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Artico. Ultima frontiera, Triennale, Milano, dal 8/02/2018


La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall’uomo, il pericolo incombente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà. Sono questi gli argomenti attorno a cui ruota la mostra Artico. Ultima frontiera™  in programma dall’8 febbraio al 25 marzo 2018 alla Triennale di Milano.
L’esposizione, curata da Denis Curti e Marina Aliverti, presenta oltre 60 immagini, rigorosamente in bianco e nero e di grande formato, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Ragnar Axelsson (Islanda, 1958), Carsten Egevang (Danimarca, 1969) e Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957).
La rassegna è un’indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, su un’ampia regione del Pianeta, che comprende la Groenlandia, la Siberia e l’Islanda, e sulla vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti ad affrontare, nella loro esistenza quotidiana, le difficoltà di un ambiente ostile. 


Il curatore Denis Curti: "Nel mondo dell’arte la Natura  ha rappresentato una provocazione costante. Molto più che un semplice tema. Direi quasi un luogo e un valore con cui confrontarsi nella relazione con se stessi e con l’esterno. La Natura, qui, è la dimensione ideale e simbolica di una ricerca interiore che riporta alle origini dell’universo. Artisti, poeti e intellettuali hanno fondato movimenti, stili espressivi e scuole di pensiero dove il dilemma dell’ignoto ha preso forma, con accezioni differenti, nella bellezza e nell’incredibile forza della Natura. Ma ciò che oggi possiamo affermare con certezza è che la rappresentazione del paesaggio naturale raccoglie e veicola lo spirito dei tempi, mutando al variare delle epoche di cui, di volta in volta, riflette i cambiamenti, come se fosse lo spazio di una coscienza individuale e, al contempo, collettiva. Questo continuo flusso d’immagini e sentimenti che si alimenta di fronte alla Natura parla, dunque, di noi stessi, delle paure e degli stupori che dominano la relazione dell’eterno conflitto tra l’uomo e l’ambiente,nella misura in cui le regioni artiche del mondo (dove il riscaldamento globale mette a dura prova l’ecosistema e la sopravvivenza delle popolazioni autoctone) hanno assunto, nel tempo, la valenza di “luoghi simbolo” chedal profondo del globo terrestreconservano i segni cruciali dell'interferenza dell’uomo nei processi naturali. Ecco allora che Groenlandia, Siberia, Alaska, Canada e Islanda evocano quel doppio registro di significati che il paesaggio porta con sé, nell’osmotico rapporto tra dentro e fuori, individuale e collettivo, antropico e naturale.
In queste immagini  l’imminenza del riscaldamento globale si fa urgenza, mentre si apre un confronto doloroso in cui l'uomo e le sue opere vengono inghiottiti dall'immensa potenza della natura. Bellezza e avversità sono i concetti su cui si fonda questo progetto, con una mostra che intende riportare l’attenzione sui paesaggi naturali e le tematiche ambientali dei nostri giorni”.
La lotta con le difficoltà dell’ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, a cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale:sono questi i punti su cui s’incentrano le esplorazioni dei tre fotografi.
Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: SILA and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal fotografo e film-maker americano James Balog; The Last Ice Hunters, dei registi sloveni Jure Breceljnik e Rožle Bregar.
Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni Ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell’estremo nord della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico del nord e degli indigeni della Siberia.
Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l’umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche.
Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.
Paolo Solari Bozzi presenta un progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile 2016, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato i suoi pochi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile. Gli inuit vivevano di caccia e pesca, innocenza e bellezza, neve, musica e riti sciamanici. Oggi si trovano in una delicata fase di transizione, straziati tra un passato millenario e un futuro incerto. Questa è una testimonianza di un tempo che, forse, non vivranno più. Il reportage di Paolo Solari Bozzi è stato pubblicato nel 2017, nel volume di fotografie Greenland into White (Electa Mondadori), in edizione italiano/inglese. 

Greenland into white.
Paolo Solari Bozzi
Editore: Mondadori Electa
Edizione: italiana e inglese 2017
Pagine: 143 p., ill., Rilegato
EAN: 9788891811325
Prezzo: €.55

Ragnar Axelsson, Iceland, 2016 © Ragnar Axelsson

Ragnar Axelsson

"È successo a Thule circa 25 anni fa. Mentre passavo davanti a una casetta, ho notato l’anziano proprietario che stava sulla porta e guardava il cielo, annusando l’aria. Per cinque mattine di seguito l’ho visto nello stesso posto, ad annusare l’aria e a fissare il ghiaccio del fiordo che si scioglieva. Non capivo quello che diceva, borbottava sempre le stesse parole, così, una mattina, ho chiesto a un amico di accompagnarmi e tradurmi i suoi pensieri.
Quello che diceva era: “Non dovrebbe essere così, c’è qualcosa che non va. Il grande ghiaccio è malato.” Voleva dirmi che il ghiaccio non era mai stato in quelle condizioni e non doveva esserlo. Quelle parole forti pronunciate da un saggio anziano mi hanno commosso: quell’uomo era sempre stato parte della natura e adesso era preoccupato perché percepiva un cambiamento nell’aria.
Questo episodio per me ha segnato un punto di svolta: per la prima volta mi sono reso conto che c’era qualcosa di sbagliato. L’Artico è in fase di rapida trasformazione, il ghiaccio
marino si sta ritirando e l’estensione dei ghiacciai è sempre più ridotta. Tra duecento anni saranno scomparsi del tutto dall’Islanda. Il Pianeta Terra, la nostra casa, si sta surriscaldando. Gli scienziati ci avvertono che, se non modificheremo in tempo le nostre abitudini di vita, saremo presto vicini al punto di non ritorno. Il ghiaccio marino e i ghiacciai dell’Artico sono il sistema di raffreddamento della Terra. La vita come la conosciamo oggi potrebbe subire un drastico cambiamento, scaricando sulle spalle dei nostri nipoti problemi che nessuno vorrebbe si trovassero ad affrontare.
Da oltre trent’anni mi dedico a esplorare i luoghi più remoti dell’Artico per documentare l’esistenza quotidiana delle popolazioni che vivono ai confini del mondo. Sono stato diverse volte al Polo Nord, nell’Isola di Baffin, in Groenlandia, in Siberia e in altri Paesi dell’Artico.
Ho sorvolato la calotta di ghiaccio della Groenlandia quando il 97% di essa si stava sciogliendo, come mostrato da un’immagine satellitare della NASA. La superficie del ghiacciaio era completamente grigia, coperta di fanghiglia a perdita d’occhio e disseminata di migliaia di laghi azzurri fino a Thule. Quell’avventura è stata come camminare idealmente sulle pagine del libro della Terra, assistendo a una serie di enormi cambiamenti, anche se trent’anni è appena un battito di ciglia nella storia del nostro pianeta. La vita nell’Artico è straordinaria, ma anche molto dura, come d’altronde sempre sarà. La gente del luogo in futuro si troverà davanti un Artico molto diverso e lo stesso sarà per le popolazioni dei tanti Paesi che vedranno un innalzamento del livello marino e il verificarsi di fenomeni meteorologici estremi. Almeno è qualcosa su cui riflettere, a prescindere da ciò in cui si crede. Il nostro pianeta, la nostra unica casa, si sta surriscaldando o no? Il ghiaccio dell’Artico si sta sciogliendo o no? Pensate ai vostri discendenti, ai vostri figli e nipoti: li amate o no? Volete lasciarli in una situazione senza uscita? Sarebbe una sensazione orribile dovere dire loro, quando ormai è troppo tardi: “Ops, scusate tanto”.
La fotografia non ha mai svolto un ruolo più grande nella storia della Terra nel documentare i cambiamenti in atto, aprendo gli occhi alla gente e sostenendo il lavoro degli scienziati. Ha già saputo cambiare il mondo in passato e saprà farlo ancora in futuro. L’Artico è, e resterà, il più grave problema del nostro pianeta negli anni a venire e questo comporta un’enorme responsabilità per tante persone, fotografi inclusi. Una responsabilità che non sarà più possibile ignorare."

