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BASELITZ, SOTTOSOPRA, MUSEI DI PALAZZO DEI PIO, CARPI (MODENA)

L’esposizione, che si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea, presenta 40 opere dell’artista tedesco realizzate tra gli anni ottanta e novanta del Novecento.
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017, Carpi ospita una personale di Georg Baselitz (Deutschbaselitz, 1938), uno degli artisti più importanti, celebrati e influenti a livello internazionale.
Ai Musei di Palazzo dei Pio, l’autore tedesco presenta 40 xilografie, donate al Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra, realizzate tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso.
L’esposizione, curata da Enzo Di Martino e Manuela Rossi, ideata e prodotta dal Comune di CarpiMusei di Palazzo dei Pio, col contributo di Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea ed è parte del programma di Festivalfilosofia sulle arti, in programma tra il 15 e 17 settembre, a Carpi, Modena e Sassuolo.
Dopo gli omaggi a Jim Dine (2009), Adolfo De Carolis (2011), a Mimmo Paladino (2013) e a Emilio Isgrò (2015), la Biennale di Xilografia celebra Georg Baselitz, il quale intrattiene con Carpi un legame particolare, quasi sorprendente.
Nella collezione di stampe donate dallo stesso Baselitz al museo ginevrino, infatti, sono presenti due chiaroscuri di Ugo da Carpi, oltre a due esemplari della Sibilla da Raffaello, in versioni cromatiche differenti e a una xilografia di Niccolò Vicentino e un chiaroscuro di Niccolò Boldrini, coevi del maestro di Carpi.
La presenza di lavori di Ugo da Carpi nella sua collezione personale induce a pensare che Baselitz abbia voluto avere la possibilità di studiare quelle opere che stanno alla base della tecnica xilografica a chiaroscuro di cui l’artista rinascimentale carpigiano è stato uno dei più importanti esponenti.
Ma non solo; Baselitz sente nel suo essere artista, una sorta di affinità con Ugo da Carpi perché, come scrive Manuela Rossi nel suo testo in catalogo “Ugo da Carpi è uno di quegli artisti che nel suo tempo ha fatto quello che gli altri non facevano e non solo per una questione tecnica, che ha comunque risolto, ma soprattutto per una ragione culturale: rendere accessibile l’immagine d’arte riservata a pochi è stata senza dubbio una delle rivoluzioni sociali più importanti che l’opera di Ugo e degli altri incisori del Rinascimento ha determinato”.

In Baselitz, la grafica non è certo una voce minore, ma riveste un’importanza pari alla sua produzione pittorica e plastica. “Ho fatto xilografie - ha ricordato - sempre quando avevo la necessità di presentare in una forma definitiva un quadro, un’idea d’immagine sviluppata da me e manifesta nei quadri”.
Le opere incise che costituiscono il percorso espositivo a Palazzo dei Pio non tradiscono i canoni che caratterizzano la sua cifra espressiva, ormai divenuta riconoscibile, dove la tradizionale costruzione dell’immagine risulta completamente stravolta. Nelle sue creazioni, la legge gravitazionale viene sconfitta e l’immagine viene capovolta non tanto per generare stupore quanto per mettere in gioco un processo intellettuale e spirituale completamente diverso. Attraverso il capovolgimento, Baselitz toglie allo spettatore il dato che assimila il soggetto ritratto alla realtà e lo trasferisce nel campo dell’organizzazione plastica e visuale. Svuotata del proprio contenuto, la rappresentazione esiste come insieme di segni e colori.
Accompagna la mostra un catalogo APM edizioni.

Georg Baselitz, 1985

Baselitz e la Biennale di Carpi 

A un certo punto, scegliere Georg Baselitz e la sua xilografia per la Biennale di Carpi è stato naturale e inevitabile. L’artista tedesco infatti realizza xilografie e chiaroscuri – al pari di litografie, acqueforti, altre forme incisorie – dall’inizio degli anni Sessanta, in parallelo con la sua produzione pittorica. Per lui infatti la xilografia, e l’incisione in generale (die Graphik), assumono la stessa dignità espressiva e artistica delle altre forme che utilizza, assumendo in più anche un ruolo formidabile e imprescindibile nel percorso e nello sviluppo dei dipinti.
È lui stesso a dirlo, in un’intervista del 2007, spiegando cosa intende dire definendo l’incisione il modo migliore per ripensare un quadro: «Ah certo, l’armatura, la base, lo schema. Perché l’incisione è la forma d’arte più pulita che ci sia. Quando lavori a lungo su un quadro, strato dopo strato, come facevo io, alla fine non resta più nulla del disegno. Una nuova formulazione si stabilisce in maniera diversa, attraverso eliminazioni, bianchi, vuoti, ecc. Nell’incisione questo non avviene perché si è troppo pigri per stampare più lastre una sopra l’altra. Quando ne hai sovrapposte tre sei già stufo, perciò devi decidere più rapidamente. Innanzitutto le formulazioni grafiche sono semplicemente lineari; ovviamente esistono anche delle superfici, ma pure queste sono delimitate in maniera molto netta. Non si può imbrogliare. Si ha bisogno di una vera armatura, di uno schema. Per me questi schemi grafici sono uno strumento di controllo fondamentale. Attraverso l’incisione puoi spiegare meglio cosa fai. Persino un disegno, per quanto accurato, lascia spazio a molte imprecisioni e trascuratezze. L’incisione pochissimo».
Per questo Baselitz è stato una scelta imprescindibile per la nostra Biennale di Xilografia, e perché va a chiudere idealmente il percorso di ricerca iniziato nel 2009 con Jim Dine e proseguito nel 2014 con Mimmo Paladino. Per i tre artisti, la xilografia costituisce una parte di produzione continua e costante nella loro opera, come forse nessun altro artista del loro calibro (perché non dimentichiamo che si tratta di nomi di primissimo piano nel contemporaneo a livello internazionale) ha fatto dal secondo Dopoguerra.
Le quarantuno xilografie esposte a Palazzo dei Pio provengono da una delle più ricche e preziose collezioni di incisioni pubbliche in Europa, quella del Cabinet d’Arts Graphiques del Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa collezione ai nostri occhi di “costruttori di mostra” si è rivelata lo specchietto cilindrico che raddrizza l’immagine deformata di cui parla Mason, perché quella collezione conserva una decina di preziosissime xilografie e chiaroscuri del primo Cinquecento di Dürer e soprattutto di Ugo da Carpi, che hanno attratto la nostra attenzione in quanto donate al Museo svizzero da Georg Baselitz. È questa connessione dunque, così profonda e forte, col significato di xilografia che guida il progetto delle Biennali di Carpi, che ci ha portato a Ginevra e ci ha spinto a dedicare due brevi note, in appendice al catalogo, a questa linea rossa che parte dal Rinascimento europeo e arriva a Baselitz.
Il nucleo delle incisioni di Baselitz nelle collezioni di Ginevra è davvero imponente, formatosi per una piccola parte da donazioni dello stesso artista, per gran parte da un lascito: si tratta di oltre cinquecento grafiche, tra cui spiccano sei legni e più di cento xilografie e chiaroscuri, datati dal 1963 fino ai primi anni Duemila. Le opere selezionate per la mostra si concentrano per datazione in un quindicennio, tra 1981 e 1996, quando Baselitz realizza le sue più interessanti xilografie, e hanno seguito i criteri poco sopra delineati che ci hanno portato a individuare nell’artista tedesco il protagonista di questa Biennale.
Innanzitutto i soggetti rappresentati: sono i temi cari a Baselitz, gli stessi che troviamo anche nella coeva produzione pittorica. Uomini, e soprattutto le donne – alla finestra, in spiaggia, accoppiate -, le famose teste e le aquile, due stupefacenti madri e, nelle opere più recenti, i piedi. Tutto rigorosamente sottosopra, capovolto, come recita il titolo di questa Biennale, ma ancora più sconvolgente e destabilizzante di quanto sia in pittura, per l’impatto intenso e, per usare le parole di Baselitz, schematico che l’alternanza dei bianchi, ma soprattutto dei neri e delle altre cromie propria della xilografia, restituisce all’osservatore.
In secondo luogo la tecnica xilografica: Baselitz asciuga, punta a costruire una forma “pura”, per usare ancora le sue parole. E così sono pochissimi i chiaroscuri nella nostra selezione, a due legni, tre al massimo, mentre dominano le xilografie, a un colore, per lo più nero, quindi scure, graffianti, disorientanti, mai rassicuranti da un certo punto di vista.
Georg Baselitz non a torto è considerato uno degli artisti più grandi del Novecento. La selezione delle xilografie presentate a Carpi ci auguriamo confermerà questa opinione, ma allo stesso tempo crediamo “disturberà” il visitatore, in linea con l’atteggiamento sempre audace e provocatorio che l’artista tedesco non ha mai temuto di adottare.

Manuela Rossi, Direttrice dei Musei di Carpi e curatrice della mostra
dal catalogo APM Edizioni

 

Georg Baselitz e la grande xilografia tedesca

Una giustificazione storica
Vi sono personaggi dell’arte che, per una lettura credibile della loro opera, hanno bisogno di essere collocati all’interno di una vicenda storica più ampia nella quale riconoscere le motivazioni più autentiche della loro particolare espressività. È certamente il caso di Georg Baselitz (1938) perchè la sua vicenda personale, artistica ed esistenziale, è stata dolorosamente vissuta all’interno delle storiche tragedie della Germania del XX secolo. Conviene dunque partire da lontano a cominciare dalla mitica figura di Martin Schongauer (1445-1491), il primo grande incisore germanico, che Albrecht Dürer (1471-1528) desiderava fortemente conoscere giungendo purtroppo a Colmar quando il Maestro era già morto. Ereditando comunque molti motivi delle sue opere quali la Morte della Vergine, le Tentazioni di Sant’Antonio e soprattutto l’insegnamento morale e tecnico della sua disciplina incisoria. Non deve stupire questo riferimento se si pensa che nella collezione privata di Baselitz figurano alcuni fogli di Dürer, che documentano il legame ideale tra i due artisti, pur a distanza di cinque secoli. È tuttavia la drammatica Riforma del cattolicesimo provocata dalle celebri 95 tesi di Martin Lutero (1483-1546), affisse nel 1517 sulla porta della chiesa di Wittemberg, a influenzare fortemente l’arte tedesca della prima metà del XVI secolo. Una riforma storica e perfino violenta per i tempi, che sconvolse l’Europa e attrasse l’interesse di molti artisti contemporanei, quali lo stesso Dürer. Ma anche, e con più appassionata partecipazione, in particolare Lucas Cranach (1472-1553), che conosceva i cicli xilografici di Dürer ispirati all’Apocalisse (1498) e alla Grande Passione (1497-1500), che certamente hanno influenzato la sua futura straordinaria attività incisoria. Va tenuta presente in questa situazione anche la figura di Hans Baldung Grien (1485-1545) che, assieme a Dürer e Cranach, per citare solo questi nomi, con le loro opere incise su legno, partecipò efficacemente alla diffusione stampata, cioè visiva e leggibile, dei temi più importanti della riforma luterana. Configurando una straordinaria stagione della xilografia tedesca ed europea che certamente Georg Baselitz conosce molto bene e dalla quale ha tratto una straordinaria influenza, riconoscibile nella sua opera.

