SiteLock

Archivi categoria : Eventi

Paolo Barozzi, Il retaggio di Jackson Pollock, Spazio Big Santamarta, Milano, Giovedì 14 dicembre 2017, ore 18

Giovedì 14 dicembre, allo Spazio Big Santamarta di Milano, organizzato dalla Galleria Rubin, Paolo Barozzi e i suoi numerosi ospiti hanno parlato dell'ultimo saggio dell'autore veneziano: IL RETAGGIO DI JACKSON POLLOCK di Paolo Barozzi, Campanotto editore, sono intervenuti con l'autore: Alan Jones, newyorkese, critico e curatore/organizzatore di mostre presso musei e gallerie di primaria importanza, uno dei massimi conoscitori della scena della Pop Art; Paolo Manazza, giornalista, critico d'arte, pittore e direttore editoriale; Maria Mulas, fotografa.

"A Paolo Barozzi il coraggio non manca mai quando è questione dì scalare le montagne più alte nella geografia dell'arte moderna. Affronta questa sfida con una specie di alpinismo biografico tutto suo, come ha già dimostrato nei suoi libri su Peggy Guggenheim o su Andy Warhol. Alla discesa porta sempre qualche nuova scoperta geologica." dice Alan Jones nella postfazione del presente volume. Qui l'autore ci fa da guida su sentieri alti, rivelando un'abbondanza di dettagli luminosi sulla vita di Jackson Pollock, sulla complessità e sui valori delle sue opere, con cui venne a contatto per la prima volta negli anni Sessanta, quando era assistente di Peggy Guggenheim. Nel libro scorrono situazioni e avvenimenti, si incontrano storie curiose e personaggi eccentrici, che hanno fatto la storia dell'arte e del costume degli scorsi decenni.
Gillo Dorfles nel ritratto dell’autore: "Un’epoca eroica per gli sviluppi dell’arte contemporanea. Per grande fortuna del lettore Barozzi si serve di un linguaggio del tutto personale: che da un lato analizza acutamente ogni aspetto estetico della situazione, ma che dall’altro rifugge da quel tedioso e pseudofilosoficamente oscuro, linguaggio adottato dalla maggior parte della critica ‘ufficiale.’"
 

Dal primo incontro, nel 1943, tra  Peggy Guggenheim e un’opera di Pollock.
Peggy ha 45 anni, Jackson 31. Lei è un’ereditiera con la passione per l’arte, lui un artista ancora in cerca di affermazione:
"Howard Putzel, assistente di Peggy, ha proposto di includere un’opera di Jackson Pollock nella collettiva di giovani artisti che si terrà nella galleria di Peggy. Le regole della mostra sono chiare : ogni artista sotto i 35 anni può presentare i suoi lavori, dopo di che una giuria, della quale fanno parte alcuni artisti affermati, tra i quali Mondrian e Duchamp, deciderà chi di loro merita di essere esposto.
Il primo impatto tra Peggy e una delle opere proposte da Pollock non è dei più incoraggianti. Trova il quadro – The stenographic figure – addirittura “orribile”. 

Imbattendosi in Mondrian, che lo sta esaminando con attenzione, aggiunge : “Non c’è disciplina…questo giovane ha seri problemi, dipingere è uno di questi, non penso che verrà scelto!
Mondrian guarda Peggy, continua a fissare il quadro e a grattarsi il mento, poi risponde : “Sto cercando di capire che cosa sta accadendo qui, penso che questo sia il quadro più interessante che ho visto in America! Non devi perdere di vista quest’uomo!” Peggy resta di stucco, poi tenta una sortita : “Dici sul serio? Questo quadro non può essere paragonato ai tuoi”.
Mondrian la gela immediatamente : “La mia pittura e le mie opinioni personali sono due cose totalmente diverse”. Anni dopo Peggy,  parlando di Pollock avrebbe preso ad esprimersi così: “Pollock venne facilmente accettato da me, la sua arte era così totale e magnifica che mi piacque subito”."

Paolo Barozzi


Jackson Pollock 51, 1951 (excerpt) Hans Namuth and Paul Falkenberg (directors) Morton Feldman (composer) "Ii: Jackson Pollock Speaks" di The Turfan Ensemble & Philipp Vandre.


"Il mio dipinto non scaturisce dal cavalletto. Preferisco fissare la tela non allungata sul muro duro o sul pavimento. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente "nel" dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del west. 
Continuo ad allontanarmi sempre di più dai soliti strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli, ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar sgocciolare la pittura fluida o un impasto pesante con sabbia, vetri rotti o altri materiali estranei aggiunti.

Quando sono "nel" mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del "familiarizzare" che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l'immagine, ecc., perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto con il dipinto che il risultato è un disastro. Altrimenti c'è pura armonia, un semplice dare e prendere, ed il dipinto viene fuori bene."

Jackson Pollock  (Cody, 28 gennaio 1912 - Long Island, 11 agosto 1956)

Il retaggio di Jackson Pollock-The legacy of Jackson Pollock 
Lingua: Italiano-Inglese
Autore: Paolo Barozzi
Editore: Campanotto
Collana: Rifili
Anno edizione: 2017

Pagine: 128, illustrato
Formato:rilegato
ISBN8845615634
EAN: 9788845615634
Prezzo: €. 15


Paolo Barozzi è scrittore, giornalista e traduttore. Nasce a Venezia da una antica famiglia di antiquari. Studia in Inghilterra e, rientrato in Italia dopo il servizio militare, incontra a Venezia la collezionista americana Peggy Guggenheim, della quale negli anni Sessanta è stato assistente personale. Al fianco della Guggenheim ha avuto modo di conoscere molti dei più importanti artisti e intellettuali dell'epoca, tra cui Marcel Duchamp che guidò Peggy nella creazione della sua famosa collezione. In seguito è diventato un noto gallerista e promotore d'arte tra Venezia e Milano partecipando ai più interessanti avvenimenti nel mondo dell'arte contemporanea.  Ha collaborato con Time e Life. Suoi articoli sono apparsi ne Il Mondo, Domus, Nuovi Argomenti, Interni, Vogue, Harper’s Bazaar etc. Ha pubblicato tra l’altro Il sogno Americano (Marsilio Ed.), Andy Warhol – Voglio essere una macchina! e Viaggio nell’arte contemporanea (Scheiwiller Ed.), Peggy Guggenheim Collection (Assouline Ed.), Con Peggy Guggenheim – Tra Storia e Memoria e Andy Warhol ed Io. Cartoline dai tempi della Pop Art (Marinotti Ed.), Da Duchamp agli happening: articoli pubblicati su Il Mondo di Pannunzio e altri scritti – Venezia Luogo della mente – Venezia Leggendaria scrittori e personaggi (Campanotto Ed.).  Sull'attività di Paolo Barozzi è uscito a cura di Ottavio Pinarello il volume Paolo Barozzi, una passione per l'arte (ArteCom Ed.) 

Informazioni:
SPAZIOBIG
: Gianfranco Guzzi -tel.0284967150 - g.guzzi@promo-art.it
GALLERIA RUBIN: James Rubin - tel. 0289096921 -info@galleriarubin.com - www. galleriarubin. com
PAOLO BAROZZI: paolo.barozzi@alice.it

Via Santa Marta 10
20123 Milano
 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Franco Maria Ricci: Éphémère. La Bellezza inevitabile, presentato al Teatro Regio di Parma, 8/12/2017

Un evento la cui data è stata fissata con un anticipo di ottant’anni
non può che essere memorabile

Bernard Le Bovier de Fontenelle


Graphic designer, editore, collezionista d’arte, appassionato bibliofilo, costruttore di labirinti neo-ottuagenario: Franco Maria Ricci è tutto questo e molto altro. Folgorato dall’incontro con l’opera di Bodoni, Franco Maria Ricci ha iniziato la sua carriera di editore nel 1963, con una ristampa anastatica del Manuale Tipografico, coltivando in parallelo un forte interesse per la grafica che lo ha portato a disegnare i marchi e le pubblicità per diverse grandi aziende, italiane e straniere. Il gusto per la bellezza del corpo della scrittura, per le proporzioni e l’armonia dell’impaginazione è all’origine delle sue collane. I Segni dell’Uomo, Morgana, Quadreria, Luxe, calme et volupté, Curiosa, Iconographia, La biblioteca blu, Top Symbols and Trademarks of the World, Varia, La Biblioteca di Babele, Guide impossibili, Grand Tour, Antichi Stati, Signorie e Principati, e le Enciclopedie delle città e delle regioni d’Italia, Milano, Parma, Roma, la Sicilia: etichette sotto le quali si allineano volumi e formati di natura diversa, nella maggior parte dei casi ricchi di splendide immagini affiancate da testi di qualità. Reso celebre nel mondo dalla rivista FMR, pubblicata dal 1982 al 2004, e definita da Federico Fellinila perla nera”, ha portato avanti la sua attività editoriale fino ad oggi, contemporaneamente al progetto del Labirinto della Masone, a lungo sognato, poi costruito e realizzato.

Per festeggiare il suo ottantesimo compleanno e celebrare un percorso di vita volto sempre alla ricerca della Bellezza, il team del Labirinto della Masone, con il sostegno della Fondazione Teatro Regio e del Comune di Parma, organizzano il giorno 8 dicembre alle ore 12 presso il Teatro Regio di Parma la proiezione in anteprima assoluta del documentario Éphémère. La Bellezza inevitabile, realizzato da Simone Marcelli, Barbara Ainis e Fabio Ferri.

Il documentario, prodotto da Catrina Producciones con il sostegno di Smeg, Fratelli Berlucchi e SCIC, e con la partnership tecnica di Fujifilm, American Airlines e OnClassical, presenta la storia di Franco Maria Ricci.
Metafora di tutta una vita e fil rouge visivo del documentario è il labirinto, (ultima) opera monumentale che Ricci ha inaugurato nel 2015 nella sua Fontanellato. Perdendosi tra corridoi e incroci di questo dedalo, circondati da alte pareti di bambù, gli spettatori percorrono simbolicamente e visivamente il sogno del labirinto fisico e metaforico, ispirato all’editore dall’amico e collaboratore Jorge Luis Borges fin dagli anni Ottanta.
La proiezione è stata preceduta dai saluti del sindaco Federico Pizzarotti e dagli auguri degli amici Vittorio Sgarbi e Mario Lanfranchi.




Éphémère - La bellezza inevitabile  
Italia, 2017 - documentario 
Produzione indipendente, Catrina Producciones 
Autori: Simone Marcelli, Barbara Ainis e Fabio Ferri 
Regia: Simone Marcelli 
Testi di: Barbara Ainis 
Lingua originale: italiano 
Con: Maya Sala, Aura Marcelli, Mario Zucca (voce Ricci) 
Con la partecipazione di: Franco Maria Ricci, Bernardo Bertolucci, Vittorio Sgarbi, María Kodama Borges, Guy Cogeval, Inge Feltrinelli, Ulrico Hoepli, Benedikt Taschen, Tullio Pericoli, Pier Carlo Bontempi, Pia e Roberto Berlucchi, Laura Casalis, Edoardo Pepino 
Riprese: Fabio Ferri, Paolo Ferri 
Fotografia: Paolo Ferri 
Montaggio: Fabio Ferri 
Suono: Giuliana Cernuschi 
Musiche originali: Francesco Borghi 
Post-produzione video e color grading: Jacopo Pietrucci 
Produttore esecutivo: Barbara Ainis 
Assistente alla produzione: Viviana Savino 
Durata: 66’ 
Formato: HD (Progressive) 16:9 - Colore


Ci sono persone capaci di guardare al passato, al presente e al futuro con una lucidità visionaria e una chiarezza tali da coglierne l’essenza e imprimervi la propria firma in maniera indelebile. Franco Maria Ricci, creatore ed editore dei libri d’arte più eleganti e apprezzati internazionalmente, lo ha fatto, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, risvegliando, insieme all’arte della stampa, il gusto per il bello di milioni di bibliofili in tutto il mondo. Artista grafico, collezionista appassionato e raffinato esteta, ha avuto il coraggio e l’ambizione di dettare, senza compromessi, il proprio concetto di bellezza – originale, fuori dal comune, barocco eppure essenziale –, collaborando con molti tra i più grandi personaggi della cultura contemporanea e influenzando il mondo dell’arte e dell’editoria per decenni. 
È lo stesso Ricci, tra i corridoi di bambù del suo labirinto e le sale della sua collezione d’arte, a raccontare la propria storia nel documentario Éphémère - La bellezza inevitabile. Non una biografia esaustiva, ma una lunga serie di emozioni, ricordi di avventure surreali, incontri e amicizie profonde e imperiture. Alcuni di quegli amici – tra i quali il regista Bernardo Bertolucci, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, gli editori Feltrinelli, Hoepli e Taschen e il direttore del Musée d’Orsay Guy Cogeval – intervengono nel racconto, con affetto e stima palpabili, e con aneddoti capaci di dipingere il profilo unico e poliedrico di un genio italiano, ma anche di un uomo brillante, divertente e di grande umanità. Da Parma a Parigi, da New York alla Buenos Aires di Boges, il documentario percorre la vita e i sogni realizzati di uno dei più influenti maître à penser della seconda metà del XX secolo. 