Ragnar Axelsson è nato in Islanda nel 1958 e la sua formazione come fotografo è iniziata all’età di sedici anni in uno studio fotografico tradizionale. A diciott’anni faceva già parte della squadra di reporter del principale quotidiano islandese, Morgunblaðið, e da allora ha continuato a lavorare al suo progetto permanente di documentazione del destino della gente e della natura nel grande Nord.
Ha dedicato la propria carriera ai cacciatori, pescatori e agricoltori di sussistenza che vivono nell’area circumpolare, ai confini del mondo abitabile. Dai primi anni Ottanta ha viaggiato nell’Artico, documentando la vita dei cacciatori Inuit del Canada settentrionale e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico settentrionale, nonché delle popolazioni indigene della Scandinavia settentrionale e della Siberia. Le sue storie sono apparse su riviste quali Time Magazine, Life, Stern, GEO, Polka, Wanderlust, Geographical e Newsweek e sono al centro dei suoi principali libri di fotografia: Faces of the North (2004, 40.000 copie esaurite, ristampato in edizione ampliata nel 2015), Last Days of the Arctic (2010) e Behind the Mountains (2013). Dietro la sua opera c’è la profonda convinzione che la cultura tradizionale delle popolazioni dell’Artico stia scomparendo e non sia in grado di resistere agli effetti negativi delle forze dirompenti dell’economia e del cambiamento climatico. Nel 2011 sulla sua opera è stato realizzato il documentario Last Days of the Arctic. Capturing the Faces of the North, prodotto da BBC4, NDR, ARTE e ITVS. La serie Faces of the North è stata oggetto di numerose mostre ed è stata presentata nella rassegna Rencontres d’Arles Photo Festival (2001) e presso la Alfred-Ehrhardt Foundation di Colonia (2005). La mostra The Last Days of the Arctic viaggia in tutta Europa dal 2010 ed è stata presentata, tra l’altro, a Reykjavík, Dublino, Bergen, Lubecca, Milano, Londra, Saarbrücken e Bruxelles.

Carsten Egevang, East Greenland, Scoresbysund, 2016 © Carsten Egevang

Carsten Egevang

"Al di fuori dell’Artico, il problema del cambiamento climatico a livello globale è affrontato con modelli matematici astratti e profezie su ipotetici scenari futuri. In Groenlandia è diverso. Qui il cambiamento è reale, palpabile e in rapida evoluzione. Gli abitanti di queste terre, siano essi uomini o animali, sono testimoni di mutamenti sostanziali che interessano quotidianamente il loro ambiente. Il tradizionale stile di vita groenlandese è oggi a rischio.
Ogni nuova stagione porta con sé una progressiva riduzione del ghiaccio marino, con conseguenze sulle vie migratorie degli animali e sulle opportunità di trasporto per la popolazione locale. Come fotografo, avverto la responsabilità di documentare le grandi tradizioni venatorie della Groenlandia prima che sia troppo tardi. Ed è questo il motivo che mi spinge a tornare qui, un anno dopo l’altro, con la mia macchina fotografica.
La Groenlandia è un luogo di una bellezza straordinaria, con uno scenario naturale unico al mondo, ma anche un ambiente estremamente inospitale in cui la sopravvivenza è difficile per gli animali come per gli esseri umani. Il mio desiderio è usare la fotografia per andare oltre le bellezze naturali e catturare qualcosa della vita nell’Artico. In pochi posti al mondo il rapporto e la dipendenza che legano uomini e animali all’ambiente circostante sono così forti. In Groenlandia la vita scorre perennemente sul filo di ciò che è fisicamente possibile.
Solo le specie che si sono adattate a questo clima estremo riescono a sopravvivere. Solo le persone in grado di decodificare i segni della natura e prevedere i cambiamenti del tempo riescono a trovare di che sfamarsi in questo deserto artico. Quando ho iniziato a fotografare la Groenlandia, la mia prima fonte di attrazione, come per molti altri, è stata la bellezza dei luoghi. Volevo fotografare i colori del paesaggio, gli iceberg, l’aurora boreale, la fauna artica. Se mi capitava di inquadrare un essere umano o un qualsiasi manufatto, ad esempio un’abitazione, scartavo la foto.
Oggi il mio approccio è completamente diverso. La mia missione è documentare il modo in cui la popolazione fa ancora affidamento sulla natura. Mi sforzo di collocare esseri umani e animali in un contesto più ampio, cercando di rappresentarli come un elemento del paesaggio mozzafiato. Tento di catturare le interazioni tra uomini e animali che sono essenziali per la sopravvivenza umana da un punto di vista culturale come anche della quotidianità domestica. Tutto questo non è realizzabile con una breve crociera, ma richiede soggiorni prolungati in cui seguire da vicino i cacciatori che si avventurano in cerca di cibo sulle slitte trainate dai cani, sui gatti delle nevi e sulle piccole barche. Per me non c’è mezzo migliore della fotografia in bianco e nero per comunicare tutto questo."

Carsten Egevang, danese, con una formazione da biologo, ha completato un dottorato in Biologia artica all’Università di Copenaghen. È affiliato al Greenland Institute of Natural Resources, dove si occupa principalmente di uccelli marini. Dal 2002 al 2008 ha vissuto a Nuuk, la capitale groenlandese e, anche se attualmente risiede a Copenaghen, ha mantenuto un forte legame con la Groenlandia, in cui ritorna almeno tre volte all’anno. È stato premiato in diversi concorsi fotografici internazionali ed è stato, tra l’altro, vincitore di categoria nel BBC Wildlife Photographer of the Year, il più alto riconoscimento conferito a un fotografo danese nell’ambito del prestigioso concorso. Nel 2011 gli è stato assegnato il titolo di “Fotografo naturalista danese” e nel 2012 ha avuto l’onore di ricevere il “Premio per l’ambiente e la natura” del governo groenlandese. Come leader di una squadra di ricercatori internazionale, è stato il primo al mondo a documentare l’incredibile migrazione annuale della sterna artica dalla Groenlandia all’Antartide e viceversa, l’esempio di migrazione più lungo nel mondo animale. È membro sostenitore dello Arctic Arts Project, associazione dei più famosi e dotati fotografi naturalisti dei nostri giorni, il cui scopo è far conoscere l’impatto dei cambiamenti climatici sull’Artico.
Tra le sue pubblicazioni: Greenland, Land of Animal and Man (2011), Life at the Edge (2012) e Thule (2015).

Paolo Solari Bozzi, Kap Hope, Scoresbysund, East Greenland, 2016 © Paolo Solari

 Paolo Solari Bozzi

"Sono partito per la Groenlandia con l’idea che avrei incontrato gli Inuit con le pelli d‘orso e foca. Mi sono subito reso conto che così non sarebbe stato, perché oggi gli Inuit vestono all‘occidentale e i giovani hanno tutti il cellulare. Essi si trovano in una delicatissima fase di transizione che li sta portando ad abbandonare tradizioni millenarie e a sostituirle con quelle del mondo odierno. I loro nonni vivevano ancora sotto terra alcuni sostengono stando meglio d’adesso perché almeno erano al riparo dalle intemperie cui le casette di legno importate dai Danesi non resistono quando il vento soffia a oltre 200 km all’ora; si nutrivano esclusivamente di cibi locali e i riti domestici erano codificati da secoli. Adesso, invece, tanti vorrebbero emigrare, non avere più le fatiche della caccia e della pesca a temperature glaciali sulle spalle, fare un‘esperienza di lavoro in Danimarca e rientrare a casa (ma per far cosa?). C’è poi l’acuto problema dell‘alcol, che non viene tollerato dal loro organismo, così come l‘Africano, cui parimenti manca l‘enzima specifico, non tollera il latte.
L‘Inuit di oggi vive in questo limbo, straziato fra un passato duro ma sicuro e un futuro visibile, ma da scoprire. Di qui, un’incertezza che tende le corde della psiche e genera un elevato tasso di suicidi (fra i più alti al mondo) e di alcolismo dilagante. Manca insomma una vera, nuova identità nella quale riconoscersi.
A questo stato di cose si aggiunge l’enorme potenziale del sottosuolo dell’isola più grande del pianeta, la cui superficie abili imprenditori di tutto il mondo hanno cominciato a grattare con cupidigia, aprendo così il sipario su un orribile scenario di sfruttamento e disassamento del territorio, con prevedibili e già visti effetti collatera li degenerativi. Infine, il surriscaldamento terrestre e il conseguente scioglimento dei ghiacci (misurabile, misurato, incontrovertibile) fanno sì che l’habitat della fauna artica si restringa di anno in anno, che il delicato ecosistema venga stravolto, che il terreno di caccia dell‘animale e dell‘uomo diminuisca (i fiordi ghiacciati d’inverno si assottigliano sempre di più) e che da ultimo il cacciatore abbia sempre meno prede di cui nutrirsi.
Il tutto mi ricorda la situazione degli Indiani d‘America dell‘Ottocento. Liberi di vivere sul loro territorio, allevando bisonti poi sterminati dai bianchi, furono convinti con le cattive a cederlo e a ritirarsi nelle riserve con le conseguenze che conosciamo. A differenza d‘allora però, i meccanismi di democrazia e tutela delle minoranze si sono per fortuna evoluti. Ne sono testimoni le tante istituzioni e le conferenze internazionali a tutela dell’Artico che ogni anno fanno discutere migliaia di esperti e politici per fare il punto e monitorare. Ne sono parimenti testimoni i molti Accordi siglati fra gli 8 Stati dell‘Artico (Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia) e i rappresentanti degli appena 150’000 Inuit. In questi Accordi le tante Premesse fissano in dettaglio le molteplici esigenze degli Inuit di cui tener conto (le loro tradizioni, il loro cibo, la loro condizione sociale e, di converso, il loro bisogno legittimo di vivere di quanto il territorio può loro offrire, che pertanto deve rimanere vergine); dall’altro, le
Promesse da parte degli Stati contengono elenchi su elenchi di regole stringenti per preservare l’esistenza millenaria di un popolo a rischio. Basteranno queste prese di coscienza per salvare gli Inuit e fare in modo che essi vivano sempre meglio? Me lo sono chiesto durante i miei due mesi invernali in Groenlandia, con nostalgia nel cuore ma anche ansia. Quel che ho potuto fare ho fatto, cioè fissato la loro condizione attuale, come appare oggi, in bilico fra il passato e un futuro misterioso."