Die Brucke e il Novecento tedesco
Thomas Mann ha scritto in un’occasione che «la storia tedesca presenta sempre aspetti potentemente tragici», come è possibile vedere anche nel Novecento. Un secolo drammatico nel corso del quale si manifestano in Germania, inevitabilmente si potrebbe dire, alcuni dei più importanti movimenti dell’arte europea. Non è questa la sede, naturalmente, per una disamina esauriente delle diverse tendenze dell’arte emerse in Germania nella prima metà del XX secolo. Ma non si può evitare di segnalare la nascita dell’Astrattismo col gruppo del Blaue Reiter nel 1911 a Monaco, con la partecipazione del russo Vassilij Kandinskij e del tedesco Franz Marc. Né ignorare l’arrivo nel 1918 a Berlino dello sconvolgente movimento interdisciplinare del Dadaismo, in effetti concepito a Zurigo nel 1916, o la nascita della esaltante esperienza del Bauhaus nel 1919 a Weimar, promossa da Walter Gropius. E naturalmente quanto meno accennare al gruppo della cosiddetta Nuova Oggettività, sorto nel 1925 a Mannheim, del quale hanno fatto parte artisti quali Max Bechamm, Otto Dix e Georg Grosz. Veri e propri sommovimenti dell’arte che certamente fanno parte del bagaglio genetico-culturale di Georg Baselitz, i cui padri spirituali, dovendo qui parlare della sua opera xilografica, vanno però con maggiore certezza ricercati negli artisti fondatori dello storico gruppo Die Brucke, sorto a Dresda nel 1905, che si sono tutti espressi prevalentemente con quello specifico linguaggio incisorio. Il gruppo, caratterizzato, oltre che dall’uso prevalente della xilografia, anche dalle affinità che potremmo definire culturali e politiche, era formato all’inizio da Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rotluff. Significativa, per comprendere l’ideologia del gruppo, appare la dichiarazione, scritta e stampata in xilografia dallo stesso Kirchner, nella quale si legge tra l’altro: «animati dalla fede nel progresso, in una nuova generazione di creatori e di spettatori, noi ci appelliamo a tutta la gioventù che è portatrice dell’avvenire e vogliamo portare la libertà di agire e di vivere di fronte alle vecchie forze». L’adozione della matrice lignea diventa a questo punto dominante nell’affermazione del movimento dell’Espressionismo che con questo procedimento produrrà anche i propri manifesti e i cataloghi. Kirchner, artista prolifico e appassionato, appare il capo spirituale del gruppo e manifesta con maggiore e coinvolgente «intensità l’atteggiamento critico verso la dimensione in cui l’uomo consuma le proprie frustrazioni» esistenziali in quel momento storico. Solo gli artisti del Blaue Reiter, che pure condividevano con Die Brucke “l’insofferenza e l’ansia del rinnovamento” nell’arte e nella vita, aprono una più vasta “prospettiva di nuova spiritualità”, distanziata dalle vicende reali della vita. Tutti questi grandi e generosi movimenti dell’arte tedesca, emersi prepotentemente nella prima parte del Novecento, vengono però spazzati via nel 1933 con l’avvento di Hitler al potere e la chiusura forzata della straordinaria esperienza del Bauhaus. E nel 1938, l’anno terribile nel quale Kirchner muore suicida nel forzato esilio in Svizzera, viene organizzata anche la grande mostra della cosiddetta “Arte degenerata” nella cui occasione vengono bruciati oltre mille dipinti e circa quattromila disegni e grafiche di molti degli artisti che hanno dato vita ai gruppi e ai movimenti che abbiamo, seppure velocemente, ricordato. E forse è il caso di concludere, in questa prospettiva, citando il grande Francisco Goya, che il sonno della ragione aveva anche allora generato mostri.

Baselitz nella storia della xilografia tedesca
Anche se la grande arte si manifesta e vive sempre nell’avventura e nell’ambiguità, è tuttavia evidente che l’opera di Georg Baselitz affonda le radici nella storia di quei personaggi, dei gruppi e dei movimenti di cui abbiamo parlato, che hanno tutti espresso con la xilografia aspetti tra i più alti e significativi dell’arte germanica. Manifestando una personalità tra le più forti, caratterizzate e trasgressive dell’arte europea del XX secolo, segnata da una sorta di Neoespressionismo romantico e angosciante, disturbante e deliberatamente antigrazioso, distante da ogni forma di astrattismo o di arte sociale e popolare. E che, a partire dal 1969 con il Ritratto di Elke, sua moglie, ha trovato nel capovolgimento delle immagini – ormai la sua celebre e riconoscibile cifra stilistica, adottata sia nella pittura che nel disegno e nella xilografia – la provocazione formale che è riuscita ad attirare l’ossessiva attenzione, ma anche il malcelato disorientamento, della critica d’arte internazionale. Che spesso ha definito l’operazione come una semplice trovata mentre per Baselitz, che pure ha scritto che “la provocazione è la vera meraviglia dell’arte”, si trattava invece di sovvertire radicalmente una storica convenzione, consentendo una nuova, inedita e sorprendente lettura formale dell’immagine. Una sorta di ribellione, in fondo, comprensibile in un artista nato e formatosi in un Paese, la Germania dell’Est, socialmente vittima prima del nazismo di Hitler e poi del comunismo di Stalin. Le xilografie esposte a Carpi, provenienti da una prestigiosa raccolta pubblica di Ginevra, documentano in modo esauriente, anche se incentrate prevalentemente sugli anni Ottanta, la ricerca espressiva e anche la personalità del grande artista tedesco. Fanno capire il rapporto di sfida che Baselitz instaura con la matrice di legno perché la materia appare infatti come ferita, lacerata dal suo segno duro e aspro che sembra fatto con la punta di un coltello, rivelando pienamente il suo personale e perfino drammatico “combattimento per l’immagine”. Non pare manifestarsi nelle sue opere alcuna gerarchia dipendente dal formato della matrice, ma certamente impressionanti appaiono i grandi fogli quali le grandi Teste capovolte del 1981-82, o la grande Aquila, anch’essa rovesciata, dello stesso anno. Come del resto impressionante, pur nelle ridotte dimensioni, risulta l’intensità ideativa ed esecutiva della Madre con bambino del 1985. Naturalmente è interessante notare come l’artista capovolga qualsiasi immagine, le teste e le figure, uccelli e paesaggi, e perfino una drammatica Crocifissione e albero del 1983, resa meno forte e disturbante dal sorprendente impiego, in questa occasione, di un colore come il blu-cielo. L’utilizzo del colore nelle xilografie di Baselitz - il rosso, il verde e il blu - richiede del resto una particolare riflessione perché esso non sembra affatto avere l’intenzione di abbassare il valore drammatico delle immagini ma, sorprendentemente, e per altre vie, addirittura volerlo esaltare. È tuttavia nelle xilografie realizzate rigorosamente in bianco e nero che è possibile cogliere la verità più autentica dell’opera di Georg Baselitz. Perché è in questi fogli che risulta più chiaramente la volontà dell’artista di fronteggiare il mondo e rivelare la sua personale e drammatica condizione essendo stato «messo al mondo in un ordine distrutto, un paesaggio distrutto, in un popolo distrutto e una società distrutta». L’artista tedesco è giunto per tale via, sorprendentemente, a una sorta di “figurazione astratta”, apparentemente leggibile e riconoscibile, affidata alle sole qualità evocative e memorative del segno violento e dell’aspro contrasto tra due non-colori come il bianco e il nero. Tutta l’opera di Baselitz testimonia perciò, infine, il disagio esistenziale di un artista nato in un paese che, come ha detto egli stesso, “non è ancora sicuro di aver fatto i conti con la storia”. E che affida dunque all’arte la sola possibilità di superare definitivamente questa difficile condizione.

Enzo Di Martino, Curatore della mostra
dal catalogo APM Edizioni



BASELITZ. SOTTOSOPRA
Xilografie dal Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017

Orari: da martedì a domenica, ore 10-13; giovedì, sabato, domenica e festivi anche 15-19. Chiuso il lunedì.
Ingresso: intero €. 5 , ridotto €. 3
Info: tel 059/649955 - 360
Ufficio stampa Comune di Carpi: Giovanni Medici - Tel. 059.649780 - giovanni.medici@comune.carpi.mo.it
Ufficio stampa mostra: CLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas - Tel. 02 36755 700 - marco.olianas@clponline.it

Musei di Palazzo dei Pio
piazza dei Martiri, 68
Carpi (MO)

 

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Kuniyoshi, Il visionario del mondo fluttuante, Museo della Permanente, Milano



Presentata al Museo della Permanente la mostra Kuniyoshi, Il visionario del mondo fluttuante, dalla curatrice Rossella Menegazzo con cui sono intervenuti Ryohei Miyata Agency for Cultural AffairsCesare Cerea, Vice-Presidente Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente e Massimo Vitta Zelman, Presidente MondoMostre Skira.
La mostra di Kuniyoshi completa il panorama del Mondo Fluttuante dopo la mostra dello scorso anno a Palazzo Reale, dedicata a Hokusai, Hiroshige e Utamaro per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone.
Ecco i mondi bizzarri, paesaggi visionari, donne bellissime, ma anche attori kabuki, gatti, carpe e animali mitici e fantastici, oltre a leggendari eroi, samurai e briganti, protagonisti delle opere di Utagawa Kuniyoshi (1797 - 1861) a cui, negli ultimi anni, in Giappone e nel mondo, son state dedicate numerose mostre. E ora anche l’Italia, per la prima volta, rende omaggio a Kuniyoshi, maestro indiscusso di inizio Ottocento dell’ukiyoe - genere di stampa artistica giapponese su carta, impressa con matrici di legno - e che così tanta influenza ha avuto sulla cultura dei manga, degli anime (film di animazione giapponesi e non), dei tatuaggi e della cultura pop in generale contemporanea, definito l’Arcimboldo del Giappone.
La mostra Kunyioshi. Il visionario del mondo fluttuante, prodotta da MondoMostre Skira e curata da Rossella Menegazzo, inaugurata il 4 ottobre al Museo della Permanente di Milano (fino al 28 gennaio 2018), presenta la produzione di Kuniyoshi nella sua interezza, evidenziando la strabiliante capacità  tecnica e inventiva di questo maestro visionario attraverso una selezione di 165 silografie policrome, tutte provenienti da un'unica collezione giapponese privata "Masao Takashima Collection".
Rossella Menegazzo: “La mostra su Kuniyoshi rappresenta il completamento di un ciclo. Dopo Hokusai, Hiroshige e Utamaro era necessario rendere omaggio al quarto grande artista dell’Ukiyo-e, Kuniyoshi. La sua opera è un ponte artistico tra il mondo classico e l’epoca moderna, tanto che potremmo dire che tutta l’arte pop giapponese nasce con lui: manga, anime, graphic design, ma addirittura il tatuaggio classico giapponese devono tantissimo a questo artista. Dedicare una mostra a Kuniyoshi è necessario e stimolante, perché permette di allargare anche la conoscenza del pubblico”.
Miyata Ryōhei, Commissario del Bunkachō (Agenzia per gli Affari culturali del Giappone): “Queste mostre mi fanno sentire ancora di più la bellezza dell’arte giapponese. Kuniyoshi è un mondo da scoprire. In questo momento in Giappone è attiva la mostra su Arcimboldo, che sta avendo così tanto successo. È straordinario vedere come, sebbene così lontani, questi due artisti avessero lo stesso stile e una simile visione. Arte e cultura sono collegate da un filo invisibile in ogni parte del mondo”.

