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Archivi categoria : Immagini

I colori della poesia – io, Remo, Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti, Macerata

Ondate di scirocco, della nuova estate
dietro il temporale, zaffate di frescura insperata
e assalti di delirio;
così mi confonde il mio amore
imbellettato e strano e non so se ridere
con trasporto o separarmi
tramite una cortina di pianto.
Addosso avrei una inespressa voglia,
ma tu non darmi retta, svolta e sparisci dietro l’angolo,
dimentico del mattino odoroso.

Remo Pagnanelli

3 febbraio 2018 - I COLORI DELLA POESIA IN MOSTRA ( dal 3 al 17 febbraio 2018) Relazione del prof. Cresti UNIMC
10 febbraio 2018 - QUASI UN CONSUNTIVO . Presentazione di volume di poesie. Intervengono Daniela Mareschini, Alessandra Sfrappini, Lucia Tancredi.
17 febbraio 2018 - REMO PAGNANELLI. IL FILO DEL PENSIERO. Intervengono E. Capodaglio, F Davoli, E. de Signoribus, U Piersanti, A Seri, M. Verdenelli.
22 febbraio 2018  “Il Pozzo del Poeta”. Evento nello storico pub di via Costa, di cui Pagnanelli era un notissimo habituè, e che quando il poeta morì chiuse ‘per lutto’. Un incontro per ricordare l’impegno civile di Pagnanelli giornalista. Partecipano Maurizio Verdenelli, allora redattore capo de ‘Il Messaggero’, Guido Garufi, Filippo Davoli, Luciano Magnalbò, Piero Feliciotti. Musiche di Enzo Nardi e Marco Ferrara. Letture ed una mostra fotografica di anni brevi ma ‘formidabili’ della ‘più bella gioventù di Macerata’ di cui Remo era parte significativa.


Macerata ricorda Remo Pagnanelli (Macerata, 6/05/1955 - Macerata, 22/11/1987), poeta e critico letterario di elevato spessore, vincitore di numerosi premi nazionali, conosciuto e apprezzato non solo nel territorio maceratese di cui il 22 novembre ricorre il trentennale dalla sua  morte.
Per rammentare e sottolineare l’attività di Remo Pagnanelli, il suo impegno quotidiano, la sua curiosità di lettore onnivoro, il rispetto per la sacralità della parola e per la musicalità del verso, la passione per l’arte e per la musica, la sua attenzione per l’analisi della psiche umana, l’Associazione culturale Remo Pagnanelli, insieme all’Amministrazione comunale e all’Istituzione Macerata Cultura, in occasione della presentazione del volume che riedita una parte delle poesie dello scrittore maceratese da parte della casa editrice Donzelli di Roma, promuove Io, Remo una serie di eventi dall’arte alla poesia, all’approfondimento critico, alla didattica e divulgazione,  nella sala Castiglioni della Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti.

L’assessore alla Cultura Stefania Monteverde: “Macerata ricorda Remo Pagnanelli che rappresenta per la città, ma non solo, un grande patrimonio culturale, con la consapevolezza che c’è la storia di un intellettuale che ha avuto e ha ancora molto di dire oggi Il suo pensiero colto, raffinato e profondo oggi entra in un percorso cittadino che le istituzioni fanno proprio”.
Sabina Pagnanelli : "Un evento importante perché si occupa di un autore che non può promuoversi, è una scommessa alta che testimonia l’alto valore dei versi di Pagnanelli. La scelta di un editore prestigioso consentirà non solo una maggiore diffusione e conoscenza dell’opera poetica, ma anche di non disperdere il suo grande patrimonio di scrittura  e di lavoro in campo poetico e critico, fornendo l’occasione di una nuova valutazione e rivisitazione del pensiero e delle opere di Remo Pagnanelli. Nel mese di dicembre il volume verrà presentato a Montecitorio nel corso di un incontro riservato alla stampa specializzata”.

I colori della poesia in mostra”, quindici artisti interpretano 15 poesie: Ubaldo Bartolini, Giuseppe Rinaldo Basili, Ugo Caggiano, Aldo Carletti, Silvio Craia, Egidio Del Bianco, Anna Donati, Manuela Grelloni, Carlo Iacomucci, Mario Migliorelli, Jacopo Pannocchia, Claudio Pantana, Riccardo Piccardoni, Lucia Spagnuolo, Luca Zampetti. Artisti dai linguaggi diversi, dai percorsi diversi, dai supporti diversi, dalle tecniche diverse, dai pensieri diversi, che interpretano e rappresentano il pensiero di Remo Pagnarelli per non dimenticarlo, ricordandone tutta la sua sensibilità, curiosità e spiritualità. 

 

Sabina Pagnatelli:“Mio fratello amava soprattutto l’azzurro ed aveva una spiccata predilezione per la storia dell’Arte... L’Arte lo affascinava come le Poesia e la Critica e pure la musica: avrebbe imparato a suonare il pianoforte ma a 18 anni le sue mani risultavano ‘rovinate’ dalla pianola elettrica di cui era ‘pratico... Nel mare allora andando/per una in una oscurità maggiore/sogna l’alito di Dio/e vedine la chiarità che salva”. “Quei versi sono ora incisi sulla sua tomba nella parte monumentale del cimitero di Macerata. Marmo, quei versi, la sua foto e basta: il bianco come il mare sostiene e comprende tutto. A lui sarebbe piaciuto. Qualche mese prima di morire, nella sua ultima estate dell’87, in vacanza con i nostri genitori, a Brunico, aveva visitato i cimiteri della prima guerra mondiale. E gli era piaciuta la disposizione, il bianco minimal, l’asciuttezza, il messaggio sussurrato e profondo insieme di tutti quei nomi, vite stroncate nella giovinezza. Riattualizzare quindi il lavoro di chi ha versato tutta la sua passione nella critica e nella poesia, considerata, quest’ultima, una forma di “responsabilità umana e civile”.