Paolo Solari Bozzi è nato a Roma nel 1957 e ha trascorso gran parte della gioventù all’estero. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, è stato ammesso all’esercizio della professione forense e successivamente si è occupato di diritto internazionale a Milano e a Roma. Nel 1990 ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi a Zurigo. Si è occupato occasionalmente di fotografia a stampa fino al 2011, quando si è risvegliata la sua passione latente per il bianco e nero e la camera oscura di Celerina, nei pressi di S. t Moritz, è diventata il nuovo centro della sua attività professionale. Il 2012 lo ha visto esplorare l’Africa australe per cinque mesi a bordo di una Land Rover. Le fotografie scattate in quest’occasione sono state pubblicate in Namibia Sun Pictures (Tecklenborg, 2013). Nel 2014, ha soggiornato nello Zambia per quattro mesi, percorrendo oltre 10.000 km, perlopiù su strade sterrate. L’ultimo suo lavoro, Zambian Portraits (Skira, 2015), è incentrato sulla mimica facciale, e in particolare lo sguardo, di uomini, donne e bambini indigeni, nel tentativo di catturarne l’io interiore. L’attuale progetto GreenLand into White è dedicato agli Inuit della costa orientale della Groenlandia, di cui l’artista ha visitato numerosi villaggi tra febbraio e aprile del 2016.


Il 27 febbraio, alla Triennale di Milano, si svolgerà il Summit on Climate Change , una giornata durante la quale scienziati, politici ed imprenditori italiani ed internazionali si confronteranno sul tema del cambiamento climatico. 

Tuesday February 27, 2018
SUMMIT on Climate Change
Start: 9.30 am
Welcome Address: Marco Granelli, City of Milan, Mobility and Environment Councillor
Andrea Tilche, European Commission, Brussels, Head of the Climate Action and Earth Observation Unit, DG Research & Innovation
Why is the Arctic so Important for all of Us?

Bianca Perren, British Antarctic Survey, Research scientist
Landscape, People, and Climate Change in the Arctic: a Past Climate Perspective from Greenland’s Lakes

Corina Gamma
Documentary Film Director and Producer - SILA and the Gatekeepers of the Arctic
Film Excerpts and Discussion about Impact of Climate Change on Local Arctic Communities

Konrad Steffen
Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research, Director; ETH Zurich, Professor of Climate and Cryosphere

The Melting of the Greenland Ice Sheet – How does it Affect the Global Sea Level?
Thomas Stocker, University of Berne, Professor of Climate and Environmental Physics

Searching for the Oldest Ice
Hans Oerlemans, Utrecht University, Professor of Meteorology in the Faculty of Physics and Astronomy

Global Warming: the Glacier Story

One Hour Break

Carlo Barbante, Ca’ Foscari University, Venice, Professor of Dynamics of Environmental Processes-CNR, Moderator Ice Memory
An International Salvage Program

Valentina Bosetti, Bocconi University, Milan, Professor of Environmental and Climate Change Economics

Climate Change Mitigation and Adaptation

Stefano Pogutz, Bocconi University, Milan, Assistant Professor of Management and Corporate Sustainability

From Impact to Dependence. The Business Logic behind Climate Change

Andrea Di Stefano, Novamont SpA, Novara, Responsible for Special Projects and Business Communication

The Chemical Industry can Replicate the Nature Environment

Simone Molteni, LifeGate, Milan, Scientific Director
To be or not to be (Sustainable)?

Mauro Roversi, Ambienta SGR SpA, Milan, Partner & Chief Investment Officer
Investing in the Sustainable Economy

The Summit will be held in English


ARTICO. ULTIMA FRONTIERA™
Fotografie di: Ragnar Axelsson / Carsten Egevang / Paolo Solari Bozzi
Dal 8 febbraio al 25 marzo 2018
A cura di: Denis Curti e Marina Aliverti
Ingresso: libero
Inaugurazione: 7 febbraio 2018 ore 18.00
Ufficio Comunicazione e Relazioni Media della Triennale di Milano: Alessandra Montecchi e Micol Biassoni - T. +39 02 72434247 - press@triennale.org

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 724341 - www.triennale.org

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Franco Grignani: Subperception, Galleria 10 A.M. Art, Milano, dal 10/02/2018

Inaugurazione: sabato 10 febbraio ore 17.00


La Galleria 10 A.M. Art rende omaggio, a 110 anni dalla sua nascita, a Franco Grignani (1908-1999), artista tra i più profondi innovatori del Novecento.
Nell’ambito del costante lavoro di riscoperta e di presentazione del lavoro di Franco Grignani, figura poliedrica che si è mossa sul sottile confine che lega arte, design e grafica e che è stata celebrata la scorsa estate con una importante antologica alla Estorick Collection di Londra, la Galleria 10 A.M. Art si concentra ora sull’uso della fotografia che il grande artista e grafico lombardo ha praticato costantemente nel corso di tutta la sua attività, con particolare fervore negli anni cinquanta.
La mostra, curata da Marco Meneguzzo, in collaborazione con l’Archivio Manuela Grignani Sirtoli, presenta 20 opere tra sperimentali ottici su tela emulsionata e tavola e fotografie ai sali di bromuro d’argento.
La generazione artistica di Grignani è proprio quella che “scopre” le possibilità linguistiche della fotografia, spingendosi nel territorio, apparentemente estraneo a quella disciplina, che è l’astrazione. Come altri suoi coetanei, pionieri di questa “esplorazione”, primo fra tutti Luigi Veronesi, Grignani vede schiudersi un mondo davanti a sé e lo approfondisce, non come se fosse avulso da altre pratiche artistiche, ma come connaturato a esse, quasi che la sperimentazione fotografica potesse essere propedeutica al lavoro di grafica “optical” che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Di fatto, fotografia, grafica e pittura si intersecano indissolubilmente nel lavoro di Grignani, che alla fotografia chiede di poter sperimentare le infinite varianti di pattern e textures simili, sia che intenda riportarle in pittura, sia che preferisca utilizzarle nella loro veste iniziale di carta emulsionata.
In questo senso, la “Subpercezione”, è una delle categorie entro cui l’artista fa ricadere la visione delle sue opere. Come scrive Marco Meneguzzo: "la “Subpercezione” è una visione subliminale che sfrutta capacità “laterali” della mente nella visione dell’opera.
La fotografia, utilizzata secondo empirismi segreti e gelosamente custoditi, e sempre per la produzione di superfici astratte regolari o distorte, anamorfiche o ripetitive, diventa così l’equivalente del bozzetto, dello schizzo iniziale dell’opera, ma al contempo ne costituisce anche l’essenza. Per questo, in mostra saranno esposte superfici pittoriche derivate da sperimentazioni fotografiche, tele emulsionate di estrema rarità e grandezza, oltre a un numero davvero cospicuo di carte fotografiche, firmate dall’artista, che testimoniano della puntigliosa ricerca della “variante” più interessante in un mondo in bianco e nero”.
Accompagna la mostra un corposo volume bilingue (italiano-inglese), edizioni 10 A.M. Art, curato da Marco Meneguzzo, il cui saggio si accentra sulla pratica fotografica di Grignani. Il volume aggiunge un ulteriore tassello nell’analisi della sua figura d’artista, dopo le pubblicazioni “generaliste” di due anni fa (personale alla 10 A.M. Art) e dell’anno scorso (mostra all’Estorick Collection di Londra).