Il percorso si divide in 5 sezioni tematiche: BeltàPaesaggi, Eroi e guerrieri, Animali e parodieGatti.
La fama di Kuniyoshi è fondamentalmente legata alla serie di silografie policrome che illustrano i 108 eroi del romanzo Suikoden (pubblicato in italiano con il titolo I briganti), divenuto un vero e proprio best seller in Cina e in Giappone alla fine del Settecento e in cui si ritrovano le avventure di una banda di briganti che si muovono a difesa del popolo stremato dalle ingiustizie e dalla corruzione governativa: personalità violente, potenti, armati, dai corpi muscolosi e coperti di tatuaggi che oggi ispirano manga, anime, tatuatori e disegnatori a livello internazionale. Ed è proprio con Kuniyoshi, formatosi sotto il maestro Utagawa Toyokuni, che si afferma il genere delle stampe di guerrieri (mushae). Kuniyoshi si dedica anche ai ritratti di donne, bambini, attori kabuki - particolare rappresentazione teatrale sorta all'inizio del XVII secolo - e di fantasmi, altro genere amatissimo in Giappone e oggi più che mai di moda. Tuttavia il suo nome è soprattutto associato ai giochi illusionistici, fatti di ombre e di figure composite alla maniera di Arcimboldo, ovvero figure inserite in altre figure, e parodie di storie e battaglie con protagonisti animali, oggetti, dolci, cibi. Opere ironiche e umoristiche che giocano sui sentimenti e le emozioni come nessun altro artista ha saputo fare prima di lui. Le sue immagini sono fantasiose, barocche, ricche di colori e densi di particolari minuti. I suoi personaggi sono imponenti, le azioni roboanti e occupano tutta la superficie illustrata: sia essa nel classico formato rettangolare, o in quello di un ventaglio rotondo (uchiwa) o che si tratti del più grande formato del trittico, da lui prediletto al punto di arrivare all’esattico. I Gatti  l'ultima sezione è dedicata alla passione forse più grande di Kuniyoshi, per la quale moltissime persone lo conoscono, e che, insieme agli eroi, costantemente presenti in tutta la sua opera, è uno dei temi che rendono la sua personalità  ancora più misteriosa ed eccentrica.
L’abilità e la curiosità di Kuniyoshi lo portano a importanti novità in campo tecnico: attingendo a piene mani dalla pittura occidentale, arriva a imitare la resa dell’incisione da lastra di rame anzichè da matrice in legno, distinguendosi così dai maestri del paesaggio Hiroshige e Hokusai.
Ma anche l’Occidente lo ha molto amato, dall’arrivo delle riproduzioni delle sue opere in Europa e particolarmente in Francia (Monet ne aveva alcune appese nella cucina della sua famosa casa a Giverny), fino ai giorni nostri e alla cultura pop contemporanea.
La sua è stata una figura poliedrica e intrigante, sia per la varietà dei soggetti, sia per la ricchezza della tecnica, che ha dato vita a una scuola portata avanti per generazioni anche dopo di lui.

Kuniyoshi, Il visionario del mondo fluttuante
Dal
4 ottobre al 28 gennaio 2018
Orari: tutti i giorni dalle ore 9,30 alle 19,30; Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Giorni e orari straordinari: 1 - 2 novembre; 8 dicembre; 25 - 26 dicembre; 1 e 6 gennaio; dalle ore 9,30 alle 19,30
Prenotazioni visite guidate gruppi e scuoleinfo@adartem.itwww.adartem.it
Infoline e prevendite: tel. 0299901905 - www.vivaticket.it
Biglietti: Intero: € 13,00; Ridotto: € 11,00 Visitatori dai 6 ai 26 anni, portatori di handicap, gruppi (minimo 15 massimo 25 - dal lunedì al venerdì), insegnanti, militari, forze dell’ordine non in servizio, possessori Skira card; Ridotto Speciale: € 8,00 Giornalisti con tesserino ODG con bollino dell’anno in corso non accreditati dall’ufficio stampa; Ridotto Speciale: € 6,00 Gruppi Scuole - dal martedì alla domenica (minimo 15 massimo 25 con tolleranza fino a 29), scuole di ogni ordine e grado; Gratuito, minori di 6 anni, guide turistiche abilitate con tesserino di riconoscimento, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti accreditati dall'Ufficio Stampa della Mostra, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Milano, tesserati ICOM, guide turistiche (previa esibizione di tesserino di abilitazione professionale), componenti commissione vigilanza e vigili del fuoco (previa esibizione di tessera non nominativa)
Uffici stampa: MondoMostre Skira: Lucia Crespi: Tel. 02 89415532 - lucia@luciacrespi.it; Federica Mariani: Tel. 3666493235 -federicamariani@mondomostre.it - www.mondomostre.it; Barbara Notaro Dietrich: Tel. 3487946585 - b.notarodietrich@gmail.com

Museo della Permanente
via Filippo Turati 34
Milano 

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NASA A human Adventure, Spazio Ventura XV, Milano


NASA - A Human Adventure
Dal 27 settembre 2017 al 4 marzo 2018
Spazio Ventura XV, Milano

Nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969 circa 900 milioni di persone s’incollarono alla tv per vedere un essere umano calpestare il suolo lunare per la prima volta. Oltre 20 milioni di quei telespettatori erano italiani. Ma molti altri hanno comunque riascoltato le parole (e rivisto le immagini) di Gianni Bisiach che seguì lo sbarco dietro le quinte della prima maratona televisiva della Rai (28 ore di diretta), condotta da Tito Stagno con i commenti di Andrea Barbato e, dal entro spaziale della NASA di Houston di Ruggero Orlando. La passeggiata di Neil Armstrong e Buzz” Aldrin segnò una tregua ai rancori e ai disordini di quegli anni. Giornalisti e osservatori internazionali profetizzarono che l’allunaggio statunitense avrebbe sancito l’inizio di una collaborazione fra Usa e Urss e, forse, la fine della Guerra fredda. L’emozione di chi assistette a quell’evento prevalse per qualche giorno su ogni cosa: dal giorno del decollo dell’Apollo 11 fu davvero come se tutto, anche in Italia, ruotasse intorno alla Luna. Nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro. I negozi, con le vetrine rigorosamente a tema, ottennero il permesso di tenere accesa la tv anche durante l’orario di apertura e al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. In quella notte non ci furono furti né rapine: a Milano il centralino della polizia squillò solo 2 volte e a Bologna e Roma il copione non fu diverso. Lo sbarco sulla Luna ci rende ancora capaci di sognare mondi migliori, universi senza fine, dove buchi neri e remote galassie rendono tutto possibile, meraviglioso, visionario perché da sempre lo spazio e il cosmo, con i suoi misteri e le sue scoperte, affascina chiunque di noi, scienziati e uomini comuni, laici e religiosi, sognatori e scettici. Le imprese degli astronauti, ne è la riprova l’ultimo viaggio spaziale di Samantha Cristoforetti, han fatto desiderare ai “bimbi” di tutte le età di diventare astronauti. E se per la maggior parte di noi, non è stato così, ora avremo comunque la possibilità di vedere quel mondo da vicino, di entrarne a far parte anche se per poche ore.

