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Interviste di Gianni Marussi

Milano celebra Valentino Vago: Galleria Annunciata, Galleria Il Milione, Milano, 5 ottobre

"Ci siamo rincontrati con Alessandra Finzi, nello studio di Valentino, con calma, dopo l'inaugurazione alla Fondazione Antonio e Carmela Calderara del 24 giugno, per ripercorrere insieme un po' della sua storia, i rapporti con mio padre Garibaldo e seguire le sue mani che plasmano, trasformano il colore, come per magia, in un afflato senza spazio e senza tempo verso la luce. Come in un passaggio dopo le Colonne di Ercole verso infiniti lidi, verso infiniti cieli, dove la luce è sovrana."

Gianni Marussi


È la luce trascendentale che dipingo. Ogni luce esistente nel mondo esterno non mi interessa, quella che entra in una giornata di sole è luce terrena, la mia è luce dello spirito. Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo. Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

Valentino Vago


"Luminoso è il lavoro nobile; ma essendo
nobilmente luminoso esso dovrebbe
illuminare le menti, così che esse potessero
viaggiare verso la Luce Vera...”

abate Sugerio di Saint Denis


"Siamo per le superfici grandi perchè hanno una forza inequivocabile"

 Rothko e Gottlieb

V. Vago, E.191, 1973, cm180x240


Giovedì 5 ottobre 2017 si inaugurano due mostre personali di Valentino Vago a Milano: la Galleria Annunciata, in via Signorelli 2, propone i dipinti degli anni Sessanta e Settanta. La Galleria Il Milione, in via Maroncelli 7, ospita le opee realizzate nel 2017. Entrambe le gallerie (distanti l'una dall'altra meno di dieci minuti a piedi) potranno essere visitate dalle ore 18.00.


Alle 17.00 invece presso la chiesa di San Giovanni in Laterano, via Pinturicchio, 35 (piazza Bernini), si terrà una visita guidata alla grande opera ambientale completata nell'estate 2017 che Vago considera "la summa" della sua pittura. In contemporanea alle mostre all'Annunciata e al Milione, la Libreria Popolare di via Tadino 18, ospiterà tutti i cataloghi dedicati al lavoro di Vago dagli anni Sessanta a oggi (molti saranno in vendita, altri solo consultabili). La Libreria inoltre organizzarà altre visite guidate all'opera in San Giovanni in Laterano.
Le mostre (aperte sino al 15 dicembre) sono a cura di Roberto Borghi in collaborazione con Ornella Mignone, responsabile dell'Archivio Valentino Vago.

V. Vago, San Giovanni in Laterano, Milano

La Galleria Annunciata inizia la stagione 2017-18 con VALENTINO VAGO - Oltre l'orizzonte, una personale dell'artista nato nel 1931 a Barlassina in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta per lo più di grandi dimensioni.
La mostra è realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, presenta una mostra di dipinti recenti, le opere più significative.
Alla Galleria Annunciata sono esposte soprattutto le opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta.
Il culmine della poetica di Valentino Vago è nella recente realizzazione dell'opera ambientale nella Chiesa di San Giovanni in Laterano, a Milano in zona Città Studi, presso la quale si tiene una visita guidata giovedì 5 ottobre alle 17.00.

Allestimento V. Vago al Milione


La realtà oltre l’orizonte

All’origine della parola orizzonte ci sono i termini greci orízo, che in italiano significa «circoscrivere», òros, cioè «limite», e secondo qualche linguista anche orào, il verbo per antonomasia del «vedere». Per quanto la sua valenza etimologica sia incerta, quest’ultimo elemento ci rammenta che la linea di demarcazione fra terra e cielo è un dato ottico, qualcosa che in natura non esiste con la medesima suggestiva nettezza con cui ce la restituisce il nostro sguardo.  
Orizzonte, Davanti all’orizzonte, Immagine all’orizzonte sono i titoli ricorrenti dei lavori di Vago della prima metà degli anni Sessanta. In quelle opere realizzate da un pittore trentenne ormai distante dagli stilemi informali, si manifesta, secondo Marco Valsecchi, «una profonda sostanza luminosa» ripartita «in piani dilatati», in «allusioni di spazi infiniti» che si proiettano «sulla tangenza di una linea (l’orizzonte)».
Nei dipinti dei decenni successivi questa scansione orizzontale viene progressivamente sfumata, alterata, scomposta in più segmenti, mutata in atmosfera: «la mia più grande gioia - ha affermato di recente l’artista - è stata la liberazione dall’orizzonte che vivevo come un limite dello spazio dello spirito». Le modalità con cui si è verificato questo affrancamento rappresentano i punti nodali dell’itinerario di Vago.
Nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta esposte alla galleria Annunciata, si riscontrano talvolta più orizzonti tra loro paralleli, oppure un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. Più frequentemente però la linea di cesura tra terra e cielo - ma anche, come viene spontaneo credere, fra materia e spirito, determinato e indeterminato… - ha una traiettoria anomala, ondeggiante, e sembra galleggiare su di un vuoto atavico, silenzioso. C’è, in questi dipinti, un elemento acustico tanto decisivo quanto sotterraneo, che forse si spiega con le riflessioni formulate da Sergio Grossetti nel testo in catalogo della personale al Salone Annunciata del 1965: «Vago – vi si legge – crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la sua presenza personale e […] affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che investa tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».
In effetti a partire dalla metà degli anni Sessanta Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato anzitutto a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti», vale a dire la luce e il colore, di cui è basilarmente composta la pittura. Probabilmente però, nel suo peculiare autoannullamento, ha anche fatto proprie queste parole di André Marchand - peraltro citate in un classico della filosofia dell’arte che, fin dal titolo, ha molto a che fare con il suo lavoro: L’occhio e lo spirito di Maurice Merleau-Ponty - : «credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare… Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse, dipingo per nascere».
Nella poetica di Vago c’è un continuo rimando alla condizione della nascita, evocata in molti dei suoi scritti e delle sue interviste, un bisogno di far sì che «l’opera nasca», anzi «si faccia» quasi da sé, per permettere poi che anche l’artista venga letteralmente «alla luce». Quest’ansia generativa, nei dipinti esposti all’Annunciata, acquista un carattere estremamente lirico, ma allo stesso tempo sottilmente drammatico: si tratta infatti delle immagini più complesse e stratificate coniate da Vago, di situazioni pittoriche ardue da decifrare, perché mai univoche, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all’incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto frantumate.
Giunto a uno snodo del suo itinerario espressivo, è come se l’artista maturasse la consapevolezza che lo sguardo sull’orizzonte, in quanto visione del limite che separa la materia dallo spirito, costituisce anche un’esperienza del limite stesso della visione, dell’impossibilità persino di scorgere quello che Leopardi chiama «l’ultimo orizzonte». Può darsi allora che scaturisca da qui, dalla coscienza dell’ineludibilità del limite intrinseco al vedere, l’aspirazione a rendere la pittura qualcosa di non esclusivamente visivo, ma anche in qualche modo tattile e percettivamente tridimensionale. Le numerose opere ambientali, le camerae pictae, gli interventi in edifici sacri rispondono tra l’altro al desiderio di dilatare la portata dell’azione pittorica, di ampliarla ad altri sensi, di renderla immersiva e avvolgente. Questa svolta verso la tridimensionalità si riverbera sulla creazione dei dipinti rendendoli sempre più “spaziosi” al loro interno, anche se privi di qualsiasi indicazione di profondità, e dotandoli di un cromatismo ancor più atmosferico e tattilmente invitante. Senza dubbio si tratta di una pittura «smaterializzata», come sottolinea la critica dell’ultimo decennio, ma palpabile, e autenticamente corposa, cioè dotata di una propria inconfondibile densità, di un proprio peso specifico, come se fosse, in senso lato, un corpo: d’altra parte immateriali eppure corporei, secondo la teologia cattolica, sono gli angeli, figure che Vago ha frequentato, pittoricamente parlando, negli anni Novanta, e alle quali ha dedicato una mostra alla Galleria San Fedele.  
I recentissimi dipinti esposti presso Il Milione hanno questa stessa corposità e allo stesso tempo risentono, nell’accezione letterale del termine, della quasi simultanea realizzazione dell’opera in San Giovanni in Laterano. La chiesa di piazza Bernini a Milano ospita davvero, come ha scritto l’artista stesso, «la summa dei suoi settant’anni di pittura»: Vago qui si è lasciato «interiormente sommergere» dalla luce, ha assunto un ruolo pressoché medianico, nel senso che si è fatto mediatore di una forza cromatica ascensionale che ha canalizzato verso l’apice dell’abside e ha raccolto nella cupola interna all’edificio. Un processo analogo si è verificato ideando i dipinti del Milione: in queste opere Vago, invece che «penetrare» l’orizzonte con lo sguardo, se ne è lasciato incuneare, lo ha assimilato al suo io più profondo e lo ha come dissolto nella sua interiorità.          
Così come ce la mostrano i suoi lavori del 2017, la realtà oltre l’orizzonte consiste in addensamenti di tonalità rosa e giallo nei quali non esistono autentiche cesure, ma solo vibrazioni più intense che, quando percorrono orizzontalmente la tela, si fanno talmente diafane da risultare bianche. Forse l’artista è vicino a soddisfare attraverso la pittura quel «desiderio di ritornare a prima della nascita, alla pura energia, alla grande luce» di cui parlava in un intervista del 1987: per certo comunque sappiamo che gli ultimi dipinti hanno perlopiù come titolo VV 1931, ovvero le iniziali del suo nome e l’anno della sua nascita. Secondo la folgorante massima di Franz von Baader, un filosofo romantico purtroppo dimenticato, «giovane è tutto ciò che è vicino alla propria origine». A giudicare dalle opere esposte al Milione, Vago dall’origine non è affatto lontano.