 

Franco Grignani: Subperception
Catalogo della mostra / Exhibition catalogue 10/02 - 24/03/2018
Edizione / Edition 10 A.M. ART, Milano
200 pagine / pages
Testo di / Text: Marco Meneguzzo
ISBN: 978-88-940648-9-6
in vendita / on sale 35,00 euro

 

From 10 February to 24 March 2018, the Galleria 10 A.M. Art in Milan will be paying a tribute, on the 110th anniversary of his birth, to Franco Grignani (1908-1999), one of the most innovative artists of the twentieth century.
In the context of a constant work of the rediscovery and presentation of Franco Grignani’s work, a multifaceted figure who acted on the subtle boundary between art, design, and graphics, and who was honoured last summer with an important anthological show at the Estorick Collection in London, the Galleria 10 A.M. Art is now concentrating on the use of photography that this great Lombard artist and producer of graphics constantly undertook throughout his whole career, but with particular zeal in the 1950s.
The show, curated by Marco Meneguzzo together with the Archivio Manuela Grignani Sirtoli, presents 20 works including experimental optical ones on emulsified canvas and panel, and silver bromide salt photos.
Grignani’s artistic generation was the very one that “discovered” the linguistic possibilities of photography, pushing itself into a territory apparently extraneous to the discipline: in other words, abstraction. Like other contemporaries of his, the pioneers of this “exploration” – first among them Luigi Veronesi –, Grignani saw opening up before him a world that he analysed, not as though it were detached from art practices, but as though it were embodied by them, almost as though experimental photography could be preparatory to his work as an “optical” graphic artist that characterised all his career. In fact, photography, graphics and painting are indissolubly mixed together in Grignani’s work, the work of someone who asked for photography to be able to experiment with the infinite varieties of similar patterns and textures, which he both intended to import into painting and to utilise in their original form of emulsified paper.
In this sense, “Subperception” is one of the categories which the artist used as a fallback position for looking at his works. As Marco Meneguzzo has written, “Subperception” is “a subliminal vision that exploits the ‘lateral’ capacities of the mind when observing the work. Photography, utilised according to secret and jealously guarded empiricisms, and always for regular or distorted, anamorphic or repetitive abstract surfaces, in this way becomes the equivalent of an outline, an initial sketch of the work, but at the same time it is also its essence. For this reason, in the show there will be exhibited painted surfaces derived from photographic experiments, emulsified canvases of extreme rarity and of a large size, besides numerous genuinely conspicuous photos, signed by the artist, that testify to his meticulous search for the most interesting ‘variant’ in a black and white world”.
The show will be backed by a large, bilingual volume (Italian and English), published by 10 A.M. Art, edited by Marco Meneguzzo, an essay by whom will concentrate on Grignani’s photographic practice which will be a further addition to an analysis of his figure as an artist. This is a follow-up to the more “generalised” publications of two years ago (the solo show at 10 A.M. Art) and last year (the show at the Estorick Collection in London).

Franco Grignani è nato nel 1908 a Pieve Porto Morone, in provincia di Pavia.
Sin dalla prima giovinezza partecipa alle manifestazioni del Secondo Futurismo. Nel 1933 Grignani è, con l’opera “Introspezione”, tra i 200 espositori nella “Grande Mostra Nazionale Futurista” di Roma, con artisti cooptati da Marinetti.
Nel 1934 partecipa, alla Galleria “Le Tre Arti” di Foro Bonaparte a Milano, alla mostra “Scelta Futuristi Venticinquenni” sottotitolata “Omaggio dei Futuristi Venticinquenni al Venticinquennio del Futurismo”. Di questo periodo della sua attività quasi tutti i dipinti sono andati perduti e dal 1935 abbandona ogni riferimento figurativo per dedicarsi , anche attraverso l’uso della macchina fotografica, alle sperimentazioni che essa gli consentiva: tutte ricerche che lo portano ad avvicinarsi alle tesi delle avanguardie astrattiste e costruttiviste.
Abbandonata la Facoltà di Matematica, scelta inizialmente, nel 1929 si trasferisce a Torino per iscriversi ad Architettura e, al termine degli studi, si trasferisce a Milano dedicandosi, come “laboratorio sperimentale”, alla progettazione di aree espositive e al graphic design, senza però trascurare la ricerca artistica, e scoprendo, in tutte queste attività, problematiche comuni alla comunicazione visiva.
Alla conclusione della seconda guerra mondiale, riprende la sua attività lavorativa nel graphic design, dedicando però tempo ed attenzione allo sperimentalismo artistico, indagando su aspetti tissurali, di subpercezione e flou, distorsione, moiré e induzione (1949 primi anni ’50).
Le due personalità di Grignani corrono, però, parallele: sin dagli anni ’50 realizza la comunicazione per Alfieri & Lacroix, ed è art-director selezionatore e artefice degli annuari “Pubblicità in Italia” dagli inizi degli anni ’50 al 1985, crea copertine per Penguin Books. Ltd, ed è Art Director della comunicazione Dompè farmaceutici.
Sin dai primi anni ’50 è membro dell’AGI, Alliance Graphique Internationale, e dell’International Center of Typographic Art di New York, ICTA. Nel 1957 cura la sezione grafica della Triennale di Milano. Nel 1964, disegna il Marchio Pura Lana Vergine destinato a essere valutato, da sondaggi Internazionali, il marchio più significativo mai prodotto.
Franco Grignani, nonostante la sua ricerca appartata, è stato una delle personalità che più hanno influenzato le indagini e gli studi sulla percezione visiva e le correnti “Op” della grafica internazionale.
Nel 1975 il Comune di Milano organizza una sua antologica alla Rotonda della Besana con più di 150 opere e da quel momento in poi si dedica quasi esclusivamente all’attività artistica: il suo campo di sperimentazione spazia dalle permutazioni alle dissociazioni, alle periodiche, le psicoplastiche, le diagonali nascoste, le strutture simbiotiche e iperboliche. Si dedica ad impegnativi progetti espositivi nel 1977 in Venezuela; nel 1979 e per tutti gli anni ‘80 in Italia.
Nel 1980, la Nuova Accademia di Belle Arti, NABA, gli chiede di entrare a far parte dello staff docente. È l’inizio di una lunga esperienza di insegnamento, che si coniuga con una incessante attività di ricerca e con la realizzazione di opere dall’impianto matematico sempre più complesso.
Alla fine del 1998 una malattia lo obbliga all’immobilità e il 20 febbraio 1999 si spegne a Milano, sua città elettiva. Tutt’ora, al NABA, un dipartimento è intitolato alla sua memoria.