Dal 27 settembre arriva per la prima volta in Italia, a Milano nello Spazio Ventura XV (via Privata Giovanni Ventura 15), NASA - A Human Adventure, la mostra sullo spazio prodotta da John Nurminen Events in collaborazione con AVATAR - che ha già affascinato nel suo tour mondiale iniziato nel 2011 milioni di visitatori perché concepita per adulti e bambini.
La mostra è un viaggio di conquiste e di scoperte che si estende per 1500 metri quadri, tra razzi, Space Shuttle, Lunar Rover, Simulatore di centrifuga spaziale, in un percorso didattico ed emozionante, scientifico e immersivo, che va dal primo lancio nello spazio ai giorni nostri e che presenta circa 300 manufatti originali provenienti dai programmi spaziali NASA, la maggior parte di essi in prestito dal Cosmosphere International Science Education Center e dallo Space Museum e dal U.S. Space & Rocket Center, molti dei quali sono stati nello spazio. L’esposizione racconta la fantastica storia della National Aeronautics and Space Administration, per tutti la NASA, e le sue incredibili conquiste ottenute nei voli e nelle esplorazioni spaziali.
I visitatori potranno ammirare le splendide astronavi costruite dalla NASA e scoprire le storie delle persone che vi sono state a bordo o che le hanno progettate e costruite come per esempio un enorme modello in scala del gigantesco razzo lunare Saturn V o la replica fedele della pioneristica navicella Mercury con la quale venivano condotte le prime missioni spaziali, e la navicella Gemini, costruita per missioni di lunga durata e ancora un modulo dell’Apollo che portò il primo essere umano sulla Luna e il Rover Lunare che servì agli astronauti per esplorarla. Non poteva mancare l’ormai iconico Space Shuttle, prima navicella riutilizzabile, con una sezione che consentirà ai visitatori di vedere il ponte di volo e il ponte di mezzo dove invece mangiano, dormono e lavorano sugli esperimenti. Ma i visitatori potranno anche sperimentare una simulazione di volo a “bordo” del Mercury Liberty Bell 7 dove si trovava l’astronauta, Gus Grissom. Il simulatore “G-Force - Astronaut Trainer” sarà per il pubblico come una sorta di grande salto adrenalinico, proprio grazie alla forza di gravità generata.
L’esplorazione dello spazio è una delle vicende umane più meravigliose e questa mostra vuol dar conto anche dello spirito e dell’eroismo di quanti sopravvissero alle missioni spaziali, senza però dimenticare il sacrifici e le perdite di quegli uomini e donne per i quali l’avventura spaziale si trasformò in tragedia. “NASA - A Human Adventure” mostra come nel passato le esplorazioni spaziali siano state una grande competizione tra le nazioni, addirittura un elemento significativo della cosiddetta Guerra Fredda dacché la corsa allo spazio aumentò, ma anche stimolò, la rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica, mentre ai giorni nostri, con le stazioni internazionali, uomini di nazioni e culture diverse collaborino assieme.
Attraverso 6 sezioni (Gantry Entrance, Sognatori, La Corsa allo Spazio, Pionieri, Resistenza e Innovazione), i visitatori verranno catapultati in una delle storie più affascinanti e ambiziose dell’uomo, la scoperta dello spazio in un’esperienza immersiva che inizia fin dall’ingresso, quando dovranno attraversare una passerella, la stessa che gli astronauti della NASA percorrono prima di salire a bordo del Saturn V e la stessa sulla quale, nella notte del 7 dicembre 1972, camminarono tre astronauti dell’Apollo 17 per atterrare sulla Luna.
Nella prima sezione, GANTRY ENTRANCE, è presente una passerella in metallo, replica di quella che collegava a circa 100 metri di altezza il razzo lunare Saturn V con la mitica rampa di lancio a Cape Canaveral, il famosissimo centro della NASA in Florida. È attraverso questa passerella che gli astronauti sono saliti a bordo del Modulo di Comando del Saturn V e hanno iniziato il loro viaggio per la Luna. La passerella era utilizzata anche per rifornire la navicella spaziale del carburante e di tutto il necessario alla vita nello spazio.
Nella seconda sezione, SOGNATORI, si racconta di come per migliaia di anni il cielo notturno sia stato il “propulsore” dei sogni e si dà conto del lavoro di scrittori e artisti che hanno anticipato con la loro immaginazione la visione dello spazio e la sua conquista. La luna e le stelle son state fonte di ispirazione per la mitologia, la creazione di divinità e di misteri di ogni sorta, raccontati da scrittori e artisti. Già Luciano di Samosata nel secondo secolo a.c., si era immaginato un viaggio sulla Luna e l’incontro con forme di vita extra terrestri. Ma solo dopo la metà del XVI secolo, con le scoperte di Copernico e Galileo, gli scrittori son stati in grado di coniugare la fantasia con la scienza. Nel XIX secolo il francese Jules Verne non solo si è immaginato viaggi spaziali ma ha perfino anticipato metodi e tecnologie del tutto simili a quelli usati più di un secolo dopo. Un altro scrittore dell’800, l’inglese HG Wells ha immaginato i viaggi spaziali nel racconto The First Men in the Moon. Accanto agli scrittori, parecchi artisti si sono cimentati su come potessero apparire gli altri pianeti. Come i disegnatori francesi Jules Férat e Édouard Riou che illustrarono le opera di Verne. Nel ventesimo secolo poi, l’americano Chesley Bonestell ha cerato immagini stilizzate dello spazio che sono state di supporto al programma spaziale americano. E l’artista americano Robert McCall ha lavorato per più di 30 anni sul tema spaziale creando opera di grande impatto. Queste persone hanno contribuito con le loro opere a rendere i viaggi spaziali una realtà.
Durante la seconda Guerra Mondiale son state compiute scoperte sensazionali in ambito di tecnologia aeronautica, dai motori dei jet a quelli spaziali. E dalla fine degli anni ’50 all’inizio dei ’60, l’esplorazione dello spazio è diventata una realtà. In questa sezione si potrà sapere tutto sul lancio da parte dei sovietici dello Sputnik, qui riprodotto in una replica fedele, e che ha dato inizio alla cosiddetta CORSA ALLO SPAZIO (che è il titolo di questa sezione) tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, le due super potenze dell’epoca. Costruito dai sovietici, lo Sputnik I fu il primo satellite artificiale mai inviato nello spazio. Lanciato il 4 ottobre 1957, trasmise segnali alla Terra per ventun giorni, finché le sue batterie andarono in avaria. Il satellite si disintegrò il 4 gennaio 1958 durante il rientro nell’atmosfera terrestre. Il lancio dello Sputnik fu un evento di enorme portata mondiale e generò la sfida per il primato nei voli spaziali che divenne uno dei capitoli della Guerra Fredda e si protrasse per quasi due decenni. Lo Sputnik I fu un pioniere nel senso stretto del termine, rappresentando il primo anello di una catena di eventi che prolungarono la nostra idea del mondo oltre i confini della Terra. Nessuno degli straordinari sviluppi e progressi che si vedranno in mostra, si sarebbe concretizzato senza questo primo, storico veicolo spaziale. Sempre in questa sezione si potranno anche ammirare le imprese del primo cosmonauta russo, Yuri Gagarin, e del primo americano Alan Shepard.
Entrando nella sezione PIONIERI si potranno vedere le immagini e le creazioni dei progenitori della moderna tecnologia spaziale, quali il russo Konstantin Tsiolkovsky, un matematico che pubblicò il primo testo sui viaggi spaziali nel 1903 e trattò anche temi quali il design e la propulsione per i quali è considerato a tutti gli effetti il “padre” dei voli spaziali, o il fisico tedesco Hermann Oberth che nel 1923 pubblicò la sua tesi di dottorato nella quale anticipava il corso delle ricerche spaziali. In Germania Oberth lavorò sui progetti spaziali durante la seconda guerra mondiale e trasferitosi negli Stati Uniti prese parte alla creazione del V-2, come scienziato della NASA. In questa sezione si potranno ammirare i frammenti originali di un missile V-2 lanciato. Il V-2 è stato il primo missile balistico a lungo raggio. Sviluppato all’inizio della seconda guerra mondiale, la propaganda nazista lo presentò come un’arma di rappresaglia concepita per reagire all’intensificarsi dei bombardamenti degli Alleati sulla Germania. Venne principalmente utilizzato contro bersagli situati a Londra e ad Anversa. Tra settembre 1944 e marzo 1945, i tedeschi lanciarono circa 3000 V-2 che, secondo le stime, uccisero 7.200 tra militari e civili. Un aspetto tragico della storia dei V-2 è che un numero ancor maggiore di persone nei campi di concentramento tedeschi perse la vita lavorando alla produzione di queste armi. Il missile V-2 è il progenitore di tutti i razzi moderni. Sempre in questa sezione è esposto (in scala 1 a 10) il Saturno V, un veicolo di lancio a tre stadi alimentato a propellente liquido, sviluppato nel quadro del programma di esplorazione lunare del Progetto Apollo. Successivamente è stato usato per il lancio dello Skylab, la prima stazione spaziale americana. La NASA ha impiegato attivamente il Saturno V tra il 1966 e il 1975, portando a termine 13 lanci riusciti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida, senza alcuna perdita di vite o di carico utile. Il Saturno V resta a tutt’oggi il razzo più lungo, pesante e potente mai impiegato attivamente. Le sue dimensioni e la sua capacità di carico utile lasciano ampiamente indietro qualsiasi altro razzo impiegato con successo in un programma spaziale. Continua a detenere il record del massimo carico utile mai lanciato e della massima capacità di carico utile che sia riuscita a entrare in orbita terrestre bassa, con 120 tonnellate. Toccava i 110,6 metri di altezza con in cima il Modulo di Comando e Servizio (CSM) e il razzo del LES (Launch Escape System), una soluzione d’emergenza per il salvataggio degli astronauti in caso di lancio fallito, e misurava 10,1 metri di diametro, esclusi gli alettoni. A pieno carico di carburante, il Saturno V pesava 2.950 tonnellate.
A tutt’oggi, il Saturno V resta l’unico veicolo di lancio capace di trasportare esseri umani al di là dell’orbita terrestre bassa. Il razzo ha lanciato in tutto 24 astronauti verso la Luna (tre dei quali hanno compiuto due viaggi) nei quattro anni che vanno da dicembre 1968 a dicembre 1972. Dodici di loro hanno camminato sulla Luna. Lo sviluppo e i lanci del razzi Saturno V furono enormemente costosi: dal 1964 al 1973, la NASA investì in totale 6,5 miliardi di dollari (circa 47,25 miliardi di dollari di oggi) nel progetto.
L’esplorazione dello spazio è una storia che ha a che vedere anche con l’enorme preparazione fisica e psicologica degli astronauti. In questa sezione, RESISTENZA, si potrà capire come sia cambiato il modo di vivere e lavorare nello spazio. Si potranno vedere gli oggetti più disparati, dal cibo liofilizzato ai kit personali, ma anche i veicoli e gli strumenti usati dagli astronauti, dalle tute spaziali ai rover lunari come il Rover lunare (LRV), presente in mostra a grandezza reale, che è stato un automezzo a quattro ruote ad alimentazione elettrica impiegato nelle tre ultime missioni del Programma Apollo (Apollo 15, 16 e 17) nel 1971 e 1972. Il Rover lunare veniva portato sulla Luna a bordo del Modulo lunare Apollo e, una volta reso operativo sulla superficie, era in grado di trasportare due astronauti, il loro equipaggiamento e campioni di suolo lunare. Gli LRV ampliarono moltissimo il raggio d’azione degli esploratori lunari. Le precedenti squadre di astronauti erano state confinate in prossimità del punto di allunaggio a causa della difficoltà di spostarsi a piedi con l’ingombro della tuta spaziale e dell’equipaggiamento di supporto vitale necessario nell’ambiente lunare. Il raggio operativo rimase comunque ridotto, per permettere agli astronauti di tornare al Modulo lunare a piedi in caso di avaria del Rover. Senza gli LRV, le principali scoperte scientifiche delle missioni Apollo 15, 16 e 17 non sarebbero avvenute e noi sapremmo molto meno di quel che sappiamo dell’evoluzione della Luna. 
Le esplorazioni spaziali sono una realtà grazie alla tecnologia e prima di essa, alle idee e soluzioni che hanno reso possibile l’impossibile. In questa sezione, INNOVAZIONE, si potranno vedere, tra molte altre cose, una serie di navicelle spaziali, inclusa una replica a grandezza naturale della capsula Mercury, il modulo di comando dell’Apollo, che portò per la prima volta gli esseri umani sulla luna, il leggendario Space Shuttle e il telescopio Hubble.
Il Progetto Mercury fu il primo programma di volo spaziale umano degli Stati Uniti e fu diretto dalla recentemente costituita National Aeronautics and Space Administration (NASA). Durò dal 1959 al 1963 con l’obiettivo di portare un essere umano in orbita attorno alla Terra, e di farlo prima dell’Unione Sovietica, nel quadro della prima fase della Corsa allo Spazio.
I sette astronauti scelti per il Progetto Mercury divennero noti collettivamente come i “Mercury Seven”. La capsula per la missione Mercury venne prodotta dalla McDonnell Aircraft Corporation. Era conica e poteva accogliere nella sua cabina pressurizzata una sola persona con scorte di acqua, cibo e ossigeno per circa un giorno. Il Progetto Mercury preparò il terreno al Progetto Gemini e al progetto di sbarco lunare Apollo, che vennero annunciati dopo poche settimane dal primo volo spaziale con un uomo a bordo. Secondo le stime, il Progetto Mercury ebbe un costo complessivo di 392,6 milioni di dollari (1,73 miliardi di dollari di oggi) e vi lavorarono 2 milioni di persone.
L’interno del modulo di comando Apollo in mostra è un simulatore per addestramento utilizzato nel Programma Apollo. Contiene i principali pannelli di controllo, ripostigli per le attrezzature, comandi, display, impianti di guida e navigazione e altri impianti del veicolo spaziale e i sedili degli astronauti, oltre a comparti per il cibo e gli equipaggiamenti e un impianto per la gestione e il trattamento dei rifiuti
Lo Space Shuttle (in mostra con una riproduzione del muso frontale in grandezza reale in scala 1:1) è stato il primo veicolo spaziale orbitante concepito per essere riutilizzato. Ha portato in orbita carichi commerciali, provveduto all’avvicendamento di equipaggi spaziali e al trasporto di forniture per la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ed eseguito operazioni di manutenzione e riparazione di satelliti. L’orbiter dello Space Shuttle era anche in grado di imbarcare satelliti e altro carico utile in orbita e di riportarli sulla Terra. Tutti gli orbiter Shuttle vennero progettati per avere una vita utile di 100 lanci o di 10 anni di attività operativa; in seguito, questi parametri vennero sensibilmente migliorati e la loro flotta condusse complessivamente 135 missioni. Lo Shuttle Discovery fu quello che rimase in servizio più a lungo, per oltre 26 anni, con un record di 29 lanci e 364 giornate di servizio effettivo.
Il telescopio Hubble, in mostra in questa sezione, è celebre per le sue notevoli scoperte scientifiche. Si può dire che abbia avviato con sorprendente facilità un boom di relazioni pubbliche nel campo dell’astronomia; è stato costruito dalla NASA con contributi dell’Agenzia Spaziale europea (ESA) ed è controllato dal Goddard Space Flight Center di Greenbelt, Maryland. Prende il nome dall’astronomo statunitense Edwin Hubble. Negli anni ’20 del secolo scorso, Hubble trovò galassie al di là della Via Lattea e scoprì che l’Universo si va espandendo uniformemente. Ha trasmesso centinaia di migliaia di immagini alla Terra, facendo luce su molti dei grandi misteri dell’astronomia. Sono stati pubblicati oltre 10.000 articoli scientifici sulla base di dati forniti da Hubble. Il telescopio è tutt’ora in funzione e ci si attende che rimanga operativo fino al 2020. Il lancio del suo successore, il Telescopio spaziale James Webb JWST, è previsto per il 2018.


