAY 10th of AUGUST 2017   SPECIAL OPENING
to share the end of this significant project.

AT 6 pm It will be possible continue to visit the Pavilion passing trough the prayer flags show, LUNG-TA (literally wind horses), the true symbols that hold and emphasize the Tibetan spirituality and the natural wish of the Tibetan People to embrace the whole human race in a collective prayer. Delicate threadlike structures on which the invited artists of this edition of Tibet Pavilion, project by Ruggero Maggi, have intervened by poetical messages of extraordinary spiritual and creative strength: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala - K7, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea  Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna,, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.
Looking the significant video-works of Satish Gupta (presented by prestigious BASU Foundation For The Arts), of Francesca Lolli and Marco Rizzo and then entering in a peculiar and unique, visual and emotional journey, made of four personal exhibits with a selection of playful and fluctuating works in the case of Marcello Diotallevi and his “Fiabe al Vento” (Tales to the wind); Anna Maria Di Ciommo’s evocative photographs of Tibetan Lamas working on bright mandalas; the rigorous works of Rosaspina Buscarino that with their serried compositional rhythm can pierce the human soul and Roberto Testori’s object-artwork that in their whiteness reflect conceptual solutions rich of spiritual and artistic meaning.
Walking inside a poetic artwork, powerful and precious within the open-air treasure of Zenobio Palace’s garden, where nature matches the surrounding elements: Atman (from the Sanskrit: “vital spark”) by Robert Gligorov and curated by Luca Pietro Acquati Architect. No apology for nazism. On the contrary it's a message of peace and solidarity towards the Tibetan people who have been seeing the sun, the infinite, the eternity in that symbol.

On the sculptures composing the installation some names are engraved. They belong to monks and personalities who have been particularly relevant in the spiritual sphere of Tibetan and Indian world, including Mahatma Gandhi.

 AT 7 pm
NO CHAIN contemporary dance performance by K7
choreographed by Kappa | music by Paola Samoggia | dancer Giuseppe Spinelli
"... I thought of Tibet Pavilion, bridge between two cultures .... to the connection ... to the denunciation of the current situation that tends to a freedom achieved with the help of the two cultures together, the help of all .... The plate bell is free to move in the wind .... just like a prayer flag …” (Paola Samoggia)

AT 7.30 pm
RICCARDO PES musician and composer
Program “Tibet Pavilion” | Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
The program is a mixture of different kind of music realized in the 21th century.
Last song is a tribute to Venice, it was composed by Riccardo Pes and it's inspired by "rowing the gondola": Premer e Stalir.
Riccardo Pes is a very creative cellist and composer. His way of playing is a perfect combination of knowledge, technical skills, natural lyricism, fluent sound and fine musical instinct.” Giovanni Sollima

AT 8 pm
1st VENICE INTERNATIONAL MAIL ART BIENNIAL by Ruggero Maggi

The Mail Art Biennial will end with the exhibition of many mail artworks of about 800 artists of all the world – among which Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov – who have answered to the invitation:The Dalai Lama and Tibet.
Mail Art is an international network which has marked, especially at the end of past century, an infinite number of projects, shows, fanzines, books, in which the inner relation between the sent object, the sender and receiver its of value. Futurism and Dadaism can be considered the historical antecedents of this form of art communication, it's important to underline the Kurt Schwitters's rubber-stamped works, the Fluxus movement with the artists' work such as: Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier and the French New Realism with Pierre Restany and Yves Klein.Ray Johnson is considered the Mail Art's creator: at 1962 he founded, mocking the real Correspondence Schools, the New York Correspondence School (so defined by Ed Plunkett).This Biennial doesn't want make mail art institutional - at 1986 I wrote “Mail Art uses institutions in the places of institutions against institutions” - which has in the own genetic code an aversion for all can make it official, but, at the contrary, it wishes take stock on this network precursor of current social network. A great archive with thousands of works. In this first edition of the Mail Art Biennial of Venice special guest is GAC (acronym for Guglielmo Achille Cavellini, who is more than likely the most controversial artist in the history of Italian Contemporary Art and the inventor of the “self-historicization”). Furthermore, the works and photos that are being presented are also made by those artists who accepted my invitation to celebrate the New Year on 31 December 2014 (100th anniversary of GAC's birth) by wearing a mask of GAC's face that I had made in 1985 and by making their relatives and friends to do the same thing for such a special occasion.