Roberto Borghi

V. Vago, A.35, 1971, cm240x180


Garibaldo Marussipresentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"C'è un'ala della giovane arte italiana che - estranea alle sollecitazioni della pittura del segno (Capogrossi), del gesto (Vedova), dell'informale (Vacchi), del materico (Burri) - si orienta verso soluzioni intimiste (Strazza e Scanavino ad esempio) che comportano un ripiegamento sul proprio io, una fuga dall'esterno verso l'interno, una ricerca di espressioni, di stati d'animo. Donde un liquefarsi, uno sciogliersi della materia in una luminosità incorporea che assume diafane figurazioni, quale è il caso del bolognese Romiti. Su quest'ultima strada - dopo un'esperienza iniziale che poteva avere analogie con certa pittura americana (vedi Rothko) e, su altri binari, con Poliakoff, come disse Guido Ballo - appare decisamente orientato l'ancor giovane Valentino Vago. Fin dalla sua prima comparsa - e sarà un anno - si ricavava la sensazione di una presenza reale, fuori dalle mode e, per certo verso, dalle correnti. Era una presenza timida, quasi nascosta. Una voce in sordina. ma c'era già, non espressa con graffi, con strappi, con violenze, bensì con trascolorazione del sentimento, l'annuncio di una personalità. Ho accennato poc'anzi a Romiti, ma potrei dire Morandi: questo per l'impalpabile e segreto affacciarsi di una vibrazione poetica. Vago, infatti, parte da ragioni intime sue: il richiamo di un'ora, di un momento, di una particolare condizione umana. È solo - apparentemente - un flatus voci, una confessione a denti stretti. Lo dicono i titoli delle opere, sempre allusivi: Incombenza, Euforia, Sofferenze, e via dicendo. Ma a questi titoli corrisponde la tensione del colore, che si dilata finemente, che crea, di volta in volta, atmosfere diverse. Esso colore, tutt'altro che casuale, si diffonde in palpitazioni lievi, eppur profonde, crea un clima; raggiunge delicatezze soavi. La materia perciò, in certo senso, potrebbe apparire avara a una prima vista. Basta tuttavia soffermarvisi per scoprire quali delizie ed emozioni essa offra. Sull'orlo estremo del nulla, esaurita ed esausta, essa porge un varco inimitabile al corso della fantasia."

Garibaldo Marussipresentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"... Anche il discorso di Valentino Vago, uno dei pittori più sensibili delle nuove generazioni, poggia sulla luce. Con più inquietudine direi, con più folgorazione.
Dal disteso spazio luminoso, sottilmente vibrante, quasi una dimensione dello spirito, oggi il pittore nelle due mostre parallele (Salone dell'Annunciata e Galleria Morone) ha rotto i suoi spazi sereni, fatti di palpiti di luce, di sottili e quasi impalpabili radiazioni di colori, con squarci ora di bianco, ora di nero, ora di rosso (a seconda del colore di fondo della tela, con irrequietezza - tanto per fare un paragone - che possedette Licini con le sue Amalasunte.
"

Garibaldo Marussi, Mostre a Milano, Le Arti, N°4, 1968


Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo”, come l'artista stesso dice. “Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

Valentino Vago

Gianni Marussi e Valentino Vago, Galleria Luca Tommasi, Milano

Valentino Vago è nato a Barlassina nel 1931, vive e lavora a Milano.
Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1955 espone alla VI Quadriennale d’Arte di Roma. La sua prima personale è nel 1960, a Milano, al Salone Annunciata presentata da Guido Ballo, e successivamente sempre al Salone Annunciata il 14/12/1961, con la presentazione di Garibaldo Marussi.*
Nel suo lungo percorso artistico ha esposto in numerose mostre personali e importanti collettive in Italia e all’estero. Si ricordano le partecipazioni a rassegne realizzate dalla Biennale di San Paolo, al Kunstmuseum di Colonia, alla Hayward Gallery di Londra, al Grand Palais di Parigi e, ancora, nei musei di Francoforte, Berlino, Hannover, Vienna.
Milano gli ha dedicato importanti antologiche, tra cui quelle a Palazzo Reale, al Pac – Padiglione di arte contemporanea e al Museo Diocesano di Milano. I suoi lavori sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere.
Dal 1979 si è dedicato, con continuità, alla pittura murale, dipingendo ambienti pubblici e privati in Italia e all’estero. Oltre una decina di opere abitabili sono all’interno di chiese. La prima, quella di San Giulio a Barlassina, è del 1982, la più vasta (12.000 mq), dedicata a Nostra Signora del Rosario, è stata consacrata nel 2008 a Doha (Qatar).
Nel 2011 è stato pubblicato il Catalogo Ragionato delle opere, edito da Skira.
Per l’edizione 2012 del Premio Presidente della Repubblica‚ gli Accademici di San Luca hanno segnalato Valentino Vago, al quale è andato il prestigioso riconoscimento alla carriera. Dal 2014 è accademico di San Luca.


VALENTINO VAGO - Oltre l'orizzonte
Dipinti degli anni Sessanta e Settanta
A cura di: Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago
Inaugurazione: giovedì 5 ottobre 2017 - h. 18,00
Dal 5 ottobre al 15 dicembre 2017
Catalogo
: in galleria con testo di Roberto Borghi
Orari: lun. 15,30/19.00; mar.-sab. 10,00 /12.30 e 15,30/19.00

Annunciata galleria d’arte
Via Paolo Sarpi 44 (ingresso via Signorelli 2/a)

20154 Milano
Tel. +39 02 34537186 - Fax: +39 02 34535765 -annunciata.galleria@gmail.com

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
Tel. e fax +39 02 290 632 72 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

Chiesa di San Giovanni in Laterano
via Pinturicchio, 35
20133 Milano


Libreria Popolare
via Tadino 18

Milano

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Milan Unit, un’opera aperta di Ramak Fazel, Viasaterna, Milano