NASA - A HUMAN ADVENTURE
Produzione
: John Nurminen Events
Organizzazione
: Avatar
Curatore mostra
: Jukka Nurminen
Esperto Missioni Apollo
: Luigi Pizzimenti
Dal 27 settembre 2017 al 4 marzo 2018
Orari: lunedì - domenica 10.00 / 19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. 

Aperture straordinarie: 24 e 31 dicembre ore 10.00 / 14.00; 25 dicembre e 1 gennaio 14.30 / 19.30
Biglietti: Intero: € 18,00; Ridotto: € 16,00 visitatori oltre i 65 anni, visitatori da 15 a 26 anni, portatori di handicap, insegnanti - Ridotto Bambino: € 12,00 visitatori dai 6 ai 14 anni - Gruppi Scuole: € 8 Minimo 15 massimo 25 (tolleranza fino a 29), scuole di ogni ordine e grado. Dal lunedì al venerdì -Gruppi: € 14,00 Minimo 15 massimo 25 (tolleranza fino a 29). Dal lunedì alla domenica - Biglietto Family 1: € 26,00 Un genitore più bambino (6-14 anni); Biglietto Family 2: € 36,00 Un genitore più due bambini (6-14 anni); Biglietto Family 3: € 42,00 Due genitori più un bambino (6-14 anni); Biglietto Family 4: € 50,00 Due genitori più due bambini (6-14 anni) - Gratuito: minori di 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, un accompagnatore per disabile che presenti necessità, giornalisti accreditati dall'Ufficio Stampa della Mostra. - Open: € 20,00 Valido entro le ultime due settimane di mostra - Biglietto esperienza “Centrifuga Spaziale”: €5,00
Visite Guidate: €110,00 Gruppi in italiano; €130,00 Gruppi in lingua; € 80,00 Scuole; € 100,00 Scuole in lingua
Audioguide: € 5,00 intero; € 4,00 ridotto
Infoline e prevendite:  tel. 0299901922- www.vivaticket.it
Catalogo: Skira Editore
Sito internet:  www.ahumanadventure.it - www.facebook.com/mostranasa/ - #ahumanadventure
Ufficio stampa: MondoMostre Skira - Lucia Crespi: Tel. 02 89415532 -lucia@luciacrespi.it; Federica Mariani: Tel. 3666493235 -federicamariani@mondomostre.it; Barbara Notaro Dietrich: Tel. 3487946585 - b.notarodietrich@gmail.com

SPAZIO VENTURA XV
Via Giovanni Ventura 15

Milano 

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Legati da una cintola, Museo di Palazzo Pretorio, Prato

Un simbolo religioso e civile, fulcro delle vicende artistiche di Prato ed elemento cardine della sua identità: la Sacra Cintola, la cintura della Vergine custodita nel Duomo che per secoli è stata il tesoro più prezioso di Prato, è al centro della nuova esposizione del Museo di Palazzo Pretorio. La mostra, Legati da una cintola - L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città, è organizzata dal Comune di Prato, in collaborazione con la Diocesi di Prato ed è curata da Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli.
Inaugurata il 7 settembre al Museo di Palazzo Pretorio, negli spazi espositivi recuperati dell’ex Monte dei Pegni. Un tema, quello della reliquia pratese, che consente di accendere un fascio di luce intenso su un’età di grande prosperità per Prato, il Trecento, a partire dalle committenze ad artisti di primo ordine come lo scultore Giovanni Pisano e il pittore Bernardo Daddi, che diedero risonanza alla devozione mariana a Prato come vero e proprio culto civico. La mostra prende spunto da quel prezioso simbolo dall’innegabile valore identitario per intrecciare i fili di un racconto che parla della città e del suo ricco patrimonio di cultura e bellezza custodito sul territorio e riconoscibile al di fuori dei confini locali.
Leggenda, arte e tradizione
L’origine del culto della sacra cintola affonda le sue radici nel XII secolo. La leggenda si basa su un testo apocrifo del V-VI secolo e vuole che la cintura, consegnata a San Tommaso dalla Madonna al momento dell’Assunzione, sia stata portata a Prato verso il 1141 dal mercante pratese Michele e da questi donata in punto di morte, nel 1172, al proposto della pieve. La Cintola è una sottile striscia di lana finissima, lunga 87 centimetri, di color verdolino, broccata in filo d'oro con ai capi due cordicelle per legarla. Fra Due e Trecento la reliquia assurse al ruolo di vero e proprio segno dell’elezione della città, santificata da una così preziosa vestigia miracolosamente giunta dalla Terra Santa, e divenne motore delle vicende artistiche pratesi.
La tavola di Bernardo Daddi
Una delle immagini più prestigiose di tutto il Trecento dedicate all’Assunta e al dono miracoloso della Cintola all’incredulo San Tommaso è la pala di Bernardo Daddi commissionata nel 1337-1338. L’opera nel tempo è stata smembrata e la sua complicata diaspora ha fatto sì che si perdesse la coscienza stessa della sua capitale importanza. L’allestimento del Pretorio consentirà di tornare ad ammirare nel suo complesso la monumentale macchina dipinta dal Daddi, riunendo i suoi componenti che originariamente comprendevano una doppia predella con la storia del viaggio della cintola e del suo approdo a Prato (questa custodita nel Museo) e la parallela migrazione del corpo di Santo Stefano da Gerusalemme a Roma, perché si riunisse a quello di San Lorenzo (custodita nei Musei Vaticani), e una terminazione con la Madonna assunta che cede la Cintola a San Tommaso (conservata al Metropolitan Museum di New York).

Percorso espositivo
La mostra si apre con una delle prime attestazioni in Occidente della Madonna assunta che dona la Cintola, con il rilievo eponimo del Maestro di Cabestany, scultore romanico attivo nel Roussillon e in Toscana che lavorò pure a Prato, nei capitelli del chiostro dell’antica prepositura di Santo Stefano (Sezione 1 – Da Cabestany a Prato: genesi di un tema). Punto focale della mostra è la ricomposizione della pala dell’Assunta di Bernardo Daddi (Sezione 2 – La pala pratese di Bernardo Daddi restituita), per meglio contestualizzare l'operato del Daddi saranno esposte altre opere del pittore giottesco appartenenti a questa stessa fase stilistica contraddistinta da una felice e vivace vena narrativa (Sezione 3 – Bernardo Daddi narratore). Un nucleo scelto di cintole profane del secolo XIV documenteranno la bellezza di questo genere di manufatti, riprodotto nell'elegantissima Santa Caterina dipinta da Giovanni da Milano nel polittico per lo Spedale della Misericordia, uno dei capolavori del museo di Palazzo Pretorio (Sezione 4 – La Sacra Cintola, le cinte profane e Giovanni da Milano). Seguirà una rassegna esemplificativa delle diverse elaborazioni dell'iconografia che univa la morte della Vergine e la Assunzione nell'arte toscana del Trecento: una carrellata di dipinti, miniature, sculture permetterà di apprezzare la diversa interpretazione del tema in area fiorentina, dove San Tommaso afferra la Cintola, e in area senese, dove la cintola è lasciata cadere dalla Madonna in volo (Sezione 5 – L’Assunta e la Cintola: varianti nel Trecento toscano). Il percorso espositivo proseguirà presentando la tradizione iconografica dell’Assunta in terra toscana, dove prevale il tema della Madonna della Cintola col solo San Tommaso, con la selezione di esempi particolarmente significativi e concludendo con gli echi più tardi in area pratese, fino alle pale di Stradano e di Santi di Tito (Sezione 6 – L’Assunta e la Cintola: la tradizione seguente).
Sono esposte tutte le testimonianze documentarie e visive che accompagnarono il culto della Cintola stessa e l'ostensione: le preziose custodie, le suppellettili e gli arredi della Cappella della Cintola nella Cattedrale. Alcuni apparati didattici aiuteranno a comprendere la natura anche tecnica del manufatto e a raccordare fra loro le testimonianze librarie e archivistiche. Si presentano anche testimonianze del culto della Cintola nel Duomo di Pisa. Anche il Duomo di Prato è parte integrante di un percorso che permetterà ai visitatori di entrare nella Cappella della Cintola, abitualmente preclusa alla visita e di ammirare da vicino il ciclo di affreschi realizzati da Agnolo Gaddi (Sezione 7 – Il culto e l’ostensione della Sacra Cintola a Prato e in Toscana).