 AT 8.30 pm
In the beautiful courtyard of Palazzo Zenobio this special day will end with a friendly moment by the collaboration of: Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo and with the tasting offered by: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.

FREE ENTRANCE
info: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
Opening hours: Tuesday through Sunday 10 am - 6 pm | Closed on Mondays
PALAZZO ZENOBIO FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596
VENICE
ITALY

. Walking distance from the Venice train station . Ferry 5.1 Stop San Basilio

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Continuum – Generation by Generation, Padiglione Cina, 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

La 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ha aperto  al pubblico dal 13 maggio a domenica 26 novembre 2017. Il tema scelto per questa edizione della Biennale Arte è Viva Arte Viva, immaginando una mostra fatta dagli artisti, con gli artisti e per gli artisti. Il progetto espositivo pone gli artefici della creazione in prima linea, garantendo loro l’opportunità di esprimersi in totale libertà.
Il Padiglione Cina presenta un progetto espositivo curato da un artista per gli artisti, dal titolo Continuum - Generation by Generation. La mostra propone una riflessione incentrata sul concetto di ‘eternità’: ponendo in dialogo arte contemporanea e arte vernacolare, offre una chiave di lettura del misterioso protrarsi della tradizione cinese nella produzione artistica, nel corso dei secoli.
Qiu Zhijie, artista universalmente apprezzato per la grande versatilità espressiva e la molteplicità di interessi che lo caratterizzano, è stato chiamato a curare questa esposizione. La missione che il Padiglione Cinese si pone è quella di catturare l’energia del continuum - o del “Bu Xi” così come definito nella cultura cinese - al fine di ritrovare nella vitalità che caratterizza il fare arte ai nostri giorni quel valore di rigenerazione narrato dai testi antichi, registrando le trasformazioni e il rinnovamento nelle arti applicate tradizionali. Le immagini antitetiche ‘montagna/mare’ e ‘antico/nuovo’, che nel loro insieme rappresentano l’equilibrio perfetto dello ‘Yin/Yang’ cinesi, costituiscono la cornice entro la quale di sviluppa il percorso espositivo. Due favole cinesi molto note, Il vecchio sciocco che rimuove le montagne e Jingwei che riempie il mare, sono il serbatoio immaginifico da cui ricavare visioni corrispondenti ai concetti di ‘montagna’ e ‘mare’.
Due opere emblematiche del periodo della Dinastia Song (X – XI Sec.): Skeleton Fantasy Show di Li Song e Dodici immagini dell’acqua che cresce di Ma Yuan sono state scelte per introdurre il pubblico alla mostra in quanto entrambe riferite agli aspetti più importanti dell’universo spirituale cinese: la visione della vita, della morte e del tempo, che insieme definiscono il concetto di “Bu Xi.”
Due artisti tradizionali e due artisti che utilizzano i linguaggi contemporanei delle arti visive sono stati scelti per rappresentare il significato di questa narrazione. Artigianato e opere d’arte contemporanea si influenzano a vicenda. La maestra di ricamo ‘Suzhou’, Yao Huifen, ricrea l’immagine dello Skeleton Fantasy Show attraverso l’utilizzo di oltre un centinaio di tecniche diverse, molto ricercate, e ha partecipato poi alla realizzazione dell’opera di Tang Nannan The Forgotten Sea. Wu Jian’an e il maestro del Teatro delle Ombre Wang Tianwen, che hanno già collaborato insieme in passato, danno vita a nuovi lavori caratterizzati da motivi montani e marittimi, ispirati alla pittura acquatica di Ma Yuan.