FRANCO GRIGNANI: SUBPERCEPTION
Galleria 10 A.M. Art
Direttori
: Bianca Maria Menichini e Christian Akrivos
A cura di
: Marco Meneguzzo
Dal 10 febbraio al 24 marzo 2018

Orari: dal martedì al venerdì, dalle 15.00 alle 18.00; sabato solo su appuntamento

Ingresso: libero
Informazioni: T. 02.92889164 - info@10amart.it; www.10amart.it
Ufficio stampa: CLP Relazioni Pubbliche - Paola Varano - T. 02 36755700 - paola.varano@clponline.it - www.clponline.it

Galleria 10 A.M. Art
via Anton Giulio Barrili 31
20141 Milano
Tel/Fax: +39 0292889164 - info@10amart.it

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Luca Gilli: Di/Stanze, Museo Diocesiano Carlo Maria Martini di Milano, 8/02/2018

La fotografia è protagonista dell’appuntamento che inaugura il programma espositivo 2018 del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. Nuova concezione espositiva, più coerente e delimitata, in pieno rispetto del fascinoso spazio architettonico. La fotografia oggi è un testimone di ricerca importante, nel suo grande cambiamento, nel suo diventare uno dei media espressivi, di nobiltà pari agli altri, molto amato dal pubblico per una apparente più semplice comprensibilità e sicuramente dal punto di vista collezionistico assai più abbordabile. Mi si consenta una disgressione basta guardare al successo espositivo della prima Triennale della Fotografia Italiana, nell'esposizione veneziana, che ha realizzato un sorprendente numero di visitatori da tutta Italia.
Ma tornando a Luca Gilli, in lui la luce è elemento centrale che trasforma, nobilitando le tracce del processo costruttivo di nuovi spazi in via di finitura e portando l'osservatore in una dimensione altra, sfalsata.
La passata di gesso, il ritocco, le pennellate, la traccia, si trasformano in una dimensione surreale, che trasporta in una astrazione impalpabile, come in una nebbia, in uno spazio indefinito, dove il segno che appare, diventa bussola di una nuova dimensione.
Il colore, quando è presente, diventa traccia di un sentiero, un punto di riferimento non solo estetico. La luce è l'elemento che paradossalmente mina l'interpretazione del "reale". Diventa ricerca pittorica in uno slancio verso l'assoluto. Quella dimensione misteriosa e mistica che passa sotto il nome di Pittura Astratta.
Vengono in mente i quadri di Antonio Calderara, di Valentino Vago o di alcuni tagli di Lucio Fontana, come in quella della XXXIII Biennale di Venezia, in cui il bianco diventava abbagliante e il taglio, in nero, era conforto di realtà, unico riferimento della dimensione spaziale. Un canto di ascesa verso un nuovo dove.
Di queste trasfigurazioni valga come esempio la chiesa di San Giovanni in Laterano, a Milano. Una chiesa moderna - che Angelo Crespi non avrebbe non menzionato nel suo ultimo libro: "Costruito da Dio" - sinceramente brutta, anche per la stessa ammissione del parroco, che viene straordinariamente trasformata da Valentino Vago, in un "Cantico", in cui la luce tutto trasforma e conduce in una dimensione verso l'Assoluto, che tutto trasforma e trasfigura.
Da sottolineare che le immagini di Luca Gilli, non sono alterate da trasformazioni in digitale, ma da interventi sull'esposizione dello scatto che restituiscono l'elemento straniante che era già presente nelle condizioni di ripresa.
Come ho sottolineato al curatore sul tema della luce, nel suo slancio che ci porta verso l'alto, sono state realizzate ultimamente diverse mostre. Vale la pena di pensarne ad una complessiva che ne riconduca le strade in un'unica visione, magari con più curatori, senza steccati di tecniche realizzative, che oggi non hanno più senso, ma in grado di trasportare lo spettatore in questa visione che ci sembra oggi, sia pur frammentata, presente ed evidentemente gradita ai visitatori, nel bisogno di ritrovare la pittoricità.

Il corpus dell'esposizione ruota intorno al concetto “pittoricità” che si scopre in entrambe le serie di Luca Gilli, formalizzato dal fotografo usando come soggetti una serie di componenti trovati in interni in costruzione, dove l’uso eccessivo di luce modifica la percezione dell’osservatore creando muri senza fine né angoli, spazi senza profondità.
Le 21 fotografie di Luca Gilli, selezionate da cicli di lavori recenti dal titolo Incipit e Blank, dedicati rispettivamente alla costruzione del padiglione della Santa Sede a Expo Milano 2015 (Incipit) e all’indagine di spazi interni in costruzione, ambienti chiusi e cantieri (Blank, 2008-2017). 
Matteo Bergamini, curatore: “La mostra “Di/Stanze” di Luca Gilli raccoglie una selezione di scatti tra i più “pittorici” realizzati dall’autore, presi dalle sue serie più recenti: Incipit – in particolar modo – e Blank. Sembrano strizzare l'occhio alle opere dei grandi Maestri dell'Espressionismo Astratto, al Color Field, o agli Achrome di manzoniana memoria. Che errore! La percezione può scivolare in pieno su altre fonti, ma alla base del lavoro di Gilli c'è la composizione dell’architettura”.
Pennellate di colore su muro e cemento umido, sacchi di polistirolo, canaline elettriche, tracce di lapis da muratore, future bocchette d'areazione e tubi di scarico sono i soggetti dell'indagine che restano - una volta fissati - lontani dalla loro natura e da qualsiasi altra forma riconoscibile.
Le fotografie d'allusione di Gilli, esposte al Museo Diocesano, si pongono ben altrove rispetto alla sempre viva e comune percezione della fotografia come mezzo per la “raffigurazione”.  Sono immagini evanescenti, lontane da una celebrazione fisica, dalla carnalità, al confine tra mondo visibile e invisibile, dove gli espedienti della prospettiva sono annullati a favore di una visione oltre il limite.
Gilli cattura interni che saranno abitati, frammenti di “stanze” ancora lontane dalla loro oggettualità e dal loro fine ultimo quotidiano, che possiamo intendere, immaginare e cogliere - riuscendovi o meno - solo tentando di annullare il divario che intercorre tra la prova trasposta e l'inquadratura originale.
L'esposizione è realizzata in collaborazione con Paola Sosio Contemporary Art di Milano.


Luca Gilli (1965) vive e lavora a Cavriago, Reggio Emilia. Sviluppa la sua ricerca fotografica da molti anni e le sue opere fanno parte di collezioni private e di musei pubblici di fotografia e di arte contemporanea italiani ed europei.
Numerose le mostre personali in Italia, in Francia e nel mondo organizzate da prestigiose istituzioni pubbliche e gallerie private e le presenze in esposizioni collettive. Diverse le partecipazioni a cataloghi collettivi e le pubblicazioni personali, tra le quali Blank (2011) con un prestigioso saggio critico di Quentin Bajac, attuale direttore del dipartimento di fotografia del MoMA di New York, e nel 2016 Incipit (Skira) a cura di Walter Guadagnini. Tra le sue più note ricerche, “Blank”, “Raw state”, la serie “Un musée après” e il più recente progetto “Incipit”. Hanno scritto sul suo lavoro eminenti firme della critica di fotografia e arte contemporanea e importanti esponenti della cultura in Italia e Francia.


Luca Gilli: Di/Stanze
A cura di
: Matteo Bergamini

Dal 9 febbraio al 8 aprile 2018
Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (eccetto festivi); La biglietteria chiude alle ore 17.30
Biglietti: Museo Diocesano + mostra + Museo di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari, Intero: € 10 euro; Ridotto individuale: € 8; Ridotto scuole e oratori: € 6
Biglietti Museo Diocesano + mostra: Intero: € 8o; Ridotto individuale: € 6; Ridotto scuole e oratori: € 4
Informazioni: T. 02.89420019 - 02 89402671 - info.biglietteria@museodiocesano.it
Ufficio stampa: CLP Relazioni Pubbliche - Anna Defrancesco - tel. 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.it - www.clponline.it

Museo Diocesano Carlo Maria Martini
Chiostri di Sant'Eustorgio
piazza Sant’Eustorgio 3

Milano

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Milano e la Mala, Storia criminale della città, Palazzo Morando, Milano, finissage 11/02/2018