La tradizione della Cintola mariana, il Pulpito di Donatello e il Duomo di Prato
È intorno alla Cintola mariana che si muove l'identità spirituale e civica di Prato, la reliquia che la tradizione pratese ritiene legata all’assunzione di Maria al cielo e che giunse da Gerusalemme nel XII secolo portata da Michele Dagomari. È difficile dire quanto realmente la cintura possa essere ricondotta storicamente a Maria, ma quel che è sicuro è che rappresenta uno straordinario simbolo per i pratesi. Perfino l'architettura della città è legata alla sua presenza. Fu infatti per permettere ai tantissimi pellegrini di partecipare all'Ostensione che si pensò l’originale collocazione del pulpito nel Duomo di Prato.
Il pulpito è una creazione unica, realizzato tra il 1428e il 1438 da Donatello e Michelozzo, non è uno spazio nato per la predicazione, ma è esclusivamente legato all’ostensione. Un capolavoro rinascimentale che ricollega con un dinamico effetto rotatorio la facciata tardogotica e il fianco romanico della Cattedrale; grazie alla sua posizione angolare si ricongiungono anche le due piazze intorno alla chiesa - la più piccola, antichissima, sul fianco, e quella grande, davanti alla facciata, creata tra fine Duecento e 1336. Il recente restauro del pulpito lo riconsegna alla città nel pieno della sua bellezza d’insieme, un fascino generato dal perfetto, equilibrato rapporto fra le parti: il ricco basamento retto dal capitello bronzeo, il parapetto coi putti danzanti, fino all’elegante baldacchino che lo protegge, ricollegandolo al coronamento della facciata. Per quasi sei secoli fedeli, pellegrini e curiosi, giunti da ogni parte del mondo si sono concentrati sul “grande nido”, come lo definì Gabriele Dannunzio.
È invece nella cappella del Gaddi, prezioso scrigno all'interno della Cattedrale di Santo Stefano, che si conserva la cintura. Gli affreschi di Agnolo Gaddi e la delicata statua della Madonna con il bambino di Giovanni Pisano che la adorna ne sono il centro e il cuore, il punto di riferimento storico e spirituale. Il ciclo di affreschi di Agnolo Gaddi si compone delle storie della Vergine e di quelle della Cintola nelle opposte pareti, un racconto per immagini che si fonde insieme nell'affresco frontale (in parte perduto) dell'Assunzione della Madonna, con il dono di quella Cintura a San Tommaso apostolo.
Ma il Duomo di Prato custodisce anche il grandioso ciclo Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista, una delle più alte espressioni della produzione di Filippo Lippi per qualità e complessità della pittura. La ‘sonorità luminosa’ degli affreschi e della vetrata nella Cappella Maggiore della Cattedrale, nel corso dei secoli, ha fatto da sfondo ai grandi eventi della vita ecclesiale e civile della comunità pratese. Il lavoro, eseguito dal 1452 al 1465, fu caratterizzato da lunghe pause legate agli altri impegni della bottega e alle umanissime vicende sentimentali dell’artista. È infatti intorno al 1456 il “rapimento”, dal vicino convento di Santa Margherita, della monaca Lucrezia Buti, dalla cui unione nacque Filippino, il più grande dei pittori pratesi. Lucrezia sarebbe da identificare nella Santa Margherita raffigurata ne La Madonna della Cintola, la pala d’altare dipinta da Filippo Lippi per il Convento di Santa Margherita (1456-1465) e ora conservata nel Museo di Palazzo Pretorio.

L'Ostensione pubblica del Cingolo dal pulpito si ha solo cinque volte durante l’anno: Pasqua, primo maggio, Assunzione di Maria (15 agosto), Natività di Maria (8 settembre) e Natale. Rare le occasioni di un uso diverso, sempre legate alla presenza di personaggi di eccezionale importanza, tra cui Giovanni Paolo II 19 aprile 1986 e Francesco il 10 novembre 2015.


Pretorio, un Museo per la città
Testimone silenzioso della storia della città l’edifico che ospita il Museo di Palazzo Pretorio, racconta oltre settecento anni di storia. Le prime notizie documentarie dell’edificio come palazzo pubblico risalgono al 1284, quando il Capitano del Popolo Francesco de’ Frescobaldi ne fece l’abitazione dei magistrati. Il primo nucleo fu ampliato nel Trecento, dando forma a uno dei più raffinati palazzi pubblici toscani del Medioevo. Col crescere della città il palazzo venne trasformato e adattato alle nuove esigenze e funzioni, il suo aspetto attuale è la sintesi dell'alternarsi degli stili architettonici e dei continui rimaneggiamenti della sua struttura. Nell’Ottocento, anche per gravi problemi statici perse importanza, rischiando addirittura di essere demolito. Gli imponenti restauri e rifacimenti comportano un nuovo uso della struttura che divenne nel 1912 sede della Galleria Comunale.
Risale al 1954 il nuovo allestimento rimasto sostanzialmente invariato fino all’ultimo, complessivo restauro, avviato nel 1998 e concluso nel 2013 che lo ha restituito al suo ruolo prestigioso: custode di opere d’arte ma anche forziere delle memorie e delle vicende storiche di Prato.
Negli splendidi spazi di Palazzo Pretorio si può ammirare una collezione di capolavori formata nei secoli grazie ad artisti come Bernardo Daddi, Giovanni da Milano, Donatello e Filippo Lippi, come i pratesi Filippino Lippi e Lorenzo Bartolini. Le sale del museo sono arricchite da affreschi, stemmi dipinti, statue e altri ornamenti lapidei, testimonianza delle varie destinazioni nel corso dei secoli. Al piano terreno, nelle sale dedicate all’accoglienza del pubblico, si conserva lo stemma trecentesco in pietra col Cavaliere, l’insegna più antica del Comune, ritrovato nei lavori del 1926.
Il Museo - A piano terra oggetti, dipinti e pannelli introducono il viaggio nella storia della città,si trovano il Forziere ligneo con gli emblemi della Repubblica, del popolo fiorentino, di Prato e dei suoi quartieri, lo Scudo del pittore fiorentino Zanobi Poggini, con i sette stemmi delle più importanti istituzioni assistenziali cittadine e dipinti, come la Visione di san Filippo Neri, dipinta da Orazio Fidani che celebra la concessione a Prato dell'agognato titolo di diocesi e di città, ottenuto nel 1653. Il primo piano è dedicato alle opere dal Trecento al Quattrocento, con i grandi Polittici, tra cui la spettacolare macchina d'altare di Giovanni da Milano, e con i capolavori di Filippo Lippi e dell'Officina pratese, una pagina cruciale del Rinascimento. Una sala è interamente dedicata alla Sacra Cintola. Il secondo piano ospita le opere fra il Cinquecento e il Settecento; le grandi Pale testimoniano la presenza in città di conventi, chiese e oratori, con opere del Poppi, Santi di Tito e Alessandro Allori ma anche i dipinti di Maestri come Battistello Caracciolo, Cecco Bravo e Mattia Preti. Nel mezzanino fra il secondo e il terzo piano è allestita una selezione di opere della collezione Martini, raro esempio di cabinet d'art di gusto settecentesco. Il salone del terzo piano, ristrutturato agli inizi del Novecento con una solenne copertura lignea a capriate, è dedicato a Ottocento e Novecento, vi si trovano le opere di Lorenzo Bartolini, formidabile interprete del naturalismo a livello europeo, in stretto dialogo con quelle di Jacques Lipchitz, protagonista dell'arte del Novecento.
A ogni piano il periodo storico di riferimento è introdotto dal ritratto. Il primo è mercante pratese Francesco di Marco Datini, al quale si deve il finanziamento di tanti capolavori in città. Fu realizzato dal pittore pratese Tommaso di Piero Trombetto nel 1491. Testimonial del secondo piano è Francesco I de' Medici, dipinto da Maso da San Friano; al piano mezzanino fra il secondo e il terzo figura il granduca Pietro Leopoldo di Lorena: a lui si deve la formazione della prima pinacoteca civica della città, ritratto da Stefano Gaetano Neri. Al terzo piano si trova Umberto I di Savoia, dipinto dal pratese Alessandro Franchi.
Le collezioni - La storia del Museo inizia nel 1788, quando il granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena propone di raccogliere nel Palazzo Comunale un primo nucleo di dipinti provenienti dai monasteri e dagli oratori soppressi con l’intento illuminista di educare all’arte i giovani della Scuola comunale del Disegno. La pinacoteca civica nasce però solo settant’anni dopo, nel 1858, in due sale del Palazzo Comunale e si compone di trentacinque opere, tra le quali i polittici di Giovanni da Milano e Bernardo Daddi, la Madonna della Cintola e la Madonna del Ceppo di Filippo Lippi, la Pala dell’Udienza di Filippino. Tra il 1866 e il 1900 la collezione si arricchisce grazie a ulteriori acquisizioni e alle prime donazioni. Negli spazi espositivi del Palazzo Comunale, nel frattempo ampliati e riorganizzati, arrivano la predella con le Storie della Sacra Cintola di Bernardo Daddi, la Natività di Filippo Lippi e, dallo Spedale Misericordia e Dolce, la collezione Martini con un consistente nucleo di dipinti del Seicento e Settecento. Il 27 aprile del 1912 viene inaugurata la nuova sede della galleria comunale, la collezione continua ad arricchirsi. Nel 1928 è affidato al Museo in deposito statale un primo nucleo di modelli in gesso dello scultore pratese Lorenzo Bartolini. Mostre ed esposizioni si susseguono fino al 1940, quando il Museo viene chiuso a causa della guerra e le opere spostate in luoghi più sicuri. La successiva riapertura è del 1954, tra le mostre organizzate in questo periodo, due soprattutto meritano di essere ricordate: quella del 1955 curata da Federigo Melis sugli straordinari documenti dell’archivio Datini, inaugurata da due presidenti della Repubblica, il neo eletto Giovanni Gronchi e l’uscente Luigi Einaudi; e la prima grande mostra dedicata a Lorenzo Bartolini nel 1978, a cura di Anna Maria Petrioli Tofani ed Ettore Spalletti.
Mentre si concludono i restauri e la riprogettazione del museo, dopo la chiusura del 1998, la collezione si arricchisce: nel 2010 con l’acquisto del Crocifisso di Filippino Lippi; nel 2011 con la donazione Lipchitz e nel 2012 con le pale di Santi di Tito e Alessandro Allori donate da Angela Riblet. Nel 2013 la riapertura, a settembre la mostra Da Donatello a Lippi. Officina pratese, la prima grande mostra sul Rinascimento a Prato. Ad aprile 2014 si inaugura finalmente l’attuale allestimento del Museo.
Il futuro
A fine mese la conclusione dei lavori per il recupero delle sale dell’ex Monte dei Pegni nel complesso di Palazzo Pretorio, ultimo tassello del restauro iniziato nel 1998. Si tratta di due grandi ambienti di 400 metri quadrati al piano terra. Proprio in questi spazi si è inaugurata la mostra Legati da una Cintola


Matteo Biffoni, Sindaco di Prato: "Settembre è il mese in cui la Città di Prato celebra i due più importanti appuntamenti civili e religiosi: il 6 Settembre, la Liberazione del 1944; l'8 settembre, il culto della Sacra Cintola attraverso l'ostensione storicamente più partecipata delle cinque ostensioni annuali. Quest'anno, l'ostensione connessa alla natività di Maria - che cade l'8 settembre - sarà idealmente anticipata dal Museo di Palazzo Pretorio, antico custode delle virtù civili della Città, presso il quale il 7 settembre inaugureremo  “Legati da una cintola  - L'Assunta di Bernardo Daddi e l'identità di una Città". Decidere di dedicare una mostra al Sacro Cingolo vuol dire decidere di raccontare con perizia come gli elementi devozionali e legati al culto siano inscindibilmente connessi alla storia della committenza artistica della città e questa a sua volta sia non distinguibile dal governo della città stessa.  Arte, Governo, Culto: un percorso di straordinaria intensità che con particolare acutezza a far data dal Trecento arriva ai giorni nostri. La Cintola è custodita nella cappella appositamente eretta all'interno della Cattedrale di Santo Stefano, nucleo fondante la Città. Il reliquiario e la striscia di stoffa di 87 centimetri che Michele Dagomari ricevette in Terra Santa sono nella disponibilità esclusiva ma congiunta di Sindaco (due chiavi) e Vescovo (una chiave). Ogni ostensione rinnova pertanto un legame che nel culto trova sublimazione ma che nel culto, per l'appunto, non si esaurisce. Prato è una città da scoprire ma anche da riscoprire, dinamica sotto il profilo sociale, economico, culturale; Prato caratterizzata dal saper leggere con occhi nuovi anche la tradizione, l’incontro tra mondi diversi.  La Sacra Cintola è il simbolo di questa natura di Prato. Simbolo rappresentato chiaramente da Bernardo Daddi sette secoli fa e simbolo oggi anche stilizzato dalla porta d'ingresso ovvero dal nuovo Museo Pecci che sette secoli dopo nella Sacra Cintola trova ispirazione e nuova forma - il cosiddetto "anello" è in realtà una cintura - per una rinascita. La Cintola è il simbolo di Prato  una città che crede nella cultura, anche se non sempre questo valore è percepito fuori dai confini. Questa è una grande mostra tanto che oggi abbiamo ricevuto dal Quirinale la medaglia d'oro del Presidente della Repubblica, onoreficienza riservata a esposizioni di alto livello".