Perdendosi tra corridoi e incroci del labirinto più grande del mondo, gli spettatori percorrono simbolicamente e visivamente il sogno della vita di Franco Maria Ricci, l’editore d’arte, designer e collezionista eclettico che ha saputo sorprendere il mondo con le sue opere e influenzare il gusto di generazioni di bibliofili e amanti del bello. Nel documentario, Éphémère - La bellezza inevitabile, i ricordi dello stesso protagonista, riportati in prima persona, raccontano, da un punto di vista evocativo e non didascalico, la storia di questo intellettuale visionario, un vero genio italiano, capace di dare il proprio contributo, originale e indelebile, nei diversi ambiti della cultura. Attraverso le sue collaborazioni e le profonde amicizie con alcuni dei personaggi più importanti del contesto internazionale, ha saputo unire in maniera inedita arte e letteratura, design e narrativa. 
Le parole di Franco Maria Ricci si alternano alle interviste ad alcuni di questi personaggi che hanno condiviso con lui parte del cammino personale e professionale – tra i quali il regista Bernardo Bertolucci, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, gli editori Feltrinelli, Hoepli e Taschen e il direttore del Musée d’Orsay Guy Cogeval – e che presentano il protagonista come un sensibile estimatore e conoscitore della bellezza in tutte le sue forme, un uomo delle grandi scommesse, un cercatore, un sognatore tenace, un visionario ambizioso, un intellettuale raffinato, ma anche, semplicemente, un caro amico. 
Il senso del documentario, come pure della storia personale di Franco Maria Ricci, si sviluppa in un movimento segnato da ossimori, dicotomie e opposti: Parma e il Jet-set internazionale; l’eleganza classica del segno e la sua collezione d’arte, eclettica e aperta all’irrazionale; il fantastico e la ragione illuminista; l’artigianato, prezioso e popolare, e l’arte, aristocratica ed elitaria. Questi contrasti, mai presentati in forma totalmente esplicita, sono individuati non già come elementi superati da una sintesi, ma come segno e cifra della personalità complessa e poliedrica del protagonista, raccontata nei diversi “capitoli” che compongono il documentario: Bodoni, Borges, La grafica, Il nero e l’oro, FMR, Il collezionista e, infine, di nuovo Il labirinto. 
E proprio il labirinto, sogno borgesiano, metafora di tutta una vita e fil rouge visivo del documentario, è l’ultima opera monumentale che Ricci ha realizzato tra il 2004 e il 2015 nella sua Fontanellato, quando, come Greta Garbo, ha lasciato le scene all’apice della fama, e, come il principe di Ligne, si è dedicato alla cura di un giardino senza uguali.
Il documentario nasce dall’incontro professionale del regista Simone Marcelli col collezionista Franco Maria Ricci, per un precedente lavoro documentale sull’artista Adolfo Wildt. Non sempre conoscere i propri miti e le icone della propria formazione culturale riserva sorprese gradite. Ma in questo caso, lungi da incontrare una delusione, il fascino della vita e del lavoro di Ricci si sono presentati con forza ancor più dirompente, ascoltandone i racconti spontanei e divertenti, osservando il sorriso emozionato, oggi come quarant’anni fa, di fronte alle avventure più ambiziose e agli incontri più incredibili. 

L’Associazione Culturale La Catrina, attraverso il brand Catrina Producciones, con il Patrocinio della Fondazione Franco Maria Ricci e del Comune di Parma, il sostegno di Smeg, Fratelli Berlucchi e SCIC, e con la partnership tecnica di Fujifilm, American Airlines e OnClassical, ha realizzato il documentario Éphémère - La bellezza inevitabile, un lavoro ambizioso che ha impegnato tutto l’affiatato team di questa produzione indipendente per oltre un anno e mezzo, con riprese e interviste in Italia, Francia, Germania e Argentina. L’entusiasmo e la disponibilità a partecipare in questo nostro progetto, dimostrati dai prestigiosi personaggi intervistati, hanno reso gli sforzi e le molte trasferte, occasioni piacevoli per incontri indimenticabili. 

Simone Marcelli nasce ad Arezzo nel 1970. È laureato in Storia Contemporanea ed è regista e videoreporter. Éphémère - La bellezza inevitabile è la sua opera seconda, dopo A. Wildt. Il marmo e l’anima, 2015, lungometraggio realizzato in occasione della mostra sull’artista milanese al Musée de l’Orangerie a Parigi. Conduce seminari e corsi di formazione sui linguaggi audiovisivi e sull’uso dell’audiovisivo anche in ambito Social. È socio fondatore dell’Associazione Culturale La Catrina, che, con il brand Catrina Producciones, realizza documentari dedicati all’arte e promuove la cultura dell’audiovisivo. 


DSC Consulenza e Comunicazione: Emanuela Capitanio emanuela.capitanio@gmail.com - mob. 347 4319334; Lavinia Larice lavinialarice@libero.it - mob. 328 6840436; Alessandra Perrucchini alessandra.perrucchini@dscpress.com - mob. 340 4212323 


Il Labirinto più grande del mondo nasce a Fontanellato da un’idea di Franco Maria Ricci e da una promessa da lui fatta nel 1977 allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, affascinato da sempre dal simbolo del labirinto anche visto come metafora della condizione umana.
Ci sono labirinti con Minotauri. E giardini colmi di delizie. Eden in cui è bello vagare, labirinti mentali dove perdersi e poi ritrovarsi.
Quello di Ricci, esteta di gusto eccelso e da sempre amante del bello, è un dedalo elegante e seducente. Un luogo di cultura, disteso su otto ettari di terreno, da lui progettato con gli architetti Pier Carlo Bontempi, che ha eseguito i sorprendenti edifici, e Davide Dutto che ha progettato la geometria del parco. Si trova a Fontanellato, Parma, borgo ricco di storia. Il Labirinto di bambù è da considerare come un lascito a quel lembo di Pianura Padana comprendente Parma, il suo contado e le città vicine, al quale Ricci è legato dalla nascita e la cui importanza per l’arte e il paesaggio italiano è spesso sottovalutata. Parma è sempre stata un luogo di delizie, culla di grandi e preziose collezioni d’arte. Fontanellato, con il suo splendido centro storico, la Rocca Sanvitale, gli affreschi di Parmigianino, racchiude in sé uno straordinario patrimonio artistico, e si è affermata anche per la buona cucina. Ad affascinare Ricci oltre alla vicinanza ad un posto così ricco di bellezza, è anche l’affetto per la natura campestre di Fontanellato, nello specifico la tenuta Masone, che appartiene alla sua famiglia da generazioni. Un luogo unico sotto ogni aspetto: Il Labirinto è un luogo multiforme e originale, a partire dall’architettura dell’intero progetto. Tre sono le forme del labirinto classico: quella cretese a sette spire; quella del labirinto romano, con angoli retti e suddivisa in quartieri (quattro labirinti intercomunicanti); quella del labirinto cristiano a undici spire, del tipo Chartres. Ricci ha scelto di ispirarsi alla seconda, tuttavia rielaborandola e introducendo qua e là delle piccole trappole: bivi e vicoli ciechi, che nei labirinti romani, rigorosamente univiari, non c’erano. Il perimetro è a forma di stella, forma che compare per la prima volta nel Trattato di architettura del Filarete, e in seguito fu adottata da Vespasiano Gonzaga a Sabbioneta e dalla Repubblica Veneta a Palmanova in Friuli. Il progetto del Labirinto ha subito una lunga elaborazione insieme all’architetto Davide Dutto, che per Franco Maria Ricci aveva curato un volume con le ricostruzioni virtuali del Giardino di Polifilo. All’interno del Labirinto risiede anche una cappella a forma di piramide, a commemorazione dell’antico legame tra i labirinti e la Fede. Sul pavimento di questo edifico è raffigurato un labirinto come un continuo richiamo tra esterno ed interno e in questo luogo sarà anche possibile celebrare cerimonie. 
Franco Maria Ricci ha scoperto la sua passione per il bambù negli anni Ottanta. Ha piantato in questi anni più di 20.000 bambù e nel parco se ne possono trovare circa venti specie differenti, da quelle nane a quelle giganti.
Si tratta di una pianta straordinaria che non si ammala, non si spoglia d’inverno, assorbe grandi quantità d’anidride carbonica.
Il Labirinto è la dimostrazione vivente delle immense potenzialità di questa pianta. Persino il pavimento a parquet degli edifici è stato realizzato con lo stesso materiale, per una maggiore coerenza dell’intero progetto.
La vastissima collezione d’arte di Franco Maria Ricci è ospitata nel Museo. Ad oggi comprende oltre 500 opere fra pitture, sculture e oggetti d’arte, dal ‘500 al ‘900. La prima delle numerose mostre temporanee che si alterneranno, verrà inaugurata il 28 maggio e si intitolerà “Arte e follia”, curata da Vittorio Sgarbi. L’eclettismo di Ricci si nota anche nella varietà delle opere collezionate: da Bernini a Ligabue da Carracci alla sua preziosissima Jaguar degli anni’60. La biblioteca contiene l’intera collezione di volumi stampati da Bodoni: oltre 1.200 volumi con preziosissime legature, raccolti negli anni da Ricci. Inoltre, nel Labirinto sono esposte tutte le sue edizioni e quelle di un altro importante esponente della bibliofilia italiana, Alberto Tallone.


Labirinto della Masone
Strada Masone 121
43012 Fontanellato (Parma)
Tel. 0521/827081 - press@francomariaricci.com - www.labirintodifrancomariaricci.it e www.francomariaricci.com - www.facebook.com/illabirintodifrancomariaricci - Twitter: @LabirintoFMR

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Tiziano: Sacra conversazione, Palazzo Marino, Milano dal 5 dicembre 2017

Navi ragusee dalle vele maestose, simili a signori o a ricchi borghesi dei flutti, quasi fossero ricchi carri trionfali del mare guardano dall’alto i piccoli trafficanti che ad esse s’inchinano, e fanno riverenza quando sfilano accanto a loro con le ali intessute.

William Shakespeare, Il mercante di Venezia


La “Sacra conversazione” di Tiziano in mostra a Palazzo Marino

Milano regala un grande capolavoro artistico. Chiunque entrerà in Sala Alessi per ammirare la pala d’altare di Tiziano potrà stupirsi di fronte all’energia sorprendente che sprigiona e allo splendido allestimento che ne valorizza ogni dettaglio, permettendone una visione ravvicinata e completa.

mostra_sacra_conversazione_tiziano

Dal 5 dicembre, la pala d’altare di Tiziano, “Sacra conversazione”, è esposta in Sala Alessi a Palazzo Marino.
A dieci anni di distanza dal primo appuntamento natalizio con l’arte di Palazzo Marino sono già un milione e mezzo i visitatori che hanno affollato la Sala Alessi, per ammirare i capolavori che il Comune di Milano regala ogni anno per le festività non solo ai suoi cittadini ma anche ai numerosi turisti, sempre più presenti in città. E per celebrare la ricorrenza, l’opera scelta quest’anno è un nuovo capolavoro di Tiziano, la maestosa pala d’altare “Sacra conversazione (Pala Gozzi)” proveniente dalla Pinacoteca Civica "Francesco Podesti" di Ancona, visitabile, come sempre con ingresso libero, dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018.

Insieme all'indiscussa importanza storico-artistica del dipinto di Tiziano, la scelta del Comune testimonia la vicinanza di Milano alla città di Ancona, che svolge un ruolo fondamentale come centro di raccolta e riparo di numerose opere d’arte, tra cui molti capolavori, provenienti dai territori marchigiani colpiti dal terremoto, e il costante impegno della nostra città a favore di un territorio in difficoltà.
Milano ha voluto anche quest’anno regalare un grande capolavoro artistico a tutti coloro che vivono qui o che visiteranno la città durante queste festività, dichiara il sindaco di Milano Giuseppe Sala, per rendere ancora più bello e magico il Natale. Chiunque entrerà in Sala Alessi per ammirare la pala d’altare di Tiziano potrà stupirsi di fronte all’energia sorprendente che sprigiona e allo splendido allestimento che ne valorizza ogni dettaglio, permettendone una visione ravvicinata e completa”.
"Non è possibile condensare tutta la bellezza di Ancona in una sola opera, ma la Pala Gozzi è, senza dubbio, uno dei nostri tesori più preziosi. La accompagniamo con cura e affetto, e con orgoglio, su uno dei palcoscenici più importanti del Paese, in un Comune di Milano che sentiamo amico e affine per il desiderio d'arte e cultura, e per una tensione al cambiamento che dimostra ogni giorno di governare con grande consapevolezza”, afferma Valeria Mancinelli, sindaco della città di Ancona.
"In questi anni abbiamo affiancato il Comune di Milano nell’organizzare l’esposizione natalizia di un capolavoro proveniente da chiese e musei non solo italiani, in piena sintonia con le finalità del nostro Progetto Cultura. Intesa Sanpaolo da sempre è impegnata a promuovere e valorizzare lo straordinario patrimonio artistico del Paese e ne è testimonianza anche L’ultimo Caravaggio inaugurato pochi giorni fa alle Gallerie d’Italia, che si unisce alle mostre di Palazzo Reale e di Palazzo Marino in una rete museale unica al mondo", asserisce Michele Coppola, Responsabile Attività Culturali Intesa Sanpaolo.
In quest'anno per noi memorabile, per la celebrazione del centenario e per la nascita del nostro secondo Flagship store a Roma, Rinascente rinnova il sostegno al tradizionale appuntamento natalizio con i capolavori dell’arte a Palazzo Marino", dichiara Pierluigi Cocchini Amministratore Delegato di Rinascente. L’opera che i milanesi e i turisti potranno ammirare gratuitamente dal 5 dicembre è la maestosa pala d’altare “Sacra conversazione” di Tiziano, proveniente dalla Pinacoteca Civita “Francesco Podesti” di Ancona e, insieme alla città di Milano, Rinascente contribuisce quindi a puntare i riflettori su una delle numerose eccellenze artistiche disseminate nel nostro Paese. Ancora una volta, per la città, con la città, nella città.