L’esposizione mette in scena la storia della criminalità a Milano, tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Ottanta. Con 170 immagini d’epoca, documenti, “strumenti del mestiere”, reperti, periodici e quotidiani documentano l’evoluzione della malavita in città: i primi gruppi improvvisati dell’immediato dopoguerra, l’affermazione di sofisticate strategie malavitose, le imprese più clamorose e i profili dei suoi protagonisti, dai criminali della rapina di via Osoppo a Luciano Lutring, da Francis Turatello a Renato Vallanzasca e le indagini della Questura di Milano, insieme a tutte le Forze dell’Ordine, volte a contrastare la criminalità di quegli anni.
La storia di una città raccontata attraverso il suo lato più oscuro. Quarant’anni di vita che tracciano il volto tragico di una metropoli in rapida ascesa economica, in cui i fatti reali sembrano usciti dalla penna di un grande scrittore di gialli.
Sono queste le suggestioni che s’incontrano nella mostra “MILANO E LA MALA. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca, in programma a Palazzo Morando - Costume Moda Immagine in via Sant’Andrea 6, dal 9 novembre 2017 all’11 febbraio 2018, a cura di Stefano Galli, promossa da Comune di Milano - Cultura, Direzione Musei Storici, organizzata dall'Associazione Spirale d'Idee con la Polizia di Stato che ha collaborato per la ricerca e la scelta della documentazione e delle fotografie e nella selezione delle strumentazioni tecniche e degli arredi di ufficio originali, in uso alla Questura di Milano in quegli anni e custoditi presso gli archivi ed il Museo Storico della Polizia di Stato, e per la scelta delle armi in uso a quell’epoca e messe a disposizione dalla Fabbrica d’armi Pietro Beretta S.P.A.
L’iniziativa ha il patrocinio della Polizia di Stato, della Regione Lombardia e della Città metropolitana di Milano è inserita nel palinsesto di Novecento italiano. Media partner Radio popolare.
L’esposizione analizza e ripercorre la nascita e l’affermazione della criminalità a Milano, tra la fine degli anni quaranta e la metà degli anni ottanta, attraverso 170 immagini d’epoca, documenti e “strumenti del mestiere” come la celebre custodia del mitra di Luciano Lutring, i dadi usati nelle bische e, ancora, le armi utilizzate dalla polizia per combattere il crimine, a documentare l’evoluzione della malavita in città, dai gruppi improvvisati all’affermazione del fenomeno malavitoso, attraverso personaggi e azioni che ne hanno segnato la storia.
Il percorso espositivo, ordinato cronologicamente, prende avvio dalla fine della seconda guerra mondiale e si dipana attraverso la famosa rapina di via Osoppo del 1958, definita "il colpo del secolo": l’assalto di sette uomini a un portavalori che si impossessò di un bottino di oltre 614 milioni di lire senza neppure sparare un colpo. L’episodio rappresentò l’apice della Ligera, una forma di delinquenza tutta milanese che ebbe origine già nel XIX secolo, composta da piccoli gruppi di criminali e spesso “romanticamente” ricordata anche nelle canzoni popolari.
L’assalto al portavalori di via Osoppo segnò la fine di questo tipo di malavita lasciando il campo, nel ventennio 1960-1980, a una nuova forma criminale strutturata in gruppi omogenei - anche di stampo mafioso - diretta al controllo del gioco d'azzardo, della prostituzione e, infine, del traffico degli stupefacenti. Tra i protagonisti di questa stagione nomi del calibro di Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Renato Vallanzasca, che evocano nei ricordi dei milanesi atmosfere da Far West.
A fare da sfondo a queste imprese c’è una metropoli come Milano che, a seguito del boom economico, si modifica in maniera profonda. La Milano della Mala è una città che vive anche di notte nelle bische, nei night club, nei circoli privati.
L’esposizione documenta tutte queste atmosfere, oltre a riportare in primo piano i quartieri della malavita: il Giambellino, l'Isola, la casba di via Conca del Naviglio e il Ticinese.
Particolari focus sono dedicati a specifici fenomeni - i sequestri reali e quelli solamente minacciati, i luoghi di detenzione e le rivolte carcerarie - e ai gruppi di feroci killer come i famigerati Apaches di Epaminonda che terrorizzarono la città nei primissimi anni ottanta. Un importante e ulteriore approfondimento è rivolto agli eroici rappresentanti delle forze dell’ordine, in primis la Polizia di Stato con il Commissario Mario Nardone e il futuro Questore Achille Serra. Sono evidenziate e illustrate le indagini della Questura di Milano volte a contrastare la criminalità di quegli anni, l’evoluzione delle tecniche investigative e dei supporti tecnici e i risultati conseguiti dalla Polizia di Stato che, insieme a tutte le Forze dell’Ordine e con il sacrificio delle vittime del dovere, con professionalità e dignità ha contrastato e posto fine a quei tragici eventi.
L’esposizione si chiude idealmente con la sezione dedicata a Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, ultimo rappresentante di una malavita milanese che dai primi anni ottanta lascerà il passo a nuove e più cruente forme di criminalità.
Milano e la Mala” è il nuovo appuntamento espositivo a Palazzo Morando - Costume Moda Immagine iniziato con “Milano tra le due guerre. Alla scoperta della città dei Navigli attraverso le fotografie di Arnaldo Chierichetti” (2013) e proseguito con “Milano, città d’acqua” (2015) e “Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombardamenti alla ricostruzione” (2016). Questa serie di iniziative racconta il capoluogo meneghino a partire dalla sua storia, dalla sua specificità, dalle sue vicende sociali, capaci di trasformare in modo radicale il volto della città.
Data l’importante valenza documentaria del progetto, che si avvale anche del contributo del Museo del Manifesto Cinematografico Fermo Immagine con l’esposizione di sei delle 23 locandine originali di film polizieschi degli anni ‘60 e ‘70 girati a Milano, donate alla Questura di Milano ed esposte negli uffici del Commissariato Greco Turro, sono stati predisposti appositi percorsi didattici per consentire agli alunni delle scuole di ogni genere e grado di approfondire gli argomenti trattati. Sono previsti anche workshop specifici di fotografia e incontri sui temi in mostra.
Accompagna l’esposizione un catalogo edizioni Spirale d’Idee.

Frammenti dal mondo di sotto

La Milano tra le due guerre è animata da spinte di grande cambiamento che investono non soltanto il piano urbanistico ma coinvolgono significativamente anche il tessuto sociale. Emblematico in questo senso resta il caso del Bottonuto, l’antico quartiere medievale addossato alla piazza del Duomo, in quella zona oggi indicativamente occupata da piazza Diaz. Lo sventramento del vecchio quartiere, parte integrante del più ampio progetto “Racchetta” mai ultimato, affondava le radici una emergenza sociale: sloggiare quella massa malfamata di protettori, abusivi, baltrocche e lacchè che da secoli lo popolava. Il vicolo delle Quaglie, il Cantoncello erano rinomati per ospitare i più degradati postriboli della città, frequentati da gente miserabile e in ogni caso poco raccomandabile. Il caso del Bottonuto ci riporta a una situazione che oggi è difficilmente ricostruibile, quella di una città innervata da masse di individui che, pur vivendo ai margini della società e della legalità, avevano il proprio domicilio non già nei Corpi Santi o nelle lande periferiche bensì nelle zone nevralgiche del tessuto urbano. Se effettuiamo una rapida ricognizione ci accorgeremo di quanto fossero mal frequentate zone che oggi consideriamo molto glamour. I luoghi principe della malavita a cavallo della seconda guerra mondiale e fino agli anni Cinquanta erano i bar, le osterie, le bottiglierie – Nanni Svampa intitolerà significativamente La Mala e l’osteria il suo terzo volume dell’antologia della canzone lombarda. Erano disseminate ovunque, come ci racconta Luigi Vergallo in uno splendido saggio assai documentato che ci offre una ricca panoramica di questi luoghi in odore di malavita. All’Isola erano rinomate la trattoria di via Guglielmo Pepe 12 e la Mescita di via Borsieri 37. Non lontano da lì era la bettola di via Galilei 41 e il bar di corso Como 2. In zona Vigentina godeva di cattiva fama la trattoria di via Balbo 10 così come, poco distanti, le trattorie di viale Bligny 42 e viale Tibaldi 29. La via Conca del Naviglio era mal frequentata così come l’adiacente casba di porta Genova, racchiusa dal quadrilatero delle vie Gaudenzio Ferrari, Marco d’Oggiono, Galeazzo Alessi e Cicco Simonetta. La vicina bottiglieria di via Vetere era anch’essa luogo di traffici loschi così come il corso San Gottardo che, nel tratto compreso tra i numeri 16 e 30, era sostanzialmente una enclave malavitosa. Per accentrarci ancor più, potremmo tornare al caso del Bottonuto, «il bubbone slabbrato» nelle parole di Paolo Valera, o citare la bottiglieria di via Solferino 12 o la zona delle Cinque Vie, con particolare riferimento alla prestigiosa via Santa Marta nella quale si respirava un’atmosfera tutt’altro che rassicurante.
I protagonisti che facevano capo a questi ambienti – indistintamente bar, bottiglierie o mescite – erano truffatori e ladruncoli, ricettatori che fungevano talvolta da delatori, informatori (“soffia”) grazie ai quali la polizia riusciva a contenere entro limiti accettabili una delinquenza – siamo nell’immediato dopoguerra – così ben armata e diffusa che avrebbe potuto rivoltare la città se non ci fossero state queste misure di controllo e di contenimento messe in atto dalle forze dell’ordine. È con la fine del conflitto mondiale che le cose cambiano drasticamente. Come ampiamente dimostrato dagli storici, ogni dopoguerra è contrassegnato da una recrudescenza delle attività malavitose. I delinquenti, in un momento di così forte transizione, legano le proprie fortune proprio alle possibilità offerte dalla crisi che gli stati attraversano in una fase di transizione tanto delicata. La disparità di forze in campo è tale da consentire alle bande criminali di spadroneggiare per la città senza pericolo di incappare nelle maglie della legge. In questa fase si moltiplicano ritorsioni, vendette private e anche atti indiscriminati di banditismo. Rapinatori travestiti da poliziotti, alleati o partigiani si rendono protagonisti di azioni tanto spregiudicate quanto vili, ammazzando, rapinando o anche soltanto imponendo ai camion, agli autotreni e in generale ai convogli in transito, una sorta di gabella da versare. Sulla situazione di ogni dopoguerra ci ha lasciato un memorabile documento Carol Reed nella pellicola Il Terzo Uomo, nella quale Harry Lime, una figura losca e senza scrupoli magistralmente interpretata da Orson Welles, si arricchisce sulla pelle dei malati, nella Vienna occupata del dopoguerra.

Sette uomini e una rapina milionaria
Dalla fine degli anni Quaranta fino a metà del decennio successivo, la situazione tende a stabilizzarsi. Assicurati alla giustizia personaggi come “il Paesanino” e “Gino lo Zoppo”, la città gode di un periodo di relativa tranquillità. Le forze dell’ordine si adeguano, ancorché lentamente, ai nuovi standard imposti dal progresso tecnico e, al di fuori di piccole bande che si susseguono con alterne fortune, ma che non rappresentano mai rischi concreti, la situazione in città può dirsi pienamente sotto controllo. Un certo scalpore fu suscitato dalla prima rapina a mano armata a volto scoperto effettuata in città, presso una filiale del Credito Italiano di via Solferino. È il 1953. Ma è davvero un episodio isolato, se è vero che le cronache dell’epoca ci restituiscono un’immagine piuttosto sonnolenta della città. Molte truffe, molte “spaccate”, ma per il resto davvero poco di rilevante.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta si assiste invece a un salto di qualità importante. L’esperienza bellica e soprattutto il movimentato dopoguerra avevano rappresentato una palestra importante per la criminalità milanese che si presentava ora più agguerrita, rinvigorita dalle nuove leve che dimostravano maggior abilità e intraprendenza rispetto a ciò di cui erano stati capaci gli esponenti della vecchia mala. I nuovi avevano meno scrupoli degli anziani e le armi a disposizione – residui della guerra – erano davvero numerose ancorché obsolete. La rapina di piazza Wagner del 1957 segna un decisivo spartiacque. È la prima volta infatti che i banditi utilizzano un mezzo a motore per assaltare un portavalori. È solo il preambolo per quella che sarà definita la rapina del secolo, orchestrata da un manipolo di sette uomini. È la mattina del 27 gennaio quando, con la stessa tecnica usata in piazza Wagner, i malviventi speronano un’auto portavalori della Banca Popolare di Milano e, senza sparare neppure un colpo, disarmano la guardia dileguandosi con l’intero bottino. I soli suoni che si sentono durante l’azione sono quelli del mitra simulato a voce da uno dei banditi: «Tatata tatata». Verranno traditi da una leggerezza, ma entreranno a pieno diritto nella storia del crimine.
La rapina di via Osoppo rappresenterà il punto più alto e al tempo stesso il canto del cigno di una vecchia forma di malavita ormai tramontante, costretta a lasciare spazio, nel decennio seguente, a bande che vengono da fuori e si dimostrano sempre più organizzate e prive di scrupoli.

Anni Sessanta: una città senza padroni
Questo mondo che sta svanendo trova una forma di sopravvivenza nelle canzoni popolari. A cavallo del 1960 prende forma quella che potremmo definire una “poetica della mala”, interpretata da alcune delle voci più importanti della canzone italiana. Un’idea di malavita romantica verrà immortalata in brani indimenticabili che segneranno il sottofondo musicale di molte generazioni. La voce graffiante di una splendida ragazza venticinquenne intona una canzone partigiana che è stata cambiata di segno ed è divenuta il simbolo stesso della lealtà tipica di un certo milieu malavitoso. È il 1959 e tutti ascoltano Ma mi, contenuta nell’album Le canzoni della malavita. L’interprete è la fascinosa e milanesissima Ornella Vanoni. Di un anno più tardi è La ballata del Cerutti, portata al successo da uno strepitoso Giorgio Gaber, mentre del 1964 è Porta Romana interpretata dallo stesso Gaber e poi ancora da Enzo Jannacci e Nanni Svampa che con I Gufi segnerà una pagina importante del repertorio musicale meneghino.
I primi anni Sessanta sono caratterizzati dall’emigrazione incontrollata dal sud del Paese, che richiama in massa lavoratori nelle ricche città del Nord e soprattutto a Milano, che si sta trasformando a ritmi vertiginosi. Lo sviluppo urbanistico, non slegato da quello industriale, dà luogo a una serie di quartieri dormitorio che nascono fuori da ogni piano regolatore e diventano presto sacche di proletariato emarginato, pronto a organizzarsi e a trasformarsi in banditismo. Nel 1960 Visconti estrarrà da un romanzo di Giovanni Testori, Rocco e i suoi fratelli, una storia di emarginazione metropolitana e riscatto sociale che bene racconta quelle atmosfere. Che il clima stia cambiando lo si evince anche da uno di quei fatti che passano inosservati, ma rivelano molto di un’epoca: nelle edicole dalla fine del 1962 è apparso il primo fumetto che ha per protagonista un criminale. Le sorelle Giussani hanno infatti appena dato alle stampe il primo numero di Diabolik. Il clima sta cambiando. Chiusa la romantica parentesi di via Osoppo con le condanne esemplari inflitte ai sette banditi, ciò che accade a Milano ricalca in qualche modo una storia che è comune a tutte le criminalità diffuse europee. Le realtà malavitose di quartiere, integrate in un tessuto, frutto delle specifiche condizioni sociali, la vecchia ligera insomma, vanno scomparendo, soppiantate da una criminalità più organizzata, decisa e feroce, ingolosita dalle nuove ricchezze che una città come Milano può esibire. Nel caso specifico del capoluogo meneghino la situazione è aggravata dalla presenza in città di un nutrito “clan di marsigliesi” che avevano abbandonato la città d’origine in cerca di un riparo sicuro. E proprio “i marsigliesi” saranno protagonisti di una delle due rapine che scandiranno il decennio. Un commando perfettamente addestrato isola la centralissima via Montenapoleone e razzia denaro e preziosi nella gioielleria Colombo (1964). Le raffiche di mitra stavolta sono reali ma servono solo a intimidire la popolazione e a risvegliare la città da un torpore che durava da quasi un ventennio. Il secondo episodio vede protagonista la “banda Cavallero”, che scorrazza in città proveniente dalla barriera torinese. Prende d’assalto la filiale del Banco di Napoli di largo Zandonai (1967), ma qualcosa va storto e per aprirsi la fuga i banditi lasciano dietro di sé una scia di sangue. I morti alla fine saranno quattro con oltre venti feriti. Questo episodio marca un confine netto con il passato, non si simulano i colpi di mitra, non si spara per intimidire. Questa volta si spara ad altezza d’uomo. Si spara per uccidere e si uccide. Alla fine del 1967 Milano è la città dei mitra, come ricorda anche Vergallo, simile alla Chicago degli anni Venti, dove dominano racket del gioco, della prostituzione, traffico degli stupefacenti e contrabbando, e dove i morti si contano a decine. Questo clima viene raccolto e raccontato in modo molto puntuale nella cinematografia. Su tutte si stagliano due pellicole di Carlo Lizzani che in qualche modo anticipano il genere “poliziottesco”: Svegliati e uccidi, ispirato dalle vicende di Luciano Lutring e soprattutto Banditi a Milano, incentrato sulle vicende della “banda Cavallero” e sul terribile epilogo di largo Zandonai.

Stefano GalliCuratore della mostra, Milano, 8 novembre 2017
* Estratto dal testo in catalogo Edizioni Spirale d’Idee


Milano e la Mala. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca
A cura di: Stefano Galli

Dal 9 novembre 2017 al 11 febbraio 2018
Orari: Martedì- domenica: 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un'ora prima); Giovedì: 10.00 - 22.30 (la biglietteria chiude un'ora prima)
Catalogo: edizioni Spirale d’Idee
Biglietti: intero: € 10; ridotto: € 8 (studenti under 26, over 65, disabili, gruppi adulti e tutte le convenzioni)
Biglietto Famiglia: 1 genitore: € 8 + 1 figlio entro i 14 anni, € 5; 2 genitori: € 8 cad. + 1-2 figli, € 5 cad.
Ridotto Speciale: € 8 (per chi esibisce il biglietto di ingresso intero a Palazzo Morando | Costume Moda Immagine relativo ad una visita effettuata il giorno stesso); € 5 (gruppi scuole); € 8 aderenti alle forze della Polizia di Stato
Omaggio: bambini da 0 a 6 anni, guide turistiche, accompagnatori di disabili; giornalisti accreditati; possessori Abbonamenti Musei Lombardia Milano
Visite guidate (adulti): € 100,00 + biglietto ingresso
Visite guidate scuole: € 80,00 + biglietto ingresso
Visite guidate (adulti inglese): 130,00€ + biglietto

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI VISITE GUIDATEsegreteria@spiraledidee.com
INFORMAZIONI: +39 327 8953761- segreteria@spiraledidee.com - +39 02 884 65735 - 64532 - c.palazzomorando@comune.milano.it - www.civicheraccoltestoriche.mi.itwww.mostramalamilano.it
Uffici Stampa
Comune di Milano - Cultura: Elena Maria Conenna - T. +39 02 884 53314 - elenamaria.conenna@comune.milano.it
Unità Musei Storici| Ufficio Comunicazione: Simonetta Andolfo T. +39 02 884 48135 - 63298 - c.palazzomorando@comune.milano.itwww.civicheraccoltestoriche.mi.it
Polizia di stato - Questura di Milano: V.Q.Agg. Chiara Ambrosio - T. + 39 0262265114 - 5188 - 5318 - ufficiostampa.quest.mi@pecps.poliziadistato.it
CLP RELAZIONI PUBBLICHE: Anna Defrancesco - T. +39 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.itwww.clponline.it

Palazzo Morando
Costume Moda Immagine (spazi espositivi piano terra)
via Sant’Andrea 6
Milano

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Carlotta Gussoni Filocamo: Noise, spazio MADE4ART, Milano

MADE4ART di Milano ha inaugurato la nuova stagione espositiva con Noise, mostra personale dell’artista fotografa Carlotta Gussoni Filocamo, (Milano, 1988) a cura di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo. Il progetto artistico presenta una selezione di opere appartenenti alla serie Della morte in vita, scatti in digitale o in analogico realizzati in gran parte nella città di Milano, immagini che capovolgono scenari metropolitani proiettandoci nel mondo interiore dell’artista e invitando al contempo l’osservatore a compiere una riflessione intorno a se stesso e alla realtà circostante, al tempo e alla memoria.

È un file rouge quello che lega la vita di Carlotta Gussoni Filocamo al mondo così detto reale. In un tempo che antecede la sua nascita, un drammatico incidente coinvolge i suoi nonni lasciando la madre sola, mentre ancora la aspettava. A ciò si è aggiunta, a 13 anni, la perdita della zia Elisa, artista, che l'aveva iniziata al mondo dell'arte e non solo.
Ecco, quel cordone ombelicale che la legava alla vita si è trasformato in un legame con l'aldilà, con la dimensione "altra".
È scattata subito una sintonia con il suo lavoro, conoscendo bene quella assenza violenta - che per me ha riguardato entrambi i genitori - come ho avuto modo di raccontarle. 
Questa sua "Melanconia" si traduce in un bisogno di ritrovare tracce che come per incanto si materializzano in immagini di un mondo parallelo.
Si scoprono segnali che quasi parlano e si intersecano fra i due mondi.
Un "arcobaleno" tra la terra e il cielo.

Una serie di ricerche  che sono state fatte già dal 1934,  in relazione alla possibile comunicazione tra questi due mondi - metafonia - avevano evidenziato che tra una frequenza e l'altra si sentiva un "rumore (noise)", un rumore bianco, tecnicamente un battimento di frequenza, in cui si sentivano/registravano "voci" anomale che lo modulavano.

 
"Le fotografie di Carlotta Gussoni Filocamo pur ritraendo la realtà, rimandano a qualcos’altro, insinuano dubbi, assottigliando il confine tra ciò che esiste, è stato e potrebbe essere. Paesaggi astratti che rimandano a mondi paralleli, opere accomunate dal tema fondamentale della Malinconia, alla base di tutta la sua produzione artistica. La Malinconia è per l’artista un pensiero, una connessione tra reale e sogno, un modo per avvertire meno la caducità del tempo e avvicinarsi al Mistero della vita. Dettagli materici e in ombra, legati a sensazioni, a sentimenti, a ricordi, a un tempo soggettivo che si confonde con il tempo reale, creando un mondo immaginario fatto di luoghi dove poter incontrare i propri cari, un altrove che l’obiettivo fotografico è in grado di restituirci attraverso le infinite sfumature dell’arte: raffigurazioni romantiche e poetiche di cosa potrebbe esserci dopo la vita dal punto di vista di chi ancora vive."

Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo

Sono nata a Milano nel settembre 1988, fin da piccola ho sviluppato con naturalezza la mia immaginazione, restavo sola a giocare nella mia stanza, mi sdraiavo e fissavo il soffitto immaginando di poter capovolgere la camera, mi soffermavo sul fatto che mi sarebbe piaciuta di più al contrario. 
Ho avuto la fortuna di aver avuto accanto in tenera età mia zia, Elisa, la sorella di mia mamma, un'artista, anche lei.
I pomeriggi passati insieme erano fatti di pura arte, mi spingeva a liberare ogni mia fantasia sulla carta, dipingevamo insieme, giravamo video, mi portava la sera a vedere mostre di video arte e il tempo con lei era libertà.
Più tardi, crescendo la persi. Morì quando io ebbi 13 anni.
Quello fu il mio primo trauma, la mia prima esperienza in cui mi posai sul tema della morte.
Voglio dedicare a lei questa mostra, grazie anche alla mia sofferenza e solitudine interiore ho sviluppato negli anni una mia visione del mondo, andando sempre alla ricerca del significato più profondo di ogni cosa, persino della quotidianità. Ribaltando la mia visione del mondo. Guardare una pozzanghera sull'asfalto bagnato di notte e vederci una costellazione, un pianeta, un luogo dove potersi rifugiare e trovare l'essenza delle persone che ho perso in vita proprio come cercare una porta verso l'aldilà, una connessione spirituale.
Con il tempo crescendo, andando per la mia strada conobbi la fotografia, la scultura, la pittura e provavo un senso di frustrazione non potendo unire tutte queste arti in un'unica cosa sola.
Ad oggi, sperimento con qualsiasi mezzo la mia arte, senza giudicarmi ma soltanto ascoltando ciò che sento e in maniera del tutto naturale scatto istantanee, non importa il mezzo ma il fine a cui arrivo.
Ad oggi, sento fortemente il desiderio costante di esprimermi, di comunicare con il mondo esterno le mie più profonde sensazioni scavalcando spazio e tempo e realtà.
Il mio lavoro è in continua evoluzione proprio come lo siamo noi esseri umani.

Carlotta Filocamo Gussoni - Milano, gennaio 2018

 

Carlotta Gussoni Filocamo. Noise
A cura di: Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo
Dal 11 al 22 gennaio 2018
Orari: lunedì ore 15-19, dal martedì al venerdì ore 10-13/15-19; Sabato e domenica su appuntamento
Ingresso: libero

spazio MADE4ART
Via Voghera 14 (ingresso da Via Cerano)
20144 Milano
www.made4art.it - info@made4art.it - vittoschiero@tin.it - T. +39.02.39813872 - M. 339 2202749

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