Con Milan Unit, Viasaterna presenta per la prima volta al pubblico un progetto in itinere, ospitando per un anno l‘intero archivio che l’artista Ramak Fazel (Abadan, Iran, 1965) ha costruito ed assemblato lungo un arco temporale che va dal 1994, anno in cui si è trasferito a Milano, sino al 2009 quando ha fatto ritorno negli Stati Uniti.
Attraverso una mostra ed una serie di incontri e approfondimenti che si svolgeranno nel corso di tutto l’anno fino a settembre 2018, e con la volontà di offrire un nuovo spazio - fisico, temporale, ma anche e soprattutto di discussione -  Viasaterna si propone come il luogo in cui far rivivere uno straordinario corpus di stampe, negativi, originali e personal ephemera che Ramak Fazel ha collezionato e con dedizione scelto di conservare per oltre vent’anni, sotto il nome di Milan Unit.
Un archivio, appunto, che non è solo la somma dei suoi contenuti ma che è “also about more”, e si presenta piuttosto come una raccolta multiforme di materiali in cui l’esperienza professionale dell’artista hanno finito per mescolarsi a tutta una serie di documenti, oggetti e collezioni appartenenti alla sua vita privata, dando vita ad un racconto che è sì unitario e personale, ma anche al tempo stesso estremamente espanso, frammentato, capace di includere approcci e toni estremamente diversi tra loro.
Nato a cavallo del Duemila, negli anni di spartiacque che hanno segnato il passaggio dall’analogico al digitale, Milan Unit incarna nelle parole di Fazel la volontà di “experimenting with photography and finding a way forward, exploring and preserving the material culture of a particular practice, on the cusp of an epochal change”.
Milan Unitdoesn’t make assumptions or assign value”, ma rappresenta piuttosto un tentativo di rispondere alla crisi di senso, offrendosi quale “survival strategy” rispetto al progressivo avvento del digitale ed alla conseguente smaterializzazione dei corpi, a favore del virtuale.
Presenza fisica all’interno dello spazio, l’opera di Fazel si offre quindi allo spettatore esattamente per quello che è: materia viva e pulsante, testimonianza reale e tangibile di un passato che, per quanto vicino, risulta al tempo stesso ormai lontanissimo; immagine anticipatrice di un mondo in cui il solido si è trasformato in liquido, il peso in gigabyte, lo spazio in cloud. Sfuggente di fronte a qualsiasi tipo di definizione e fedele a sé stesso senza mai restare identico, Milan Unit si presenta come una sorta di grande romanzo corale, un chaosmos di rimandi e analogie in cui diversi livelli di senso coesistono, ed in cui anche l’errore e il non-a-fuoco, hanno finito per trovare il proprio posto grazie all’elaborazione di un metodo creato apposta per accoglierli.
Niente in Milan Unit sembra essere stato affidato al caso. Al tempo sì, ma non al caso. Esistono un ordine e una regola, sistematicamente applicati. Uno schema di etichette, colori e parole chiave che da una parte funzionano come cardini per una strategia di orientamento, categorie pre-individuali messe a disposizione di chi guarda ed è chiamato a farsi parte attiva del progetto, e dall’altra sembrano ricostruire gli stessi processi di pensiero che hanno guidato l’attività di catalogazione e conservazione di Fazel.
Da qui Milan Unit come opera aperta e da-aprire, con la volontà di riattivare un rapporto tra soggetto e oggetto che sia partecipato ed anche partecipativo, con la consapevolezza che: “di fronte a un’immagine, infine, dobbiamo riconoscere con umiltà che essa probabilmente ci sopravvivrà, che siamo noi l’elemento fragile, passeggero, e che è l’immagine l’elemento futuro, l’elemento della durata. L’immagine ha spesso più memoria e più avvenire di colui che la guarda.” Georges Didi-Huberman, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, Ed. Bollati Boringhieri, Torino 2007


RAMAK FAZEL
Abadan, Iran, 1965. Vive e lavora a Claremont, California.
Cresciuto tra Utah, Indiana e Tehran, dopo la laurea in Ingegneria Meccanica presso la Purdue University dell’Indiana, si trasferisce a New York per studiare fotografia e graphic design. Assistente di alcuni importanti fotografi tra cui Mark Seliger e Bruce Davidson, dal 1994 al 2009 vive a Milano, dove lavora insieme ad alcune importanti riviste di moda, design e architettura, e collabora con clienti internazionali quali Flos, Vitra e Desalto. Contemporaneamente si dedica alla propria ricerca artistica superando a volte i confini della fotografia e l’installazione. Le problematiche connesse all’appartenenza geografica, politica e culturale dell’individuo, così come le contraddizioni inerenti al concetto di identità, sono temi centrali nella produzione di Ramak Fazel. Tra le mostre si ricordano 49 Capitols presso Storefront for Art and Architecture (New York, 2008), Analog Blast presso la Casa degli Atellani (Milano, 2013) e The businness of people all’interno di Monditalia durante la XV Biennale di Architettura (Venezia, 2014). Dopo aver conseguito un Master in Fine Arts presso CalArts (Santa Clarita, California), attualmente Ramak Fazel insegna fotografia presso il San Francisco Art Institute.

The affect of geographic displacement and the inherent contradictions of cultural identity are themes at the heart of Ramak Fazel’s cultural production. Working within, around and sometimes against the traditions of photography and installation, he has examined the idea of the individual as a reflection of place and an expression of influences. In 2008, Ramak exhibited his project "49 Capitols," a photographic essay on his trip through 49 U.S. State Capitols, at Storefront for Art and Architecture in New York City. Along with photographs of the journey, the project provides a narrative of the search of an increasingly complicated idea of American identity. An installation of his ongoing project “The Business of People” was on exhibition at the Monditalia Section at the 14th International Architecture Exhibition la Biennale di Venezia in 2014. Ramak holds an MFA from CalArts and a BS in Mechanical Engineering from Purdue University. Currently, he’s visiting lecturer at San Francisco Art Institute.


Milan Unit di Ramak Fazel
Dal 19 settembre 2017
Orari
: lunedì - venerdì, 12.00 - 19.00. Mattino e sabato su appuntamento
Ufficio Stampa
: PCM STUDIO - press@paolamanfredi.com - Tel. +39 02 36769480

VIASATERNA
Via Giacomo Leopardi 32
Milano
Tel. +39 02 36725378 - www.viasaterna.com - info@viasaterna.com - Instagram: viasaterna - Facebook: viasaterna - Skype: viasaterna

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Padiglione Tibet, 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA, Palazzo Zenobio, Venezia

Padiglione Tibet un ponte di cultura e libertà a cura di Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio - Fondamenta del Soccorso 2596 - Venezia
dal 10 maggio al 10 agosto 2017
evento dedicato a S.S. il Dalai Lama

GIOVEDI' 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA
per condividere insieme la giornata conclusiva di questo significativo evento.
A partire dalle ORE 18.00 si potrà continuare a visitare il Padiglione attraversando la sala delle LUNG-TA (cavalli di vento) le bandiere di preghiera che enfatizzano e racchiudono in sé il desiderio innato del popolo tibetano di abbracciare l'intera razza umana in una grande preghiera collettiva. Su queste delicate strutture filiformi gli artisti invitati per questa edizione di Padiglione Tibet, ideato e curato da Ruggero Maggi, sono intervenuti con messaggi poetici di straordinaria forza spirituale e creativa: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.

 

Soffermandosi sulle opere-video di Satish Gupta (presentato dalla prestigiosa BASU Foundation For The Arts), di Francesca Lolli e Marco Rizzo per poi accedere ad un particolare ed originale percorso visivo ed emozionale, costituito da quattro mostre personali con una selezione di opere dal contenuto giocoso e fluttuante come nel caso di Marcello Diotallevi con le sue “Fiabe al vento”; con le evocative immagini fotografiche di Anna Maria Di Ciommo riproducenti Lama tibetani al lavoro su splendenti mandala; con le rigorose opere di Rosaspina Buscarino dal serrato ritmo compositivo, capaci di penetrare a fondo nell'animo umano e con le opere-oggetto di Roberto Testori che nel loro biancore riflettono soluzioni concettuali ricche di significati spirituali ed artistici.
Camminare all'interno di un'opera poetica, potente e preziosa nello scrigno a cielo aperto nel giardino di Palazzo Zenobio, in cui la natura stessa dialoga con gli elementi che la compongono: Atman (dal sanscrito “essenza” - “soffio vitale”) di Robert Gligorov curata da Luca Pietro Acquati Architetto. Nessuna apologia di nazismo, anzi un messaggio di pace e solidarietà verso il popolo tibetano che con quel simbolo (la svastica) rappresentava il sole, l'infinito e l'eternità. Sulle sculture che compongono l'installazione sono incisi i nomi di monaci e di personalità che hanno avuto una rilevante importanza per quanto riguarda la sfera spirituale del mondo tibetano ed indiano, tra cui il Mahatma Gandhi.