La grande pala d’altare (olio su tavola, 312 x 215 cm) dipinta nel 1520 dall’allora trentenne Tiziano per il mercante di Dubrovnik Alvise Gozzi, e destinata all’altare principale della chiesa di San Francesco ad Alto ad Ancona, è il primo dipinto firmato e datato di Tiziano a noi noto: in un cartiglio centrale in basso si legge infatti ALOYXIUS GOTIUS RAGOSINUS / FECIT FIERI / MDXX / TITIANUS CADORINUS PINSIT.
La tavola è una tappa decisiva nell’affermarsi di una nuova forma di pala d’altare, svincolata dagli schemi architettonici e prospettici del Quattrocento. Una rivoluzione che era stata intuita da Leonardo con la Vergine delle Rocce, proseguita da Raffaello, ma interpretata da Tiziano con uno spirito aperto alla natura.
L’opera appartiene al tradizionale genere iconografico della pala d’altare definita ‘Sacra conversazione’: la Madonna con il Bambino appare improvvisamente in un cielo di nuvole in vibrante movimento, infuocato dalla luce magica del tramonto; in basso contemplano sbigottiti la visione San Francesco, a cui era dedicata la chiesa che ospitava la pala, e San Biagio protettore della città dalmata, che indica al committente inginocchiato l’apparizione celeste. Immerso in una calda luce reale, un paesaggio irripetibile, dove spiccano in primo piano le relazioni visive tra i personaggi: ognuno guarda qualcuno sino ad arrivare al Bambin Gesù che a sua volta punta lo sguardo sull’esterno, sullo spettatore, chiamato così ad essere parte attiva dell’opera stessa. Sullo sfondo della rappresentazione, ben visibile, il bacino di San Marco con il Palazzo Ducale e il suo noto campanile.
Un dipinto grandioso che unisce Venezia, Ancona e Dubrovnik: Tiziano sembra suggerire un’alleanza tra i tre più importanti porti dell’Adriatico, sullo sfondo delle turbolenze politiche sul suolo italiano e dell’espansionismo ottomano.
Un nuovo capolavoro di Tiziano nell’elenco delle opere ospitate in Sala Alessi, scelto proprio per celebrare il decennale dell’iniziativa, a testimonianza di come il grande maestro, rappresenti un vero e proprio trait d’union con gli altri grandi autori precedentemente ospitati. Il primo immediato confronto è sicuramente con la Madonna di Foligno di Raffaello, ospitata nel 2013, uno dei primi dipinti dove l’architettura spontanea sullo sfondo viene sostituita con un primo accenno di architettura naturale e umanistica, così come già anticipato da Leonardo, ospitato nel 2009, nella sua Vergine delle Rocce. E un vero e proprio ponte verso Caravaggio, che per primo ha aperto le porte della Sala Alessi nel 2008 passando attraverso Piero della Francesca, ospite illustre del 2016, con cui però Tiziano si pone in discontinuità. È tra i primi, infatti, a superare la composizione spaziale quattrocentesca, frontale e statica tipica del maestro di Sansepolcro, attraverso il gioco prospettico paesaggistico e anticipando i chiaroscuri e la dinamicità barocca, di cui Rubens fu maestro, così come si è potuto ammirare nella maestosa pala d’altare “Adorazione dei pastori” di Rubens, ospitata nel 2015.

Il Ministro Franceschini all'inaugurazione della mostra

Grazie ad un importante progetto allestitivo curato dall’architetto Corrado Anselmi, i visitatori potranno inoltre straordinariamente osservare non solo il capolavoro di Tiziano ma anche il retro della tavola. Una prospettiva inusuale, che permetterà di assaporare l’anima costruttiva della pala fatta di assi di legno rinforzate sul retro con centine costolate, in modo da toccare quasi con mano l’importanza materica dell’opera. Sul retro della tavola sono presenti alcuni schizzi a matita, in parte ombreggiati a pennello, realizzati dallo stesso Tiziano e raffiguranti varie teste, una delle quali potrebbe essere il bozzetto per il Bambino in una prima stesura del dipinto. La possibilità di ammirare anche il retro della grande pala d’altare consentirà di scoprire come venivano realizzate nel Cinquecento queste opere che tanta importanza e diffusione hanno avuto nella storia dell'arte del nostro Paese.
A valorizzare ancor di più il capolavoro, l’impianto illuminotecnico a cura dell’architetto Francesco Murano, che utilizza la tecnica della luce miscelata, ottenuta componendo luci calde e fredde, e favorirà una visione particolarmente brillante dei colori con i faretti Luum della Lumen Center Italia.
La mostra è curata da Stefano Zuffi e patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, promossa da Comune di Milano, Intesa Sanpaolo - partner istituzionale - con il sostegno di Rinascente. L’iniziativa è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla città di Ancona - Pinacoteca Civica "Francesco Podesti" in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala e organizzata con Civita. Il catalogo di mostra è a cura di 24 ORE Cultura.
L’ingresso alla Sala Alessi è libero e possibile tutti i giorni dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018. I visitatori saranno ammessi in mostra in gruppi e accolti da storici dell’arte, coordinati da Civita, che faranno da guida nel percorso espositivo.
Si unisce alle celebrazioni per il decennale un altro dono alla collettività, questa volta da parte del Municipio di Zona 7 del Comune di Milano, ulteriore iniziativa per la più ampia conoscenza del patrimonio culturale cittadino. Dal 19 dicembre al 7 gennaio, presso l’Emeroteca di via Cimarosa 1 sarà infatti possibile visitare sempre con ingresso gratuito, l’esposizione di un importante dipinto, il “Ritratto di Francesco II Sforza”, di proprietà della Pinacoteca Civica, conservato all’interno del Castello Sforzesco, nelle parti non abitualmente aperte al pubblico.Eseguito da un maestro lombardo del ‘500 da un originale perduto di Tiziano, il dipinto è una testimonianza dello stretto rapporto tra la città di Milano ed il grande maestro veneto. Già citato anche dal Vasari, il ritratto dell’ultimo duca Sforza segna un momento importante e finora non molto noto del rapporto tra Tiziano e Milano, un binomio che si intensificherà intorno al 1540 con il dipinto “Allocuzione di Alfonso d’Avalos” (oggi al Prado) e con la meravigliosa “Incoronazione di spine”, già in Santa Maria delle Grazie e oggi al Louvre. Il ritratto (olio su tela, 117 x 94 cm) effigia Francesco II Sforza, figlio cadetto di Ludovico il Moro, morto nel 1535. Dopo la scomparsa del duca, il territorio di Milano verrà personalmente preso in carico da Carlo V, e affidato a un governatore, iniziando così il periodo della cosiddetta “Milano spagnola”.
Seduto su una poltrona, il duca Francesco II Sforza indossa una vesta nera e una sovraveste con un ricco collo di pelliccia. Il volto, incorniciato da capelli e barba neri, è rivolto verso destra, sullo sfondo due colonne. Dell’originale si sono perse le tracce, ma forse si trova in Danimarca, paese natale della principessa Cristina, giovanissima consorte di Francesco II, cui probabilmente era stato inviato in dono come promessa nuziale.
La mostra è curata da Stefano Zuffi, promossa da Comune di Milano - Municipio di Zona 7 coordinata da Palazzo Reale, e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco con l’organizzazione di Civita.


Correva l’anno 1520 Tiziano e il teatro del mondo al tempo della Pala Gozzi

La firma di Tiziano, l’anno 1520, il nome e le origini dalmati del committente Alvise Gozzi spiccano a chiare lettere nel cartiglio al centro della pala di Ancona: è la prima volta che Tiziano scrive tutti questi dati su un dipinto. Il desiderio di marcare in modo tanto netto ed esplicito l’autore, le circostanze e la data conferma l’importanza che Tiziano attribuiva alla grande tavola da inviare nel cuore dell’Adriatico, in una città per la quale non aveva ancora lavorato. La pala si inserisce in un anno bisestile, decisivo nella carriera di Tiziano, nell’arte europea e nelle sorti del mondo intero. Per dirla con Ludovico Dolce (Dialogo della pittura, 1557), è il momento in cui “la fama di Tiziano non si rinchiuse tra i termini di Venezia: ma, allargandosi per l’Italia, fece vaghi di avere le sue fatiche molti signori”. Fra loro, dunque, anche il mercante raguseo Alvise Gozzi, che aveva trasferito la propria attività commerciale ad Ancona. Proprio intorno al 1520, mentre nell’arsenale di Venezia cominciava a scarseggiare la materia prima del legno di quercia, le inesauribili foreste della Dalmazia offrivano alla cantieristica navale di Ragusa l’opportunità di continuare a costruire navi da carico di grandi dimensioni. La citazione di Shakespeare, che abbiamo scelto come proemio, ricorda appunto l’immagine imponente delle imbarcazioni ragusee. In queste pagine proviamo ad affacciarci alla soglia della bottega del grande pittore, all’epoca trentenne, e poi a ripercorrere, mese per mese, le vicende di questo fatidico MDXX. Nella bottega di Tiziano: un trentenne di successo Da qualche anno, dopo la morte di Giovanni Bellini nel novembre 1516, Tiziano è diventato il pittore ufficiale della Serenissima Repubblica: un incarico che lo rende del tutto sereno dal punto di vista economico. È possibile ricostruire con buona approssimazione le entrate di Tiziano all’epoca della Pala Gozzi. Come pittore ufficiale della Repubblica, riceve dall’amministrazione statale cento ducati all’anno, garantiti dalla tassa sul sale, e versati presso il Fondaco dei Tedeschi. È sostanzialmente una sinecura: l’unico obbligo consiste nell’eseguire il ritratto del nuovo doge in occasione dell’elezione. Come ulteriori privilegi Tiziano può contare sulla completa esenzione fiscale, sulla corresponsione dello stipendio di un assistente e sulla copertura di una parte delle spese vive dell’atelier. L’attività per il duca di Ferrara Alfonso d’Este deve essere stata ben remunerata: non possediamo le cifre esatte, ma come termine di confronto ricordiamo che Giovanni Bellini, sei anni prima, aveva ricevuto 85 ducati per il suo Baccanale ferrarese. Cresce il numero dei ritratti e dei dipinti da collezione, come figure femminili a mezzo busto o Madonne col Bambino. Considerando l’insieme delle commissioni, si può concludere che Tiziano può contare su circa 500 ducati all’anno, una cifra che corrisponde allo stipendio massimo previsto dall’amministrazione pubblica della Serenissima, come nel caso dei podestà delle grandi città venete dell’Entroterra. Queste cariche erano peraltro riservate ai membri del patriziato veneziano: rispetto all’orizzonte economico di un non-nobile, le entrate di Tiziano trentenne sono da considerare addirittura eccezionali. Per fare un paragone, nello stesso periodo i capitani delle navi mercantili della Repubblica ricevevano uno stipendio annuo di cento ducati. Ancora giovane, il maestro venuto da Pieve di Cadore è insomma un uomo decisamente ricco. Tuttavia, la sua attuale bottega è piuttosto piccola, annidata dietro l’appuntito campaniletto romanico della vetusta chiesa di San Samuele, una delle poche di Venezia il cui sagrato si affaccia direttamente sul Canal Grande. Non è dunque ancora il vasto atelier di Biri Grande di San Cancian, che verrà preso in affitto a partire dal 1531. Lì, molti anni dopo, il 22 maggio 1566, Tiziano accoglierà un affascinato Giorgio Vasari, in cerca di notizie di prima mano per inserire nella seconda edizione delle Vite anche la biografia di Tiziano. Anche noi, come il biografo aretino, avremmo “molto piacere di vedere le opere sue e di ragionare con esso”. Proviamo a bussare. Certamente Tiziano sarà nel cuore della bottega, “con i pennelli in mano a dipingere”, e manderà ad aprire un garzone, magari quel Gerolamo Dente per ora ancora ragazzino, che sarà per tutta la vita fedelissimo collaboratore del maestro, tanto da meritarsi il soprannome di Gerolamo “di Tiziano”. Gli capiterà in sorte di dipingere una pala d’altare per la stessa chiesa a cui era destinata anche la Pala Gozzi. La vista delle opere in lavorazione in questo 1520 è decisamente impressionante. Oltre alla pala d’altare da mandare ad Ancona, Tiziano ha in lavorazione dipinti di grande importanza e di notevoli dimensioni: il Polittico Averoldi destinato al cardinal legato di Brescia Altobello Averoldi (e di cui è già terminato lo sportello con il San Sebastiano, in cui pare di poter riconoscere l’autoritratto del pittore), l’Annunciazione richiesta dal canonico Broccardo Malchiostro per il Duomo di Treviso, il secondo dei tre meravigliosi Baccanali per il Camerino d’Alabastro del duca di Ferrara. Alfonso d’Este è il primo importante committente non veneziano di Tiziano: attraverso l’agente Giacomo Tebaldi (che in una delle molte lettere che riguardano i rapporti tra Tiziano e la casa estense dichiara ingenuamente “io non ho già iuditio, perché non me ne intendo di disegno”), fa giungere a Tiziano continue sollecitazioni per i dipinti mitologici dedicati a Bacco e all’amore, ma anche incarichi francamente dispersivi, come il restauro di dipinti malconci, l’acquisto di vasi di maiolica e bicchieri di vetro di Murano, oppure il dipinto della gazzella di proprietà di Giovanni Cornaro, nel frattempo morta e gettata in un canale. Non mancano poi diversi ritratti, soprattutto virili. Un’intera parete è inoltre occupata dalla grande pala commissionata da Jacopo Pesaro per l’altare della Concezione ai Frari, nella cappella di famiglia. Tiziano l’ha cominciata da poco, passeranno anni prima della sua conclusione, e sarà un altro capolavoro. Fra le persone presenti nell’atelier potremmo incontrate Francesco Vecellio, fratello del maestro. Leggermente zoppicante per gli esiti delle sue avventure come soldato della Serenissima, Francesco sarà a lungo una presenza costante e affidabile nella bottega di Tiziano, indispensabile anche per le buone doti di contabile e di organizzatore. Una generazione dopo, il suo ruolo verrà ricoperto da Orazio, il secondogenito di Tiziano. Prima di uscire dall’atelier di San Samuele, cercheremo anche di scambiare due parole con Cecilia Soldano. È una ragazza semplice, la figlia di un barbiere di Perarolo di Cadore, e da un paio d’anni è la compagna fissa di Tiziano. Solo nel 1525, dopo la nascita di due figli maschi, Pomponio e Orazio (cui seguirà poi una bambina, Lavinia), il pittore deciderà di regolarizzare la loro unione con un formale matrimonio. La scena dell’arte da Venezia alla Terraferma Mentre all’interno di Tiziano cresce la “tempesta perfetta” di nuova pittura, a Venezia si prolunga ancora il dogado dell’ultraottuagenario Leonardo Loredan, un doge longevo e controverso. Nato nell’ormai remoto 1436, era stato eletto doge nel 1501, quando la Serenissima era l’apogeo: appena immortalata dalla grande mappa scenografica di Jacopo de’ Barbari, era salutata dai viaggiatori ammirati come la città più trionfante dell’universo. Negli anni successivi, però, il doge Loredan aveva dovuto fronteggiare la grande crisi di Agnadello e della guerra contro la Lega di Cambrai. Ora che l’orizzonte della laguna è finalmente sgombro dai fumi e dalle angosce della guerra, a parte il brontolio insidioso dei sempre meno lontani turchi, il vecchio doge appare completamente in balìa di parenti avidi e senza scrupoli, che ottengono sfacciati favori. 