Franco Agostinelli, Vescovo di Prato: “La Cintola è un simbolo per tutti: per chi è credente e vede nella reliquia un tramite per arrivare a Dio e per chi non lo è un valore che lega tutta la città. Da qui il titolo Legati da una Cintola”.

Simone Mangani, Assessore alla Cultura: "Un percorso che dialoga con la città che coincide anche con con l'inaugurazione del restaurato Monte de' Pegni ovvero dell'area del Pretorio destinata in via prioritaria alle esposizioni temporanee: quattro austere, versatili, sale che confermano l'impegno per un Museo della Storia della Città”.

Andrea De Marchi, co-curatore della mostra:"Una mostra che sottolinea come il genio artistico non sia isolato, ma frutto di un contesto culturale e Prato lo è stato nel 1300. La mostra può essere letta attraversi vari livelli, ma il nostro obiettivo è di trasmettere emozioni che nascono dalla conoscenza."

Marco Ciatti, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze: “L’Opificio volentieri collabora a questa bella mostra, in occasione della quale ha eseguito alcune indagini diagnostiche ed interventi sulle opere, assicurando altresì il controllo e il monitoraggio della sede espositiva. Ritengo che questa mostra abbia un valore particolare perché evidenzia quel profondo legame che unisce un’opera d’arte alla vita delle persone. Talvolta quando guardiamo un’opera ci dimentichiamo di contestualizzarla, trascurando il fatto che essa è espressione di un preciso momento storico e culturale, che ne ha determinato la sua origine e sue caratteristiche”.


La reliquia della Cintola della Vergine, rilasciata a San Tommaso e dopo avventurose peripezie pervenuta a Prato nel 1141, rappresentò un vero e proprio mito identitario, in cui l’intera città si riconobbe nel periodo della sua più tumultuosa crescita, fra Due e Trecento.
La venerata cintura, custodita nella cattedrale di Santo Stefano e nell’occasione resa visibile da vicino in una teca apposita, nella cappella a lei consacrata, è stata per secoli il tesoro più prezioso della città, contribuendo a rafforzarne il prestigio e l’identità in un avvincente intreccio di devozione, arte e tradizione.
La mostra intende raccontare questa storia, che affonda le sue radici nel sec. XII, quando uno scultore attivo in Spagna e in Toscana, autore dei capitelli del chiostro della cattedrale, il Maestro di Cabestany, per la prima volta scolpì la Vergine che consegna la Cintola a Tommaso, in un rilievo che in via del tutto eccezionale sarà esposto a Prato.
Attorno a questa reliquia, disputata fra chiesa e comune, crebbe per gradi la fabbrica gotica dell’allora prepositura di Santo Stefano, fino alla realizzazione di una cappella apposita presso l’ingresso, affrescata da Agnolo Gaddi tra 1392 e 1395, e del pulpito di Donatello e Michelozzo per l’ostensione periodica, sull’angolo della nuova facciata. Nel 1312 il pistoiese Musciattino aveva tentato di rubarla: venne punito a morte e in seguito si curò un nuovo allestimento in una cappella a lato della maggiore, per cui Bernardo Daddi tra 1337 e 1338 dipinse un’importante pala. Cuore spettacolare della mostra è la ricostruzione di questa tavola dell’Assunta, divisa fra Prato, la Pinacoteca Vaticana e il Metropolitan Museum di New York, arricchita da due predelle che raccontavano la migrazione della reliquia da Gerusalemme a Prato e, in parallelo, quella del corpo di Santo Stefano da Gerusalemme a Roma.
Prato in questo modo si proiettava in una dimensione di assoluto prestigio cultuale e simbolico, rifacendosi all’Urbe e alla Terra Santa, svincolandosi dalle rivalità con le vicine Firenze e Pistoia.
La Cintola si associava all’idea stessa di un grembo fecondo e faceva convergere nel culto mariano le attese propiziatorie e taumaturgiche. Una serie di cintole profane di età gotica, preziosamente decorate, fanno capire la carica simbolica di un simile oggetto, esibito anche dalla Santa Caterina dipinta da Giovanni da Milano nel suo polittico pratese. Altri dipinti e miniature aiuteranno a contestualizzare la fioritura artistica e culturale della città in questo momento storico, quando attirò l’opera di grandi artisti della statura di Giovanni Pisano e di Bernardo Daddi.
L’immagine dell’Assunta e della consegna della Cintola trovò dunque a Prato un luogo di elaborazione privilegiata. Grazie ad una carrellata di opere soprattutto del Tre e Quattrocento si possono seguire le varianti successive nell’elaborazione di questa scena. Attraverso altre testimonianze si comprendere la continuità del culto, la valenza civica e politica della Cintola e della sua ostensione attraverso i secoli seguenti.

Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli


Legati da una cintola. L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città
A cura di: Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli

Dal 7 settembre 2017 al 14 gennaio 2018
Mostra promossa da: Comune di Prato, Museo di Palazzo Pretorio
Con la collaborazione di: Diocesi di Prato
Progetto di mostra: Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli
Comitato scientifico: Claudio Cerretelli, Fulvio Cervini, Keith Christiansen, Marco Ciatti, Enrico Colle, Daniela Degl’Innocenti, Andrea De Marchi, Renzo Fantappiè, Cristina Gnoni Mavarelli, Rita Iacopino, Isabella Lapi Ballerini, Antonio Paolucci, Marco Pratesi, Carl Brandon Strehlke, Diana Toccafondi
Orario: dalle 10.30 alle 18.30 tutti i giorni (eccetto il martedì non festivo)
Biglietto mostra: €. 8, intero, €. 6 ridotto* (*riduzioni e gratuità sul sito www.palazzopretorio.prato.it/la-visita); il biglietto di ingresso alla mostra permette inoltre uno sconto sulla visita al ciclo di affreschi di Filippo Lippi nel Duomo di Prato
Biglietto ingresso museo, se abbinato alla mostra €. 4 euro; con il biglietto di ingresso alla mostra si accede anche alla Cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato (prenotare l’orario di ingresso).
Prevendite biglietti on line dal 15 luglio: call-center al numero 0574 19 34 9961; dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18; sabato dalle 9 alle 14; tour@coopculture.it (per i gruppi); edu@coopculture.it (per le scuole)
Pratomusei card: è la tessera nata dalla sinergia tra i quattro principali Musei di Prato: Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Museo del Tessuto, Museo di Palazzo Pretorio, Musei Diocesani; la card ha una validità di 3 giorni consecutivi a partire dal primo utilizzo e consente l’ingresso illimitato ai quattro musei oltre alla circolazione sulla rete di trasporto pubblico cittadino; Card individuale e nominativa al costo di €. 16; Family card valida per 2 adulti + 2 ragazzi (fino ai 14 anni) €. 28; La card è acquistabile presso le biglietterie dei quattro musei partner oppure in prevendita online su http://etickets.coopculture.it
Progetto di allestimento: Francesco Procopio

Immagine grafica: Studio Rovai
Ufficio Stampa Mostra: Studio Maddalena Torricelli - studio@maddalenatorricelli.com - Tel. 02 76280433
Ufficio Stampa Palazzo Pretorio: Francesca Tassi - Società Cooperativa Culture - ufficiostampapretorio@coopculture.it - M. 328 7253586
Ufficio Stampa Comune di Prato: Eleonora Della Ratta - ufficiostampa@comune.prato.it  - Tel. 0574 1836311

Museo di Palazzo Pretorio
Piazza del Comune
59100 Prato

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Angelo Accardi, Lost and found, VS Arte, Milano, 21/09/2017

"Quella di Accardi è una pittura spiazzante, carica di evocazioni e citazioni, eppure fortemente intima. Le sue visioni surreali contrastano con il realismo della rappresentazione e rompono definitivamente quel confine tra realtà e fiction già messa in crisi dalla civiltà della rete".
Mimmo Di Marzio


Tele inedite di grandi, medie, piccole dimensioni che giocano sul costante dualismo fra reale e irreale, apparenza e significato, ricche di simboli e di visioni nascoste, sono esposte accanto a sculture e installazioni presso la galleria VS Arte nella mostra "Angelo Accardi. Lost and found" curata da Mimmo Di Marzio ed esposta dal 22 settembre al 4 novembre.
Angelo Accardi, artista attento allo studio della società e dell'uomo descrive nelle sue opere squarci di vita quotidiana, di paesaggi urbani animati da presenze simboliche, soprattutto animali, che rappresentano le chiavi interpretative di realtà celate e sono testimoni della tensione e della paura caratterizzante l'epoca attuale.
Su sfondi di architetture estremamente realistiche, in abitazioni e musei come si osserva nelle nuove tele dei grandi cicli Misplaced, Blend e nei lavori creati ad hoc, compaiono struzzi dalle tonalità cromatiche accese, dal piumaggio verde, rosso, blu o giallo e rinoceronti che con un'apparente vena ironica si inseriscono in questi contesti. Guardandoli attentamente si percepisce, tuttavia, nel loro irrompere nelle scene, una minaccia, un pericolo e un disagio che rappresenta lo stato di agitazione e di irrequietezza nei confronti della contemporaneità.
Le opere d'impronta realistica, studiate nei dettagli e nella composizione, realizzate a tecnica mista con interventi di pittura gestuale, si soffermano sul rapporto con il tempo, dove il passato viene messo in costante confronto con il presente. Gli sfondi - architetture e stanze con citazioni di capolavori artistici di Velasquez, Picasso, Liechtenstein, Bacon che rimandano a periodi precedenti o di frames tratti da film famosi e di nicchia - rappresentano una sorta di stabilità, che viene turbata dall'arrivo di irriverenti animali, simbolo dell'epoca odierna. Talvolta s'incontrano anche altri elementi in connessione con il contemporaneo, personaggi pop o dei cartoons legati alla cultura di massa, come i Minions e i Simpson, che svelano con ironia le evoluzioni del linguaggio visivo.
Nei lavori di Angelo Accardi le presenze umane appaiono immobili, cristallizzate e in contrapposizione agli ingombranti pennuti in costane movimento, che osservano, analizzano e divengono i protagonisti della scena.
L'artista effettua un'operazione di decontestualizzazione, per cui l'animale selvaggio ed esotico è inserito in ambientazioni a lui estranee e allo stesso tempo viene provocato nel visitatore un effetto sorpresa che stimola le coscienze e invita a riflettere sulla quotidianità.
In mostra una selezione di sculture e installazioni, realizzate con materiali differenti fra cui ferro, metallo, lamiera e plastica fusa, i cui soggetti sono nuovamente gli struzzi, che collocati accanto alle tele fanno le veci di sentinelle. Vengono dunque ricreate affascinanti situazioni di "opera nell'opera", dove la realtà espositiva riproduce ciò che è stato dipinto all'interno della tela, generando un senso di straniamento nel visitatore che "perde e trova" il contatto con il mondo reale, un metaforico "lost and found".