ORE 19.00
NO CHAIN performance di danza contemporanea di K7
coreografia di Kappa | musica di Paola Samoggia | danza Giuseppe Spinelli
...ho pensato a Padiglione Tibet, al ponte tra due culture…. al collegamento… alla denuncia della situazione attuale che però volge verso una libertà raggiunta con l’aiuto delle due culture assieme, l’aiuto di tutti…. la campana a lastra è libera di muoversi nel vento…. come una bandiera di preghiera….” Paola Samoggia

ORE 19.30
RICCARDO PES musicista e compositore
Programma “Padiglione Tibet” Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
Il programma è un mix di musica composta nel 21° secolo, periodo in cui il naturale concetto di armonia classica raggiunse il suo massimo disfacimento a favore di un serialismo di natura espressionista. La realtà frammentata dalle Guerre Mondiali e dalla povertà internazionale viene così tradotta nelle note laconiche e scure del repertorio Novecentesco. Il brano finale, invece, è un omaggio a Venezia, composto da Riccardo Pes ed ispirato al vogare “alla veneta” delle gondole: Premer e Stalir.

ORE 20.00
PRIMA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ARTE POSTALE A VENEZIA a cura di Ruggero Maggi

Termina la mostra di Arte Postale con l'esposizione di numerosi interventi pervenuti per posta e realizzati da circa 800 artisti di tutto il mondo - tra cui Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov - che hanno risposto all'invito dal tema: Il Dalai Lama ed il Tibet.
L'Arte Postale è un network internazionale che ha contrassegnato, soprattutto alla fine del secolo passato, un’infinita serie di progetti, riviste, libri, mostre, in cui ha valore la relazione intrinseca tra l'oggetto spedito, il mittente ed il destinatario. Il Futurismo e il Dadaismo sono da considerarsi senz'altro gli antecedenti storici di questa forma di comunicazione artistica, così come è da sottolineare l'opera di Kurt Schwitters, creatore dei primi lavori realizzati con timbri e l'avvento, alla metà degli anni '50, della ricerca Fluxus con l'opera di artisti come Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier e di alcuni artisti e teorici del Nuovo Realismo francese come Pierre Restany ed Yves Klein. Ray Johnson, artista di New York, è considerato il creatore dell'Arte Postale: nel 1962 fonda, sbeffeggiando le vere scuole per corrispondenza, la New York Correspondence School (così definita da Ed Plunkett). Questa Biennale non vuole assolutamente rendere istituzionale un fenomeno artistico come la Mail Art che ha nel proprio codice genetico un'avversione per tutto ciò che può renderla ufficiale ed istituzionale - nel 1986 scrissi: “la Mail Art usa le istituzioni nei luoghi delle istituzioni contro le istituzioni” - ma vuole fare il punto su questo network antesignano dei recenti social network. Un grande archivio aperto al pubblico.

Ospite speciale di questa Prima edizione della Biennale di Arte Postale: GAC, acronimo che indica Guglielmo Achille Cavellini, probabilmente il più controverso artista nella storia dell'arte contemporanea italiana e creatore dell'autostoricizzazione.

ORE 20.30
Sempre nella splendida corte di Palazzo Zenobio conclusione della serata con un momento conviviale coordinato con il Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo e con la fattiva collaborazione per le degustazioni di: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.






Ingresso: libero
Informazioni
: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
orari: martedì – domenica 10.00/18.00 - chiusura: lunedì

PALAZZO ZENOBIO – FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596 - VENEZIA
. Dalla Stazione Ferroviaria di Venezia facilmente raggiungibile a piedi
. vaporetto 5.1 fermata S. Basilio


TIBET PAVILION a bridge made of culture and freedom by Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio – Fondamenta del Soccorso 2596 - Venice
May 10th - August 10th 2017
Art event dedicated to H. H. the Dalai Lama

THURSDAY 10th of AUGUST 2017   SPECIAL OPENING
to share the end of this significant project.

AT 6 pm It will be possible continue to visit the Pavilion passing trough the prayer flags show, LUNG-TA (literally wind horses), the true symbols that hold and emphasize the Tibetan spirituality and the natural wish of the Tibetan People to embrace the whole human race in a collective prayer. Delicate threadlike structures on which the invited artists of this edition of Tibet Pavilion, project by Ruggero Maggi, have intervened by poetical messages of extraordinary spiritual and creative strength: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala - K7, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea  Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna,, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.
Looking the significant video-works of Satish Gupta (presented by prestigious BASU Foundation For The Arts), of Francesca Lolli and Marco Rizzo and then entering in a peculiar and unique, visual and emotional journey, made of four personal exhibits with a selection of playful and fluctuating works in the case of Marcello Diotallevi and his “Fiabe al Vento” (Tales to the wind); Anna Maria Di Ciommo’s evocative photographs of Tibetan Lamas working on bright mandalas; the rigorous works of Rosaspina Buscarino that with their serried compositional rhythm can pierce the human soul and Roberto Testori’s object-artwork that in their whiteness reflect conceptual solutions rich of spiritual and artistic meaning.
Walking inside a poetic artwork, powerful and precious within the open-air treasure of Zenobio Palace’s garden, where nature matches the surrounding elements: Atman (from the Sanskrit: “vital spark”) by Robert Gligorov and curated by Luca Pietro Acquati Architect. No apology for nazism. On the contrary it's a message of peace and solidarity towards the Tibetan people who have been seeing the sun, the infinite, the eternity in that symbol.

On the sculptures composing the installation some names are engraved. They belong to monks and personalities who have been particularly relevant in the spiritual sphere of Tibetan and Indian world, including Mahatma Gandhi.

 AT 7 pm
NO CHAIN contemporary dance performance by K7
choreographed by Kappa | music by Paola Samoggia | dancer Giuseppe Spinelli
"... I thought of Tibet Pavilion, bridge between two cultures .... to the connection ... to the denunciation of the current situation that tends to a freedom achieved with the help of the two cultures together, the help of all .... The plate bell is free to move in the wind .... just like a prayer flag …” (Paola Samoggia)

AT 7.30 pm
RICCARDO PES musician and composer
Program “Tibet Pavilion” | Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
The program is a mixture of different kind of music realized in the 21th century.
Last song is a tribute to Venice, it was composed by Riccardo Pes and it's inspired by "rowing the gondola": Premer e Stalir.
Riccardo Pes is a very creative cellist and composer. His way of playing is a perfect combination of knowledge, technical skills, natural lyricism, fluent sound and fine musical instinct.” Giovanni Sollima

AT 8 pm
1st VENICE INTERNATIONAL MAIL ART BIENNIAL by Ruggero Maggi

The Mail Art Biennial will end with the exhibition of many mail artworks of about 800 artists of all the world – among which Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov – who have answered to the invitation:The Dalai Lama and Tibet.
Mail Art is an international network which has marked, especially at the end of past century, an infinite number of projects, shows, fanzines, books, in which the inner relation between the sent object, the sender and receiver its of value. Futurism and Dadaism can be considered the historical antecedents of this form of art communication, it's important to underline the Kurt Schwitters's rubber-stamped works, the Fluxus movement with the artists' work such as: Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier and the French New Realism with Pierre Restany and Yves Klein.Ray Johnson is considered the Mail Art's creator: at 1962 he founded, mocking the real Correspondence Schools, the New York Correspondence School (so defined by Ed Plunkett).This Biennial doesn't want make mail art institutional - at 1986 I wrote “Mail Art uses institutions in the places of institutions against institutions” - which has in the own genetic code an aversion for all can make it official, but, at the contrary, it wishes take stock on this network precursor of current social network. A great archive with thousands of works. In this first edition of the Mail Art Biennial of Venice special guest is GAC (acronym for Guglielmo Achille Cavellini, who is more than likely the most controversial artist in the history of Italian Contemporary Art and the inventor of the “self-historicization”). Furthermore, the works and photos that are being presented are also made by those artists who accepted my invitation to celebrate the New Year on 31 December 2014 (100th anniversary of GAC's birth) by wearing a mask of GAC's face that I had made in 1985 and by making their relatives and friends to do the same thing for such a special occasion.