Tiziano "Assunta",1518. Venezia, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

La scena dell’arte veneziana è ancora scossa dall’esplosione dell’Assunta, inaugurata il 20 marzo 1518 sull’altar maggiore dei Frari: da quel momento, ricorda ancora Ludovico Dolce, “cominciarono le genti a stupir della nuova maniera trovata in Venezia da Tiziano”, vale a dire la sintesi tra “la grandezza e terribilità di Michelangelo, la piacevolezza e venustà di Raffaello e il colorito proprio della natura”. Tutte caratteristiche che di lì a poco Tiziano confermerà nella pala dipinta per Ancona: l’energia dei personaggi, e in particolare il gesto drammatico di san Biagio, ricorda l’intensità esistenziale di Michelangelo, la composizione aperta e fluida si può confrontare con la Madonna di Foligno di Raffaello

Raffaello, Madonna di Foligno. 1511-12. Città del Vaticano, pinacoteca Vaticana

e la luce calda del tramonto che si diffonde nel dipinto è un saggio di quanto poeticamente Tiziano sappia immergere davvero i suoi personaggi nella natura. Peraltro, l’energia di Tiziano deve ancora essere pienamente recepita tra i suoi colleghi pittori veneziani: in questo 1520 comunque resiste ancora a Venezia una linea pittorica più tranquilla. Jacopo Palma il Vecchio vive il suo momento di massima notorietà; Vittore Carpaccio porta lentamente a termine l’ultimo ciclo di teleri, commissionato dalla Scuola di Santo Stefano dei Lanieri; Vincenzo Catena, un tempo sodale di Giorgione, compie il suo capolavoro, la pala con il Martirio di santa Cristina nella chiesa di Santa Maria Materdomini.

Vincenzo Catena,Martirio di Santa Cristina, 1520. Venezia, chiesa di Santa Maria Materdomini

Difficile immaginare un supplizio più quieto e sereno di questo, nel largo paesaggio del lago di Bolsena inondato di sole, con gli angeli che sorreggono la macina appesa al collo della giovane santa, evitandole di annegare. Certo l’atmosfera è del tutto diversa rispetto alle luci del tramonto, alla composizione dinamica e ai gesti appassionati della Pala Gozzi. Tra i pittori che cercano di affermarsi a Venezia in questo periodo non ha troppa fortuna il giovane, beneducato trevigiano Paris Bordon, per un certo periodo allievo di Tiziano, ma ostacolato dal maestro proprio nei primi passi della carriera, e costretto a lavorare altrove. Molti anni dopo, conversando pacatamente con Vasari, al termine di una soddisfacente carriera con sviluppi internazionali ma con pochi successi in Venezia, Paris Bordon ricorderà che Tiziano non era “vago d’insegnare a’ suoi giovani, anco pregato da loro sommamente ed invitato con la pacienza a portarsi bene”. Tiziano, a meno di trent’anni, mostra insomma quel carattere accentratore e insofferente che caratterizzerà tutta la sua lunga vita: per lui i collaboratori di bottega sono degli esecutori, non devono manifestare troppa indipendenza o uno stile autonomo. Mentre i pittori veneziani sembrano assopiti, cullati dall’atmosfera della laguna, l’onda d’urto innescata da Tiziano emerge poderosa oltre i limiti occidentali della Repubblica, tra l’Adda, il Po e il Sesia: sempre nel 1520 Lorenzo Lotto prepara le sorprese delle pale bergamasche; Correggio è arrampicato sulle impalcature e fa vorticare i suoi apostoli fra le nuvole della cupola di San Giovanni Evangelista a Parma; Gaudenzio Ferrari mette mano alla travolgente Cappella della Crocifissione del Sacro Monte di Varallo; e l’impetuoso Giovanni Antonio da Pordenone riempie di visioni l’immenso spazio vuoto della controfacciata del Duomo di Cremona, con la popolare, affollata, ventosa sacra rappresentazione del Golgota, per una delle più intense Crocifissioni dell’intera arte italiana.

Giovanni Antonio da Pordenone, Crocefissione, 1520. Cremona, Duomo

Il 1520, mese dopo mese: inizio d’anno da Michelangelo a Raffaello Seguiamo ora i principali avvenimenti nella storia e nell’arte, scorrendo il calendario. All’inizio dell’anno troviamo Michelangelo a Firenze, dove il papa Leone X (al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) sta orchestrando la restaurazione medicea: impresa politica resa purtroppo complicata dalla fatale tendenza degli uomini della famiglia a morire giovani. Michelangelo ha l’incarico di realizzare la facciata della basilica di San Lorenzo, che i Medici considerano la chiesa di famiglia, proprio alle spalle del palazzo avito di via Larga. Rimasta incompiuta dai tempi di Brunelleschi, la facciata dovrebbe essere rivestita di marmi. Michelangelo, vero esperto delle Apuane, è infastidito dalla decisione del pontefice, che per risparmiare sui tempi di trasporto gli chiede di usare il marmo di Serravezza. Michelangelo, che nel settembre del 1518 è sfuggito per un soffio a un incidente potenzialmente fatale proprio in quelle cave, lavora lentamente. Il modello ligneo per la facciata propone una soluzione sorprendente e laica, molto più simile al prospetto di un palazzo che alla fronte di una chiesa. Nel marzo del 1520 non è stata ancora messa in opera nemmeno una lastra del rivestimento: il papa decide di interrompere il lavoro e chiede a Michelangelo di occuparsi piuttosto della realizzazione di una Sacrestia Nuova in corrispondenza del transetto destro. Simmetrica e identica nelle proporzioni a quella realizzata ottant’anni prima da Brunelleschi e Donatello sul lato opposto, la Sagrestia Nuova deve ospitare le tombe di Lorenzo Magnifico e del fratello Giuliano, oltre ai sepolcri di due giovani Medici della recente generazione, i duchi di Nemours e di Urbino. Intanto, Nicolò Machiavelli sta correggendo le ultime bozze di un trattato militare in forma di dialogo, dedicato prevalentemente alla rievocazione della strategia e dell’organizzazione dell’esercito dell’antica Roma, ma non privo di stilettate di attualità. Nell’ultima pagina dei Sette libri dell’Arte della Guerra (pubblicati sempre nel 1520) leggiamo: “Credevano i nostri Principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare a un’acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia sono stati più volte saccheggiati e guasti. Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine.” È senza dubbio una delle analisi più chiare della drammatica situazione politica dell’Italia, ridotta a un devastato campo di battaglia nelle contese tra Francia e Spagna, e un’amarissima immagine dei suoi “principi” rinascimentali, raffinati ma imbelli. Il 6 aprile, giorno del Venerdì Santo, il grande sogno di un’epoca d’oro, già pesantemente compromesso dalle continue guerre, si infrange definitivamente. A soli trentasette anni muore Raffaello, il “divino” artista: stroncato dalla febbre, dopo due settimane di sofferenze. Nella stessa notte, come un sinistro presagio, una fenditura si apre nei palazzi del Vaticano, tanto che Leone X, spaventato, si trasferisce in tutta fretta nell’appartamento di papa Borgia. La Trasfigurazione, quasi terminata, viene sistemata nella camera ardente del pittore. Il mondo della cultura, scosso e in lutto, accompagna Raffaello verso la tomba approntata nel Pantheon, sotto l’intatta cupola del più integro degli edifici antichi. Pietro Bembo detta l’epigrafe per la tomba, che, tradotta, dice: “Qui giace Raffaello. Mentre era vivo, la Natura temeva di essere vinta; ora che è morto, sente di essere stata lasciata sola”. Pochi giorni dopo Raffaello, Roma registra un’altra scomparsa illustre. L’11 aprile si spegne Agostino Chigi, il “magnifico” e munifico banchiere di origine senese, committente dell’incantevole villa in riva al Tevere poi chiamata la Farnesina. Il funerale dell’uomo più ricco di Roma, diretto verso la cappella decorata da Raffaello in Santa Maria del Popolo, è un avvenimento grandioso, su cui aleggia un senso di fine di un’epoca dorata, accresciuto dall’avvicinarsi minaccioso di grandi fatti internazionali. Maggio: brutte notizie da Ragusa Non sappiamo se la Pala Gozzi sia semplicemente l’espressione della devozione del mercante raguseo verso il patrono e verso la Vergine, e un atto di omaggio nei confronti della accogliente città di Ancona. In realtà, potrebbe invece trattarsi di un dipinto votivo, e in questa chiave essere ulteriormente avvicinata alla Madonna di Foligno di Raffaello. Il 17 maggio 1520, proprio nel giorno in cui ricorre la festa dell’Ascensione popolarissima a Venezia, la città di Ragusa/Dubrovnik viene colpita da un drammatico terremoto, che provoca ingenti danni anche in alte località della costa dalmata. Una cronaca in latino dell’epoca ricorda che “fuit terremotus ingens et tremebundus […] et non remansit domus in civitate qua non sumpsit lesionem”. Le poderose mura che circondano la città reggono senza cedimenti, ma all’interno e all’esterno la situazione è molto grave. Molte case sono crollate, seppellendo numerose vittime, i conventi mostrano lesioni di diverse entità, l’acquedotto è interrotto, la Dogana inutilizzabile, i mulini abbattuti, è pericolante persino il Palazzo dei Rettori, cuore politico della città e della repubblica. Secondo gli annali del convento dei Francescani, il terremoto è un autentico “flagello d’Iddio”. I documenti riportano più volte danni alle case e alle proprietà della famiglia “de Goze”, un riferimento che ci rimanda al committente della pala anconetana.