Il palcoscenico grottesco di Accardi

Il vero obbiettivo dell’artista, diceva Salvador Dalì, consiste nel “sistematizzare la confusione e contribuire all’assoluto discredito del mondo reale”. Una vera e propria missione che il maestro catalano perpetrava non soltanto nel concepimento dell’opera ma nella sua stessa attività quotidiana, portandolo a dichiarare che un bravo pittore dev’essere in grado di copiare una pera anche nel mezzo di una rapina o di una rivolta. Quel surrealismo del quotidiano, tanto caro anche al nostro Dino Buzzati per il quale “in principio è sempre il sogno”, sta alla base della ricerca di Angelo Accardi, pittore campano di Sapri, natali che certamente hanno contribuito all’indagine quasi ossessiva per gli archetipi e il citazionismo.
In principio è la pittura, nel suo caso, un linguaggio che utilizza ancora una volta la figurazione come strumento di narrazione e al contempo di introspezione nell’inconscio collettivo. I temi scelti per i suoi “misplaced” (la serie “fuori luogo”) e i “blend” (miscele) sono rappresentazioni enigmatiche cariche di elementi apparentemente grotteschi. Veri e propri “rebus” - verrebbe da dire - in cui il soggetto e la rappresentazione del “set” danno vita a equivoci spaziali e temporali che disorientano lo spettatore. L’ironia, ma anche un sottile smarrimento sono sentimenti che fanno da sfondo ai suoi storyboard, espressione consona a un percorso quasi seriale in cui ogni dipinto pare aggiungere un tassello del puzzle. Alcuni leit motiv caratterizzano il lavoro di Accardi, in un concatenarsi di accadimenti “fuori luogo” (appunto) che si verificano o minacciano di verificarsi in un tempo sospeso sempre al confine tra realismo e fiction. Il palcoscenico della sua pittura si alterna tra contesti indoor o outdoor: i primi quasi sempre riferiti a luoghi artistici, come musei, gallerie o storici teatri. I secondi, invece, vengono inseriti nella banale quotidianità urbana di una megalopoli occidentale, quella stessa banale quotidianità che nell’immaginario collettivo e mediatico appare sempre più vulnerabile da catastrofi ignote.
Nei quadri di Accardi, però, l’oscura minaccia assume sembianze zoomorfiche - ora uno struzzo, ora un rinoceronte - creature ancestrali che appaiono sullo stesso campo visivo della scena e determinano un corto circuito narrativo. Il “misplaced”, ovvero il processo di “discredito del mondo reale” (come direbbe Dalì) è in alcune opere ulteriormente alimentato dalla presenza di soggetti tratti dall’universo dei comics e dei film d’animazione, come i nanerottoli “minion”, paladini di una pericolosa cattiveria virtuale. Le “creature” di Pablos qui sono parte integrante della rappresentazione oppure, proprio come nella cinematografia d’animazione, sono il frutto di un virtuosismo mediatico che sovrappone realtà e immaginazione, cronaca a sogno.
Ma lo spettatore si domanda: a quali soluzioni alludono i rebus di Accardi, che sono sempre e comunque costellati di citazioni e riferimenti alla storia dell’arte, quasi come fosse la cultura d’Occidente il vero bersaglio delle sue allucinazioni pittoriche? È lo stesso artista a definire la sua arte una “pittura concettuale”, aggettivo che rimanda ad altre stagioni culturali e quasi sempre posto in antitesi con la cosiddetta arte figurativa. Un’antitesi superficiale, direbbe certamente Sgarbi, considerando l’immenso universo simbolico di cui è impregnata la stagione pittorica fin dal Medioevo. Un esempio ne è l’elemento naturalistico (gli animali), sempre presente nei dipinti di Accardi, che è stato a più riprese utilizzato dagli artisti ora come strumento esorcizzante del male, ora come allegoria di positività e catarsi in rappresentazioni socio-religiose. Nella sua celebre “Annunciazione”, Lorenzo Lotto pose al centro della scena un gatto (non un cane) come simbolo infernale a rappresentare la fuga del Maligno di fronte al Messaggero celeste. La simbologia laica degli animali nel Rinascimento ha esempi straordinari nella pittura di Leonardo, basti ricordare la celebre Dama con l’Ermellino, laddove l’artista accosta alla nobildonna Cecilia un piccolo e candido predatore che nei bestiari medievali rappresenta virtù come la purezza, la genuinità e la pacatezza, oltre ad essere connesso alla nobiltà e alla regalità.
Anche nell’arte contemporanea, gli animali hanno mantenuto una valenza ora simbolica, ora addirittura mistica, basti pensare alle rappresentazioni dello “sciamano” Joseph Beuys, alle performance dell’azionista viennese Hermann Nitsch, alle tigri e ai lupi imbalsamati di Cai Guo-Quiang, ai cavalli imbalsamati di Maurizio Cattelan, ai cani randagi morti di Jan Fabre, fino agli squali sezionati di Damien Hirst. Nell’opera di Accardi, gli animali che irrompono sulla scena richiamano in vita l’archetipo junghiano che nella visione onirica è sempre rivelatore di verità, nella consapevolezza che la Vita non appartiene solo all’uomo, e che anzi “la vita animale fu anticipatrice di quella umana e gli animali furono i compagni più prossimi dell’uomo sia nella realtà che nella fantasia”. L’artista rappresenta coattivamente lo struzzo cioè un uccello minaccioso, che nel bestiario psicoanalitico simboleggia la paura irrazionale per “la morte invisibile proveniente dal cielo”; un concetto poi ripreso dal cinema di Alfred Hitchcock nel celebre film “Uccelli”.
Nella sua poetica marcatamente post-surrealista, Accardi attinge poi involontariamente all’universo immaginifico di Max Ernst, che per lungo tempo si identificò con un uccello e nel 1929 inventò un alter ego, “Loplop” l’Essere Superiore degli Uccelli. Nelle metamorfosi di Ernst, l’uomo-uccello diventa una figura mitica che emerge dalla materia primordiale e determina le sorti del mondo. Traslando questa stessa immagine ad oggi osserviamo la presenza ossessiva dello struzzo come minaccia incombente sulla modernità e allo stesso tempo sinonimo di catarsi; una catarsi che per compiersi non può che affondare gli artigli nella storia, nei suoi simboli e nelle sue effigi. Quale luogo del delitto allora più ideale del museo, la “cattedrale del terzo millennio” che ha visto assurgere il contenitore a ruolo più determinante del contenuto stesso?
L’opera di Accardi, però, resta in bilico tra drammaticità e un’ironia che trascende nel pop; al punto che le creature dei suoi “misplaced” - a cui si aggiungono i buffi giallognoli comics - sembrano spesso i frammenti decontestualizzati di una realtà web, miscuglio (anzi “miscela”) di immagini apparentemente senza senso; fuori luogo, appunto, come lo erano l’orinatoio di Duchamp o i barattoli di zuppa di Andy Warhol.

Mimmo Di Marzio


Angelo Accardi nasce a Sapri (Salerno) nel 1964. Frequenta l'Accademia Delle Belle Arti di Napoli, periodo in cui realizza opere di matrice astratta. Agli inizi degli anni Novanta apre uno studio a Sapri ed inizia la ricerca sulla figurazione a sfondo sociale con le collezioni Human Collection e Misplaced, che diventa la sua cifra stilistica; nello stesso periodo è presente in gallerie prestigiose italiane ed estere. Il ciclo Human Collection, atmosfere ovattate dove le figure sono velate da una patina di umidità, segna un passaggio fondamentale del suo percorso artistico e sono esposte per la prima volta a Vancouver. Successivamente 15 tele sono esposte in una mostra itinerante a Firenze, Innsbruck, Barcellona e Budapest. Nel 2006 partecipa a Shanghai a "Galleria Italia".
Nel 2008 partecipa a importanti iniziative artistiche e le sue opere iniziano a essere apprezzate in Italia e all'estero. Nel 2011 lo storico dell'arte Marco Vallora, lo seleziona per la 54a Biennale di Venezia. Successivamente seguono numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero (Canada, Germania, Spagna) e ad oggi le sue opere sono trattate da gallerie nazionali e internazionali situate in città importanti come Ginevra, Londra, Lugano e Miami.
Vive e lavora a Sapri.
www.angeloaccardi.com


VS Arte nasce nel 2017 dalla passione per l'arte e il collezionismo dei due fondatori, Vincenzo Panza e Samantha Ceccardi. Vincenzo Panza vanta una trentennale esperienza nel management di aziende multinazionali e Samantha Ceccardi è attiva da oltre vent'anni nell'organizzazione di eventi e grandi manifestazioni. VS Arte è una nuova realtà che unisce arte e dinamiche dell'economia in uno spazio unico, quello di Appiani Arte per Immagini, il cui prestigio è legato al nome del noto gallerista e mecenate Alfredo Paglione, la cui galleria è stata il punto di riferimento per tutti i più grandi artisti del panorama nazionale e internazionale del '900. Ha ospitato maestri affermati tra cui Guttuso, Sassu, Manzù, Fontana, De Chirico e grandi figure dell'arte internazionale come Picasso, Rauschenberg, Grosz, Gropper e Levin. I suoi spazi sono stati un cenacolo dinamico e fertile per letterati, musicisti e intellettuali di grande spessore, tra cui Raffaele Carrieri, Carlo Levi, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Mario Luzi e Giuseppe Ungaretti. Un'osmosi, quella creatasi in questo luogo, tra arte e poesia che ha dato vita a una atmosfera rara, fruttuosa e creativa che VS Arte intende proseguire, coadiuvata da Alfredo Paglione, attraverso esposizioni ed eventi di grande richiamo sia per far emergere nuovi artisti che per dare lustro alle opere dei grandi maestri.
Al centro delle attività di VS Arte emergono la tutela, la gestione e la valorizzazione di opere d'arte, la promozione e la diffusione dell'arte contemporanea e il suo sviluppo in Italia e all'estero.


Angelo Accardi. Lost and found
A cura di: Mimmo Di Marzio

Dal 22 settembre al 4 novembre 2017
Orari: dal martedì al sabato 15.30 - 19.30
Ingresso: libero
Informazioni: Tel. +39 335 8004220 - info@vsarte.it - www.vsarte.it
Ufficio stampa: IBC Irma Bianchi Communication - Tel. +39 02 8940 4694 - mob. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

VS Arte
via Appiani 1
20121 Milano

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