 AT 8.30 pm
In the beautiful courtyard of Palazzo Zenobio this special day will end with a friendly moment by the collaboration of: Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo and with the tasting offered by: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.

FREE ENTRANCE
info: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
Opening hours: Tuesday through Sunday 10 am - 6 pm | Closed on Mondays
PALAZZO ZENOBIO FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596
VENICE
ITALY

. Walking distance from the Venice train station . Ferry 5.1 Stop San Basilio

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Giovanni Boldini, Sale delle Arti, Reggia di Venaria, Torino








Nell’anno del decimo anniversario dalla sua apertura, inserita nelle Residenze Reali Sabaude nel Patrimonio UNESCO - ventidue edifici in tutto il Piemonte - la Reggia di Venaria,  ospita una straordinaria mostra dedicata a Giovanni Boldini, dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018, con oltre 115 opere.
Il fascino femminile, gli abiti sontuosi e fruscianti, la Belle Époque, i salotti: è il travolgente mondo di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931), genio della pittura che più di ogni altro ha saputo restituire le atmosfere rarefatte di un’epoca straordinaria.
Letteratura e moda, musica e lusso, arte e bistrot  si confondono nel ritmo sensuale del can can e producono una straordinaria rinascita sociale e civile.
Una grande mostra antologica di Giovanni Boldini, sviluppata su un registro narrativo cronologico e tematico al tempo stesso. La mostra, già presentata a Roma, ha una ricca selezione monografica delle opere - di colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca - si articola seguendo gli anni di attività dell’artista, ma è organizzata in quattro sezioni tematiche fondamentali per capire la parabola espressiva del maestro, arricchita da materiali e filmati sulle grandi dive del cinema muto, come spiega Sergio Gaddi:
"La donna era ancora poco considerata come soggetto protagonista. Il 'rivoluzionario' Boldini le ritrae facendo emergere la loro carica intima e sensuale. E, spesso, facendo arrabbiate i loro ricchi mariti, suoi committenti. È il caso del celebre dipinto di Donna Franca Fiorio del 1901: l'artista dovette rivederlo riducendo la scollatura e allungando la gonna".
Realizzata con il patrocinio della Città di Torino, la mostra ospita nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria, prodotta e organizzata da La Venaria Reale con Arthemisia è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi.
La mostra della Reggia di Venaria non si ferma al momento internazionale dell’esperienza creativa di Boldini, che peraltro abbandona presto l’avanguardia italiana dei macchiaioli, ma attraverso alcune importanti opere di confronto presenta anche 26 opere  di artisti a lui contemporanei, quali Cristiano Banti, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, Antonio de La Gandara, Paul-César Helleu, Telemaco Signorini, Ettore Tito, Federigo Zandomeneghi.

 

Le opere - tra cui le celebri La tenda rossa (1904), Signora che legge (1875), Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889), Signora bruna in abito da sera (1892 ca.), Mademoiselle De Nemidoff (1908) e, ospite d’onore, il capolavoro simbolo della Belle Époque: la grande tela dedicata a Donna Franca Florio, realizzata tra il 1901 ed il 1924 - provengono dai principali musei internazionali quali: il Musée des Beaux-Arts di Tours, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Raccolte Frugone - Villa Grimaldi di Fassio di Genova, Collezioni Artistiche Banca Carige, Galleria d'arte moderna Empedocle Restivo di Palermo, Museo nazionale di Capodimonte e da prestigiose collezioni private difficilmente accessibili.
Oltre 100 capolavori tra olii e pastelli nella mostra Giovanni Boldini. Una raccolta ricca e spettacolare della produzione di Boldini e di altri artisti a lui contemporanei. Sessanta diversi prestatori, sapientemente coordinati in quattro anni di lavoro (questo il tempo di preparazione della mostra) da Tiziano Panconi, autore del catalogo ragionato di Boldini del 2002, e Sergio Gaddi.

 

La ricerca dell’attimo fuggente è, nelle opere di Boldini, cristallizzata nei colori, a olio, pastello o rapidi tratti di matita, e permane nei secoli rinnovando come una Madeleine proustiana il miracolo di riportarci indietro nei giorni incantati della Belle Époque. Giovanni Boldini non è stato solo uno dei protagonisti di quel periodo ineguagliabile o solo il geniale anticipatore della modernità novecentesca ma colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca, per lui “fragili icone”. Un pulviscolo perfetto, disperso nell’universo della storia, eppure reso immortale: forse per questo Gertrude Stein disse che Boldini sarebbe stato il miglior pittore dell’Ottocento.
Nelle sale della Reggia di Venaria, accanto a capolavori assoluti di Giovanni Boldini e noti al pubblico come gli ormai iconici ritratti di Emiliana Concha de Ossa, Gabrielle de Rasty, solo per citarne alcuni, le ambientazioni cittadine e i nudi: in ognuno di essi c’è la sua immensa energia e inconfondibile potenza espressiva.
L’esposizione ricostruisce passo dopo passo il geniale percorso artistico del grande maestro italo-francese attraverso 4 sezioni: Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola; I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty; Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea e Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile.


LE SEZIONI

1 - Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola
L’innata curiosità, ma soprattutto il desiderio di evadere dall’ambiente provinciale quale era ai suoi occhi la Ferrara degli anni sessanta, portano il giovane Boldini ad emigrare alla ricerca di un confronto continuo, di nuove occasioni di ispirazione e di una sua vera dimensione di artista e di uomo. A Firenze partecipa al clima rivoluzionario e risorgimentale dell’epoca e diventa subito amico di Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vito D’Ancona, e poi di Michele Gordigiani, il più affermato ritrattista della Firenze granducale. Sono tutti esponenti di primo piano di quel gruppo di avanguardisti insofferenti come lui alle rigidità dell’accademia, che era appena stato definito dei macchiaioli. Durante questi anni di straordinaria creatività, Boldini studia una solida base luministica della sua successiva cifra pittorica francese. Di grande intensità sono il Ritratto del padre Antonio Boldini  del 1867 ed Il paggio. Giochi col levriero del 1869. La luce potente della macchia, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, è infatti una sorta di ossatura compositiva sulla quale innesta i successivi aggiornamenti stilistici. I Macchiaioli, già dal 1856, erano infatti impegnati in un ammodernamento della pittura basato sull’osservazione diretta della natura, da rendere nella sua essenzialità espressiva attraverso un largo e potente fraseggio di luci e ombre, restituendo una speciale forza ottica capace di trasmettere verosimiglianza e vitalità al soggetto. Ma a differenza dell’approccio di questi artisti, che si concentrano soprattutto sulla manifestazione della luce nella natura, bilanciando i campi di colore per far durare  il momento dell’osservazione, Boldini percepisce in modo molto più deciso il fascino delle grandi metropoli europee e degli ambienti eleganti, convinto che la sua indole e il suo carattere dovranno necessariamente farlo uscire dalla provincia, portarlo lontano da quel mondo pur importante come Firenze, ma già troppo stretto per le sue ambizioni.

2 - I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty
I modi naturalmente aristocratici, la vocazione alla mondanità e alla frequentazione degli ambienti altolocati, ma anche le grandi prospettive di carriera e la voglia di ottenere un riconoscimento economico adeguato per il suo lavoro, fanno sì che il fascino dell’ambiente frizzante della Ville Lumière  sia per lui irresistibile.
A Parigi conosce la modella e amante Berthe, ritratta splendidamente in Berthe che legge una dedica su un ventaglio (1878), con la quale avvia una lunga storia d’amore durata più di dieci anni ed inizia una proficua collaborazione con il mercante e gallerista Goupil, il più importante ed internazionale dell’epoca. Superato il periodo della pittura alla maniera settecentesca sostenuta dalle richieste del mercato, come si nota in numerose opere tra le quali il Marchesino a Versailles (1876) e la Signora con ombrellino (o parasole) (1876), lo stile che l’artista esprime nel pieno fulgore dell’esperienza parigina dopo il 1880 non è per nulla artificiale o peggio, superficiale, ma del tutto naturale e contemporaneo. Boldini, infatti, non imita il reale e meno ancora lo riproduce, ma aggiunge vita alla vita. È un pittore classico, nel senso che la sua pennellata veloce o sciabolata  è una rappresentazione della verità e della natura che rifugge l’artificio, ma trova il modo di fermare l’istante. Non è certamente un pittore manierista o accademico, perché il tratto dell’innovazione è deciso, non c’è traccia di imitazione.
La sua spiccata libertà di spirito gli permette, infatti, pur vivendo a Parigi, di riuscire a stare al di fuori delle seduzioni impressioniste così come, durante il periodo toscano, riesce a non farsi mai coinvolgere pienamente dalla logica espressiva dei macchiaioli.
Il periodo della giovinezza parigina di Boldini è caratterizzato anche dall’incontro con un’altra donna, la Contessa Gabrielle de Rasty, che rappresenta per lui l’opportunità d’inserimento nell’ambiente aristocratico parigino. Moglie del Conte Constantin de Rasty, Gabrielle conosce Boldini nel 1874 e intreccia con lui un’intensa relazione sentimentale destinata a durare per anni, testimoniata dalle opere La contessa de Rasty coricata e La contessa de Rasty a letto, entrambe del 1880.

3 - Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea
Giovanni Boldini
coglie la dinamica della rappresentazione istantanea, della scintilla di vita irripetibile e fugace, ma a differenza dello stile en plein air  degli impressionisti predilige l’interno dello studio e la ricerca della mobilità della bellezza letta nella dinamica della città. A partire dagli anni ottanta dell’Ottocento si comprende che una potente rivoluzione è imminente, e che un ruolo chiave potrà essere giocato da chi deciderà di farlo, dalla nuova classe che avrà coraggio, ambizione e voglia di fare. Comincia a farsi strada l’idea che il futuro non sia più una conseguenza dinastica, ma appartenga a chi è in grado di costruirlo. Produzione e consumo diventano gli architravi di un benessere raggiungibile e non più alla portata esclusiva di una ristretta élite , ma di chiunque voglia accettare la sfida del lavoro. Boldini è affascinato dai riti urbani alimentati dalla forza della storia che sta costruendo il mito del progresso e della scienza. Con il quadro Corse a Longchamp (1890) sembra anticipare il Futurismo, e allo stesso tempo coglie alla perfezione il motivo del vero, perché la sua pittura è basata su una velocità d’esecuzione più caratterizzata rispetto a quella degli impressionisti, in quanto giocata soprattutto sulla figura umana, sulla donna che viene sottratta alla quotidianità alla quale era stata destinata dal realismo per essere trasfigurata in una condizione regale, di divinità terrena basata sulla bellezza, come nel bellissimo pastello Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889). Crescono e si sviluppano il progresso economico, la socialità che diventa valore, il teatro, i salotti letterari, la necessità di incontrarsi per condividere un approccio mondano, che significa anche tessere rapporti, stringere alleanze, esibire uno stile di vita agiato da parte di una classe non più emergente, ma già affermata.

4 - Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile
Il XX secolo si apre per Boldini all’insegna del successo internazionale, già sancito dalla mostra tenuta a New York nel 1897 che lo vede all’apice dell’apprezzamento per la sua abilità di ritrattista. Le donne di Boldini, ritratte in tutto il loro splendore di vita mondana e abbigliate con eleganza secondo la moda dell’epoca, sono sorridenti e palpitanti di vita. Il lusso che traspare dalle loro mises  ben si coniuga con le feste sfarzose, con il divertimento salottiero e con un’idea di leggerezza e spensieratezza, consolidando l’immaginario e la visione di un’epoca gioiosa. Nella stagione  della Belle Époque l’arte celebra il mito della femme fatale, della donna di charme, che nutrirà a lungo l’immaginario artistico fino a incidere profondamente anche nelle avanguardie novecentesche. Negli innumerevoli ritratti delle “divine”, tra le tante il Ritratto di Josefina Alverar de Errázuriz (1892), che animano il bel mondo della Ville Lumière, Boldini riesce a sublimare l’essenza dell’eterno femminino, alimentato da schiere di splendide donne desiderose di essere trasfigurate dalla magia magnetica dell’italiano di Parigi. C’è sempre qualcosa di conturbante nella donna di Boldini, e sembra che anche le modelle più algide e aristocratiche abbiano in realtà l’inconfessabile desiderio che la pittura sveli o lasci almeno intravedere la parte più intima della loro personalità, la zona d’ombra legata alle passioni più vere e laceranti. L’artista gioca sulle corde della sensibilità femminile, ma non si limita alla riproduzione della bellezza, indugiando piuttosto sulla consapevolezza di un ruolo, dove la femminilità possa essere esibita con una maggiore libertà espressiva. Il fascino della sensualità è esaltato anche dall’abbigliamento, e la donna, che si libera dai corsetti ingabbianti degli anni precedenti, privilegia gli abiti che ne possano valorizzare la figura e svelarne generosamente le grazie. È il caso dello straordinario ritratto Mademoiselle De Nemidoff (1908); esposto al Salon, rivela la personalità forte e volitiva della famosa cantante dell’Opéra di Parigi, delineata con la consueta capacità d’introspezione psicologica che rende i ritratti di Boldini assolutamente unici. Fasciata nel lungo abito nero che lascia scoperte le spalle bianche, Mademoiselle De Nemidoff è elegantissima e sinuosa, in una posa dinamica che pare anticipare un movimento serpentino. I nuovi abiti celebrano la rinnovata snellezza dei corpi e risultano adeguati alle molteplici attività e libertà che, in rottura rispetto al passato, non sono più precluse alle donne. In questo delicato e controverso passaggio dell’emancipazione femminile, la moda acquisisce le sembianze di uno specchio della società: uno specchio ricco di seduzioni per l’arte. Tuttavia, queste immagini di joie de vivre sembrano decontestualizzarsi dal periodo a cui sono riferite, già agli albori della guerra mondiale, e sembrano suggerire quanto la vita legata al “bel mondo” sia di fatto distante dagli accadimenti tragici che stanno per sconvolgere l’umanità, collocandole in un’atmosfera forse privilegiata, che rimane tuttavia ai margini della storia, suggerendo il segno d’incubazione di un’imminente decadenza non ancora percepita.

Le lettere inedite
Un importante capitolo del catalogo edito da Skira è dedicato alla pubblicazione di una quarantina di lettere inedite di Boldini, portate alla luce da Loredana Angiolino e Tiziano Panconi, curatore e presidente del Comitato scientifico, di cui fanno parte la stessa Angiolino, Beatrice Avanzi (curatrice del Museo d’Orsay), Sergio Gaddi, Leonardo Ghiglia e Marina Mattei (curatrice dei Musei Capitolini). Si tratta, nella quasi totalità, di un rilevante numero di lettere che Boldini, in veste di Presidente della commissione d’arte per la sezione italiana alla Esposizione Universale di Parigi del 1889, invia a Telemaco Signorini a Firenze. Questi, dietro richiesta di Boldini, svolge il delicato compito di scegliere e mandare a Parigi le opere degli artisti toscani partecipanti alla manifestazione. Sono scaglionate nel tempo, per un periodo che va dal febbraio all’aprile del 1889 e riguardano la preparazione dell’esposizione che si apre il 6 maggio 1889. In esse si ravvisa l’impegno costante dei due amici che collaborano per la riuscita dell’evento: la scelta delle opere, le pratiche legate al loro trasferimento dall’Italia in Francia, la sistemazione nelle sale e il superamento dei tanti problemi che sorgono nel corso del tempo. Le lettere contengono anche diversi aspetti privati o professionali come i commenti sui colleghi, le diatribe in ambito artistico e sono venate, specialmente quelle di Boldini, d’ironia e sagacia. Nel catalogo sono riprodotti 4 schizzi inediti di Boldini, realizzati in diverse occasioni tra il 1906 e il 1921.

Ambientazione liberty
La mostra è arricchita con oggetti e mobili in stile Liberty che daranno la suggestione delle affascinanti case del primo novecento, gentilmente prestate dalla Fondazione Arte Nova, con arredi di artisti come Gallé o Majorelle, e oggetti “à la mode”, dell’École de Nancy o dell’area austro-tedesca, dove l’Art Nouveau si declina in Jugendstil. Oggetti e arredi diventano il simbolo concreto della nuova interpretazione dell’eleganza femminile. La libertà e l’emancipazione si trova negli spettacoli, nella rappresentazione dei moderni “interior designers”, sulle riviste e per finire nella musica: questi sono gli anni in cui, chi può, trascorre il giorno in preparazione della serata, nei saloni o nei teatri, la musica è fondamentale, come arte e cibo. Il compositore più in voga nei salotti mondani parigini era senz’altro Reynaldo Hahn, definito “le roi des salons”. La sua musica affascinante, al pari di grandi maestri come Fauré, Massenet, Debussy, Dubois o Vierne, è spesso arricchita da copertine illustrate con motivi floreali: iris, ninfee, papaveri, glicini, cardi e foglie di castagno crescono sui vasi, nei mobili, e anche con la musica.

 

In parallelo, il visitatore potrà rivivere la magica atmosfera del tramonto della Belle Époque, attraverso i brani di film muti degli anni ’10, proiettati in mostra grazie al generoso prestito del Museo Nazionale del Cinema e dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa-Centro Sperimentale di Cinematografia. Sono film in cui le grandi star dominano la scena, a volte sfoggiando toilettes vertiginose da inquiete maliarde, che ne fanno sculture animate in un paesaggio tra Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano e Annie Vivanti; a volte indossando abitini dimessi che conferiscono ai ruoli popolareschi di Francesca Bertini un'intensità alla Anna Magnani, che fanno pendent col naturalismo d'appendice di Carolina Invernizio. Una galleria di ritratti fotografici delle Divine che dialogano con i quadri di Boldini, sintetizzato, come in un “trailer” che suggerisse l'atmosfera del racconto, un montaggio di sequenze tratte da tre capolavori degli anni Dieci: Ma l'amor mio non muore di Mario Caserini (1913) con Lyda Borelli e Mario Bonnard; La signora dalle camelie di Gustavo Serena (1915) con Francesca Bertini e G. Serena, Tigre reale di Giovanni Pastrone (1916), con Pina Menichelli, Alberto Nepoti e Febo Mari.


Giovanni Boldini
Sale delle Arti

Reggia di Venaria
Dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018
A cura di: Tiziano Panconi e Sergio Gaddi
Patrocinio: Città di Torino
Prodotta e organizzata con Arthemisia
Sponsor: Generali Italia
Hotel Partner: AtaHotels
Media Coverage: Sky Arte HD
Progetto allestimento: Giovanni Tironi
Allestimento:T agi2000
Grafica in mostra e immagine coordinata: Angela Scatigna
Progetto illuminotecnico: Studio Quintiliani Murano
Catalogo: Giovanni Boldini Genio e pittura, a cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi; Skira / Arthemisia, 22 x 28 cm, 288 pagine, 238 colori e b/n, cartonato, ISBN 978-88-572-3698-8, € 39,00
Audioguide: Antenna International
Offerta didattica a cura di: Coopculture
Biglietti: intero € 14; ridotto € 12, maggiori di 65 anni e quanti previsti da Gratuiti e Ridotti) giornalisti con regolare tessera dell'Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti); dipendenti, agenti e subagenti Generali muniti di badge, clienti Generali muniti di Dem nominale accompagnata da documento di identità, per ulteriori riduzioni consultare il sito www.lavenaria.it.; Ridotto gruppi € 12,00 gruppi di min. 12 persone; Ridotto ragazzi dai 6 ai 20 anni - Universitari under 26 € 8,00; Ridotto Scuole € 4,00
Le biglietterie chiudono 1 ora prima.
Orari: Fino al 27 agosto 2017: Lunedì: giorno di chiusura · martedì, mercoledì e giovedì: dalle ore 10 alle ore 17 . venerdì e sabato: dalle ore 10 alle ore 19.00 · domenica e festivi: dalle ore 10 alle 19.30 . aperture serali Sere d’estate + tutte le mostre in corso: venerdì e sabato dalle ore 19.00 alle 23.30
Dal 29 agosto all’8 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura · da martedì a venerdì: dalle ore 10 alle ore 18 · sabato, domenica e festivi: dalle ore 10 alle ore 19.30
Dal 10 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura . da martedì a venerdì: dalle ore 9 alle ore 17 . sabati, domenica e festivi: dalle ore 9 alle ore 19.30
Audioguide:  € 5,00

Visite guidate: (prenotazione obbligatoria, gruppi max 25 persone, microfonaggio obbligatorio per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 80,00; Scuole € 60,00 (scuole primarie e secondarie di I e II grado)
Visita guidata + attività: € 90,00 (scuole primarie)

Microfonaggio obbligatorio: (per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 30,00; Scuole € 15,00
Informazioni e prenotazioni: Tel. +39 011 4992333 - www.lavenaria.it
Informazioni e prenotazioni scuole: Tel. +39 011 4992355
Centro studi catalogazione e archiviazione opere di Giovannni Boldini e dei Macchiaioli:www.museoboldinimacchiaioli.com
Generali Italia: Emanuela Vecchiet, Responsabile Corporate Identity & Media Relations - T. +39 040 671577 - M. +39 3315785946 - emanuela.vecchiet@generali.com; Renato Agalliu, Media Relations - Ufficio Stampa - M. +39 3281480555 - T. 026296422 - renato.agalliu@generali.com - www.generali.it

Fondazione Arte Nova: Tel. / Fax +39 0125 711298 - http://www.fondazioneartenova.org
Uffici Stampa: ARTHEMISIA - Adele Della Sala - ads@arthemisia.it - M. +39 345 7503572 - Tel. +39 06 69380306 (int. 288); Anastasia Marsella - am@arthemisia.it - M. +39 370 3145551 - Tel. +39 06 69380306 (int. 131); Salvatore Macaluso - sam@arthemisia.it - M. +39 392 4325883 - Tel. +39 06 69380306 (int. 332); Barbara Notaro Dietrich - b.notarodietrich@gmail.com - M. +39 348 7946585
LA VENARIA REALE: press@lavenariareale.it - Tel. +39 011 4992300 Andrea Scaringella (Responsabile); Matteo Fagiano; Cristina Negus
SKIRA. lucia@luciacrespi.it - T. +39 02 89415532

Reggia di Venaria
10078 Venaria Reale 
Torino

 

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Stefano Pacini: Noi sogniamo il mondo, Casa Museo Spazio Tadini, Milano

Il volume Noi sogniamo il mondo di Stefano Pacini è stato presentato a cura di Stefano Malvicini presso la Casa Museo Spazio Tadini in via Jommelli, 24, Milano.


Stefano Erasmo Pacini 
“Noi sogniamo il mondo”
Edizioni
: Effigi 

Pagine: 180
Formato: 22×22
Brossura
ISBN 978-88-6433-671-8
Prezzo: €. 18,00


Potranno tagliare tutti i fiori
ma non riusciranno a fermare la Primavera

Pablo Neruda


La fotografia, e, di conseguenza, anche il mestiere di fotografo, sono una scelta di vita, che ci porta a girare il mondo alla ricerca di nuovi stimoli, nuove umanità, nuovi fenomeni socio-politici e nuovi spazi. Questo è stato il percorso del fotografo toscano Stefano Pacini (Massa Marittima, 1956), alla ricerca di tutti quegli elementi umani che compongono il pianeta e lo rendono terreno di esplorazione privilegiata per chi è alla ricerca di immagini realistiche, ma di forte carica simbolica. Un percorso iniziato da piccolo, quando cominciò a fotografare nel podere di famiglia con una vecchia Ferrania, ma poi proseguito con pezzi di storia come Nikon.


Così è nato Noi sogniamo il mondo, volume edito da Effigi nel 2016, con cui Stefano ha voluto raccogliere quella che, in fondo, è la sua vita: la fotografia, dalle immagini di famiglia, alle lotte dei Movimenti politici, dagli anni ’70 in Maremma alle grandi manifestazioni contro il G8 a Genova nel 2001, ma, soprattutto, ai suoi viaggi, autentici reportage in “mondi sommersi tutti da scoprire”, per citare il testo di un noto pezzo dei Litfiba. Il viaggio è un’esperienza di vita, per il fotografo, è quasi un romanzo di formazione, che lo induce a conoscere da vicino le realtà esplorate. Su questo aspetto, le immagini di Stefano si avvicinano non solo a quelle di Tano D’Amico, ma anche a quelle di un grande maestro come Francesco Cito: si tratta di immagini realistiche, senza modifiche, filtri e quant’altro di moda al giorno d’oggi, tra Photoshop e programmi vari di grafica, che raccontano come va il mondo, ma che sanno trasmettere la gioia di vivere e l’energia magmatica della rinascita. I bambini che animano Volare, scattata a Cuba nel 1995, sono proprio il simbolo del primo elemento, così come i cortei spontanei a Lisbona nel 1975, durante la Rivoluzione dei Garofani, o, nella loro crudezza, i palazzi bombardati di Mostar rappresentano il secondo. La fotografia di Stefano è Arte, ma mai fine a se stessa: in fondo, è un flusso creativo spontaneo, che vuole raccontare il mondo com’è, tassello per tassello, a formare un mosaico che, altro non è se non l’umanità intera. La fotografia di Stefano è anche denuncia di oppressione, come quella delle condizioni in cui versava il Portogallo nel 1975, dopo la caduta del regime fascista di Salazar, ma anche delle condizioni di vita dei rom in Italia (emblematica è l’immagine del muro a Reggio Calabria nel 1994), con uno stile che rasenta l’etnografia, come prova l’interesse per i matrimoni “tzigani” o anche, nella sua amata Siena, la folla radunata in Piazza del Campo per il Palio. Notevole, in questo senso, è anche l’interesse che Stefano ha sempre dimostrato per il Sud Italia, raccontato attraverso immagini descrittive dell’enclave occitana e valdese di Guardia Piemontese, ma anche attraverso l’umanità di Napoli che simboleggia la voglia dell’intero Sud di riscattarsi. L’impegno politico di Stefano influenza sicuramente il suo stile fotografico, ma senza trasformarlo in un elemento “politicizzato”: da questo punto di vista, l’autore utilizza un metodo d’indagine simile a quello pittorico di Renato Guttuso, raffigurando manifestazioni, fiumane umane come quella del Funerale di Berlinguer del 1984, con l’occhio (e l’obiettivo) tipico del fotoreporter: sono nate così immagini come quelle degli scioperi a Piombino, con banda musicale al seguito, oppure quelle del Gay Pride di Grosseto, della marcia per la pace Perugia-Assisi o del corteo anti-G8 a Genova prima che la situazione degenerasse. E, in fondo, c’è spazio anche per lo Stefano “intimo”, rappresentato soprattutto dalla bellissima Fratelli del 1994, in cui sono raffigurati i suoi due figli Emiliano e Raffaello bambini, ma anche dall’istantanea del Primo Maggio 1989 in Alta Maremma, così come per lo Stefano ironico, che sa anche farci ridere con Fiera bestiame del 2012, o farci sognare una bella partita a biliardo, con Circolo ARCI Scarlino del 2002.

Tutti questi tasselli compongono il mosaico della vita e della fotografia di Stefano e, da ciò, nasce il titolo del libro: un mondo nuovo, senza guerre né armi, in cui l’umanità sia sempre libera di esprimere se stessa e tutte le sue idee e le sue manifestazioni sociali, etnografiche e politiche, senza oppressioni e senza barriere. Per questo… noi sogniamo il mondo!


Non si sogna mai abbastanza. Non si sogna insieme abbastanza. Quella che scambiamo per maturità nostra e del mondo che ci circonda, somiglia sempre più a un campo di macerie. Non è questione di nostalgie adolescenziali. È una realtà che sta prendendo sempre più i connotati di un incubo, lontana anni luce sia dall’ottimismo utopistico di fine anni ’60, sia dal pragmatismo modernista che suggeriva la fine della Storia dopo la caduta del Muro di Berlino. Abbiamo smarrito del tutto, paradossalmente, in questa epoca digitale che della velocità, della comunicazione e dell’immagine fa idoli di massa, ogni radice di noi stessi, della nostra storia, dei nostri sogni. Affoghiamo in un mare di immagini inutili, onanistiche, replicanti di una vita subita e non vissuta. Immagini senza futuro, destinate ad evaporare come acqua nel deserto digitale per la effimera esistenza di pc, hard disk e altri apparati impalpabili. I figli del vento si piegavano sotto le bufere come gli alberi, adesso tutto vola via nel limbo di un polverone infinito, lasciando alle nostre spalle il futuro.
Noi sogniamo il mondo” non è solo un libro fotografico di reportage che abbraccia luoghi e genti, è un sogno lungo quarant’anni, un viaggio verso Itaca che non finisce più, un diario fotografico, una serie di domande senza tempo sul senso della vita, sulla memoria, di una generazione che declinava il noi partecipativo, dai giochi di strada all’esplorazione del mondo, al sogno di una vita diversa illuminata di sorrisi, nutrita di utopia.
Ha richiesto una vita intera, spesa camminando per le strade con unica bussola la libertà, sempre andando e fotografando, sempre domandando, domande che non si esauriscono mai, che rimarranno ad interrogare chi verrà dopo di noi, e proverà ancora emozioni e sarà stimolato a riflessioni e chissà, persino nuovi sogni.
Certe fotografie oramai hanno una vita propria, e non smetteranno mai di vivere. Fotografando il mondo se ne diventa parte, e mettendo in circolo queste foto si condivide la sua sterminata umanità, unico antidoto contro la paura, l’odio, la guerra. È un progetto che non ha sponsor o padrini, si regge solamente sull’empatia e la solidarietà di quanti mi hanno sostenuto con i loro sorrisi in questi anni, e sui vostri, nei giorni a venire.
Come ha scritto Alessandro Pagni in “epopea contadina di amore e anarchia”… “Questo libro, che racchiude gli scatti più significativi della produzione del reporter maremmano,che redige pure da anni una rivista on line, Maremma Libertaria, è un taccuino di appunti, un diario appassionato di come era il mondo “prima”. E quel “prima”, non deve necessariamente leggersi con una qualche connotazione nostalgica o un retorico e inutile “prima si stava meglio”; il “prima” a cui alludo è il senso del momento, dell’attimo irripetibile, è l’arco di tempo in cui non cerco di interpretare gli eventi ma lascio che mi entrino dentro e mi modellino, perché ne faccio parte: cimeli da conservare e guardare più tardi, nella solitudine dei nostri pensieri. Oggi, inevitabilmente, quel taccuino che ha visto il mondo, fatto di un ventaglio invidiabile di occasioni possibili, assume l’aspetto di un’antologia di lezioni imparate, punti su una mappa che tracciano il vertiginoso, struggente, racconto di una vita.
Mentre Alberto Prunetti ha aggiunto: “Stefano ha raccolto alcuni dei suoi scatti migliori, realizzati tra gli anni Settanta e i nostri giorni. Stefano fa con le fotografie quello che i poeti in ottava rima fanno con le parole: conserva la memoria, crea un archivio pubblico di un mondo che purtroppo sta scomparendo. Un mondo di un’umanità che sapeva ancora sognare l’utopia. Dai ventenni fricchettoni degli anni settanta ai contadini della maremma mineraria, quanti si sono trovati di fronte un ciclopico fotografo barbuto, armato di un unico occhio fotografico, che si ergeva di fronte a loro con la grazia di un fattore che viene a controllare la vendemmia? Era Stefano che, reflex in spalla e pennato in cinghia, prelevava con l’obiettivo una marza di realtà per innestarla nel suo archivio personale. Dopo tanti anni di riposo all’ombra, la linfa fotografica torna a scorrere e l’archivio germoglia in questo meraviglioso libro di istantanee. Alcuni si riconosceranno in quelle fotografie, altri si sogneranno in quelle stampe di un bianco e nero esemplare. Col dubbio che quel mondo che non conosciamo, che desideriamo come l’isola che non c’è, non sia altro che il sogno sognato da un fotografo-contadino-demiurgo, reflex in spalla e pennato in cinghia, che costruisce l’utopia fotogramma dopo fotogramma."


Casa Museo Spazio Tadini
via Jommelli, 24
Milano
Orari
: Apertura: mercoledì, giovedì-venerdì e sabato 15,30-20.30, domenica 15-18,30
Telefono: 0039-0226110481
ms@spaziotadini.it

 
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