Giugno: grandi manovre internazionali
Il 7 giugno, sotto l’abile regia del cardinale Thomas Wolsey, comincia uno dei più straordinari spettacoli di diplomazia e di fasto vissuti dall’Europa rinascimentale: il “Campo del Drappo d’Oro”, l’incontro tra i sovrani Enrico VIII Tudor d’Inghilterra e Francesco I Valois di Francia. Scopo dell’incontro è un’alleanza franco-inglese, nominalmente per contrapporsi all’espansionismo ottomano, in realtà per stringere un argine al potere del nuovo imperatore, il ventenne Carlo V d’Asburgo, eletto l’anno precedente come successore del nonno Massimiliano. Sia Francesco I sia Enrico VIII avevano dichiarate ambizioni imperiali, ma le finanze dei Fugger e l’influenza del primate di Germania, il cardinale Alberto di Brandeburgo, avevano orientato l’elezione verso il giovane Asburgo. L’incontro si svolge in una piana delle Fiandre, e l’allestimento è stupefacente. I due re vengono alloggiati in accampamenti organizzati come vere e proprie fastosissime città provvisorie, con una profusione di lusso senza pari, per un totale di circa tremila tende. Feste, tornei, concerti, messe solenni, competizioni sportive, impressionanti bevute e mangiate si susseguono fino al 24 giugno con un ritmo incalzante e – anche se gli effetti concreti dell’accordo saranno davvero poco significativi, tanto che meno di un anno dopo l’Inghilterra stringerà un’alleanza militare con Carlo V contro la Francia – resta impresso il fasto delle due corti, nello scintillìo dei tessuti in fili d’oro e d’argento che paiono rispecchiare la ricchezza delle due nazioni. Amante dei piaceri della tavola e della convivialità, papa Leone X Medici si sarebbe certamente sentito pienamente a proprio agio nel contesto del Campo del Drappo d’Oro; ma aveva altre cose di cui occuparsi. Aveva a lungo minimizzato le iniziative del frate agostiniano dottor Martin Lutero, considerandole semplici “litigi tra frati” in una Germania abbastanza lontana dall’orizzonte dei suoi interessi: ma ora, di fronte alla crescente ondata della Riforma, il pacifico pontefice deve infine intervenire. Il 15 giugno 1520 Leone X sigla la bolla Exurge Domine, nella quale viene dato un periodo di sei mesi di tempo a Lutero per ritrattare 41 delle 95 “tesi” affisse nel 1517 sulla porta della cattedrale di Wittenberg, e in parte suscitate dallo scandalo della vendita delle indulgenze. Non è ancora un atto definitivo, ma il documento papale segna l’ormai evidente spaccatura tra la posizione ufficiale del cattolicesimo e le proposte riformatrici di Lutero. Ancora nel mese di giugno, ma dall’altra parte del mondo, si consuma un dramma. Un pugno di avventurieri spagnoli è arrivato nel cuore dell’impero degli aztechi, nell’altopiano centrale del Messico. Davanti ai loro occhi si è spalancato lo spettacolo della capitale, la meravigliosa Tenochtitlan. La corte ruota, con sfarzo insuperabile, intorno al “tlatoani” Motecuhzoma Xocoyotzin II, l’imperatore che verrà più brevemente chiamato Montezuma. Nonostante l’enorme sproporzione numerica tra il manipolo dei conquistadores e l’esercito dei “mexica”, Montezuma cede agli spagnoli, consegnandosi al comandate Hernán Cortés. Turbato da funerei presagi, viene sostanzialmente tenuto prigioniero e cade in una penosa indecisione. Durante un’assenza di Cortés (che era dovuto ritornare alla costa per fronteggiare le truppe inviate dal governatore di Cuba per arrestarlo con l’accusa di insubordinazione), il luogotenente Pedro de Alvarado si rende autore di gesti sconsiderati e sanguinosi: il 10 maggio interrompe una delle principali feste religiose presso il tempio principale di Tenochtitlan, e l’intervento si trasforma in un autentico massacro. Al suo rientro, Cortés trova una situazione drammatica: il popolo ribolle di rabbia, Montezuma è di fatto deposto dal nuovo tlaloani Cuitlahuac. Il 29 giugno, mentre cerca di calmare la folla parlando da una balconata del palazzo imperiale, Montezuma addirittura viene ucciso, non si sa se per una sassata scagliata da un suddito inferocito o se invece torturato dagli spagnoli, che gli avrebbero fatto ingoiare dell’oro fuso. Gli spagnoli, messi sotto assedio, riescono a sgusciare via nell’oscurità del primo luglio, durante quella che è passata alla storia come la “noche triste”. Intercettati da una pattuglia azteca quando ormai speravano di averla fatta franca, i conquistadores devono ingaggiare una drammatica battaglia. Centinaia di loro restano uccisi, e secondo le cronache nessuno di coloro che riescono a scappare è illeso, tutti lamentano ferite più o meno gravi. Finita la battaglia, seduto sotto un albero, Cortés piange la sorte dei compagni uccisi, ma comincia subito a pianificare la riscossa contro Tenochtitlan, che verrà in breve tempo. Gli spagnoli erano affascinati dall’oro degli aztechi, e un certo numero di oggetti preziosi aveva attraversato l’Oceano per essere mostrare a Carlo V, sul cui impero non tramontava il sole. Armi, oggetti cerimoniali, armature fatte di cotone compresso e gioielli in giada, ossidiana, cristallo, turchese e piume d’uccelli vengono accumulati in diverse stanze del Palazzo del Re a Bruxelles: il 30 agosto li ammira Albrecht Dürer, durante una delle più indimenticabili tappe del suo lungo viaggio nei Paesi Bassi. Nel suo diario Dürer annota: “Non ho mai visto nulla che abbia rallegrato più profondamente il mio cuore”; con la competenza del figlio di un orefice maneggia fra l’altro un sole raggiante in oro zecchino e una luna d’argento, e ammira uno scudo con l’immagine del mitico dragone Quetzalcoatl realizzato in iridescenti piume di uccelli. Dall’estate all’autunno: il viaggio di Dürer Dürer si era messo in viaggio dalla sua Norimberga il 12 luglio 1520 (o, secondo la sua indicazione, il giovedì dopo la festa di San Kilian), diretto ad Anversa. Per circa un anno, il più grande artista e intellettuale dell’Europa centrale si mette in viaggio tra la Germania e i Paesi Bassi, scegliendo come base la città di Anversa, in piena espansione come porto commerciale internazionale. Lo scarno diario in cui il pittore registra quotidianamente le spese offre di tanto in tanto considerazioni e commenti di primissima mano, da parte di una delle coscienze più nitide e libere d’Europa. Fra i momenti salienti del soggiorno, oltre alle feste organizzate dalle confraternite dei pittori di Anversa e di Bruxelles in onore del celebre collega, c’è il memorabile incontro con l’arguto Erasmo da Rotterdam, il 1° settembre 1520, per un profondo scambio di opinioni teologiche e sulle proposte di Lutero. Ma uno degli scopi dichiarati del viaggio è il desiderio di incontrare il nuovo imperatore, e avere la conferma di una pensione di cento fiorini annui che Dürer aveva ottenuto dal predecessore, Massimiliano. In ottobre Dürer si trasferisce ad Aquisgrana, dove si ferma diversi giorni, in attesa dell’investitura solenne del sovrano. La cerimonia si svolge infine domenica 23 ottobre. Il ventenne, fragile Carlo d’Asburgo riceve le insegne imperiali, custodite a Norimberga. Reggendo il globo e la spada, con la corona sul capo, sale i gradini del trono marmoreo di Carlo Magno, sul matroneo dell’insigne Cappella Palatina. Accompagnano il sovrano il precettore cardinale Adriaan Florensz da Utrecht (il futuro papa Adriano VI) e il potente consigliere piemontese Mercurino Arborio di Gattinara. Dürer assiste all’incoronazione in compagnia di Matthias Grünewald, all’epoca artista di riferimento del vescovo Alberto di Brandeburgo: i due grandi pittori si scambiano opere d’arte, presumibilmente stampe da parte di Dürer e disegni da parte di Grünewald. Ottenuta finalmente la conferma della pensione imperiale, siglata da Carlo V e controfirmata da Albergo di Brandeburgo, Dürer proseguirà il viaggio, prima in direzione di Colonia e poi di ritorno verso Anversa, dove arriverà a novembre inoltrato, via Nimega e s’Hertogenbosch. Invece Carlo V deve precipitarsi in Spagna, dove è scoppiata la rivolta dei comuneros, i rappresentanti delle istituzioni locali insofferenti rispetto al governo imperiale. Carlo V non è l’unico imperatore a salire sul trono in questo 1520. Il 3 ottobre, a Istanbul, prende il potere Solimano “il Magnifico”, successore del fratello Selim I. Per decenni, il “gran turco” apparirà agli occhi del terrorizzato Occidente come un sovrano grandioso e inarrestabile. Sulla scena della storia si muovono dunque grandi protagonisti: Enrico VIII, Francesco I, Carlo V, Solimano il Magnifico. Di fronte a personaggi di questa levatura, la figura del vecchio doge di Venezia Leonardo Loredan appare ancora più sbiadita e lontana, anagraficamente e culturalmente legata a un altro secolo. Novembre-dicembre: notizie dagli antipodi, e poi la decisione di Lutero “In questa nostra età si è conosciuto tutto il mondo”, scrive con molta soddisfazione l’erudito milanese Andrea Alciati. E alla fine del 1520 due fatti importanti arrivano dalle estremità del pianeta. Tra l’8 e il 9 novembre guardiamo verso nord, verso quella Scandinavia che era considerata l’“ultima Thule”, l’estremità settentrionale del mondo conosciuto. A Stoccolma il re Cristiano II di Danimarca ordina il massacro dei nobili svedesi che premevano per l’indipendenza. Dall’eccidio, che viene ricordato come “bagno di sangue”, si salva avventurosamente il giovane Gustavo Vasa, futuro re di Svezia, protagonista di una lunga fuga di oltre cinquanta chilometri sugli sci, ancora oggi ricordata con la gara internazionale di fondo chiamata “Vasaloppet”. In fondo al mondo, in terre ancora del tutto incognite, il coraggioso navigatore portoghese Fernão de Magalhães - o, se si preferisce, Ferdinando Magellano - si accingeva a una grande impresa. Dopo avere cautamente esplorato le coste meridionali della Patagonia, il 28 novembre affronta il tratto di mare che prende il suo nome, doppia la punta sud del continente americano ed entra nelle acque dell’Oceano Pacifico. Il mondo ha una nuova rotta; le vie dei continenti, delle merci, dei popoli e delle scoperte sono aperte. Tuttavia, il 1520 si chiude con una divisione. Il 10 dicembre Martin Lutero brucia pubblicamente la bolla scritta da papa Leone X sei mesi prima. È un gesto definitivo, cui il papa risponderà scagliando contro Lutero la scomunica, subito dopo le feste di Natale, il 3 gennaio 1521. È l’alba di un anno nuovo, che si apre su un mondo che non sarà mai più lo stesso.

Stefano Zuffi


Tiziano "Sacra conversazione"
Dal
5 dicembre 2017 al 14 gennaio 2018

Orari: tutti i giorni dalle ore 9:30 alle ore 20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:30) Giovedì dalle ore 9:30 alle ore 22:30 (ultimo ingresso alle ore 22:00)
Chiusure anticipate 7 dicembre chiusura ore 12:00 (ultimo ingresso alle ore 11:30) 24 e 31 dicembre 2017 chiusura ore 18:00 (ultimo ingresso alle ore 17:30) Festività 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9:30 alle ore 20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:30)
Ingresso: libero
Informazioni: Tel. 800.167.619 - www.comune.milano.it/tiziano -  www.comune.milano.it mostre@civita.it (dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 18:00, sabato dalle 9:00 alle 12:00) - mostre@civita.it
Prenotazioni: solo per le scuole
Uffici stampa: Comune di Milano - Elena Conenna - Tel. + 39 02 88453314 - elenamaria.conenna@comune.milano.it
Civita: Giulia Borroni - Tel. + 39 02 43353527 - g.borroni@operalaboratori.com - Ombretta Roverselli  tel. 0243353527 o.roverselli@operalaboratori.com- Barbara Izzo -tel. 06692050220 - b.izzo@operalaboratori.com  - Arianna Diana - tel. 06692050258 - a.diana@operalaboratori.com
Intesa Sanpaolo: Rapporti con i Media - Tel. + 39 02 87962641 - stampa@intesasanpaolo.com
la Rinascente: Letizia Novali - Tel. + 39 335 5757087 - letizia.novali@rinascente.it

Palazzo Marino
Sala Alessi
Piazza della Scala 2
Milano

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

1ª edizione Triennale della Fotografia Italiana, Palazzo Zenobio, Venezia, fino al 9 dicembre 2017

Inaugurata sabato 11 novembre con grande affluenza di pubblico. Ha riscontrato un  grande successo, per la qualità dei lavori esposti e per un'allestimento, certamente favorito dal fascino di Palazzo Zenobio, semplice e lineare nel racconto proposto. Una carrellata significativa che valorizza appieno le tante e "inaspettate" presenze di fotografi di alto livello,  famosi e non, che ben rende il DNA della fotografia italiana.