Tang Nannan, proveniente da una famiglia di teatranti, Wang Tianwen, maestro di ombre cinesi, Wu Jian’an proveniente dal distretto di Jinshan e Yao Huifen da Suzhou collaborano per dare vita a un’opera collettiva. L’intero allestimento appare come un network di rimandi intertestuali e creazioni corali: ogni artista collabora con gli altri tre e, allo stesso modo, altri curatori e artisti partecipano al flusso creativo con performance e happening che renderanno il Padiglione Cinese uno spazio in costante evoluzione. In questa rete di scambi reciproci, le tradizioni sono accolte, reinterpretate e di nuovo tramandate.
L’arte cinese non è mai intesa come la creazione isolata di un singolo artista, ma un’opera collettiva che attraversa cinque millenni, una manifestazione colta del genio creativo, una raccolta di idee che si perpetua da secoli. Gli artisti cinesi non lavorano in solitudine, le loro opere sono sempre una sorta di risposta, una specie di illuminazione: l’anticipazione di un eco, di una rielaborazione critica, di un commento che seguirà al suo manifestarsi.
Il Padiglione presentato alla 57. Biennale porta nel cuore del percorso espositivo un archivio che ambisce a trasformare l’idea di “Bu Xi” in documenti e testimonianze concrete che dimostrino le discendenze linguistiche dei quattro artisti. Diversamente dalle precedenti edizioni, questa sezione non è un mero supplemento alla mostra, ma ne costituisce l’essenza spirituale.
Ogni artista cinese ha un suo lignaggio educativo ed è a sua volta insegnante di qualcun altro; finché continuerà a fare arte, il suo maestro non morirà mai. Questa sorta di discorso universale nel quale sono evidenti i richiami alle esperienze vernacolari, alle arti applicate, ai nuovi linguaggi e alla tradizione espressiva, creerà un campo energetico di “Bu Xi”. Un dinamismo che rende l’arte cinese un dispositivo completamente autonomo e unico rispetto alla cultura occidentale fondata piuttosto sull’intuizione individuale, ed è il segreto che la civiltà cinese tramanda da migliaia di anni, di generazione in generazione. È questa la risposta del Padiglione Cinese a Viva Arte Viva.
Il Padiglione Cina alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia è supportato dalla Repubblica Popolare Cinese, commissionato dal China Arts and Entertainment Group con il contributo di Shanghai Ming Contemporary Art Museum e Beijing Times Art Museum, in collaborazione con le istituzioni Ming Yuan Group e Bloomage International Investment Group. Il supporto tecnico è offerto da Hongri Lighting, Shanghai Helu Culture Communication Co. Ltd e Shanghai Mana Network Co. Ltd. Il coordinamento artistico è affidato a Davide Quadrio in collaborazione con Arthub.
Nei sei mesi di esposizione, il Padiglione Cina non offre solo un viaggio attraverso cinque secoli di storia nelle diverse forme di espressione artistica che caratterizzano la produzione locale ma permetterà al visitatore di vivere una vera e propria esperienza multisensoriale interattiva, grazie a diverse forme di coinvolgimento studiate appositamente per il pubblico. I centottanta giorni che libereranno lo spirito dello “Bu Xi” saranno in grado di evocare la quintessenza della cultura cinese permettendole brillare sulla superfice del Mare Adriatico.


Padiglione Cina - 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia
Continuum – Generation by Generation
A cura di: Qiu Zhijie
Dal 13 maggio 2017 al 26 novembre 2017

Contatti per la stampa: PCM Studio di Paola C. Manfredi - press@paolamanfredi.com - T. +39 02 87286582; Federica Farci: federica@paolamanfredi.com - Mob. +39 342 0515787

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