La mostra fa parte di un programma che prevede altri appuntamenti alla cui organizzazione contribuiscono anche l’Amministrazione comunale, l’Istituzione Macerata Cultura, la Regione Marche, la Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata, il Rotary Club “Matteo Ricci” e l’Università di Macerata.
Il nuovo libro di Remo Pagnanelli: Quasi un consuntivo, casa editrice romana Donzelli, riedita una selezione di versi di Remo Pagnanelli. Il titolo è lo stesso di una sua poesia, pubblicata nella raccolta Dopo, Forum, Forlì, 1981.
"Mia ombra mio doppio, talvolta amico ma più spesso straniero che mi infuria ostinato, mio calco che nessuna malta riempie, fantasma appena colto, di te ho centinaia di fotogrammi sfrenati dalle corse, trattenuti nelle reti, mio ombrello protettivo paratutto, già cieco già binomio d’altro, convengo con te quel che segue. Niente di umano scoperchia la follia."
Remo Pagnanelli riconosciuto da Franco Fortini e Vittorio Sereni come uno dei più interessanti poeti e critici nati negli anni cinquanta, è un autore di culto la cui opera resta pressoché introvabile. Testimone di una generazione schiacciata tra i maestri degli anni sessanta (Luzi, Sereni, Fortini) e le delusioni post-sessantottine, con la sua passione per la letteratura ha lasciato versi esemplari e un ideale di etica della storia nel cui fuoco ha consumato in fretta la propria vita. Dopo il ’68 (così s’intitola la sua prima raccolta), mentre stava crescendo il fuoco delle neoavanguardie, il marchigiano Pagnanelli si è tenuto «stretto» Leopardi insieme con Sereni, e ha lavorato con rigore sulla parola e sull’intonazione poetica. Tra classico e moderno, lirica e poème en prose, il verso di Remo Pagnanelli si impone ancora oggi come continua e silente tensione tra ciò che accade prima e ciò che accade dopo la morte di ciascun individuo, di ieri come di oggi; dialogo pacato e ostinato con un altro e un altrove grazie a una particolare percezione leopardiana della Natura in grado di dialogare a distanza con un’epoca di passaggio come quella che la poesia di oggi continua a vivere, sospesa tra fine e inizio millennio.
Remo Pagnanelli è nato il 6 maggio 1955 a Macerata, dove è morto suicida il 22 novembre 1987. È stato poeta, critico, prosatore. Ha fondato nel 1980 e diretto la rivista di poesia e critica letteraria «Verso». Tra le sue opere poetiche si ricordano: Dopo (Forum, 1981), Musica da viaggio (A. Olmi, 1984), Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e, pubblicate postume, Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988), Epigrammi dell’inconsistenza (Stamperia dell’Arancio, 1992) e Le poesie, a cura di D. Marcheschi (il lavoro editoriale, 2000). Nel 1985 ha ricevuto il Premio Montale per il poemetto L’Orto botanico (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1986). Tra i suoi scritti critici, lo studio su Vittorio Sereni, La ripetizione dell’esistere (Scheiwiller, 1981) e, postumo, Fortini (il lavoro editoriale, 1988). 

Remo Pagnanelli. Quasi un consuntivo (1975-1987)
A cura di: Daniela Marcheschi
Editore: Donzelli
Collana: Poesia, n. 66
Pagine: 160
ISBN: 9788868436858
Prezzo: € 15,00

"La luce più vasta è il buio,
questo già lo sapevamo,
non la più penetrante però...,
come la luna ch’è un faretto,
sul palcoscenico all’aperto.
Centra e si sposta ovunque,
al contrario non si muove
ma è dappertutto la medesima.
Detto tutto."


I colori della poesia
Dal
3 al 17 febbraio 2018
Info: www.remopagnanelli.it

Orari: Lunedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Martedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Mercoledì, dalle 9:00 alle 18:30; Giovedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Venerdì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Sabato, dalle 9:00 alle 13:00

Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti
Sala Castiglioni
Piazza Vittorio Veneto
Macerata
Tel. 0733/256360 - 0733/256359 - 0733/256362 - 0733/256456 - 

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Artico. Ultima frontiera, Triennale, Milano, dal 8/02/2018


La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall’uomo, il pericolo incombente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà. Sono questi gli argomenti attorno a cui ruota la mostra Artico. Ultima frontiera™  in programma dall’8 febbraio al 25 marzo 2018 alla Triennale di Milano.
L’esposizione, curata da Denis Curti e Marina Aliverti, presenta oltre 60 immagini, rigorosamente in bianco e nero e di grande formato, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Ragnar Axelsson (Islanda, 1958), Carsten Egevang (Danimarca, 1969) e Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957).
La rassegna è un’indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, su un’ampia regione del Pianeta, che comprende la Groenlandia, la Siberia e l’Islanda, e sulla vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti ad affrontare, nella loro esistenza quotidiana, le difficoltà di un ambiente ostile. 


Il curatore Denis Curti: "Nel mondo dell’arte la Natura  ha rappresentato una provocazione costante. Molto più che un semplice tema. Direi quasi un luogo e un valore con cui confrontarsi nella relazione con se stessi e con l’esterno. La Natura, qui, è la dimensione ideale e simbolica di una ricerca interiore che riporta alle origini dell’universo. Artisti, poeti e intellettuali hanno fondato movimenti, stili espressivi e scuole di pensiero dove il dilemma dell’ignoto ha preso forma, con accezioni differenti, nella bellezza e nell’incredibile forza della Natura. Ma ciò che oggi possiamo affermare con certezza è che la rappresentazione del paesaggio naturale raccoglie e veicola lo spirito dei tempi, mutando al variare delle epoche di cui, di volta in volta, riflette i cambiamenti, come se fosse lo spazio di una coscienza individuale e, al contempo, collettiva. Questo continuo flusso d’immagini e sentimenti che si alimenta di fronte alla Natura parla, dunque, di noi stessi, delle paure e degli stupori che dominano la relazione dell’eterno conflitto tra l’uomo e l’ambiente,nella misura in cui le regioni artiche del mondo (dove il riscaldamento globale mette a dura prova l’ecosistema e la sopravvivenza delle popolazioni autoctone) hanno assunto, nel tempo, la valenza di “luoghi simbolo” chedal profondo del globo terrestreconservano i segni cruciali dell'interferenza dell’uomo nei processi naturali. Ecco allora che Groenlandia, Siberia, Alaska, Canada e Islanda evocano quel doppio registro di significati che il paesaggio porta con sé, nell’osmotico rapporto tra dentro e fuori, individuale e collettivo, antropico e naturale.
In queste immagini  l’imminenza del riscaldamento globale si fa urgenza, mentre si apre un confronto doloroso in cui l'uomo e le sue opere vengono inghiottiti dall'immensa potenza della natura. Bellezza e avversità sono i concetti su cui si fonda questo progetto, con una mostra che intende riportare l’attenzione sui paesaggi naturali e le tematiche ambientali dei nostri giorni”.
La lotta con le difficoltà dell’ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, a cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale:sono questi i punti su cui s’incentrano le esplorazioni dei tre fotografi.
Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: SILA and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal fotografo e film-maker americano James Balog; The Last Ice Hunters, dei registi sloveni Jure Breceljnik e Rožle Bregar.
Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni Ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell’estremo nord della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico del nord e degli indigeni della Siberia.
Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l’umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche.
Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.
Paolo Solari Bozzi presenta un progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile 2016, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato i suoi pochi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile. Gli inuit vivevano di caccia e pesca, innocenza e bellezza, neve, musica e riti sciamanici. Oggi si trovano in una delicata fase di transizione, straziati tra un passato millenario e un futuro incerto. Questa è una testimonianza di un tempo che, forse, non vivranno più. Il reportage di Paolo Solari Bozzi è stato pubblicato nel 2017, nel volume di fotografie Greenland into White (Electa Mondadori), in edizione italiano/inglese. 

Greenland into white.
Paolo Solari Bozzi
Editore: Mondadori Electa
Edizione: italiana e inglese 2017
Pagine: 143 p., ill., Rilegato
EAN: 9788891811325
Prezzo: €.55

Ragnar Axelsson, Iceland, 2016 © Ragnar Axelsson

Ragnar Axelsson

"È successo a Thule circa 25 anni fa. Mentre passavo davanti a una casetta, ho notato l’anziano proprietario che stava sulla porta e guardava il cielo, annusando l’aria. Per cinque mattine di seguito l’ho visto nello stesso posto, ad annusare l’aria e a fissare il ghiaccio del fiordo che si scioglieva. Non capivo quello che diceva, borbottava sempre le stesse parole, così, una mattina, ho chiesto a un amico di accompagnarmi e tradurmi i suoi pensieri.
Quello che diceva era: “Non dovrebbe essere così, c’è qualcosa che non va. Il grande ghiaccio è malato.” Voleva dirmi che il ghiaccio non era mai stato in quelle condizioni e non doveva esserlo. Quelle parole forti pronunciate da un saggio anziano mi hanno commosso: quell’uomo era sempre stato parte della natura e adesso era preoccupato perché percepiva un cambiamento nell’aria.
Questo episodio per me ha segnato un punto di svolta: per la prima volta mi sono reso conto che c’era qualcosa di sbagliato. L’Artico è in fase di rapida trasformazione, il ghiaccio
marino si sta ritirando e l’estensione dei ghiacciai è sempre più ridotta. Tra duecento anni saranno scomparsi del tutto dall’Islanda. Il Pianeta Terra, la nostra casa, si sta surriscaldando. Gli scienziati ci avvertono che, se non modificheremo in tempo le nostre abitudini di vita, saremo presto vicini al punto di non ritorno. Il ghiaccio marino e i ghiacciai dell’Artico sono il sistema di raffreddamento della Terra. La vita come la conosciamo oggi potrebbe subire un drastico cambiamento, scaricando sulle spalle dei nostri nipoti problemi che nessuno vorrebbe si trovassero ad affrontare.
Da oltre trent’anni mi dedico a esplorare i luoghi più remoti dell’Artico per documentare l’esistenza quotidiana delle popolazioni che vivono ai confini del mondo. Sono stato diverse volte al Polo Nord, nell’Isola di Baffin, in Groenlandia, in Siberia e in altri Paesi dell’Artico.
Ho sorvolato la calotta di ghiaccio della Groenlandia quando il 97% di essa si stava sciogliendo, come mostrato da un’immagine satellitare della NASA. La superficie del ghiacciaio era completamente grigia, coperta di fanghiglia a perdita d’occhio e disseminata di migliaia di laghi azzurri fino a Thule. Quell’avventura è stata come camminare idealmente sulle pagine del libro della Terra, assistendo a una serie di enormi cambiamenti, anche se trent’anni è appena un battito di ciglia nella storia del nostro pianeta. La vita nell’Artico è straordinaria, ma anche molto dura, come d’altronde sempre sarà. La gente del luogo in futuro si troverà davanti un Artico molto diverso e lo stesso sarà per le popolazioni dei tanti Paesi che vedranno un innalzamento del livello marino e il verificarsi di fenomeni meteorologici estremi. Almeno è qualcosa su cui riflettere, a prescindere da ciò in cui si crede. Il nostro pianeta, la nostra unica casa, si sta surriscaldando o no? Il ghiaccio dell’Artico si sta sciogliendo o no? Pensate ai vostri discendenti, ai vostri figli e nipoti: li amate o no? Volete lasciarli in una situazione senza uscita? Sarebbe una sensazione orribile dovere dire loro, quando ormai è troppo tardi: “Ops, scusate tanto”.
La fotografia non ha mai svolto un ruolo più grande nella storia della Terra nel documentare i cambiamenti in atto, aprendo gli occhi alla gente e sostenendo il lavoro degli scienziati. Ha già saputo cambiare il mondo in passato e saprà farlo ancora in futuro. L’Artico è, e resterà, il più grave problema del nostro pianeta negli anni a venire e questo comporta un’enorme responsabilità per tante persone, fotografi inclusi. Una responsabilità che non sarà più possibile ignorare."

Ragnar Axelsson è nato in Islanda nel 1958 e la sua formazione come fotografo è iniziata all’età di sedici anni in uno studio fotografico tradizionale. A diciott’anni faceva già parte della squadra di reporter del principale quotidiano islandese, Morgunblaðið, e da allora ha continuato a lavorare al suo progetto permanente di documentazione del destino della gente e della natura nel grande Nord.
Ha dedicato la propria carriera ai cacciatori, pescatori e agricoltori di sussistenza che vivono nell’area circumpolare, ai confini del mondo abitabile. Dai primi anni Ottanta ha viaggiato nell’Artico, documentando la vita dei cacciatori Inuit del Canada settentrionale e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico settentrionale, nonché delle popolazioni indigene della Scandinavia settentrionale e della Siberia. Le sue storie sono apparse su riviste quali Time Magazine, Life, Stern, GEO, Polka, Wanderlust, Geographical e Newsweek e sono al centro dei suoi principali libri di fotografia: Faces of the North (2004, 40.000 copie esaurite, ristampato in edizione ampliata nel 2015), Last Days of the Arctic (2010) e Behind the Mountains (2013). Dietro la sua opera c’è la profonda convinzione che la cultura tradizionale delle popolazioni dell’Artico stia scomparendo e non sia in grado di resistere agli effetti negativi delle forze dirompenti dell’economia e del cambiamento climatico. Nel 2011 sulla sua opera è stato realizzato il documentario Last Days of the Arctic. Capturing the Faces of the North, prodotto da BBC4, NDR, ARTE e ITVS. La serie Faces of the North è stata oggetto di numerose mostre ed è stata presentata nella rassegna Rencontres d’Arles Photo Festival (2001) e presso la Alfred-Ehrhardt Foundation di Colonia (2005). La mostra The Last Days of the Arctic viaggia in tutta Europa dal 2010 ed è stata presentata, tra l’altro, a Reykjavík, Dublino, Bergen, Lubecca, Milano, Londra, Saarbrücken e Bruxelles.

Carsten Egevang, East Greenland, Scoresbysund, 2016 © Carsten Egevang

Carsten Egevang

"Al di fuori dell’Artico, il problema del cambiamento climatico a livello globale è affrontato con modelli matematici astratti e profezie su ipotetici scenari futuri. In Groenlandia è diverso. Qui il cambiamento è reale, palpabile e in rapida evoluzione. Gli abitanti di queste terre, siano essi uomini o animali, sono testimoni di mutamenti sostanziali che interessano quotidianamente il loro ambiente. Il tradizionale stile di vita groenlandese è oggi a rischio.
Ogni nuova stagione porta con sé una progressiva riduzione del ghiaccio marino, con conseguenze sulle vie migratorie degli animali e sulle opportunità di trasporto per la popolazione locale. Come fotografo, avverto la responsabilità di documentare le grandi tradizioni venatorie della Groenlandia prima che sia troppo tardi. Ed è questo il motivo che mi spinge a tornare qui, un anno dopo l’altro, con la mia macchina fotografica.
La Groenlandia è un luogo di una bellezza straordinaria, con uno scenario naturale unico al mondo, ma anche un ambiente estremamente inospitale in cui la sopravvivenza è difficile per gli animali come per gli esseri umani. Il mio desiderio è usare la fotografia per andare oltre le bellezze naturali e catturare qualcosa della vita nell’Artico. In pochi posti al mondo il rapporto e la dipendenza che legano uomini e animali all’ambiente circostante sono così forti. In Groenlandia la vita scorre perennemente sul filo di ciò che è fisicamente possibile.
Solo le specie che si sono adattate a questo clima estremo riescono a sopravvivere. Solo le persone in grado di decodificare i segni della natura e prevedere i cambiamenti del tempo riescono a trovare di che sfamarsi in questo deserto artico. Quando ho iniziato a fotografare la Groenlandia, la mia prima fonte di attrazione, come per molti altri, è stata la bellezza dei luoghi. Volevo fotografare i colori del paesaggio, gli iceberg, l’aurora boreale, la fauna artica. Se mi capitava di inquadrare un essere umano o un qualsiasi manufatto, ad esempio un’abitazione, scartavo la foto.
Oggi il mio approccio è completamente diverso. La mia missione è documentare il modo in cui la popolazione fa ancora affidamento sulla natura. Mi sforzo di collocare esseri umani e animali in un contesto più ampio, cercando di rappresentarli come un elemento del paesaggio mozzafiato. Tento di catturare le interazioni tra uomini e animali che sono essenziali per la sopravvivenza umana da un punto di vista culturale come anche della quotidianità domestica. Tutto questo non è realizzabile con una breve crociera, ma richiede soggiorni prolungati in cui seguire da vicino i cacciatori che si avventurano in cerca di cibo sulle slitte trainate dai cani, sui gatti delle nevi e sulle piccole barche. Per me non c’è mezzo migliore della fotografia in bianco e nero per comunicare tutto questo."

Carsten Egevang, danese, con una formazione da biologo, ha completato un dottorato in Biologia artica all’Università di Copenaghen. È affiliato al Greenland Institute of Natural Resources, dove si occupa principalmente di uccelli marini. Dal 2002 al 2008 ha vissuto a Nuuk, la capitale groenlandese e, anche se attualmente risiede a Copenaghen, ha mantenuto un forte legame con la Groenlandia, in cui ritorna almeno tre volte all’anno. È stato premiato in diversi concorsi fotografici internazionali ed è stato, tra l’altro, vincitore di categoria nel BBC Wildlife Photographer of the Year, il più alto riconoscimento conferito a un fotografo danese nell’ambito del prestigioso concorso. Nel 2011 gli è stato assegnato il titolo di “Fotografo naturalista danese” e nel 2012 ha avuto l’onore di ricevere il “Premio per l’ambiente e la natura” del governo groenlandese. Come leader di una squadra di ricercatori internazionale, è stato il primo al mondo a documentare l’incredibile migrazione annuale della sterna artica dalla Groenlandia all’Antartide e viceversa, l’esempio di migrazione più lungo nel mondo animale. È membro sostenitore dello Arctic Arts Project, associazione dei più famosi e dotati fotografi naturalisti dei nostri giorni, il cui scopo è far conoscere l’impatto dei cambiamenti climatici sull’Artico.
Tra le sue pubblicazioni: Greenland, Land of Animal and Man (2011), Life at the Edge (2012) e Thule (2015).

Paolo Solari Bozzi, Kap Hope, Scoresbysund, East Greenland, 2016 © Paolo Solari

 Paolo Solari Bozzi

"Sono partito per la Groenlandia con l’idea che avrei incontrato gli Inuit con le pelli d‘orso e foca. Mi sono subito reso conto che così non sarebbe stato, perché oggi gli Inuit vestono all‘occidentale e i giovani hanno tutti il cellulare. Essi si trovano in una delicatissima fase di transizione che li sta portando ad abbandonare tradizioni millenarie e a sostituirle con quelle del mondo odierno. I loro nonni vivevano ancora sotto terra alcuni sostengono stando meglio d’adesso perché almeno erano al riparo dalle intemperie cui le casette di legno importate dai Danesi non resistono quando il vento soffia a oltre 200 km all’ora; si nutrivano esclusivamente di cibi locali e i riti domestici erano codificati da secoli. Adesso, invece, tanti vorrebbero emigrare, non avere più le fatiche della caccia e della pesca a temperature glaciali sulle spalle, fare un‘esperienza di lavoro in Danimarca e rientrare a casa (ma per far cosa?). C’è poi l’acuto problema dell‘alcol, che non viene tollerato dal loro organismo, così come l‘Africano, cui parimenti manca l‘enzima specifico, non tollera il latte.
L‘Inuit di oggi vive in questo limbo, straziato fra un passato duro ma sicuro e un futuro visibile, ma da scoprire. Di qui, un’incertezza che tende le corde della psiche e genera un elevato tasso di suicidi (fra i più alti al mondo) e di alcolismo dilagante. Manca insomma una vera, nuova identità nella quale riconoscersi.
A questo stato di cose si aggiunge l’enorme potenziale del sottosuolo dell’isola più grande del pianeta, la cui superficie abili imprenditori di tutto il mondo hanno cominciato a grattare con cupidigia, aprendo così il sipario su un orribile scenario di sfruttamento e disassamento del territorio, con prevedibili e già visti effetti collatera li degenerativi. Infine, il surriscaldamento terrestre e il conseguente scioglimento dei ghiacci (misurabile, misurato, incontrovertibile) fanno sì che l’habitat della fauna artica si restringa di anno in anno, che il delicato ecosistema venga stravolto, che il terreno di caccia dell‘animale e dell‘uomo diminuisca (i fiordi ghiacciati d’inverno si assottigliano sempre di più) e che da ultimo il cacciatore abbia sempre meno prede di cui nutrirsi.
Il tutto mi ricorda la situazione degli Indiani d‘America dell‘Ottocento. Liberi di vivere sul loro territorio, allevando bisonti poi sterminati dai bianchi, furono convinti con le cattive a cederlo e a ritirarsi nelle riserve con le conseguenze che conosciamo. A differenza d‘allora però, i meccanismi di democrazia e tutela delle minoranze si sono per fortuna evoluti. Ne sono testimoni le tante istituzioni e le conferenze internazionali a tutela dell’Artico che ogni anno fanno discutere migliaia di esperti e politici per fare il punto e monitorare. Ne sono parimenti testimoni i molti Accordi siglati fra gli 8 Stati dell‘Artico (Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia) e i rappresentanti degli appena 150’000 Inuit. In questi Accordi le tante Premesse fissano in dettaglio le molteplici esigenze degli Inuit di cui tener conto (le loro tradizioni, il loro cibo, la loro condizione sociale e, di converso, il loro bisogno legittimo di vivere di quanto il territorio può loro offrire, che pertanto deve rimanere vergine); dall’altro, le
Promesse da parte degli Stati contengono elenchi su elenchi di regole stringenti per preservare l’esistenza millenaria di un popolo a rischio. Basteranno queste prese di coscienza per salvare gli Inuit e fare in modo che essi vivano sempre meglio? Me lo sono chiesto durante i miei due mesi invernali in Groenlandia, con nostalgia nel cuore ma anche ansia. Quel che ho potuto fare ho fatto, cioè fissato la loro condizione attuale, come appare oggi, in bilico fra il passato e un futuro misterioso."

Paolo Solari Bozzi è nato a Roma nel 1957 e ha trascorso gran parte della gioventù all’estero. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, è stato ammesso all’esercizio della professione forense e successivamente si è occupato di diritto internazionale a Milano e a Roma. Nel 1990 ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi a Zurigo. Si è occupato occasionalmente di fotografia a stampa fino al 2011, quando si è risvegliata la sua passione latente per il bianco e nero e la camera oscura di Celerina, nei pressi di S. t Moritz, è diventata il nuovo centro della sua attività professionale. Il 2012 lo ha visto esplorare l’Africa australe per cinque mesi a bordo di una Land Rover. Le fotografie scattate in quest’occasione sono state pubblicate in Namibia Sun Pictures (Tecklenborg, 2013). Nel 2014, ha soggiornato nello Zambia per quattro mesi, percorrendo oltre 10.000 km, perlopiù su strade sterrate. L’ultimo suo lavoro, Zambian Portraits (Skira, 2015), è incentrato sulla mimica facciale, e in particolare lo sguardo, di uomini, donne e bambini indigeni, nel tentativo di catturarne l’io interiore. L’attuale progetto GreenLand into White è dedicato agli Inuit della costa orientale della Groenlandia, di cui l’artista ha visitato numerosi villaggi tra febbraio e aprile del 2016.


Il 27 febbraio, alla Triennale di Milano, si svolgerà il Summit on Climate Change , una giornata durante la quale scienziati, politici ed imprenditori italiani ed internazionali si confronteranno sul tema del cambiamento climatico. 

Tuesday February 27, 2018
SUMMIT on Climate Change
Start: 9.30 am
Welcome Address: Marco Granelli, City of Milan, Mobility and Environment Councillor
Andrea Tilche, European Commission, Brussels, Head of the Climate Action and Earth Observation Unit, DG Research & Innovation
Why is the Arctic so Important for all of Us?

Bianca Perren, British Antarctic Survey, Research scientist
Landscape, People, and Climate Change in the Arctic: a Past Climate Perspective from Greenland’s Lakes

Corina Gamma
Documentary Film Director and Producer - SILA and the Gatekeepers of the Arctic
Film Excerpts and Discussion about Impact of Climate Change on Local Arctic Communities

Konrad Steffen
Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research, Director; ETH Zurich, Professor of Climate and Cryosphere

The Melting of the Greenland Ice Sheet – How does it Affect the Global Sea Level?
Thomas Stocker, University of Berne, Professor of Climate and Environmental Physics

Searching for the Oldest Ice
Hans Oerlemans, Utrecht University, Professor of Meteorology in the Faculty of Physics and Astronomy

Global Warming: the Glacier Story

One Hour Break

Carlo Barbante, Ca’ Foscari University, Venice, Professor of Dynamics of Environmental Processes-CNR, Moderator Ice Memory
An International Salvage Program

Valentina Bosetti, Bocconi University, Milan, Professor of Environmental and Climate Change Economics

Climate Change Mitigation and Adaptation

Stefano Pogutz, Bocconi University, Milan, Assistant Professor of Management and Corporate Sustainability

From Impact to Dependence. The Business Logic behind Climate Change

Andrea Di Stefano, Novamont SpA, Novara, Responsible for Special Projects and Business Communication

The Chemical Industry can Replicate the Nature Environment

Simone Molteni, LifeGate, Milan, Scientific Director
To be or not to be (Sustainable)?

Mauro Roversi, Ambienta SGR SpA, Milan, Partner & Chief Investment Officer
Investing in the Sustainable Economy

The Summit will be held in English


ARTICO. ULTIMA FRONTIERA™
Fotografie di: Ragnar Axelsson / Carsten Egevang / Paolo Solari Bozzi
Dal 8 febbraio al 25 marzo 2018
A cura di: Denis Curti e Marina Aliverti
Ingresso: libero
Inaugurazione: 7 febbraio 2018 ore 18.00
Ufficio Comunicazione e Relazioni Media della Triennale di Milano: Alessandra Montecchi e Micol Biassoni - T. +39 02 72434247 - press@triennale.org

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 724341 - www.triennale.org

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L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri, Gallerie d’Italia, Milano, fino al 8/04/2018



Caravaggio e l’impervia strada per diventare un mito; la sua alterna eredità tra immediata adesione e indifferenza all’inizio del Seicento, proprio quando si afferma il gusto barocco. Questo in sintesi il senso della mostra L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri che Intesa Sanpaolo ha realizzato nel proprio museo in Piazza Scala a Milano dal 30 novembre 2017 all’8 aprile 2018. Ha superato i 7200 visitatori nei primi giorni di apertura.
Il percorso si sviluppa attorno al capolavoro del Merisi, il Martirio di sant’Orsola delle collezioni della Banca, rientrato da Palazzo Reale, dalla mostra Dentro Caravaggio, alle Gallerie d’Italia.
Il cuore dell’esposizione è costituito dall’inedito e rivelatore confronto tra due opere, entrambe dedicate alla tragica vicenda di Sant’Orsola: l’ultimo dipinto eseguito da Caravaggio a Napoli poco prima della sua morte nel 1610 e la tela realizzata da Bernardo Strozzi negli anni della sua prima maturità (1615-1618).
Con oltre 50 opere di seguaci di Caravaggio, come Battistello Caracciolo e Ribera, e nuovi maestri, quali Rubens, Van Dyck, Procaccini e Strozzi - molte delle quali esposte per la prima volta a Milano - la mostra rievoca le principali vicende artistiche di tre città italiane: Napoli, Genova e Milano, legate all’orbita spagnola in anni di rinnovamento del gusto, tra la rivoluzione tutta tesa al naturale di Caravaggio e la nuova età colorata e festosa del Barocco.
Eccezionale la presentazione in mostra de l’Ultima Cena di Giulio Cesare Procaccini, tela di 40 metri quadrati eseguita per l’amata chiesa della Santissima Annunziata del Vastato di Genova dalle famiglie aristocratiche della città e che è stata oggetto di un lungo e articolato lavoro di restauro presso il Centro Conservazione e Restauro "La Venaria Reale". Questo capolavoro restituisce al pittore bolognese radicato a Milano un peso nella storia dell’arte italiana che gli va definitivamente riconosciuto.

 

L’ultimo Caravaggio, Eredi e nuovi maestri
Editore: Skira/Intesa San Paolo
Formato: 24 x 30 cm
Pagine: 246, 153 colori, brossura
ISBN: 978-88-572-3680-3
Prezzo: € 38,00

Questo originale progetto prende spunto dall’ultimo dipinto eseguito da Caravaggio prima della morte: il Martirio di Sant’Orsola (conservato a Palazzo Zevallos, la sede museale di Intesa Sanpaolo a Napoli), eseguito dal maestro nella primavera del 1610 per il collezionista genovese Marcantonio Doria che aveva interessi economici nella città partenopea. L’accoglienza del dipinto è tiepida, se non indifferente perché le preferenze artistiche erano altre, come dimostra il dipinto di medesimo soggetto (ma dallo stile totalmente differente) eseguito negli stessi anni da Bernardo Strozzi.
Partendo dal confronto di questi due dipinti, il volume a corredo della mostra milanese rievoca le principali vicende artistiche di tre città italiane, legate all’orbita spagnola, in anni di rivolgimento del gusto, tra la rivoluzione tutta devota al naturale di Caravaggio e la nuova età colorata e festosa del Barocco: Napoli (la città da cui nel 1610 parte l’ultimo Caravaggio), Genova (la città in cui il dipinto arriva nella relativa indifferenza) e Milano (la città verso cui molti artisti attivi a Genova guardavano intorno al 1610-1620 e dove, paradossalmente, l’eco di Caravaggio, che vi era nato, era estremamente debole se non inesistente).

L’ultimo Caravaggio riunisce circa sessanta dipinti provenienti dalle principali collezioni pubbliche e private italiane ed europee (molti dei quali restaurati appositamente per l’occasione); oltre alle opere di Caravaggio, Procaccini e Strozzi, sono presentate tele di Battistello, Spagnoletto, Cerano, Morazzone, Genovesino, Rubens, Van Dyck e di altri importanti artisti del primo Seicento. Il volume comprende i saggi di Piero Boccardo, Giovanni Morale, Alessandro Morandotti, Gelsomina Spione, Maria Cristina Terzaghi, Paolo Vanoli, Andrea Zanini e il catalogo delle opere con schede di Raffaella Besta, Piero Boccardo, Odette D’Albo, Francesca Debolini, Antonio Ernesto Denunzio, Alessandro Morandotti, Giuseppe Porzio, Margherita Priarone, Farida Simonetti, Paolo Vanoli.

L’ultimo Caravaggio. Eredi e nuovi maestri
A cura di: Alessandro Morandotti
Coordinamento generale di: Gianfranco Brunelli
Progetto allestimento di: Valter Palmieri 
Patrocinio del: Comune di Milano e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Ingresso: Biglietto congiunto valido per mostre temporanee e visita alle collezioni permanenti: Intero: 10 euro ; Ridotto: 8 euro (over 65, accompagnatore di un dipendente Intesa Sanpaolo, aziende e associazioni convenzionate, gruppi di almeno 15 persone); Ridotto speciale: 5 euro (giovani dai 18 ai 25 anni, clienti Intesa Sanpaolo muniti di bancomat o carta di credito, possessori del biglietto della mostra Dentro Caravaggio di Palazzo Reale di Milano); Gratuito per Dipendenti del Gruppo Intesa Sanpaolo; Giovani fino a 18 anni; Scolaresche; Disabile e accompagnatore; Giornalisti; Guide turistiche; Interpreti in accompagnamento alle guide turistiche; Funzionari museali; Docenti e studenti di archeologia, architettura, arte e beni culturali; Membri ICOM; Ogni prima domenica del mese.
Visite guidate per gruppi alla mostra temporanea e alle collezioni permanenti, su prenotazione, massimo 25 persone: italiano € 80 a gruppo, inglese € 100 a gruppo; Audio e videoguida gratuita a disposizione dei visitatori.
Libreria: cataloghi, guide, libri, cd rom

Informazioni e Prenotazioni: Numero verde 800.167619
Ufficio Media Attività Istituzionali, Sociali e CulturaliTel. +39 011 5556203 - +39 02 87962641 stampa@intesasanpaolo.com
Ufficio Stampa:
Novella Mirri e Maria Bonmassar - T.+39 3346516702  - +39 335490311 - ufficiostampamirribonmassar@gmail.com

Gallerie d’Italia
Piazza della Scala 6
20121 Milano
info@gallerieditalia.com

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Luci del Nord. Impressionismo in Normandia, Forte di Bard, Bard (Ao)

L’Impressionismo ha lasciato una traccia profonda nella storia dell’arte muovendo i suoi passi in Francia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e proprio a questi inizi si rifà la mostra evento “Luci del Nord. Impressionismo in Normandia”, dal 3 febbraio al 17 giugno al Forte di Bard. Bard (Ao).
Curata dallo storico dell’arte Alain Tapié - Conservatore Capo Onorario dei Musei di Francia, Consigliere per gli scambi patrimoniali - promuovere l’esposizione l’Associazione Forte di Bard con la collaborazione di Ponte Organisation für kulturelles Management GmbH di Vienna.  
Più di settanta importanti opere raccontano, in un progetto inedito ed originale, la fascinazione degli artisti per la Normandia, territorio che diventa microcosmo naturale generato dalla forza della terra, del vento, del mare e della nebbia. Un paesaggio naturale dotato di una propria ‘fisicità’ vera e vibrante. I dipinti provengono dall’Association Peindre en Normandie di Caen, dal Museo del Belvedere di Vienna, dal Musée Marmottan di Parigi e dal Musée Eugène Boudin di Honfleur e recano la firma di autori come Monet, Renoir, Bonnard, Boudin, Corot, Courbet, Daubigny, ma anche - e non solo - Delacroix, Dufy, Gericault.

 

La Normandia ha esercitato una irresistibile forza di attrazione tra gli artisti del XIX secolo, a partire dalla scoperta che ne fecero i pittori e gli acquarellisti inglesi che attraversarono la Manica per studiare il paesaggio, le rovine e i monumenti in terra francese. 
L’attitudine degli artisti inglesi a dipingere ‘dal vero’, immersi nella natura e non più nel chiuso dei propri atelier, a cogliere l’immediatezza e la vitalità del paesaggio naturale ha costituito un modello ed è stata fonte di ispirazione per intere generazioni successive della pittura francese. 
Gli artisti inglesi parlano della Normandia, della sua luce nordica, dell’esperienza visuale che nasce dall’incontro con una natura piena di forza e di contrasti. 
A poco a poco Honfleur, Le Havre, Rouen diventano luoghi di incontro e di intensa creazione artistica di pittori ‘parigini’ come Corot, Courbet, Boudin. In questo ambiente affondano le loro radici quelli che diventeranno i principali movimenti d’avanguardia del Novecento, dall’Impressionismo ai Fauves.

 

La mostra “Luci del Nord. Impressionismo in Normandia” racconta la nascita, a partire dai primi decenni dell’Ottocento, della pittura di impressione, che darà vita al movimento dell’Impressionismo così come lo conosciamo, e successivamente al post impressionismo e ai principali movimenti delle avanguardie artistiche del Novecento che utilizzano il colore come strumento principale di espressione.
Il fermento artistico legato a una visione più realistica e aderente alla natura, che porta gli artisti a lavorare en plein air - complice anche la diffusione della pittura a olio in tubetti di metalli facili da trasportare -, prende vita in Normandia, una regione in cui la natura, come afferma il curatore Alain Tapié, possiede una sua propria ‘fisicità’ vera e vibrante. Una regione di mare e di terra, ricca e rigogliosa ma anche aspra e cupa, caratterizzata da cieli plumbei, nebbie dense, mari in tempesta, alte scogliere battute dal vento e dalle onde, accanto a tranquille distese di frutteti, stradine di campagne e rassicuranti fattorie con tetti di paglia. 
È questo anche lo scenario dei grandi cambiamenti economici e sociali, legati al progresso della tecnica (diffusione di mezzi di trasporto su rotaia), al mutamento nella produzione delle risorse (industria e paesaggio industriale), infine ai mutamenti dello stile di vita, che vede, ad esempio, l’affermarsi del concetto di villeggiatura con la moda dei bagni di mare in luoghi storicamente segnati dalla fatica e dal lavoro dei pescatori.
Una mostra, dunque, che racconta lo strenuo impegno degli artisti (Corot, Courbet, Delacroix, Boudin, Monet, Renoir, Morisot, Dufy, Bonnard) di restituire - semplicemente con tela e colori e tela - la verità di ciò che i loro occhi vedevano nel momento stesso in cui ciò accadeva, avendo come palcoscenico la Normandia, terra in cui tutte le forze naturali convivono e teatro di importanti mutamenti sociali e culturali che apriranno le porte all’età moderna. 
Gobbetto con la collaborazione dell’artista Sonja Quarone ha realizzato, attraverso l’utilizzo delle proprie resine artistiche, uno spazio social point dove i materiali e le tecniche innovative si contrappongono alla classicità dell’Impressionismo. Un punto di rottura, proprio come fecero nella seconda metà del XIX secolo gli impressionisti con le loro innovazioni nell’uso del colore e della luce.

 

La mostra è corredata da un catalogo edito dal Forte di Bard.


Forte di Bard, colossale fortilizio che i Savoia fecero erigere per controllare la gola scavata dalla Dora Baltea. Perfettamente restaurato, questo capolavoro dell’ingegneria militare che ha pochi rivali al mondo, è oggi un luogo delle emozioni e della cultura. Accoglie i suoi ospiti offrendo percorsi dentro la storia e la montagna, silenzi e luoghi raffinati dove gustare i piatti della tradizione, abbinati a vini d’eccellenza, e mostre, concerti, incontri di livello. Nel restauro del Forte è stato anche ricavato un albergo a suo modo di charme, l’esclusivo Hotel Cavour et des Officiers, che unisce sapientemente il rigore della storia e le comodità del buon vivere. Parcheggio scavato dentro la montagna, si raggiunge con l’ascensore l' "Opera Carlo Alberto”, il possente quanto elegante corpo centrale del Forte.


Luci del Nord. Impressionismo in Normandia
Dal 3 febbraio al 17 giugno 2018

A cura di: Alain Tapié
Informazioni
: Associazione Forte di Bard - T. + 39 0125 833811 - info@fortedibard.it - www.fortedibard.it
Prenotazione visite e laboratori didattici: T. + 39 0125 833818 - prenotazioni@fortedibard.it - Per le scuole sono disponibili attività di laboratorio abbinate alla visita guidata in mostra.
Biglietti: Intero: 8,50 euro; Ridotto: 6,50 euro; Scuole: 5,00 euro; Audioguida: 3,50 (coppia 5,00)

Cumulativo con la mostra Wildlife Photographer of the Year: Intero: 13,00 euro ; Ridotto: 11,00 euro; Ridotto scuole: 8,00 euro

Orari: martedì-venerdì: 10.00-18.00; Sabato, domenica e festivi: 10.00-19.00; Lunedì chiuso ad eccezione del 30 aprile 2018; La Biglietteria chiude 45 minuti prima.
Ufficio Stampa Forte di Bard: Studio ESSECI, di Sergio Campagnolo - T.. 049.663499 - Simone Raddi  - gestione2@studioesseci.netwww.studioesseci.net
Ufficio Stampa Associazione Forte di Bard: Tel. + 39 0125 833824 - ufficiostampa@fortedibard.it
Gobbetto S.r.l. - via Carroccio 16, Milano - T. +39 02 8322269

Forte di Bard
Bard (Ao)
T. + 39 0125 833886 - eventi@fortedibard.itwww.fortedibard.it

 

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Carlotta Gussoni Filocamo: Noise, spazio MADE4ART, Milano

MADE4ART di Milano ha inaugurato la nuova stagione espositiva con Noise, mostra personale dell’artista fotografa Carlotta Gussoni Filocamo, (Milano, 1988) a cura di Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo. Il progetto artistico presenta una selezione di opere appartenenti alla serie Della morte in vita, scatti in digitale o in analogico realizzati in gran parte nella città di Milano, immagini che capovolgono scenari metropolitani proiettandoci nel mondo interiore dell’artista e invitando al contempo l’osservatore a compiere una riflessione intorno a se stesso e alla realtà circostante, al tempo e alla memoria.

È un file rouge quello che lega la vita di Carlotta Gussoni Filocamo al mondo così detto reale. In un tempo che antecede la sua nascita, un drammatico incidente coinvolge i suoi nonni lasciando la madre sola, mentre ancora la aspettava. A ciò si è aggiunta, a 13 anni, la perdita della zia Elisa, artista, che l'aveva iniziata al mondo dell'arte e non solo.
Ecco, quel cordone ombelicale che la legava alla vita si è trasformato in un legame con l'aldilà, con la dimensione "altra".
È scattata subito una sintonia con il suo lavoro, conoscendo bene quella assenza violenta - che per me ha riguardato entrambi i genitori - come ho avuto modo di raccontarle. 
Questa sua "Melanconia" si traduce in un bisogno di ritrovare tracce che come per incanto si materializzano in immagini di un mondo parallelo.
Si scoprono segnali che quasi parlano e si intersecano fra i due mondi.
Un "arcobaleno" tra la terra e il cielo.

Una serie di ricerche  che sono state fatte già dal 1934,  in relazione alla possibile comunicazione tra questi due mondi - metafonia - avevano evidenziato che tra una frequenza e l'altra si sentiva un "rumore (noise)", un rumore bianco, tecnicamente un battimento di frequenza, in cui si sentivano/registravano "voci" anomale che lo modulavano.

 
"Le fotografie di Carlotta Gussoni Filocamo pur ritraendo la realtà, rimandano a qualcos’altro, insinuano dubbi, assottigliando il confine tra ciò che esiste, è stato e potrebbe essere. Paesaggi astratti che rimandano a mondi paralleli, opere accomunate dal tema fondamentale della Malinconia, alla base di tutta la sua produzione artistica. La Malinconia è per l’artista un pensiero, una connessione tra reale e sogno, un modo per avvertire meno la caducità del tempo e avvicinarsi al Mistero della vita. Dettagli materici e in ombra, legati a sensazioni, a sentimenti, a ricordi, a un tempo soggettivo che si confonde con il tempo reale, creando un mondo immaginario fatto di luoghi dove poter incontrare i propri cari, un altrove che l’obiettivo fotografico è in grado di restituirci attraverso le infinite sfumature dell’arte: raffigurazioni romantiche e poetiche di cosa potrebbe esserci dopo la vita dal punto di vista di chi ancora vive."

Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo

Sono nata a Milano nel settembre 1988, fin da piccola ho sviluppato con naturalezza la mia immaginazione, restavo sola a giocare nella mia stanza, mi sdraiavo e fissavo il soffitto immaginando di poter capovolgere la camera, mi soffermavo sul fatto che mi sarebbe piaciuta di più al contrario. 
Ho avuto la fortuna di aver avuto accanto in tenera età mia zia, Elisa, la sorella di mia mamma, un'artista, anche lei.
I pomeriggi passati insieme erano fatti di pura arte, mi spingeva a liberare ogni mia fantasia sulla carta, dipingevamo insieme, giravamo video, mi portava la sera a vedere mostre di video arte e il tempo con lei era libertà.
Più tardi, crescendo la persi. Morì quando io ebbi 13 anni.
Quello fu il mio primo trauma, la mia prima esperienza in cui mi posai sul tema della morte.
Voglio dedicare a lei questa mostra, grazie anche alla mia sofferenza e solitudine interiore ho sviluppato negli anni una mia visione del mondo, andando sempre alla ricerca del significato più profondo di ogni cosa, persino della quotidianità. Ribaltando la mia visione del mondo. Guardare una pozzanghera sull'asfalto bagnato di notte e vederci una costellazione, un pianeta, un luogo dove potersi rifugiare e trovare l'essenza delle persone che ho perso in vita proprio come cercare una porta verso l'aldilà, una connessione spirituale.
Con il tempo crescendo, andando per la mia strada conobbi la fotografia, la scultura, la pittura e provavo un senso di frustrazione non potendo unire tutte queste arti in un'unica cosa sola.
Ad oggi, sperimento con qualsiasi mezzo la mia arte, senza giudicarmi ma soltanto ascoltando ciò che sento e in maniera del tutto naturale scatto istantanee, non importa il mezzo ma il fine a cui arrivo.
Ad oggi, sento fortemente il desiderio costante di esprimermi, di comunicare con il mondo esterno le mie più profonde sensazioni scavalcando spazio e tempo e realtà.
Il mio lavoro è in continua evoluzione proprio come lo siamo noi esseri umani.

Carlotta Filocamo Gussoni - Milano, gennaio 2018

 

Carlotta Gussoni Filocamo. Noise
A cura di: Vittorio Schieroni ed Elena Amodeo
Dal 11 al 22 gennaio 2018
Orari: lunedì ore 15-19, dal martedì al venerdì ore 10-13/15-19; Sabato e domenica su appuntamento
Ingresso: libero

spazio MADE4ART
Via Voghera 14 (ingresso da Via Cerano)
20144 Milano
www.made4art.it - info@made4art.it - vittoschiero@tin.it - T. +39.02.39813872 - M. 339 2202749

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