 

 "Nel procedimento meccanicamente esatto della fotografia e del cinema, noi possediamo un mezzo espressivo per la rappresentazione che funziona molto meglio del procedimento manuale di pittura figurativa sinora conosciuto. D'ora in poi la pittura si potrà occupare della pura organizzazione del colore... La vittoria dell'Impressionismo, oppure la fotografia malintesa. Il fotografo si è fatto pittore, invece di usare il suo apparecchio fotograficamente... L’illetterato del futuro non sarà colui che non sa  scrivere, bensì colui che non sa fotografare... Ogni epoca ha il suo modo di vedere le cose. La nostra è quella del film, della pubblicità luminosa, della percezione simultanea di avvenimenti diversi. Tutto ciò ha dato vita un nuovo modo di produrre, anche in campo tipografico. La stampa, nata con Gutenberg e giunta sino a noi, si muove esclusivamente in una dimensione lineare. Il procedimento fotografico la amplia dandole una dimensione nuova e oggi conosciuta fino in fondo.”

László Moholy-Nagy, 1925 


Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 

Palazzo Zenobio, Fondamenta del Soccorso 2596, Dorsoduro, Venezia
Dal 11 novembre al 9 dicembre
Organizzata da: Fondazione Arte Contemporanea
Curatore dell’eventoGiorio Gregorio Grasso, storico e critico d’arte
Direttore: Luigi Gattinara
Comitato Scientifico:
Arturo Bosio - Consulente d’Arte
Maria Lorena Franchi - Curatrice e Gallerista
Luigi Gattinara - Fotografo
Giorgio Gregorio Grasso - Storico e Critico d’Arte
Gianni Ettore Andrea Marussi - Giornalista
Luca Rendina - Direttore Creativo e Curatore di Mostre
Roberto Villa - Studioso dei linguaggi dell’immagine e della fotgrafia

PERCHÉ TRIENNALE DELLA FOTOGRAFIA ITALIANA?

L’intento che si propone questa prima edizione della Triennale della Fotografia Italiana è quello non solo di aprire a un vasto pubblico una rassegna di opere fotografiche di alto livello artistico, culturale ed espressivo, ma di dar voce e riportare sulle scene italiane ed internazionali la “Fotografia Italiana” spesso sottostimata anche nel nostro Paese.
Noi crediamo che i valori culturali intrinsechi di chi è nato su questa penisola conservi
nel proprio DNA tutti quei codici espressivi che hanno dato al mondo intero non solo
un contributo artistico e culturale di ineguagliabile bellezza, ma una svolta epocale.
Lo spirito che ha guidato questa iniziativa, oltre a parlare di Fotografia Italiana, è stato anche quello di voler mettere in luce, e contemporaneamente al giudizio dell’osservatore, anche le nuove generazioni, meritevoli di attenzione sia per forma e contenuti, sia per composizione estetica che concettuale. Accanto a questi talentuosi giovani si sono affiancati nomi affermati della Fotografia Italiana, che parlano e si raccontano da soli con le loro magistrali immagini. Non vecchio e nuovo, ma bensì un confronto importante su una visione di Bellezza che può apparire sì differente, ma che, in realtà, alla fine del percorso ci suona sorprendentemente comune.
Tra i ruoli di questa Triennale della Fotografia Italiana vi è anche quello di far convivere in una mostra collettiva assolutamente anomala, propositiva e dirompente, artisti che hanno similitudini e disomogeneità, sapori forti e lievi, allestendo una prospettiva multiforme e accattivante.
La rassegna ci ha permesso di selezionare fotografi che hanno un nutrito percorso
di esperienze e fotografi ancora alla ricerca di una propria cifra stilistica. In tanti hanno
deciso di accettare la scommessa e la ventura, con l’obiettivo importante di esporre
e di raccontarsi. L’impegno è di parlare dello stato attuale della fotografia con la volontà non solo di essere credibili, ma anche di rappresentare un “termometro” di quanto avviene nell’affollato mondo dell’immagine fotografica.
Da questa premessa è nata la panoramica di autori e immagini che propone con originalità
un orizzonte espressivo composito e variegato, di alta qualità.
123 fotografi, più di 200 opere esposte, l’Italia rappresentata da Nord a Sud, una panoramica che orienta la nostra attenzione lungo un articolato percorso estetico.
Ovunque si guardi, su qualsiasi fotografia ci si soffermi si scopre in tutte un denominatore comune: l’arte di trasformare le stesse in immagini interiori, imprigionando i soggetti in un raro sortilegio dove ognuno può leggerle ed interpretarle con gli occhi della mente.
Questa prima Triennale della Fotografia Italiana non poteva cominciare con migliori auspici, accompagnati in questa avventura dalla sensibilità, dalla potenza e dalla capacità espressiva di immagini che molto hanno da raccontare.


Luigi Gattinara, Direttore Triennale Fotografia Italiana, intervista di Gianni Marussi, 2/11/2017


Fotografi partecipanti 262:

ALÉXO ATHANASIOS, ALTI FRANCESCA, ALTOMONTE MIRIAM, ARPAIA MARIO,BALBONI PAOLO, BALLISTA GUIDO, BARLOCCI LUCA, BATTISTA SERGIO, BENNA GAEAN MARIS, BOLOGNINI GIUSEPPE, BORDOGNA DAVIDE, BORELLA LIDIA, BOSCHI DAVIDE, BOSCHINI MASSIMILIANO, CALAVETTA CLAUDIA, CALIGARIS KLEIN SAMANTHA, CALONEGO ANTONIO, CAMELI LUCA, CANETTI SIMONETTA, CARRARO FILIPPO, CASCIO ADRIANO, CASTELLANI BEPPE, CHIANESE GIOVANNI, CIUCA BEATRICE, COLLIA DANIELE, CONTE GRAZIANA, COOPER MARK, COZZI JORDAN, CUNEO CAROLINA, D’ALONZO FRANCESCO, DEL BIANCO ROBERTO, DELLA CORTE PAOLO, DI STEFANO DANIELE, DIDONI ALESSANDRO, DOLCI MICHELE, ESPERTINI MARCO, ESPOSITO CARMINE, FABBI GIANCARLO, FADDA MASSIMILIANO, FARANDA ADRIANA, FERRARI LEOPOLDO, FERRARI MARCO, FIORANI CATERINA, FIORETTI SANDRA, FOOLERY ALEX, FRANCO MARZIO, GABBANA MAURIZIO, GALLI GIUSEPPE, GALLI IVANA, GAROFALO DANIELE, GASPARETTI DAVIDE, GATTINARA LUIGI, GOBBO MICHELA, GUZZINI MATTEO, INNAMORATI BRUNA, JAKOVLEVSKAJA EVELINA, LAMONTI MIRKO, LAROTONDA MICHELE, LATINI DANIELA, LAZZARINI LAURA, LOGIUDICE ROBERTA, LONGHI FERDINANDO, LUXARDO PAOLO, MANISCALCO BASILE GIOVANNI, MARGIOTTA MARIA GRAZIA, MARUSSI GIANNI ETTORE, MASTRONARDO FRANCESCO, MATTA DANIELA, MELZI IVAN, MENICHELLI ESTER, MERCANZIN IVANO, MILANESIO MAURIZIO, MISITI NICODEMO, MISSIO ISABELLA, MONNECCHI MASSIMILIANO, NATTA CHIARA VERONICA, NIKI TAKEHIKO FRANCESCO, NOVELLO ROBY, OLIVA STEFANO, ORSINI MARTINA, PASSERINI ALESSANDRO, PAZZANESE IOLANDA, PENNISI CECILIA, PERFETTO PIERLUIGI, PESTARINO ROBERTO, PETTINELLI CARLO, PIAZZA RAFFAELE, PRACELLA MAURIZIO, PRESUTTI GIOVANNI, RAFFAELE SERGIO, RAY DANIELA, RICCA DAMIANO, RICCIARDI UGO, RICCIATO DANILO, ROTONDO LUCA, RUSCIGNO ANTONIO, RUSSINO SILVIO, SACCHI CORRADO, SAGARIA ILARIA, SAMACHIS MIHAELA FELICIA, SANTIOLI SANDRO, SCALFATI MARIA RAFFAELA, SCREMIN ALESSANDRO, SECONDINI STEFANIA, SEMERANO FRANCESCA, SOBRINO VIRGINIA, SPIRONETTI MARINA, STANDBRIDGE L. MIKELLE, TAMBURINI MARCO, TESTA DANIELE, TROVATI ALESSANDRO, UNGARI GIUSEPPE, VANTAGGIATO SALVATORE, VAROTTO EDOARDO, VECCIA DANILO, VERIN MARIO, VIOLA GIROLAMO, VISCARDI FABIO, ZARDINI STEFANO, ZAZZARO ANDREA, ZOCCA STEFANO

 

Cosa è oggi la fotografia?

La rivoluzione planetaria dei mezzi di comunicazione di massa ha stravolto i parametri in vigore fino al secolo scorso. Dalle sue origini il rapporto della scrittura con la luce ha subito impensabili mutazioni. Come dice Italo Zannier: “Dal 1839, anno della nascita ufficiale della fotografia, viviamo nell’era dell’iconismo, nella civiltà dell’immagine. E senza più immagini, foto, filmati, televisione, internet soffriremmo di una sorta di astinenza.”
Mai come ora la tecnologia ha sconquassato i principi di comportamento e di comunicazione tra gli uomini, fino a portare a forme patologiche come l’uso compulsivo del web e della tecnologia che ad esso si rapporta, nel bisogno di essere sempre interconnessi e di documentare la propria esistenza in quel mondo virtuale e per lo più vacuo. A questa compulsività fa da sponda il bisogno di continuare a scattare con gli smartphone ogni attimo anche insignificante della propria giornata, come se questa modalità fosse la sola testimonianza di presenza vitale e quindi da condividere subito sui social. Tecnicamente il prodotto è una fotografia, perché con il termine fotografia si è abituati a indicare tanto la tecnica quanto l'immagine ripresa e, per estensione, il supporto che la contiene. Qui sta il grande equivoco. Siamo tutti fotografi? Certamente no. Tutti invece possono acquistarsi un apparato atto a riprendere immagini, ne esiste una quantità sovrabbondante per dimensione e costo, sempre in perenne e parossistico rinnovamento, alla ricerca del sempre più “definito”, più reale del vero, nell’illusione che la nuova tecnologia faccia realizzare fotografie sempre più belle.
Invece la fotografia, come tutte le discipline, prevede una scuola e delle regole precise e tempo per applicarsi. Poi, una volta acquisite le regole, si possono piegare alla propria creatività, anche stravolgendole. Ma sono pochi i veri artisti che ne sanno fare buon uso.
Mi piace citare ancora Italo Zannier: “Una fotografia è sempre una interpretazione della realtà. È soprattutto «ideologia», non pura tecnica. È l’interpretazione della realtà in un certo modo.”
Il prestare agli altri i nostri occhi, il nostro modo di cogliere la realtà, i dettagli, le sensazioni, le emozioni, anche quando tocca l’attualità, come nei reportage o nella cronaca, ma non sono mai rappresentazione del vero, ma quello che il fotografo vuol far vedere. Siamo noi a porgere lo sguardo, a bloccarlo su un particolare dell’azione che ci appare significante, anche la più sconvolgente.
All’altra visione del mondo appartiene la ricerca escatologica del contemporaneità. Un bisogno, una pulsione che sta contagiando i territori dell’arte contemporanea, e la fotografia non ne è per nulla indenne. Quando si abbandonano i territori della poesia lo schianto di Icaro diviene inevitabile. Poi ci sono i cattivi maestri che aiutano a spingere in tal senso adducendo peregrine dosi di demagogia, consapevoli che nel polverone la vista è offuscata.

