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Interviste di Gianni Marussi

Padiglione Tibet, 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA, Palazzo Zenobio, Venezia

Padiglione Tibet un ponte di cultura e libertà a cura di Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio - Fondamenta del Soccorso 2596 - Venezia
dal 10 maggio al 10 agosto 2017
evento dedicato a S.S. il Dalai Lama

GIOVEDI' 10 AGOSTO 2017 APERTURA STRAORDINARIA
per condividere insieme la giornata conclusiva di questo significativo evento.
A partire dalle ORE 18.00 si potrà continuare a visitare il Padiglione attraversando la sala delle LUNG-TA (cavalli di vento) le bandiere di preghiera che enfatizzano e racchiudono in sé il desiderio innato del popolo tibetano di abbracciare l'intera razza umana in una grande preghiera collettiva. Su queste delicate strutture filiformi gli artisti invitati per questa edizione di Padiglione Tibet, ideato e curato da Ruggero Maggi, sono intervenuti con messaggi poetici di straordinaria forza spirituale e creativa: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.

 

Soffermandosi sulle opere-video di Satish Gupta (presentato dalla prestigiosa BASU Foundation For The Arts), di Francesca Lolli e Marco Rizzo per poi accedere ad un particolare ed originale percorso visivo ed emozionale, costituito da quattro mostre personali con una selezione di opere dal contenuto giocoso e fluttuante come nel caso di Marcello Diotallevi con le sue “Fiabe al vento”; con le evocative immagini fotografiche di Anna Maria Di Ciommo riproducenti Lama tibetani al lavoro su splendenti mandala; con le rigorose opere di Rosaspina Buscarino dal serrato ritmo compositivo, capaci di penetrare a fondo nell'animo umano e con le opere-oggetto di Roberto Testori che nel loro biancore riflettono soluzioni concettuali ricche di significati spirituali ed artistici.
Camminare all'interno di un'opera poetica, potente e preziosa nello scrigno a cielo aperto nel giardino di Palazzo Zenobio, in cui la natura stessa dialoga con gli elementi che la compongono: Atman (dal sanscrito “essenza” - “soffio vitale”) di Robert Gligorov curata da Luca Pietro Acquati Architetto. Nessuna apologia di nazismo, anzi un messaggio di pace e solidarietà verso il popolo tibetano che con quel simbolo (la svastica) rappresentava il sole, l'infinito e l'eternità. Sulle sculture che compongono l'installazione sono incisi i nomi di monaci e di personalità che hanno avuto una rilevante importanza per quanto riguarda la sfera spirituale del mondo tibetano ed indiano, tra cui il Mahatma Gandhi.


ORE 19.00
NO CHAIN performance di danza contemporanea di K7
coreografia di Kappa | musica di Paola Samoggia | danza Giuseppe Spinelli
...ho pensato a Padiglione Tibet, al ponte tra due culture…. al collegamento… alla denuncia della situazione attuale che però volge verso una libertà raggiunta con l’aiuto delle due culture assieme, l’aiuto di tutti…. la campana a lastra è libera di muoversi nel vento…. come una bandiera di preghiera….” Paola Samoggia

ORE 19.30
RICCARDO PES musicista e compositore
Programma “Padiglione Tibet” Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
Il programma è un mix di musica composta nel 21° secolo, periodo in cui il naturale concetto di armonia classica raggiunse il suo massimo disfacimento a favore di un serialismo di natura espressionista. La realtà frammentata dalle Guerre Mondiali e dalla povertà internazionale viene così tradotta nelle note laconiche e scure del repertorio Novecentesco. Il brano finale, invece, è un omaggio a Venezia, composto da Riccardo Pes ed ispirato al vogare “alla veneta” delle gondole: Premer e Stalir.

ORE 20.00
PRIMA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ARTE POSTALE A VENEZIA a cura di Ruggero Maggi

Termina la mostra di Arte Postale con l'esposizione di numerosi interventi pervenuti per posta e realizzati da circa 800 artisti di tutto il mondo - tra cui Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov - che hanno risposto all'invito dal tema: Il Dalai Lama ed il Tibet.
L'Arte Postale è un network internazionale che ha contrassegnato, soprattutto alla fine del secolo passato, un’infinita serie di progetti, riviste, libri, mostre, in cui ha valore la relazione intrinseca tra l'oggetto spedito, il mittente ed il destinatario. Il Futurismo e il Dadaismo sono da considerarsi senz'altro gli antecedenti storici di questa forma di comunicazione artistica, così come è da sottolineare l'opera di Kurt Schwitters, creatore dei primi lavori realizzati con timbri e l'avvento, alla metà degli anni '50, della ricerca Fluxus con l'opera di artisti come Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier e di alcuni artisti e teorici del Nuovo Realismo francese come Pierre Restany ed Yves Klein. Ray Johnson, artista di New York, è considerato il creatore dell'Arte Postale: nel 1962 fonda, sbeffeggiando le vere scuole per corrispondenza, la New York Correspondence School (così definita da Ed Plunkett). Questa Biennale non vuole assolutamente rendere istituzionale un fenomeno artistico come la Mail Art che ha nel proprio codice genetico un'avversione per tutto ciò che può renderla ufficiale ed istituzionale - nel 1986 scrissi: “la Mail Art usa le istituzioni nei luoghi delle istituzioni contro le istituzioni” - ma vuole fare il punto su questo network antesignano dei recenti social network. Un grande archivio aperto al pubblico.

Ospite speciale di questa Prima edizione della Biennale di Arte Postale: GAC, acronimo che indica Guglielmo Achille Cavellini, probabilmente il più controverso artista nella storia dell'arte contemporanea italiana e creatore dell'autostoricizzazione.

ORE 20.30
Sempre nella splendida corte di Palazzo Zenobio conclusione della serata con un momento conviviale coordinato con il Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo e con la fattiva collaborazione per le degustazioni di: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.






Ingresso: libero
Informazioni
: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
orari: martedì – domenica 10.00/18.00 - chiusura: lunedì

PALAZZO ZENOBIO – FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596 - VENEZIA
. Dalla Stazione Ferroviaria di Venezia facilmente raggiungibile a piedi
. vaporetto 5.1 fermata S. Basilio


TIBET PAVILION a bridge made of culture and freedom by Ruggero Maggi
Palazzo Zenobio – Fondamenta del Soccorso 2596 - Venice
May 10th - August 10th 2017
Art event dedicated to H. H. the Dalai Lama

THURSDAY 10th of AUGUST 2017   SPECIAL OPENING
to share the end of this significant project.

AT 6 pm It will be possible continue to visit the Pavilion passing trough the prayer flags show, LUNG-TA (literally wind horses), the true symbols that hold and emphasize the Tibetan spirituality and the natural wish of the Tibetan People to embrace the whole human race in a collective prayer. Delicate threadlike structures on which the invited artists of this edition of Tibet Pavilion, project by Ruggero Maggi, have intervened by poetical messages of extraordinary spiritual and creative strength: Marco Agostinelli, Dino Aloi, Salvatore Anelli, Piergiorgio Baroldi - Lorenzo Bluer, Carla Bertola - Mariella Bogliacino - Fernando Montà - Alberto Vitacchio, Giorgio Biffi - Giglio Frigerio - Fabrizio Martinelli, Rovena Bocci, Rossana Bucci - Oronzo Liuzzi, Rosaspina Buscarino, Silvia Capiluppi, Paola Caramel, Simonetta Chierici - Loredana Manciati - Tiziana Priori - Elena Sevi, Pino Chimenti, Circolo degli artisti di Varese, Marzia Corteggiani, Giampietro Cudin - Carla Rigato, Albina Dealessi, Nyima Dhondup - Livia Liverani, Anna Maria Di Ciommo, Franco Di Pede, Marcello Diotallevi, Giovanna Donnarumma - Gennaro Ippolito, Gretel Fehr, Mavi Ferrando - Mario Quadraroli - Roberto Scala - K7, Alessandra Finzi - Gianni Ettore Andrea  Marussi, Alberto Fortis, Emanuela Franchin, Ivana Geviti, Antonella P. Giurleo, Isa Gorini, Gruppo Il Gabbiano, Peter Hide 311065 - Isabella Rigamonti, Benedetta Jandolo - Angela Marchionni, Oriana Labruna,, Silvia Lepore - Sandro Pellarin, Ruggero Maggi, Giulia Niccolai - Gruppo BAU, Tashi Norbu, Clara Paci, Lucia Paese, Salvatore Perchinelli, Marisa Pezzoli, Benedetto Predazzi, Anna Seccia, Gianni Sedda, Roberto Testori.
Looking the significant video-works of Satish Gupta (presented by prestigious BASU Foundation For The Arts), of Francesca Lolli and Marco Rizzo and then entering in a peculiar and unique, visual and emotional journey, made of four personal exhibits with a selection of playful and fluctuating works in the case of Marcello Diotallevi and his “Fiabe al Vento” (Tales to the wind); Anna Maria Di Ciommo’s evocative photographs of Tibetan Lamas working on bright mandalas; the rigorous works of Rosaspina Buscarino that with their serried compositional rhythm can pierce the human soul and Roberto Testori’s object-artwork that in their whiteness reflect conceptual solutions rich of spiritual and artistic meaning.
Walking inside a poetic artwork, powerful and precious within the open-air treasure of Zenobio Palace’s garden, where nature matches the surrounding elements: Atman (from the Sanskrit: “vital spark”) by Robert Gligorov and curated by Luca Pietro Acquati Architect. No apology for nazism. On the contrary it's a message of peace and solidarity towards the Tibetan people who have been seeing the sun, the infinite, the eternity in that symbol.

On the sculptures composing the installation some names are engraved. They belong to monks and personalities who have been particularly relevant in the spiritual sphere of Tibetan and Indian world, including Mahatma Gandhi.

 AT 7 pm
NO CHAIN contemporary dance performance by K7
choreographed by Kappa | music by Paola Samoggia | dancer Giuseppe Spinelli
"... I thought of Tibet Pavilion, bridge between two cultures .... to the connection ... to the denunciation of the current situation that tends to a freedom achieved with the help of the two cultures together, the help of all .... The plate bell is free to move in the wind .... just like a prayer flag …” (Paola Samoggia)

AT 7.30 pm
RICCARDO PES musician and composer
Program “Tibet Pavilion” | Giovanni Sollima – Alone | Giuseppe Tartini – Adagio | Eliodoro Sollima – Sonata 1959 | Kristof Penderecky – Per Slava | Riccardo Pes – Premer e Stalir
The program is a mixture of different kind of music realized in the 21th century.
Last song is a tribute to Venice, it was composed by Riccardo Pes and it's inspired by "rowing the gondola": Premer e Stalir.
Riccardo Pes is a very creative cellist and composer. His way of playing is a perfect combination of knowledge, technical skills, natural lyricism, fluent sound and fine musical instinct.” Giovanni Sollima

AT 8 pm
1st VENICE INTERNATIONAL MAIL ART BIENNIAL by Ruggero Maggi

The Mail Art Biennial will end with the exhibition of many mail artworks of about 800 artists of all the world – among which Altan, Gillo Dorfles, Shozo Shimamoto, Robert Gligorov – who have answered to the invitation:The Dalai Lama and Tibet.
Mail Art is an international network which has marked, especially at the end of past century, an infinite number of projects, shows, fanzines, books, in which the inner relation between the sent object, the sender and receiver its of value. Futurism and Dadaism can be considered the historical antecedents of this form of art communication, it's important to underline the Kurt Schwitters's rubber-stamped works, the Fluxus movement with the artists' work such as: Joseph Beuys, Ray Johnson, George Maciunas, Ken Friedman, Ben Vautier and the French New Realism with Pierre Restany and Yves Klein.Ray Johnson is considered the Mail Art's creator: at 1962 he founded, mocking the real Correspondence Schools, the New York Correspondence School (so defined by Ed Plunkett).This Biennial doesn't want make mail art institutional - at 1986 I wrote “Mail Art uses institutions in the places of institutions against institutions” - which has in the own genetic code an aversion for all can make it official, but, at the contrary, it wishes take stock on this network precursor of current social network. A great archive with thousands of works. In this first edition of the Mail Art Biennial of Venice special guest is GAC (acronym for Guglielmo Achille Cavellini, who is more than likely the most controversial artist in the history of Italian Contemporary Art and the inventor of the “self-historicization”). Furthermore, the works and photos that are being presented are also made by those artists who accepted my invitation to celebrate the New Year on 31 December 2014 (100th anniversary of GAC's birth) by wearing a mask of GAC's face that I had made in 1985 and by making their relatives and friends to do the same thing for such a special occasion.

 AT 8.30 pm
In the beautiful courtyard of Palazzo Zenobio this special day will end with a friendly moment by the collaboration of: Gruppo Giovani Pittori Spilimberghesi "Leoluca Vincenzo Visalli" - l'Associazione Socio-Culturale Erasmo da Rotterdam di Spilimbergo (Pn) - Storica Società Operaia di Mutuo e Soccorso di Pordenone - ANIOC Ass. Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche Pordenone-Spilimbergo and with the tasting offered by: Pasticceria Le Strane Delizie Spilimbergo, Formaggi Tosoni Spilimbergo, Vini Castelcosa San Giorgio della Richinvelda, Salumi Lovison Spilimbergo, ArteVino di Eddy Leone Spilimbergo.

FREE ENTRANCE
info: www.padiglionetibet.com | maggiruggero@gmail.com | 320.9621497
Opening hours: Tuesday through Sunday 10 am - 6 pm | Closed on Mondays
PALAZZO ZENOBIO FONDAMENTA DEL SOCCORSO 2596
VENICE
ITALY

. Walking distance from the Venice train station . Ferry 5.1 Stop San Basilio

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Giovanni Boldini, Sale delle Arti, Reggia di Venaria, Torino








Nell’anno del decimo anniversario dalla sua apertura, inserita nelle Residenze Reali Sabaude nel Patrimonio UNESCO - ventidue edifici in tutto il Piemonte - la Reggia di Venaria,  ospita una straordinaria mostra dedicata a Giovanni Boldini, dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018, con oltre 115 opere.
Il fascino femminile, gli abiti sontuosi e fruscianti, la Belle Époque, i salotti: è il travolgente mondo di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931), genio della pittura che più di ogni altro ha saputo restituire le atmosfere rarefatte di un’epoca straordinaria.
Letteratura e moda, musica e lusso, arte e bistrot  si confondono nel ritmo sensuale del can can e producono una straordinaria rinascita sociale e civile.
Una grande mostra antologica di Giovanni Boldini, sviluppata su un registro narrativo cronologico e tematico al tempo stesso. La mostra, già presentata a Roma, ha una ricca selezione monografica delle opere - di colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca - si articola seguendo gli anni di attività dell’artista, ma è organizzata in quattro sezioni tematiche fondamentali per capire la parabola espressiva del maestro, arricchita da materiali e filmati sulle grandi dive del cinema muto, come spiega Sergio Gaddi:
"La donna era ancora poco considerata come soggetto protagonista. Il 'rivoluzionario' Boldini le ritrae facendo emergere la loro carica intima e sensuale. E, spesso, facendo arrabbiate i loro ricchi mariti, suoi committenti. È il caso del celebre dipinto di Donna Franca Fiorio del 1901: l'artista dovette rivederlo riducendo la scollatura e allungando la gonna".
Realizzata con il patrocinio della Città di Torino, la mostra ospita nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria, prodotta e organizzata da La Venaria Reale con Arthemisia è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi.
La mostra della Reggia di Venaria non si ferma al momento internazionale dell’esperienza creativa di Boldini, che peraltro abbandona presto l’avanguardia italiana dei macchiaioli, ma attraverso alcune importanti opere di confronto presenta anche 26 opere  di artisti a lui contemporanei, quali Cristiano Banti, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, Antonio de La Gandara, Paul-César Helleu, Telemaco Signorini, Ettore Tito, Federigo Zandomeneghi.

 

Le opere - tra cui le celebri La tenda rossa (1904), Signora che legge (1875), Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889), Signora bruna in abito da sera (1892 ca.), Mademoiselle De Nemidoff (1908) e, ospite d’onore, il capolavoro simbolo della Belle Époque: la grande tela dedicata a Donna Franca Florio, realizzata tra il 1901 ed il 1924 - provengono dai principali musei internazionali quali: il Musée des Beaux-Arts di Tours, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Raccolte Frugone - Villa Grimaldi di Fassio di Genova, Collezioni Artistiche Banca Carige, Galleria d'arte moderna Empedocle Restivo di Palermo, Museo nazionale di Capodimonte e da prestigiose collezioni private difficilmente accessibili.
Oltre 100 capolavori tra olii e pastelli nella mostra Giovanni Boldini. Una raccolta ricca e spettacolare della produzione di Boldini e di altri artisti a lui contemporanei. Sessanta diversi prestatori, sapientemente coordinati in quattro anni di lavoro (questo il tempo di preparazione della mostra) da Tiziano Panconi, autore del catalogo ragionato di Boldini del 2002, e Sergio Gaddi.

 

La ricerca dell’attimo fuggente è, nelle opere di Boldini, cristallizzata nei colori, a olio, pastello o rapidi tratti di matita, e permane nei secoli rinnovando come una Madeleine proustiana il miracolo di riportarci indietro nei giorni incantati della Belle Époque. Giovanni Boldini non è stato solo uno dei protagonisti di quel periodo ineguagliabile o solo il geniale anticipatore della modernità novecentesca ma colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca, per lui “fragili icone”. Un pulviscolo perfetto, disperso nell’universo della storia, eppure reso immortale: forse per questo Gertrude Stein disse che Boldini sarebbe stato il miglior pittore dell’Ottocento.
Nelle sale della Reggia di Venaria, accanto a capolavori assoluti di Giovanni Boldini e noti al pubblico come gli ormai iconici ritratti di Emiliana Concha de Ossa, Gabrielle de Rasty, solo per citarne alcuni, le ambientazioni cittadine e i nudi: in ognuno di essi c’è la sua immensa energia e inconfondibile potenza espressiva.
L’esposizione ricostruisce passo dopo passo il geniale percorso artistico del grande maestro italo-francese attraverso 4 sezioni: Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola; I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty; Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea e Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile.


LE SEZIONI

1 - Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola
L’innata curiosità, ma soprattutto il desiderio di evadere dall’ambiente provinciale quale era ai suoi occhi la Ferrara degli anni sessanta, portano il giovane Boldini ad emigrare alla ricerca di un confronto continuo, di nuove occasioni di ispirazione e di una sua vera dimensione di artista e di uomo. A Firenze partecipa al clima rivoluzionario e risorgimentale dell’epoca e diventa subito amico di Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vito D’Ancona, e poi di Michele Gordigiani, il più affermato ritrattista della Firenze granducale. Sono tutti esponenti di primo piano di quel gruppo di avanguardisti insofferenti come lui alle rigidità dell’accademia, che era appena stato definito dei macchiaioli. Durante questi anni di straordinaria creatività, Boldini studia una solida base luministica della sua successiva cifra pittorica francese. Di grande intensità sono il Ritratto del padre Antonio Boldini  del 1867 ed Il paggio. Giochi col levriero del 1869. La luce potente della macchia, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, è infatti una sorta di ossatura compositiva sulla quale innesta i successivi aggiornamenti stilistici. I Macchiaioli, già dal 1856, erano infatti impegnati in un ammodernamento della pittura basato sull’osservazione diretta della natura, da rendere nella sua essenzialità espressiva attraverso un largo e potente fraseggio di luci e ombre, restituendo una speciale forza ottica capace di trasmettere verosimiglianza e vitalità al soggetto. Ma a differenza dell’approccio di questi artisti, che si concentrano soprattutto sulla manifestazione della luce nella natura, bilanciando i campi di colore per far durare  il momento dell’osservazione, Boldini percepisce in modo molto più deciso il fascino delle grandi metropoli europee e degli ambienti eleganti, convinto che la sua indole e il suo carattere dovranno necessariamente farlo uscire dalla provincia, portarlo lontano da quel mondo pur importante come Firenze, ma già troppo stretto per le sue ambizioni.

2 - I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty
I modi naturalmente aristocratici, la vocazione alla mondanità e alla frequentazione degli ambienti altolocati, ma anche le grandi prospettive di carriera e la voglia di ottenere un riconoscimento economico adeguato per il suo lavoro, fanno sì che il fascino dell’ambiente frizzante della Ville Lumière  sia per lui irresistibile.
A Parigi conosce la modella e amante Berthe, ritratta splendidamente in Berthe che legge una dedica su un ventaglio (1878), con la quale avvia una lunga storia d’amore durata più di dieci anni ed inizia una proficua collaborazione con il mercante e gallerista Goupil, il più importante ed internazionale dell’epoca. Superato il periodo della pittura alla maniera settecentesca sostenuta dalle richieste del mercato, come si nota in numerose opere tra le quali il Marchesino a Versailles (1876) e la Signora con ombrellino (o parasole) (1876), lo stile che l’artista esprime nel pieno fulgore dell’esperienza parigina dopo il 1880 non è per nulla artificiale o peggio, superficiale, ma del tutto naturale e contemporaneo. Boldini, infatti, non imita il reale e meno ancora lo riproduce, ma aggiunge vita alla vita. È un pittore classico, nel senso che la sua pennellata veloce o sciabolata  è una rappresentazione della verità e della natura che rifugge l’artificio, ma trova il modo di fermare l’istante. Non è certamente un pittore manierista o accademico, perché il tratto dell’innovazione è deciso, non c’è traccia di imitazione.
La sua spiccata libertà di spirito gli permette, infatti, pur vivendo a Parigi, di riuscire a stare al di fuori delle seduzioni impressioniste così come, durante il periodo toscano, riesce a non farsi mai coinvolgere pienamente dalla logica espressiva dei macchiaioli.
Il periodo della giovinezza parigina di Boldini è caratterizzato anche dall’incontro con un’altra donna, la Contessa Gabrielle de Rasty, che rappresenta per lui l’opportunità d’inserimento nell’ambiente aristocratico parigino. Moglie del Conte Constantin de Rasty, Gabrielle conosce Boldini nel 1874 e intreccia con lui un’intensa relazione sentimentale destinata a durare per anni, testimoniata dalle opere La contessa de Rasty coricata e La contessa de Rasty a letto, entrambe del 1880.

3 - Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea
Giovanni Boldini
coglie la dinamica della rappresentazione istantanea, della scintilla di vita irripetibile e fugace, ma a differenza dello stile en plein air  degli impressionisti predilige l’interno dello studio e la ricerca della mobilità della bellezza letta nella dinamica della città. A partire dagli anni ottanta dell’Ottocento si comprende che una potente rivoluzione è imminente, e che un ruolo chiave potrà essere giocato da chi deciderà di farlo, dalla nuova classe che avrà coraggio, ambizione e voglia di fare. Comincia a farsi strada l’idea che il futuro non sia più una conseguenza dinastica, ma appartenga a chi è in grado di costruirlo. Produzione e consumo diventano gli architravi di un benessere raggiungibile e non più alla portata esclusiva di una ristretta élite , ma di chiunque voglia accettare la sfida del lavoro. Boldini è affascinato dai riti urbani alimentati dalla forza della storia che sta costruendo il mito del progresso e della scienza. Con il quadro Corse a Longchamp (1890) sembra anticipare il Futurismo, e allo stesso tempo coglie alla perfezione il motivo del vero, perché la sua pittura è basata su una velocità d’esecuzione più caratterizzata rispetto a quella degli impressionisti, in quanto giocata soprattutto sulla figura umana, sulla donna che viene sottratta alla quotidianità alla quale era stata destinata dal realismo per essere trasfigurata in una condizione regale, di divinità terrena basata sulla bellezza, come nel bellissimo pastello Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889). Crescono e si sviluppano il progresso economico, la socialità che diventa valore, il teatro, i salotti letterari, la necessità di incontrarsi per condividere un approccio mondano, che significa anche tessere rapporti, stringere alleanze, esibire uno stile di vita agiato da parte di una classe non più emergente, ma già affermata.

4 - Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile
Il XX secolo si apre per Boldini all’insegna del successo internazionale, già sancito dalla mostra tenuta a New York nel 1897 che lo vede all’apice dell’apprezzamento per la sua abilità di ritrattista. Le donne di Boldini, ritratte in tutto il loro splendore di vita mondana e abbigliate con eleganza secondo la moda dell’epoca, sono sorridenti e palpitanti di vita. Il lusso che traspare dalle loro mises  ben si coniuga con le feste sfarzose, con il divertimento salottiero e con un’idea di leggerezza e spensieratezza, consolidando l’immaginario e la visione di un’epoca gioiosa. Nella stagione  della Belle Époque l’arte celebra il mito della femme fatale, della donna di charme, che nutrirà a lungo l’immaginario artistico fino a incidere profondamente anche nelle avanguardie novecentesche. Negli innumerevoli ritratti delle “divine”, tra le tante il Ritratto di Josefina Alverar de Errázuriz (1892), che animano il bel mondo della Ville Lumière, Boldini riesce a sublimare l’essenza dell’eterno femminino, alimentato da schiere di splendide donne desiderose di essere trasfigurate dalla magia magnetica dell’italiano di Parigi. C’è sempre qualcosa di conturbante nella donna di Boldini, e sembra che anche le modelle più algide e aristocratiche abbiano in realtà l’inconfessabile desiderio che la pittura sveli o lasci almeno intravedere la parte più intima della loro personalità, la zona d’ombra legata alle passioni più vere e laceranti. L’artista gioca sulle corde della sensibilità femminile, ma non si limita alla riproduzione della bellezza, indugiando piuttosto sulla consapevolezza di un ruolo, dove la femminilità possa essere esibita con una maggiore libertà espressiva. Il fascino della sensualità è esaltato anche dall’abbigliamento, e la donna, che si libera dai corsetti ingabbianti degli anni precedenti, privilegia gli abiti che ne possano valorizzare la figura e svelarne generosamente le grazie. È il caso dello straordinario ritratto Mademoiselle De Nemidoff (1908); esposto al Salon, rivela la personalità forte e volitiva della famosa cantante dell’Opéra di Parigi, delineata con la consueta capacità d’introspezione psicologica che rende i ritratti di Boldini assolutamente unici. Fasciata nel lungo abito nero che lascia scoperte le spalle bianche, Mademoiselle De Nemidoff è elegantissima e sinuosa, in una posa dinamica che pare anticipare un movimento serpentino. I nuovi abiti celebrano la rinnovata snellezza dei corpi e risultano adeguati alle molteplici attività e libertà che, in rottura rispetto al passato, non sono più precluse alle donne. In questo delicato e controverso passaggio dell’emancipazione femminile, la moda acquisisce le sembianze di uno specchio della società: uno specchio ricco di seduzioni per l’arte. Tuttavia, queste immagini di joie de vivre sembrano decontestualizzarsi dal periodo a cui sono riferite, già agli albori della guerra mondiale, e sembrano suggerire quanto la vita legata al “bel mondo” sia di fatto distante dagli accadimenti tragici che stanno per sconvolgere l’umanità, collocandole in un’atmosfera forse privilegiata, che rimane tuttavia ai margini della storia, suggerendo il segno d’incubazione di un’imminente decadenza non ancora percepita.

Le lettere inedite
Un importante capitolo del catalogo edito da Skira è dedicato alla pubblicazione di una quarantina di lettere inedite di Boldini, portate alla luce da Loredana Angiolino e Tiziano Panconi, curatore e presidente del Comitato scientifico, di cui fanno parte la stessa Angiolino, Beatrice Avanzi (curatrice del Museo d’Orsay), Sergio Gaddi, Leonardo Ghiglia e Marina Mattei (curatrice dei Musei Capitolini). Si tratta, nella quasi totalità, di un rilevante numero di lettere che Boldini, in veste di Presidente della commissione d’arte per la sezione italiana alla Esposizione Universale di Parigi del 1889, invia a Telemaco Signorini a Firenze. Questi, dietro richiesta di Boldini, svolge il delicato compito di scegliere e mandare a Parigi le opere degli artisti toscani partecipanti alla manifestazione. Sono scaglionate nel tempo, per un periodo che va dal febbraio all’aprile del 1889 e riguardano la preparazione dell’esposizione che si apre il 6 maggio 1889. In esse si ravvisa l’impegno costante dei due amici che collaborano per la riuscita dell’evento: la scelta delle opere, le pratiche legate al loro trasferimento dall’Italia in Francia, la sistemazione nelle sale e il superamento dei tanti problemi che sorgono nel corso del tempo. Le lettere contengono anche diversi aspetti privati o professionali come i commenti sui colleghi, le diatribe in ambito artistico e sono venate, specialmente quelle di Boldini, d’ironia e sagacia. Nel catalogo sono riprodotti 4 schizzi inediti di Boldini, realizzati in diverse occasioni tra il 1906 e il 1921.

Ambientazione liberty
La mostra è arricchita con oggetti e mobili in stile Liberty che daranno la suggestione delle affascinanti case del primo novecento, gentilmente prestate dalla Fondazione Arte Nova, con arredi di artisti come Gallé o Majorelle, e oggetti “à la mode”, dell’École de Nancy o dell’area austro-tedesca, dove l’Art Nouveau si declina in Jugendstil. Oggetti e arredi diventano il simbolo concreto della nuova interpretazione dell’eleganza femminile. La libertà e l’emancipazione si trova negli spettacoli, nella rappresentazione dei moderni “interior designers”, sulle riviste e per finire nella musica: questi sono gli anni in cui, chi può, trascorre il giorno in preparazione della serata, nei saloni o nei teatri, la musica è fondamentale, come arte e cibo. Il compositore più in voga nei salotti mondani parigini era senz’altro Reynaldo Hahn, definito “le roi des salons”. La sua musica affascinante, al pari di grandi maestri come Fauré, Massenet, Debussy, Dubois o Vierne, è spesso arricchita da copertine illustrate con motivi floreali: iris, ninfee, papaveri, glicini, cardi e foglie di castagno crescono sui vasi, nei mobili, e anche con la musica.

 

In parallelo, il visitatore potrà rivivere la magica atmosfera del tramonto della Belle Époque, attraverso i brani di film muti degli anni ’10, proiettati in mostra grazie al generoso prestito del Museo Nazionale del Cinema e dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa-Centro Sperimentale di Cinematografia. Sono film in cui le grandi star dominano la scena, a volte sfoggiando toilettes vertiginose da inquiete maliarde, che ne fanno sculture animate in un paesaggio tra Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano e Annie Vivanti; a volte indossando abitini dimessi che conferiscono ai ruoli popolareschi di Francesca Bertini un'intensità alla Anna Magnani, che fanno pendent col naturalismo d'appendice di Carolina Invernizio. Una galleria di ritratti fotografici delle Divine che dialogano con i quadri di Boldini, sintetizzato, come in un “trailer” che suggerisse l'atmosfera del racconto, un montaggio di sequenze tratte da tre capolavori degli anni Dieci: Ma l'amor mio non muore di Mario Caserini (1913) con Lyda Borelli e Mario Bonnard; La signora dalle camelie di Gustavo Serena (1915) con Francesca Bertini e G. Serena, Tigre reale di Giovanni Pastrone (1916), con Pina Menichelli, Alberto Nepoti e Febo Mari.


Giovanni Boldini
Sale delle Arti

Reggia di Venaria
Dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018
A cura di: Tiziano Panconi e Sergio Gaddi
Patrocinio: Città di Torino
Prodotta e organizzata con Arthemisia
Sponsor: Generali Italia
Hotel Partner: AtaHotels
Media Coverage: Sky Arte HD
Progetto allestimento: Giovanni Tironi
Allestimento:T agi2000
Grafica in mostra e immagine coordinata: Angela Scatigna
Progetto illuminotecnico: Studio Quintiliani Murano
Catalogo: Giovanni Boldini Genio e pittura, a cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi; Skira / Arthemisia, 22 x 28 cm, 288 pagine, 238 colori e b/n, cartonato, ISBN 978-88-572-3698-8, € 39,00
Audioguide: Antenna International
Offerta didattica a cura di: Coopculture
Biglietti: intero € 14; ridotto € 12, maggiori di 65 anni e quanti previsti da Gratuiti e Ridotti) giornalisti con regolare tessera dell'Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti); dipendenti, agenti e subagenti Generali muniti di badge, clienti Generali muniti di Dem nominale accompagnata da documento di identità, per ulteriori riduzioni consultare il sito www.lavenaria.it.; Ridotto gruppi € 12,00 gruppi di min. 12 persone; Ridotto ragazzi dai 6 ai 20 anni - Universitari under 26 € 8,00; Ridotto Scuole € 4,00
Le biglietterie chiudono 1 ora prima.
Orari: Fino al 27 agosto 2017: Lunedì: giorno di chiusura · martedì, mercoledì e giovedì: dalle ore 10 alle ore 17 . venerdì e sabato: dalle ore 10 alle ore 19.00 · domenica e festivi: dalle ore 10 alle 19.30 . aperture serali Sere d’estate + tutte le mostre in corso: venerdì e sabato dalle ore 19.00 alle 23.30
Dal 29 agosto all’8 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura · da martedì a venerdì: dalle ore 10 alle ore 18 · sabato, domenica e festivi: dalle ore 10 alle ore 19.30
Dal 10 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura . da martedì a venerdì: dalle ore 9 alle ore 17 . sabati, domenica e festivi: dalle ore 9 alle ore 19.30
Audioguide:  € 5,00

Visite guidate: (prenotazione obbligatoria, gruppi max 25 persone, microfonaggio obbligatorio per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 80,00; Scuole € 60,00 (scuole primarie e secondarie di I e II grado)
Visita guidata + attività: € 90,00 (scuole primarie)

Microfonaggio obbligatorio: (per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 30,00; Scuole € 15,00
Informazioni e prenotazioni: Tel. +39 011 4992333 - www.lavenaria.it
Informazioni e prenotazioni scuole: Tel. +39 011 4992355
Centro studi catalogazione e archiviazione opere di Giovannni Boldini e dei Macchiaioli:www.museoboldinimacchiaioli.com
Generali Italia: Emanuela Vecchiet, Responsabile Corporate Identity & Media Relations - T. +39 040 671577 - M. +39 3315785946 - emanuela.vecchiet@generali.com; Renato Agalliu, Media Relations - Ufficio Stampa - M. +39 3281480555 - T. 026296422 - renato.agalliu@generali.com - www.generali.it

Fondazione Arte Nova: Tel. / Fax +39 0125 711298 - http://www.fondazioneartenova.org
Uffici Stampa: ARTHEMISIA - Adele Della Sala - ads@arthemisia.it - M. +39 345 7503572 - Tel. +39 06 69380306 (int. 288); Anastasia Marsella - am@arthemisia.it - M. +39 370 3145551 - Tel. +39 06 69380306 (int. 131); Salvatore Macaluso - sam@arthemisia.it - M. +39 392 4325883 - Tel. +39 06 69380306 (int. 332); Barbara Notaro Dietrich - b.notarodietrich@gmail.com - M. +39 348 7946585
LA VENARIA REALE: press@lavenariareale.it - Tel. +39 011 4992300 Andrea Scaringella (Responsabile); Matteo Fagiano; Cristina Negus
SKIRA. lucia@luciacrespi.it - T. +39 02 89415532

Reggia di Venaria
10078 Venaria Reale 
Torino

 

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Stefano Pacini: Noi sogniamo il mondo, Casa Museo Spazio Tadini, Milano

Il volume Noi sogniamo il mondo di Stefano Pacini è stato presentato a cura di Stefano Malvicini presso la Casa Museo Spazio Tadini in via Jommelli, 24, Milano.


Stefano Erasmo Pacini 
“Noi sogniamo il mondo”
Edizioni
: Effigi 

Pagine: 180
Formato: 22×22
Brossura
ISBN 978-88-6433-671-8
Prezzo: €. 18,00


Potranno tagliare tutti i fiori
ma non riusciranno a fermare la Primavera

Pablo Neruda


La fotografia, e, di conseguenza, anche il mestiere di fotografo, sono una scelta di vita, che ci porta a girare il mondo alla ricerca di nuovi stimoli, nuove umanità, nuovi fenomeni socio-politici e nuovi spazi. Questo è stato il percorso del fotografo toscano Stefano Pacini (Massa Marittima, 1956), alla ricerca di tutti quegli elementi umani che compongono il pianeta e lo rendono terreno di esplorazione privilegiata per chi è alla ricerca di immagini realistiche, ma di forte carica simbolica. Un percorso iniziato da piccolo, quando cominciò a fotografare nel podere di famiglia con una vecchia Ferrania, ma poi proseguito con pezzi di storia come Nikon.


Così è nato Noi sogniamo il mondo, volume edito da Effigi nel 2016, con cui Stefano ha voluto raccogliere quella che, in fondo, è la sua vita: la fotografia, dalle immagini di famiglia, alle lotte dei Movimenti politici, dagli anni ’70 in Maremma alle grandi manifestazioni contro il G8 a Genova nel 2001, ma, soprattutto, ai suoi viaggi, autentici reportage in “mondi sommersi tutti da scoprire”, per citare il testo di un noto pezzo dei Litfiba. Il viaggio è un’esperienza di vita, per il fotografo, è quasi un romanzo di formazione, che lo induce a conoscere da vicino le realtà esplorate. Su questo aspetto, le immagini di Stefano si avvicinano non solo a quelle di Tano D’Amico, ma anche a quelle di un grande maestro come Francesco Cito: si tratta di immagini realistiche, senza modifiche, filtri e quant’altro di moda al giorno d’oggi, tra Photoshop e programmi vari di grafica, che raccontano come va il mondo, ma che sanno trasmettere la gioia di vivere e l’energia magmatica della rinascita. I bambini che animano Volare, scattata a Cuba nel 1995, sono proprio il simbolo del primo elemento, così come i cortei spontanei a Lisbona nel 1975, durante la Rivoluzione dei Garofani, o, nella loro crudezza, i palazzi bombardati di Mostar rappresentano il secondo. La fotografia di Stefano è Arte, ma mai fine a se stessa: in fondo, è un flusso creativo spontaneo, che vuole raccontare il mondo com’è, tassello per tassello, a formare un mosaico che, altro non è se non l’umanità intera. La fotografia di Stefano è anche denuncia di oppressione, come quella delle condizioni in cui versava il Portogallo nel 1975, dopo la caduta del regime fascista di Salazar, ma anche delle condizioni di vita dei rom in Italia (emblematica è l’immagine del muro a Reggio Calabria nel 1994), con uno stile che rasenta l’etnografia, come prova l’interesse per i matrimoni “tzigani” o anche, nella sua amata Siena, la folla radunata in Piazza del Campo per il Palio. Notevole, in questo senso, è anche l’interesse che Stefano ha sempre dimostrato per il Sud Italia, raccontato attraverso immagini descrittive dell’enclave occitana e valdese di Guardia Piemontese, ma anche attraverso l’umanità di Napoli che simboleggia la voglia dell’intero Sud di riscattarsi. L’impegno politico di Stefano influenza sicuramente il suo stile fotografico, ma senza trasformarlo in un elemento “politicizzato”: da questo punto di vista, l’autore utilizza un metodo d’indagine simile a quello pittorico di Renato Guttuso, raffigurando manifestazioni, fiumane umane come quella del Funerale di Berlinguer del 1984, con l’occhio (e l’obiettivo) tipico del fotoreporter: sono nate così immagini come quelle degli scioperi a Piombino, con banda musicale al seguito, oppure quelle del Gay Pride di Grosseto, della marcia per la pace Perugia-Assisi o del corteo anti-G8 a Genova prima che la situazione degenerasse. E, in fondo, c’è spazio anche per lo Stefano “intimo”, rappresentato soprattutto dalla bellissima Fratelli del 1994, in cui sono raffigurati i suoi due figli Emiliano e Raffaello bambini, ma anche dall’istantanea del Primo Maggio 1989 in Alta Maremma, così come per lo Stefano ironico, che sa anche farci ridere con Fiera bestiame del 2012, o farci sognare una bella partita a biliardo, con Circolo ARCI Scarlino del 2002.

Tutti questi tasselli compongono il mosaico della vita e della fotografia di Stefano e, da ciò, nasce il titolo del libro: un mondo nuovo, senza guerre né armi, in cui l’umanità sia sempre libera di esprimere se stessa e tutte le sue idee e le sue manifestazioni sociali, etnografiche e politiche, senza oppressioni e senza barriere. Per questo… noi sogniamo il mondo!


Non si sogna mai abbastanza. Non si sogna insieme abbastanza. Quella che scambiamo per maturità nostra e del mondo che ci circonda, somiglia sempre più a un campo di macerie. Non è questione di nostalgie adolescenziali. È una realtà che sta prendendo sempre più i connotati di un incubo, lontana anni luce sia dall’ottimismo utopistico di fine anni ’60, sia dal pragmatismo modernista che suggeriva la fine della Storia dopo la caduta del Muro di Berlino. Abbiamo smarrito del tutto, paradossalmente, in questa epoca digitale che della velocità, della comunicazione e dell’immagine fa idoli di massa, ogni radice di noi stessi, della nostra storia, dei nostri sogni. Affoghiamo in un mare di immagini inutili, onanistiche, replicanti di una vita subita e non vissuta. Immagini senza futuro, destinate ad evaporare come acqua nel deserto digitale per la effimera esistenza di pc, hard disk e altri apparati impalpabili. I figli del vento si piegavano sotto le bufere come gli alberi, adesso tutto vola via nel limbo di un polverone infinito, lasciando alle nostre spalle il futuro.
Noi sogniamo il mondo” non è solo un libro fotografico di reportage che abbraccia luoghi e genti, è un sogno lungo quarant’anni, un viaggio verso Itaca che non finisce più, un diario fotografico, una serie di domande senza tempo sul senso della vita, sulla memoria, di una generazione che declinava il noi partecipativo, dai giochi di strada all’esplorazione del mondo, al sogno di una vita diversa illuminata di sorrisi, nutrita di utopia.
Ha richiesto una vita intera, spesa camminando per le strade con unica bussola la libertà, sempre andando e fotografando, sempre domandando, domande che non si esauriscono mai, che rimarranno ad interrogare chi verrà dopo di noi, e proverà ancora emozioni e sarà stimolato a riflessioni e chissà, persino nuovi sogni.
Certe fotografie oramai hanno una vita propria, e non smetteranno mai di vivere. Fotografando il mondo se ne diventa parte, e mettendo in circolo queste foto si condivide la sua sterminata umanità, unico antidoto contro la paura, l’odio, la guerra. È un progetto che non ha sponsor o padrini, si regge solamente sull’empatia e la solidarietà di quanti mi hanno sostenuto con i loro sorrisi in questi anni, e sui vostri, nei giorni a venire.
Come ha scritto Alessandro Pagni in “epopea contadina di amore e anarchia”… “Questo libro, che racchiude gli scatti più significativi della produzione del reporter maremmano,che redige pure da anni una rivista on line, Maremma Libertaria, è un taccuino di appunti, un diario appassionato di come era il mondo “prima”. E quel “prima”, non deve necessariamente leggersi con una qualche connotazione nostalgica o un retorico e inutile “prima si stava meglio”; il “prima” a cui alludo è il senso del momento, dell’attimo irripetibile, è l’arco di tempo in cui non cerco di interpretare gli eventi ma lascio che mi entrino dentro e mi modellino, perché ne faccio parte: cimeli da conservare e guardare più tardi, nella solitudine dei nostri pensieri. Oggi, inevitabilmente, quel taccuino che ha visto il mondo, fatto di un ventaglio invidiabile di occasioni possibili, assume l’aspetto di un’antologia di lezioni imparate, punti su una mappa che tracciano il vertiginoso, struggente, racconto di una vita.
Mentre Alberto Prunetti ha aggiunto: “Stefano ha raccolto alcuni dei suoi scatti migliori, realizzati tra gli anni Settanta e i nostri giorni. Stefano fa con le fotografie quello che i poeti in ottava rima fanno con le parole: conserva la memoria, crea un archivio pubblico di un mondo che purtroppo sta scomparendo. Un mondo di un’umanità che sapeva ancora sognare l’utopia. Dai ventenni fricchettoni degli anni settanta ai contadini della maremma mineraria, quanti si sono trovati di fronte un ciclopico fotografo barbuto, armato di un unico occhio fotografico, che si ergeva di fronte a loro con la grazia di un fattore che viene a controllare la vendemmia? Era Stefano che, reflex in spalla e pennato in cinghia, prelevava con l’obiettivo una marza di realtà per innestarla nel suo archivio personale. Dopo tanti anni di riposo all’ombra, la linfa fotografica torna a scorrere e l’archivio germoglia in questo meraviglioso libro di istantanee. Alcuni si riconosceranno in quelle fotografie, altri si sogneranno in quelle stampe di un bianco e nero esemplare. Col dubbio che quel mondo che non conosciamo, che desideriamo come l’isola che non c’è, non sia altro che il sogno sognato da un fotografo-contadino-demiurgo, reflex in spalla e pennato in cinghia, che costruisce l’utopia fotogramma dopo fotogramma."


Casa Museo Spazio Tadini
via Jommelli, 24
Milano
Orari
: Apertura: mercoledì, giovedì-venerdì e sabato 15,30-20.30, domenica 15-18,30
Telefono: 0039-0226110481
ms@spaziotadini.it

 
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CagliariPaesaggio, Teatro Comunale di Castello e sedi varie, un mese di eventi, concerti, mostre e performance, meeting, Cagliari

Alla conferenza stampa, MILANO, Museo del 900, 29/06/2017, hanno partecipato:
Paolo Frau, Assessore alla Cultura e al Verde pubblico del Comune di Cagliari; João Nunes, Docente universitario, Architetto di Paesaggio; Antonello Sanna, Direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università di Cagliari; Nicola Di Battista, Architetto, Direttore di Domus.







Prende il via a luglio CagliariPaesaggio.

Cagliari protagonista e suggestivo palcoscenico di una piattaforma di riflessione sul tema nodale del paesaggio e sul rapporto tra uomo e natura: un mese di eventi, concerti, mostre e performance e 4 giorni di meeting - dal 27 al 30 luglio - con teorici e architetti del paesaggio di rilievo internazionale.
Tra gli ospiti: João Nunes, Michael Jakob, Barbara Aronson, Els Verbakel, Günther Vogt, Henri Bava, Christophe Girot, Franco Farinelli, Peter Latz, Pedro Campos Costa, João Gomes da Silva, Atelier F/C Arquitectura Paisagista, Baldios Arquitectos Paisagista, Studio Raumlabor e tanti altri.
Momenti dedicati a “Cinema e Paesaggio”, con Gianfranco Cabiddu, Salvatore Mereu, Giovanni Columbu e Enrico Pau, e alla “Fotografia e Paesaggio” con Salvatore Ligios, Giovanni Chiaramonte e Paola De Pietri.
I profondi cambiamenti socio-economici e i processi di globalizzazione in atto nella società odierna stanno determinando trasformazioni non solo nell’organizzazione territoriale e nella localizzazione delle attività, ma nello stesso legame tra società e risorse ambientali, persone e luoghi di vita e, dunque, tra uomo e ambiente. Di qui la necessità di ripensare i Paesaggi e il nostro modo di viverli, interpretarli, progettarli e comunicarli.
Lanciare nuovi sguardi, introdurre nuovi strumenti concettuali e un diverso linguaggio, innovare le pratiche di intervento sul territorio sono ormai necessità impellenti, così come è una priorità dell’architettura - e di tutta la società occidentale, dopo anni di disattenzioni e devastazioni - ripensare il rapporto tra uomo e natura, avviare una diversa dialettica tra i processi antropici e quelli naturali.

Cagliari, città dal profilo urbano e ambientale complesso e ricchissimo, mette al centro dei suoi interessi e di una più ampia riflessione proprio i Paesaggi - umani, naturali, urbani, paesaggi culturali e dell’anima - proponendo a luglio 2017 la prima edizione di CagliariPaesaggio: un mese di eventi diffusi in tutta la città che culminerà, dal 27 al 30 luglio, in quattro giorni di meeting con teorici e architetti del paesaggio di ambito internazionale, amministratori pubbliciI e intellettuali, che a qui si confronteranno sui diversi aspetti del tema.
Una piattaforma di dialogo che nella prima edizione vede tra i suoi ospiti principali - oltre al famoso architetto e paesaggista portoghese João Nunes, “padre spirituale” della manifestazione, che a Cagliari ha firmato il progetto del Parco urbano di Sant’Elia - anche Michael Jakob, Barbara Aronson, Günther Vogt, Els Verbakel, Henri Bava, Christophe Girot, Franco Farinelli, Peter Latz, Pedro Campos Costa, João Gomes da Silva, Atelier F/C Arquitectura Paisagista, Baldios Arquitectos Paisagista, Studio Raumlabor.

 

Paolo Frau, assessore alla cultura e al verde pubblico del capoluogo sardo: “Cagliari ha le caratteristiche necessarie per candidarsi a diventare, nei prossimi anni, uno dei luoghi nodali del dibattito sul paesaggio: una città la cui complessità offre innumerevoli occasioni di indagine e riflessione sul rapporto tra uomo e natura. È innanzitutto una città molto antica, che porta evidenti le tracce dei millenni che l’hanno attraversata lasciando il segno di continue sovrapposizioni e trasformazioni, ed è posta al centro di un sistema ambientale di straordinaria complessità. Infine, per la sua posizione geografica, si pone potenzialmente come osservatorio privilegiato delle trasformazioni che in questo ambito si stanno realizzando nell’area del Mediterraneo e nel mondo”.

Richiama il volo dei fenicotteri il logo della manifestazione promossa dal Comune di Cagliari e dall’Università degli Studi di Cagliari-DICAAR, con la Fondazione di Sardegna: quei fenicotteri che hanno colonizzato con oltre 20.000 esemplari le zone umide di Cagliari nonostante l’intervento dell’uomo le avesse potentemente trasformate, realizzando saline e vasche salanti.
Un miracolo, in un’area fortemente urbanizzata, divenuto uno dei simboli della città, ma anche del dialogo tra paesaggio naturale e paesaggio antropico.
Proprio questo dialogo, necessario ma non scontato, sarà il tema centrale della giornata d’apertura del meeting, il 27 luglio al Teatro Civico di Castello, con una conversazione sul paesaggio tra João Nunes, l’architetto e paesaggista svizzero Günther Vogt e Michael Jakob. Professore di Storia e Teoria del Paesaggio al Politecnico di Losanna (EPFL) e presso la Scuola di Ingegneria di Ginevra-Lullier (HEPIA), Professore Ordinario di Lettere Comparate all’Università di Grenoble nonché visiting professor presso la BIARCH di Barcellona - e con una successiva riflessione sulla “costruzione” della natura, che vedrà anche il coinvolgimento del geografo Franco Farinelli.
Seguiranno, nei giorni successivi, tavole rotonde e dialoghi su differenti fronti: da II progetto del Paesaggiocon riflessioni su Gerusalemme, Cagliari e Taranto; a Paesaggio e Cittàche metterà Milano al centro della discussione; da Politica e progetto urbanocon interventi di Marco Romano, Nicola di Battista, Antonio Longo e João Nunes, a Paesaggio e produzionein cui si spazierà dal paesaggio rurale della Sardegna a quello agricolo dell’Alentejo fino ai paesaggi minerari.
Lectiones magistralis nel corso della manifestazione saranno tenute dallo stesso Michael Jakob, da Henry Bava - botanico e architetto del paesaggio della scuola nazionale di architettura del paesaggio di Versailles - e da Peter Latz, pluripremiato paesaggista, professore di Architettura del Paesaggio all’Università Tecnica di Monaco di Baviera, già docente presso l’Università della Pennsylvania a Philadelphia e alla Harvard Graduate School of Design.
Centro motore della manifestazione - che avrà ogni anno un Paese ospite, la Svizzera in questa edizione - è il Teatro Civico di Castello, dove si terranno incontri e dibattiti, ma le diverse articolazioni del programma di CagliariPaesaggio si svilupperanno su un asse che connetterà anche l’Antico Palazzo di Città, il Dipartimento di Architettura dell’Università, il Bastione Santa Croce, il Bastione di Saint Remy e il Giardino sotto le Mura, allargandosi al Poetto, al quartiere di Sant’Elia e a tanti altri luoghi riconnessi e ricuciti al cuore di Cagliari.

GLI EVENTI IN CITTÀ
Lungo tutto il mese di luglio CagliariPaesaggio sarà infatti arricchito da eventi, mostre, allestimenti, performance che vedranno gli esponenti del mondo culturale e dello spettacolo misurarsi con scenari naturali e urbani della città, confermando riconosciute valenze paesaggistiche o indicando nuove potenzialità di ambiti oggi trascurati. Dal teatro di prosa all’interno dei parchi, al teatro di figura nei giardini, gli incontri filosofici sul paesaggio dedicati a grandi e bambini, la musica delle launeddas nello scenario industriale della Manifattura Tabacchi, le performance in spiaggia e i concerti nelle piazze. E ancora, le passeggiate al tramonto negli spettacolari scenari del Parco di Molentargius e in quello di Tuvixeddu o le passeggiate letterarie lungo diversi percorsi della città.
Tra gli appuntamenti, da a segnalare in particolare - il 6 luglio alle ore 21 - il Concerto dell’Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari, che si apre alla città, proponendo nella scenografica ambientazione del Bastione di Saint Remy arie popolari di Verdi, Donizetti, Puccini e Rossini. Direttore Gérard Korsten e solisti Tiziana Caruso e Lavinia Bini (Soprani), Agostina Smimmero (Contralto), Angelo Villari (Tenore) e Devid Cecconi (Baritono).
Di Cinemae di Fotografiain rapporto con il Paesaggio si parlerà invece rispettivamente il 24 e il 25 sera, sempre al Teatro Comunale di Castello alle ore 19.00.
A confrontarsi in un colloquio pubblico sul diverso rapporto tra opere filmiche e paesaggio saranno il regista Gianfranco Cabiddu - che ha ambientato sull’Isola dell’Asinara la sua ultima fatica “La stoffa dei sogni” - Salvatore Mereu, Giovanni Columbu e Enrico Pau che, con “L’accabadora” (2016) uscito nelle sale nell’aprile di quest’anno e con una Cagliari del ‘43 sotto i bombardamenti, ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui la menzione speciale ai Nastri d’Argento (premi del sindacato nazionale giornalisti cinematografici) per il cinema indipendente e di qualità.
Salvatore Ligios, Giovanni Chiaramonte e Paola De Pietri saranno invece protagonisti, la sera successiva, dell’incontro sul rapporto tra arte fotografica e paesaggio.
Non mancheranno neppure le mostre a proporre chiavi di lettura del paesaggio di sapore diverso: saranno una decina, ospitate in luoghi istituzionali come Palazzo di Città e l’EXMA, ma anche in siti e location inusuali come i negozi del centro storico di Cagliari. Tra le riflessioni di ambito architettonico spicca la mostra L’architettura del paesaggio in Svizzera” - The Swiss Touch in Landscape Architecture, mostra che sta girando l’Europa dedicata al Paese ospite della manifestazione, e che documenta le realizzazioni esemplari di paesaggisti e architetti elvetici. Curata da Michael Jakob per la Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia, la mostra verrà inaugurata alla presenza dell’ambasciatore svizzero in Italia.
I paesaggi urbani e rurali della Sardegna tra gli anni i ‘50 e ‘60 del Novecento sono invece protagonisti di un’esposizione di grande fascino - Paesaggio e identità. Storie di luoghi, di donne e di uomini. I grandi fotografi della Magnum in Sardegnache s’inaugura il 21 luglio a Palazzo di Città, promossa dai Musei Civici di Cagliari.
La Magnum Photos, la più nota agenzia fotografica al mondo, presenta, per la prima volta, in un’unica esposizione, gli scatti realizzati in Sardegna dai suoi reporter più famosi fra il secondo dopoguerra e gli anni sessanta del Novecento. Le fotografie di Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Werner Bischof, Leonard Freed, Ferdinando Scianna - sessantotto immagini in tutto - immortalano l’Isola nel momento del delicato passaggio da una cultura tradizionale alla cosiddetta “modernità” e fanno da controcanto, nel percorso museale recentemente rinnovato nella sede civica di Castello, alle visioni identitarie del territorio restituite dagli artisti del Novecento della Collezione Sarda (Foiso Fois, Hoder Claro Grassi, Aligi Sassu, Ubaldo Badas, Giuseppe Biasi, Pietro Antonio Manca, Stanis Dessy, Melkiorre Melis, Costantino Nivola e Pinuccio Sciola): percorso che ha il suo punto di arrivo, o di partenza, nell’opera di Maria Lai Come Daphne (1999), per la prima volta esposta al pubblico nell’atrio del museo, così da essere liberamente fruibile a tutti.
Immagine identitaria, paesaggio dell’anima anche in un’altra mostra fotografica:Sale, Sudore, Sanguedi Francesco Zizola, antropologo e fotoreporter italiano vincitore del World Press Photo of the Year nel 1996 e secondo nella sezione “Contemporary issue” del WPP del 2016 ,che si terrà dal 18 luglio presso l’EXMA, Centro Sperimentale per le Arti e le Culture Contemporanee di Cagliari dove saranno esposti i lavori dell’artista sardo che raccontano l’antico metodo di pesca del tonno rosso, la cui origine risale alla dominazione araba.
Altro è il paesaggio che emerge infine dalle viscere della terra, che si nasconde sotto i nostri piedi, che sfugge al visibile. Cagliari sottodi Marco Mattana mostra attraverso 100 foto – dall’8 luglio al SEARCH di Cagliari - le cavità più significative raccontando il mutare della città sotterranea in quasi 3000 anni.
Sottolinea l’assessore Paolo FrauUno sforzo congiunto di tutta Cagliari. Siamo orgogliosi  che già in occasione di questa prima edizione diversi tra i più prestigiosi architetti del paesaggio e teorici della materia abbiano accettato il nostro invito. È per noi solo una base di partenza perché è nostra intenzione lavorare alacremente affinché questo evento cresca e si rafforzi nel tempo diventando un punto fermo nell’agenda di chiunque sia interessato a questi temi”.


Programmi e informazioni su: www.cagliaripaesaggio.com - instagram: cagliaripaesaggio - facebook: www.facebook.it/cagliaripaesaggio

Uffici stampa: Villaggio Globale International - Antonella Lacchin - Tel. +39 041 5904893 - M. +39 335 7185874 - lacchin@villaggio-globale.it
Comune di Cagliari - Valentina Lo Bianco - M. +39 339 3275217 - valentina.lobianco@ - www.comune.cagliari.it

CagliariPaesaggio, luglio 2017
Teatro Comunale di Castello e sedi varie
Cagliari

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Carlo Ramous: Scultura, Architettura, Città, Triennale di Milano

"Con l'acciaio è possibile fare più o meno tutto, avendo anche il grosso vantaggio che, a differenza ad esempio della terracotta, del legno e dello stesso marmo, l'acciaio inossidabile rimane per sempre qual è. Quindi il pensare, mentre lavori, che stai facendo una cosa che resterà così com'è anche tra cinquecento anni, in un certo senso è di stimolo e direi, di conforto anche dal punto di vista psicologico."
Carlo Ramous


La Triennale di Milano ospita dal 12 luglio al 17 settembre la prima grande retrospettiva dedicata a Carlo Ramous (Milano, 2 giugno 1926 – 16 novembre 2003), protagonista dimenticato della scultura italiana del secondo Novecento che ha attraversato in pieno le fasi cruciali dell’arte moderna approdando, all’inizio degli anni Settanta, alla dimensione dell’opera d’arte ambientale.
Una mostra bellissima che riporta in luce un grande artista. Una mostra allestita in modo impeccabile da Luca Pietro Nicoletti e Fulvio Irace ci restituisce la creatività di un grande scultore che con i suoi interventi scultorei ha reso la forma danzante delle linee che senza basamento si intrecciano con lo spazio. Le fotografie bellissime di Enrico Cattaneo  fanno da cornice sostanziale a sculture e bozzetti.

Dopo una serie di operazioni che hanno portato al recupero e al restauro di un significativo nucleo di grandi sculture, in parte collocate in luoghi pubblici milanesi, questa mostra propone un affondo nell’intero percorso artistico di Ramous, mostrando tutti i passaggi della sua evoluzione stilistica e poetica: dal proficuo sodalizio con architetti e progettisti, che gli consentirono di realizzare, già nella seconda metà degli anni Cinquanta, alcuni significativi interventi scultorei applicati all’architettura religiosa e industriale, all’articolata concezione ambientale della scultura degli anni Settanta, dove abbandona le precedenti ricerche sul segno e sulla materia per dare respiro a forme geometriche che si articolano nello spazio con ardito calcolo degli equilibri. Riflettendo sui volumi plastici secondo idee già futuriste, Ramous concepisce la scultura come forma pronta a staccarsi da terra per librarsi nello spazio.
Come scrive Giuseppe Marchiori nel 1973, "I netti profili delle scultura di Ramous […] devono disegnarsi in uno spazio ampio: per esempio nello spazio del “paesaggio” urbano. Esiste un singolare rapporto tra queste “sigle” monumentali e lo sfondo anonimo delle periferie cittadine".
In mostra, oltre a disegni, dipinti e bozzetti preparatori, sei grandi sculture di dimensioni ambientali - tra cui Timpano e Continuità, collocate rispettivamente nel 2013 nel giardino della Triennale e nel 2017 nel Parco dell’arte dell’Idroscalo di Milano - che introducono la visita, una selezione di sculture che copre un arco temporale che va dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Novanta e un’importante sezione dedicata ai rapporti di Ramous con gli architetti, che hanno dato vita alle facciate di Santa Marcellina e San Giovanni Bosco e allo stabilimento di Blois.

Il catalogo, edito da Silvana Editoriale, con testi di Fulvio Irace, Luca Pietro Nicoletti, Antonella Ranaldi, Francesco Tedeschi e Walter Patscheider, verrà presentato in occasione della proclamazione del vincitore del concorso fotografico indetto dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo per promuovere la conoscenza del lavoro di Carlo Ramous.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con la Triennale di
Milano, ha proposto un concorso fotografico per promuovere la conoscenza del
lavoro di Carlo Ramous, in occasione della grande retrospettiva a lui dedicata, con
l’obiettivo di stimolare l’interpretazione creativa delle opere a scala urbana di
questo importante scultore del Novecento.
Il concorso ha interessato principalmente gli studenti delle scuole di Milano e
provincia nelle quali è presente l’insegnamento della fotografia; ai concorrenti è
stata richiesta l’elaborazione di un progetto fotografico che interpretasse una o
più opere di Carlo Ramous.
La giuria, composta da esperti di fotografia, arte contemporanea e comunicazione
visiva ha individuato il progetto vincitore (3x4 di Fausta Riva) e le tre menzioni
speciali (Tra materia e forma di Leonardo Sassi, Soggezione di Alessandra
Tardanico, Paesaggi urbani di Zoe Arcangeli), ora esposti nella mostra Carlo
Ramous Scultura Architettura Città e pubblicati nel relativo catalogo.
Il concorso prosegue aperto a tutti su Instagram fino al 14 settembre. È possibile
pubblicare i propri scatti delle opere di Ramous con gli hashtag #scultura,
#fotografia, #carloramous e il tag @mufoco.








Caro Walter,
la presenza di Carlo Ramous alla Triennale di Milano tocca diversi decenni e si materializza sia dal punto di vista prettamente artistico con l’esposizione delle sue opere, sia dal punto di vista della partecipazione e della programmazione culturale in qualità di membro del direttivo Centro Studi per molti anni.
La sua prima partecipazione risale alla X Triennale del 1954 nella Mostra merceologica - Sezione C - con una scultura in terracotta Donna che si pettina, h.170 cm, esecuzione Richard-Ginori, documentata nell’archivio fotografico. Sia il soggetto sia la tipologia plastica ricordano la successiva Grande donna seduta dello stesso autore, attualmente collocata in una nicchia nel foyer del Teatro dell’Arte.
Nella XII Triennale del 1960 troviamo la sua opera Ballata del plenilunio all’interno del percorso nel Parco della Triennale, nell’area di accesso all’esposizione internazionale. Nella stessa edizione della Triennale collabora con la commissione della Mostra delle Opere Intrasportabili - opere d’arte inserite nell’architettura nel reperimento delle opere per la mostra.
Nella successiva XIII Triennale del 1964 Ramous è membro del Centro Studi nella grande esposizione dedicata al Tempo Libero e in questa edizione realizza la decorazione a bassorilievo di una scala interna di collegamento, realizzata dagli architetti Carlo Bassi e Goffredo Boschetti. La scala presenta dei bassorilievi in cemento ed è ancora in parte visibile alle spalle dell’attuale Bookstore.
Durante i lavori preparatori della XIV Triennale del 1968, in seguito occupata il giorno stesso dell’inaugurazione, Ramous si trova membro della commissione per le linee programmatiche insieme a Marco Zanuso, Alberto Rosselli, Giancarlo De Carlo, Albe Steiner, Pasquale Morino e Aldo Rossi già dal 1966. La commissione ha il compito di sottoporre al Consiglio di Amministrazione la rosa dei nomi della Giunta Esecutiva e il programma della manifestazione. In seguito Ramous si sentirà tradito dal rifiuto della Giunta di inserire mostre d’arte nella Triennale e presenterà le sue dimissioni da membro della commissione.
Il suo contributo appare però evidente nell’intervento della Triennale nel centro storico di Pavia eseguito sempre per la XIV Triennale, con la realizzazione di una trasformazione estetica del centro cittadino, inserendo opere d’arte, esaltando aspetti cromatici sulla facciate delle case, rendendo gli stessi cittadini partecipi del cambiamento.
A distanza di quasi 45 anni Ramous torna da artista protagonista nel Palazzo dell’Arte, in occasione degli 80 anni della Triennale nel 2013 con la donazione della sua opera Grande donna seduta realizzata nel 1955 in cotto refrattario, e con le successive pose temporanee nel parco della Triennale delle grandi sculture degli anni ’70 Arco, Timpano e Continuità. Il titolo di quest’opera sembra essere il leit-motiv del rapporto tra Ramous e Triennale, un rapporto mai mancato nel tempo che ha avuto momenti di confronto aspro, ma che si è sempre dimostrato fondamentale per la visibilità internazionale dello scultore milanese.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con la Triennale di
Milano, ha proposto un concorso fotografico per promuovere la conoscenza del
lavoro di Carlo Ramous, in occasione della grande retrospettiva a lui dedicata, con
l’obiettivo di stimolare l’interpretazione creativa delle opere a scala urbana di
questo importante scultore del Novecento.
Il concorso ha interessato principalmente gli studenti delle scuole di Milano e
provincia nelle quali è presente l’insegnamento della fotografia; ai concorrenti è
stata richiesta l’elaborazione di un progetto fotografico che interpretasse una o
più opere di Carlo Ramous.
La giuria, composta da esperti di fotografia, arte contemporanea e comunicazione
visiva ha individuato il progetto vincitore (3x4 di Fausta Riva) e le tre menzioni
speciali (Tra materia e forma di Leonardo Sassi, Soggezione di Alessandra
Tardanico, Paesaggi urbani di Zoe Arcangeli), ora esposti nella mostra Carlo
Ramous Scultura Architettura Città e pubblicati nel relativo catalogo.
Il concorso prosegue aperto a tutti su Instagram fino al 14 settembre. È possibile
pubblicare i propri scatti delle opere di Ramous con gli hashtag #scultura,
#fotografia, #carloramous e il tag @mufoco.

Claudio De Albertis, Milano, 2015

"Alla Galleria Blu, che ha aperto la sua nuova sede in via Senato, ha fatto la sua ricomparsa uno degli scultori più seri delle ultime generazioni: Carlo Ramous.
È questi un artista che opera in silenzio, che non apre polemiche, che non alza barricate. È più conosciuto e stimato all'estero che non da noi, per il ben noto fenomeno. Partito dal figurativo è giunto a una forma di espressione che non ha più nessun rapporto con il mondo naturale della rappresentazione. Almeno in apparenza. Diciamo in apparenza perché le forme che lui presenta stanno dentro al naturale. Senza prepotenza, a loro perfetto agio. Sono forme di una rara eleganza, composite, che si sorreggono per agglomerati, per strutture sovrapposte, organismi, come dice Valsecchi nella prefazione. Sono sculture che hanno bisogno di vivere all'aria aperta, in una piazza, in un prato, alle soglie di un bosco.
"
Garibaldo Marussi, Le Arti, N. 3, marzo 1968

Carlo Ramous, collezione privata

Carlo Ramous nasce a Milano nel 1926; frequenta il Liceo Artistico presso
l'Accademia di Belle Arti di Bologna, per poi continuare gli studi presso
l'Accademia di Brera con Marino Marini e Giacomo Manzù, dove espone per la
prima volta un’opera nel 1946. La serie delle mostre personali di rilievo, tuttavia,
comincia più tardi, con mostre importanti presso la Galleria del Milione di Milano
(1956), la Galleria del Cavallino di Venezia (1962) la Galleira Jolas (1971). Risale
al 1962 la sua prima partecipazione con un gruppo di opere alla Biennale di
Venezia, dove viene presentato da Gillo Dorfles. Vi tornerà dieci anni più tardi
(1972) con una sala all’interno della rassegna Aspetti della scultura
contemporanea, con uno stile completamente mutato. Frattanto, mentre la critica
più attenta, sia in Italia sia all’estero, scrive del suo lavoro (Giuseppe Marchiori,
Giovanni Carandente, Guido Ballo, Enrico Crispolti, Herta Wescher, Marco
Valsecchi, Garibaldo Marussi), Ramous avvia una importante collaborazione con l’architetto Mario Tedeschi, che porta alla realizzazione delle facciate a rilievo per le chiese di Santa Marcellina a Milano e San Giovanni Bosco a Baggio, inizio di una lunga collaborazione con architetti e progettisti ben rappresentata dal monumentale intervento sullo stabilimento tipografico di Cino Del Duca progettato da Tullio Patscheider a Blois. Al contempo, la sua scultura assume presto una importante dimensione urbana, ben rappresentata dalle grandi mostre di sculture all’aperto nel centro storico di Parma nel 1972 e in Piazzetta Reale a Milano nel 1973. Una delle opere esposte allora, Gesto per la libertà, nel 1981 troverà collocazione in piazza Conciliazione a Milano, primo di una serie di monumenti collocati dall’artista in Italia e all’estero, fino alla realizzazione di Ad astra nel Chou Park a Chiba City, in Giappone (1992).
Muore a Milano nel 2003.


Carlo Ramous: Scultura, Architettura, Città 
A cura di: Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti
Dal 12 luglio al 17 settembre 2017
Orari: Martedì - Domenica 10.30 - 20.30; Lunedì chiuso, La biglietteria chiude un'ora prima delle mostre
Ingresso: libero
Uffici Stampa: Antea, anteapress@gmail.com
La Triennale di Milano, Comunicazione istituzionale e Relazioni Media - tel. 02 72434247 - press@triennale.org

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 724341 - www.triennale.org

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