Gianni Ettore Andrea Marussi

Nessuno può negare la lunga tradizione di scambi culturali tra la Francia e l’Italia.
La cultura è una prestigiosa vetrina per due paesi che sono vicini geograficamente, ma anche per la loro storia politica e demografica.
Il “viaggio in Italia” fu per molto tempo una tappa necessaria per la formazione degli artisti francesi, mentre gli artisti italiani trovavano in Francia il mecenatismo della “madre delle arti”.
Oggi l’idea comune è ancora di un rapporto privilegiato.
Il prestigio della relazione franco-italiana all’inizio è frutto delle residenze d’artista e dal reciproco riconoscimento culturale e delle tecniche artistiche.
La loro storia è ricca di questa mutua formazione.
La cooperazione culturale istituzionale franco-italiana è vincente nelle areei in cui opera. La Francia e l’Italia condividono anche eventi come la Festa della Musica, le giornate del Patrimonio, la Primavera della Poesia.
C’è una asimmetria nel campo dell’arte contemporanea.
Da qui l’interesse nel promuovere mostre di artisti francesi in Italia e di artisti italiani in Francia, obiettivo dell’UMAM, Unione Mediterranea per l’Arte Moderna, fin dalla sua creazione nel 1946.
Pierre Bonnard e Henri Matisse, padri fondatori dell’UMAM, nel secolo scorso, sono stati tra i principali artisti a determinare, con la loro ricerca artistica, l’evoluzione dell’arte moderna. Hanno naturalmente fatto esporre i più grandi artisti del loro tempo in Francia, ma soprattutto in Italia.
Fino al 2007 le biennali si sono concentrate sulle opere di giovani artisti locali. Con la presidenza di Simone Dibo-Cohen il territorio di provenienza idegli artisti si estende a tutto il bacino del Mediterraneo. Egualmente non è solo la pittura a essere presente ma l’arte visiva nella sua globalità con sculture, video, istallazioni e soprattutto fotografie.
Dopo il 2007, l’UMAM valorizza soprattutto i fotografi italiani.
L’UMAM è riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione francese.
L’UMAM è felice il gemellaggio con la Triennale della Fotografia Italiana

Simone Dibo-Cohen
Présidente de l’UMAM, Union Méditerranéenne pour l’Art Moderne

Ca' Zenobio degli Armeni è un palazzo di Venezia, situato nel sestiere di Dorsoduro, sulla fondamenta del Soccorso, nel tratto tra Campo dei Carmini e Campo San Sebastian, a pochi passi da Palazzo Ariani (a cui si collega tramite il ponte del Soccorso) e Palazzo Foscarini (tramite ponte Foscarini). Progetto realizzato a cavallo tra XVII e XVIII secolo da Antonio Gaspari (allievo del più noto architetto Baldassarre Longhena), l'attuale Palazzo Zenobio è costruito a partire da un edificio gotico preesistente, già sede dal 1664 della nobile famiglia di origine veronese degli Zenobio, per i quali l'edificio fu progettato e al quale diedero il nome. A metà Ottocento, estintasi la casata e passati più proprietari, tra i quali gli Albrizzi, nel 1850, diviene sede dei Padri Armeni Mechitaristi di Venezia, ai quali si deve la seconda parte del nome. Nel primo Novecento la struttura ha beneficiato di un restauro ad opera dell'architetto veneziano Vincenzo Rinaldo.
Ca' Zenobio è un edificio barocco, con un'importante facciata che si allunga sul rio che collega la Chiesa dei Carmini alla Chiesa dell'Angelo Raffaele. Tale facciata, su tre livelli più ammezzato di sottotetto rispettanti una rigorosa simmetria, si caratterizza per la lunghezza e per le tante aperture: ben 46 monofore, alle quali si aggiungono tre ingressi al pian terreno e la forometria della parte centrale dei due piani nobili; al primo piano nobile è presente una serliana con mascherone, mentre al secondo tre aperture rettangolari sono inscritte in una cornice lapidea terminata da un grande timpano occupante l'altezza del mezzanino. Un grande giardino sul retro confina col complesso dei Carmini: tale spazio è coerente con la struttura a U del palazzo, dovuta a due braccia che si allungano a partire dai lati del blocco principale dell'edificio, una delle quali ospita ancora la biblioteca.
Sulla facciata che guarda sul giardino sono presenti due serliane, poste nella parte centrale più alta, culminante in un frontone. Dentro vanno citate almeno alcune delle numerose e ricche parti:
- Sala degli Specchi è la principale di Palazzo Zenobio. È  detta anche Tiepolesca per i suoi affreschi e la complessa decorazione, alla quale collaborò il giovane Giambattista Tiepolo.
È una sala luminosa, esempio illustre d'arte e della vita veneziana del settecento. Nella sala sono ospitate manifestazioni importanti, ricevimenti, concerti, pranzi, cene di gala.
- Sala degli Stucchi, alle pareti della Sala si trovano tre pregevoli tele di Luca Carlevarjis, anticipatore del vedutismo veneziano settecentesco, mentre gli affreschi del soffitto rappresentano alcune allegorie del Lazzarini. Le opere sono inquadrate in preziosi stucchi del XVIII secolo alternati agli archi marmorei delle porte.
- Cappella: un piccolo edificio religioso, in origine cappella privata degli Zenobio, ha sede dentro le mura del palazzo, conservando molto dell'originario assetto settecentesco.
Il giardino del palazzo, presenta la facciata interna dell'edificio. La parte centrale dell'edificio comprende la Sala degli Specchi, la direzione e una decina di stanze per riunioni al primo piano, la cappella al secondo piano e una quindicina di stanze al terzo piano per gli ospiti. Le due ali laterali comprendono stanze per mostre, manifestazioni culturali e convegni, una cucina grande e un refettorio. Nel giardino sono ospitati nella bella stagione ricevimenti, concerti, cene e teatro all'aperto. Le sontuose sale barocche del palazzo sono state luogo di ambientazione di celebri videoclip musicali: nel 1984 vi fu girato il video di "Like a Virgin" di Madonna, nel 2004 il videoclip di "Vivimi" di Laura Pausini. Nel 2017 per la 57. Biennale di Venezia è sede di Padiglione Armenia e sino a settembre di Padiglione Tibet.


Prima edizione Triennale della Fotografia Italiana 
Dal 11 novembre al 9 dicembre 2017
Vernissage: sabato 11 novembre, ore 16.30

Per informazioni e richiesta materiale: press@triennalefotografiaitaliana.it - Tel. 02 89505330 - www.triennalefotografiaitaliana.it
Orario: 10 -18, dal martedì alla domenica
Ingresso: libero
Vaporetti: 5.1 fermata San Basilio

Palazzo Zenobio 
Collegio Armeno Moorat-Raphael
Fondamenta del Soccorso 2596
Dorsoduro 2597
30123, Venezia
Tel: +(39) 041-5228770 - Fax: +(39) 0415203434 - info@collegioarmeno.it

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

NASA A human Adventure, Spazio Ventura XV, Milano


NASA - A Human Adventure
Dal 27 settembre 2017 al 4 marzo 2018
Spazio Ventura XV, Milano

Nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969 circa 900 milioni di persone s’incollarono alla tv per vedere un essere umano calpestare il suolo lunare per la prima volta. Oltre 20 milioni di quei telespettatori erano italiani. Ma molti altri hanno comunque riascoltato le parole (e rivisto le immagini) di Gianni Bisiach che seguì lo sbarco dietro le quinte della prima maratona televisiva della Rai (28 ore di diretta), condotta da Tito Stagno con i commenti di Andrea Barbato e, dal entro spaziale della NASA di Houston di Ruggero Orlando. La passeggiata di Neil Armstrong e Buzz” Aldrin segnò una tregua ai rancori e ai disordini di quegli anni. Giornalisti e osservatori internazionali profetizzarono che l’allunaggio statunitense avrebbe sancito l’inizio di una collaborazione fra Usa e Urss e, forse, la fine della Guerra fredda. L’emozione di chi assistette a quell’evento prevalse per qualche giorno su ogni cosa: dal giorno del decollo dell’Apollo 11 fu davvero come se tutto, anche in Italia, ruotasse intorno alla Luna. Nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro. I negozi, con le vetrine rigorosamente a tema, ottennero il permesso di tenere accesa la tv anche durante l’orario di apertura e al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. In quella notte non ci furono furti né rapine: a Milano il centralino della polizia squillò solo 2 volte e a Bologna e Roma il copione non fu diverso. Lo sbarco sulla Luna ci rende ancora capaci di sognare mondi migliori, universi senza fine, dove buchi neri e remote galassie rendono tutto possibile, meraviglioso, visionario perché da sempre lo spazio e il cosmo, con i suoi misteri e le sue scoperte, affascina chiunque di noi, scienziati e uomini comuni, laici e religiosi, sognatori e scettici. Le imprese degli astronauti, ne è la riprova l’ultimo viaggio spaziale di Samantha Cristoforetti, han fatto desiderare ai “bimbi” di tutte le età di diventare astronauti. E se per la maggior parte di noi, non è stato così, ora avremo comunque la possibilità di vedere quel mondo da vicino, di entrarne a far parte anche se per poche ore.

Dal 27 settembre arriva per la prima volta in Italia, a Milano nello Spazio Ventura XV (via Privata Giovanni Ventura 15), NASA - A Human Adventure, la mostra sullo spazio prodotta da John Nurminen Events in collaborazione con AVATAR - che ha già affascinato nel suo tour mondiale iniziato nel 2011 milioni di visitatori perché concepita per adulti e bambini.
La mostra è un viaggio di conquiste e di scoperte che si estende per 1500 metri quadri, tra razzi, Space Shuttle, Lunar Rover, Simulatore di centrifuga spaziale, in un percorso didattico ed emozionante, scientifico e immersivo, che va dal primo lancio nello spazio ai giorni nostri e che presenta circa 300 manufatti originali provenienti dai programmi spaziali NASA, la maggior parte di essi in prestito dal Cosmosphere International Science Education Center e dallo Space Museum e dal U.S. Space & Rocket Center, molti dei quali sono stati nello spazio. L’esposizione racconta la fantastica storia della National Aeronautics and Space Administration, per tutti la NASA, e le sue incredibili conquiste ottenute nei voli e nelle esplorazioni spaziali.
I visitatori potranno ammirare le splendide astronavi costruite dalla NASA e scoprire le storie delle persone che vi sono state a bordo o che le hanno progettate e costruite come per esempio un enorme modello in scala del gigantesco razzo lunare Saturn V o la replica fedele della pioneristica navicella Mercury con la quale venivano condotte le prime missioni spaziali, e la navicella Gemini, costruita per missioni di lunga durata e ancora un modulo dell’Apollo che portò il primo essere umano sulla Luna e il Rover Lunare che servì agli astronauti per esplorarla. Non poteva mancare l’ormai iconico Space Shuttle, prima navicella riutilizzabile, con una sezione che consentirà ai visitatori di vedere il ponte di volo e il ponte di mezzo dove invece mangiano, dormono e lavorano sugli esperimenti. Ma i visitatori potranno anche sperimentare una simulazione di volo a “bordo” del Mercury Liberty Bell 7 dove si trovava l’astronauta, Gus Grissom. Il simulatore “G-Force - Astronaut Trainer” sarà per il pubblico come una sorta di grande salto adrenalinico, proprio grazie alla forza di gravità generata.
L’esplorazione dello spazio è una delle vicende umane più meravigliose e questa mostra vuol dar conto anche dello spirito e dell’eroismo di quanti sopravvissero alle missioni spaziali, senza però dimenticare il sacrifici e le perdite di quegli uomini e donne per i quali l’avventura spaziale si trasformò in tragedia. “NASA - A Human Adventure” mostra come nel passato le esplorazioni spaziali siano state una grande competizione tra le nazioni, addirittura un elemento significativo della cosiddetta Guerra Fredda dacché la corsa allo spazio aumentò, ma anche stimolò, la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica, mentre ai giorni nostri, con le stazioni internazionali, uomini di nazioni e culture diverse collaborino assieme.
Attraverso 6 sezioni (Gantry Entrance, Sognatori, La Corsa allo Spazio, Pionieri, Resistenza e Innovazione), i visitatori verranno catapultati in una delle storie più affascinanti e ambiziose dell’uomo, la scoperta dello spazio in un’esperienza immersiva che inizia fin dall’ingresso, quando dovranno attraversare una passerella, la stessa che gli astronauti della NASA percorrono prima di salire a bordo del Saturn V e la stessa sulla quale, nella notte del 7 dicembre 1972, camminarono tre astronauti dell’Apollo 17 per atterrare sulla Luna.
Nella prima sezione, GANTRY ENTRANCE, è presente una passerella in metallo, replica di quella che collegava a circa 100 metri di altezza il razzo lunare Saturn V con la mitica rampa di lancio a Cape Canaveral, il famosissimo centro della NASA in Florida. È attraverso questa passerella che gli astronauti sono saliti a bordo del Modulo di Comando del Saturn V e hanno iniziato il loro viaggio per la Luna. La passerella era utilizzata anche per rifornire la navicella spaziale del carburante e di tutto il necessario alla vita nello spazio.
Nella seconda sezione, SOGNATORI, si racconta di come per migliaia di anni il cielo notturno sia stato il “propulsore” dei sogni e si dà conto del lavoro di scrittori e artisti che hanno anticipato con la loro immaginazione la visione dello spazio e la sua conquista. La luna e le stelle son state fonte di ispirazione per la mitologia, la creazione di divinità e di misteri di ogni sorta, raccontati da scrittori e artisti. Già Luciano di Samosata nel secondo secolo a.c., si era immaginato un viaggio sulla Luna e l’incontro con forme di vita extra terrestri. Ma solo dopo la metà del XVI secolo, con le scoperte di Copernico e Galileo, gli scrittori son stati in grado di coniugare la fantasia con la scienza. Nel XIX secolo il francese Jules Verne non solo si è immaginato viaggi spaziali ma ha perfino anticipato metodi e tecnologie del tutto simili a quelli usati più di un secolo dopo. Un altro scrittore dell’800, l’inglese HG Wells ha immaginato i viaggi spaziali nel racconto The First Men in the Moon. Accanto agli scrittori, parecchi artisti si sono cimentati su come potessero apparire gli altri pianeti. Come i disegnatori francesi Jules Férat e Édouard Riou che illustrarono le opera di Verne. Nel ventesimo secolo poi, l’americano Chesley Bonestell ha cerato immagini stilizzate dello spazio che sono state di supporto al programma spaziale americano. E l’artista americano Robert McCall ha lavorato per più di 30 anni sul tema spaziale creando opera di grande impatto. Queste persone hanno contribuito con le loro opere a rendere i viaggi spaziali una realtà.
Durante la seconda Guerra Mondiale son state compiute scoperte sensazionali in ambito di tecnologia aeronautica, dai motori dei jet a quelli spaziali. E dalla fine degli anni ’50 all’inizio dei ’60, l’esplorazione dello spazio è diventata una realtà. In questa sezione si potrà sapere tutto sul lancio da parte dei sovietici dello Sputnik, qui riprodotto in una replica fedele, e che ha dato inizio alla cosiddetta CORSA ALLO SPAZIO (che è il titolo di questa sezione) tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, le due super potenze dell’epoca. Costruito dai sovietici, lo Sputnik I fu il primo satellite artificiale mai inviato nello spazio. Lanciato il 4 ottobre 1957, trasmise segnali alla Terra per ventun giorni, finché le sue batterie andarono in avaria. Il satellite si disintegrò il 4 gennaio 1958 durante il rientro nell’atmosfera terrestre. Il lancio dello Sputnik fu un evento di enorme portata mondiale e generò la sfida per il primato nei voli spaziali che divenne uno dei capitoli della Guerra Fredda e si protrasse per quasi due decenni. Lo Sputnik I fu un pioniere nel senso stretto del termine, rappresentando il primo anello di una catena di eventi che prolungarono la nostra idea del mondo oltre i confini della Terra. Nessuno degli straordinari sviluppi e progressi che si vedranno in mostra, si sarebbe concretizzato senza questo primo, storico veicolo spaziale. Sempre in questa sezione si potranno anche ammirare le imprese del primo cosmonauta russo, Yuri Gagarin, e del primo americano Alan Shepard.
Entrando nella sezione PIONIERI si potranno vedere le immagini e le creazioni dei progenitori della moderna tecnologia spaziale, quali il russo Konstantin Tsiolkovsky, un matematico che pubblicò il primo testo sui viaggi spaziali nel 1903 e trattò anche temi quali il design e la propulsione per i quali è considerato a tutti gli effetti il “padre” dei voli spaziali, o il fisico tedesco Hermann Oberth che nel 1923 pubblicò la sua tesi di dottorato nella quale anticipava il corso delle ricerche spaziali. In Germania Oberth lavorò sui progetti spaziali durante la seconda guerra mondiale e trasferitosi negli Stati Uniti prese parte alla creazione del V-2, come scienziato della NASA. In questa sezione si potranno ammirare i frammenti originali di un missile V-2 lanciato. Il V-2 è stato il primo missile balistico a lungo raggio. Sviluppato all’inizio della seconda guerra mondiale, la propaganda nazista lo presentò come un’arma di rappresaglia concepita per reagire all’intensificarsi dei bombardamenti degli Alleati sulla Germania. Venne principalmente utilizzato contro bersagli situati a Londra e ad Anversa. Tra settembre 1944 e marzo 1945, i tedeschi lanciarono circa 3000 V-2 che, secondo le stime, uccisero 7.200 tra militari e civili. Un aspetto tragico della storia dei V-2 è che un numero ancor maggiore di persone nei campi di concentramento tedeschi perse la vita lavorando alla produzione di queste armi. Il missile V-2 è il progenitore di tutti i razzi moderni. Sempre in questa sezione è esposto (in scala 1 a 10) il Saturno V, un veicolo di lancio a tre stadi alimentato a propellente liquido, sviluppato nel quadro del programma di esplorazione lunare del Progetto Apollo. Successivamente è stato usato per il lancio dello Skylab, la prima stazione spaziale americana. La NASA ha impiegato attivamente il Saturno V tra il 1966 e il 1975, portando a termine 13 lanci riusciti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida, senza alcuna perdita di vite o di carico utile. Il Saturno V resta a tutt’oggi il razzo più lungo, pesante e potente mai impiegato attivamente. Le sue dimensioni e la sua capacità di carico utile lasciano ampiamente indietro qualsiasi altro razzo impiegato con successo in un programma spaziale. Continua a detenere il record del massimo carico utile mai lanciato e della massima capacità di carico utile che sia riuscita a entrare in orbita terrestre bassa, con 120 tonnellate. Toccava i 110,6 metri di altezza con in cima il Modulo di Comando e Servizio (CSM) e il razzo del LES (Launch Escape System), una soluzione d’emergenza per il salvataggio degli astronauti in caso di lancio fallito, e misurava 10,1 metri di diametro, esclusi gli alettoni. A pieno carico di carburante, il Saturno V pesava 2.950 tonnellate.
A tutt’oggi, il Saturno V resta l’unico veicolo di lancio capace di trasportare esseri umani al di là dell’orbita terrestre bassa. Il razzo ha lanciato in tutto 24 astronauti verso la Luna (tre dei quali hanno compiuto due viaggi) nei quattro anni che vanno da dicembre 1968 a dicembre 1972. Dodici di loro hanno camminato sulla Luna. Lo sviluppo e i lanci del razzi Saturno V furono enormemente costosi: dal 1964 al 1973, la NASA investì in totale 6,5 miliardi di dollari (circa 47,25 miliardi di dollari di oggi) nel progetto.
L’esplorazione dello spazio è una storia che ha a che vedere anche con l’enorme preparazione fisica e psicologica degli astronauti. In questa sezione, RESISTENZA, si potrà capire come sia cambiato il modo di vivere e lavorare nello spazio. Si potranno vedere gli oggetti più disparati, dal cibo liofilizzato ai kit personali, ma anche i veicoli e gli strumenti usati dagli astronauti, dalle tute spaziali ai rover lunari come il Rover lunare (LRV), presente in mostra a grandezza reale, che è stato un automezzo a quattro ruote ad alimentazione elettrica impiegato nelle tre ultime missioni del Programma Apollo (Apollo 15, 16 e 17) nel 1971 e 1972. Il Rover lunare veniva portato sulla Luna a bordo del Modulo lunare Apollo e, una volta reso operativo sulla superficie, era in grado di trasportare due astronauti, il loro equipaggiamento e campioni di suolo lunare. Gli LRV ampliarono moltissimo il raggio d’azione degli esploratori lunari. Le precedenti squadre di astronauti erano state confinate in prossimità del punto di allunaggio a causa della difficoltà di spostarsi a piedi con l’ingombro della tuta spaziale e dell’equipaggiamento di supporto vitale necessario nell’ambiente lunare. Il raggio operativo rimase comunque ridotto, per permettere agli astronauti di tornare al Modulo lunare a piedi in caso di avaria del Rover. Senza gli LRV, le principali scoperte scientifiche delle missioni Apollo 15, 16 e 17 non sarebbero avvenute e noi sapremmo molto meno di quel che sappiamo dell’evoluzione della Luna. 
Le esplorazioni spaziali sono una realtà grazie alla tecnologia e prima di essa, alle idee e soluzioni che hanno reso possibile l’impossibile. In questa sezione, INNOVAZIONE, si potranno vedere, tra molte altre cose, una serie di navicelle spaziali, inclusa una replica a grandezza naturale della capsula Mercury, il modulo di comando dell’Apollo, che portò per la prima volta gli esseri umani sulla luna, il leggendario Space Shuttle e il telescopio Hubble.
Il Progetto Mercury fu il primo programma di volo spaziale umano degli Stati Uniti e fu diretto dalla recentemente costituita National Aeronautics and Space Administration (NASA). Durò dal 1959 al 1963 con l’obiettivo di portare un essere umano in orbita attorno alla Terra, e di farlo prima dell’Unione Sovietica, nel quadro della prima fase della Corsa allo Spazio.
I sette astronauti scelti per il Progetto Mercury divennero noti collettivamente come i “Mercury Seven”. La capsula per la missione Mercury venne prodotta dalla McDonnell Aircraft Corporation. Era conica e poteva accogliere nella sua cabina pressurizzata una sola persona con scorte di acqua, cibo e ossigeno per circa un giorno. Il Progetto Mercury preparò il terreno al Progetto Gemini e al progetto di sbarco lunare Apollo, che vennero annunciati dopo poche settimane dal primo volo spaziale con un uomo a bordo. Secondo le stime, il Progetto Mercury ebbe un costo complessivo di 392,6 milioni di dollari (1,73 miliardi di dollari di oggi) e vi lavorarono 2 milioni di persone.
L’interno del modulo di comando Apollo in mostra è un simulatore per addestramento utilizzato nel Programma Apollo. Contiene i principali pannelli di controllo, ripostigli per le attrezzature, comandi, display, impianti di guida e navigazione e altri impianti del veicolo spaziale e i sedili degli astronauti, oltre a comparti per il cibo e gli equipaggiamenti e un impianto per la gestione e il trattamento dei rifiuti
Lo Space Shuttle (in mostra con una riproduzione del muso frontale in grandezza reale in scala 1:1) è stato il primo veicolo spaziale orbitante concepito per essere riutilizzato. Ha portato in orbita carichi commerciali, provveduto all’avvicendamento di equipaggi spaziali e al trasporto di forniture per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ed eseguito operazioni di manutenzione e riparazione di satelliti. L’orbiter dello Space Shuttle era anche in grado di imbarcare satelliti e altro carico utile in orbita e di riportarli sulla Terra. Tutti gli orbiter Shuttle vennero progettati per avere una vita utile di 100 lanci o di 10 anni di attività operativa; in seguito, questi parametri vennero sensibilmente migliorati e la loro flotta condusse complessivamente 135 missioni. Lo Shuttle Discovery fu quello che rimase in servizio più a lungo, per oltre 26 anni, con un record di 29 lanci e 364 giornate di servizio effettivo.
Il telescopio Hubble, in mostra in questa sezione, è celebre per le sue notevoli scoperte scientifiche. Si può dire che abbia avviato con sorprendente facilità un boom di relazioni pubbliche nel campo dell’astronomia; è stato costruito dalla NASA con contributi dell’Agenzia Spaziale europea (ESA) ed è controllato dal Goddard Space Flight Center di Greenbelt, Maryland. Prende il nome dall’astronomo statunitense Edwin Hubble. Negli anni ’20 del secolo scorso, Hubble trovò galassie al di là della Via Lattea e scoprì che l’Universo si va espandendo uniformemente. Ha trasmesso centinaia di migliaia di immagini alla Terra, facendo luce su molti dei grandi misteri dell’astronomia. Sono stati pubblicati oltre 10.000 articoli scientifici sulla base di dati forniti da Hubble. Il telescopio è tutt’ora in funzione e ci si attende che rimanga operativo fino al 2020. Il lancio del suo successore, il Telescopio spaziale James Webb JWST, è previsto per il 2018.


NASA - A HUMAN ADVENTURE
Produzione
: John Nurminen Events
Organizzazione
: Avatar
Curatore mostra
: Jukka Nurminen
Esperto Missioni Apollo
: Luigi Pizzimenti
Dal 27 settembre 2017 al 4 marzo 2018
Orari: lunedì - domenica 10.00 / 19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 

Aperture straordinarie: 24 e 31 dicembre ore 10.00 / 14.00; 25 dicembre e 1 gennaio 14.30 / 19.30
Biglietti: Intero: € 18,00; Ridotto: € 16,00 visitatori oltre i 65 anni, visitatori da 15 a 26 anni, portatori di handicap, insegnanti - Ridotto Bambino: € 12,00 visitatori dai 6 ai 14 anni - Gruppi Scuole: € 8 Minimo 15 massimo 25 (tolleranza fino a 29), scuole di ogni ordine e grado. Dal lunedì al venerdì -Gruppi: € 14,00 Minimo 15 massimo 25 (tolleranza fino a 29). Dal lunedì alla domenica - Biglietto Family 1: € 26,00 Un genitore più bambino (6-14 anni); Biglietto Family 2: € 36,00 Un genitore più due bambini (6-14 anni); Biglietto Family 3: € 42,00 Due genitori più un bambino (6-14 anni); Biglietto Family 4: € 50,00 Due genitori più due bambini (6-14 anni) - Gratuito: minori di 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti accreditati dall'Ufficio Stampa della Mostra. - Open: € 20,00 Valido entro le ultime due settimane di mostra - Biglietto esperienza “Centrifuga Spaziale”: €5,00
Visite Guidate: €110,00 Gruppi in italiano; €130,00 Gruppi in lingua; € 80,00 Scuole; € 100,00 Scuole in lingua
Audioguide: € 5,00 intero; € 4,00 ridotto
Infoline e prevendite:  tel. 0299901922- www.vivaticket.it
Catalogo: Skira Editore
Sito internet:  www.ahumanadventure.it - www.facebook.com/mostranasa/ - #ahumanadventure
Ufficio stampa: MondoMostre Skira - Lucia Crespi: Tel. 02 89415532 -lucia@luciacrespi.it; Federica Mariani: Tel. 3666493235 -federicamariani@mondomostre.it; Barbara Notaro Dietrich: Tel. 3487946585 - b.notarodietrich@gmail.com

SPAZIO VENTURA XV
Via Giovanni Ventura 15

Milano 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi