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Nino Migliori: Il tempo, la luce, i segni, M77 Gallery, Milano

M77 Gallery presenta la rassegna centrata sulla ricerca e sulla sperimentazione tra gli anni ’50 e ’70 di Nino Migliori (Bologna, 1926), uno dei grandi maestri della fotografia europea del XX secolo.
Il tempo, la luce, i segni attraversa trent’anni di lavoro di Migliori, evidenziando l’evoluzione e le molteplici invenzioni che sin dagli esordi hanno affiancato una pratica fotografica improntata ad una appassionata narrazione fatta di umana delicatezza.
La mostra si presenta come una sorta di viaggio circolare attraverso tre “serie” della produzione del fotografo bolognese: le prime sperimentazioni avanguardistiche degli anni ’50,la ricerca degli anni ’70, e la rappresentazione dell'Italia degli anni ’50 che, dall’Emilia Romagna (La serie “Gente dell'Emilia”) ai piccoli centri del Meridione più profondo (“Gente del Sud”), affrontava la rinascita del dopoguerra.

Nino Migliori, Gente dell'Emilia

Paradossalmente la rappresentazione dell'Italia sembra bloccata nel tempo, nell'istante magico in cui le persone vengono colte, mentre si rimane quasi increduli dall'attualità delle sperimentazioni "off-camera" che cominciano nel 1948, anticipando di almeno vent'anni quanto riproporanno le ricerche di altri fotografi e artisti visivi. Bisogna ricordare che in quegli anni insieme agli amici Tancredi, Emilio Vedova frequenta il salotto di Peggy Guggenheim a Venezia e a Bologna Vasco Bendini, Vitto Mascalchi, Luciano Leonardi, come ricordava ieri sera. Michele Bonuomo sottolineava che più che lo scatto gli interessava cosa avvenisse all'interno della macchina fotografica. Nino Migliori, architetto della visione, colui che sa guardare "altrove".

Nino Migliori, Peggy Guggenheim, 1958. © Fondazione Nino Migliori

La serie dedicata alla sperimentazione pura condotta negli anni ’50 è caratterizzata da tecniche che non prevedono l’utilizzo e la mediazione della macchina fotografica. Con questa ricerca, Migliori ha voluto prendere le distanze da una rappresentazione “documentaristica” per concentrarsi sulla materia stessa della fotografia e riflettere sul gesto, sulla velocità e sulla spazio fermati in una sola immagine: un “unicum”.
Tra le sperimentazioni in mostra figurano i pirogrammi, ovvero immagini ottenute dall’accostamento di negativi a fonti di calore. I negativi, parzialmente bruciati, sono dilatati e stampati su tela fotografica di grande formato.

Nino Migliori, Clichè-verre, 1950

Altri lavori esposti si rifanno alla storia della grafica, i clichés verres, tecnica  ottocentesca in cui il negativo fotografico è lavorato e inciso a mano: una sorta di riflessione da paziente “amanuense” su una gestualità non replicabile. A questa serie sperimentale appartengono infine anche i due fotogrammi del 1977.

Nino Migliori, Top Paki, 1977

Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 Nino Migliori si concentra su quella che oggi è una delle sue più conosciute e apprezzate ricerche: la documentazione dei muri delle città italiane. Segni lasciati su una parete anonima che definiscono una presa di coscienza o soltanto una dichiarazione di esistenza. La figura umana è definitivamente scomparsa: nelle immagini restano soltanto gesti e frammenti di parole sufficienti per evocare storie che intrecciano amore, ironia, rabbia e passioni.

Nino Migliori, Muri, 1952

A completamento della rassegna, si ritorna alla stagione realista degli anni ’50, quando Nino Migliori coglie con scatti umani e perentori quell'Italia dolente che nella guerra aveva perso tutto, ma non la speranza e la dignità. Icona assoluta di questa stagione irripetibile è Il Tuffatore, ormai mitica fotografia del 1951, “bloccato” per sempre da Migliori sul molo di Rimini. In un solo fotogramma.

Nino Migliori, Il Tuffatore, 1951

La mostra è accompagnata da un volume con un testo di Michele Bonuomo è aperta  al pubblico da martedì 17 ottobre 2017 sino a sabato 27 gennaio 2018.

Nino Migliori, M77 Gallery, Milano, © Gianni Marussi

La fotografia di Nino Migliori, dal 1948, svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea. Gli inizi appaiono divisi tra fotografia neorealista con una particolare idea di racconto in sequenza, e una sperimentazione sui materiali. Da una parte, quindi, in pochissimi anni, nasce un corpus segnato dalla cifra stilistica dominante dell’epoca, il cosiddetto neorealismo: una visione della realtà fondata sul primato del “popolare”, con le sue subordinate di regionalismo e di umanitarismo. Sull’altro versante Migliori produce fotografie off-camera, opere che non hanno confronti nel panorama della fotografia mondiale, sono comprensibili solo se lette all’interno del versante più avanzato dell’informale europeo con esiti spesso in anticipo sui più conosciuti episodi pittorici. La ricerca continuerà nel corso degli anni coinvolgendo altri materiali e tecniche: polaroid, bleaching.
Dalla fine degli anni Sessanta il suo lavoro assume valenze concettuali ed é questa la direzione che negli anni successivi tende a prevalere. Sperimentatore, sensibile esploratore e alternativo lettore, le sue produzioni visive sono sempre state caratterizzate da una grande capacità visionaria che ha saputo infondere in un’opera originale ed inedita. Nuovi scenari e seduzioni si dispongono nell’opera in cui il progetto diviene composizione, territorio di esplorazione e punto di riflessione critica. Riflessione sull’uso della fotografia, sulla sua testimonianza attraverso la scoperta di rinnovate gestualità e contaminazioni.
È l’autore che meglio rappresenta la straordinaria avventura della fotografia che, da strumento documentario, assume valori e contenuti legati all’arte, alla sperimentazione e al gioco. Oggi si considera Migliori come un vero architetto della visione. Ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere dell’ immagine, tema che ha caratterizzato tutta la sua produzione.

M77 Gallery apre a Milano nel 2014, in un’area post industriale tra i quartieri più trendy ed effervescenti della città, per volontà di Giuseppe Lezzi ed Emanuela Baccaro, da tempo fortemente impegnati sulla scena artistica italiana ed internazionale. Negli ultimi vent’anni, la costante e assidua collaborazione di Giuseppe Lezzi con fondazioni e musei ha portato alla realizzazione di importanti mostre presso prestigiose istituzioni quali Palazzo Reale, PAC-Padiglione di Arte Contemporanea e Museo della Triennale a Milano, Museo MACRO di Roma, per citarne alcuni. M77 Gallery ha come missione quella di offrire ai suoi collezionisti un luogo e punto di incontro dove poter esplorare le nuove tendenze del settore artistico contemporaneo, offrendo un programma vasto, che includa diverse tipologie di espressione artistiche. Con l’intento di diversificare le proposte per i collezionisti, la galleria organizza eventi di natura artistica e culturale, presentazioni di libri d’artista, performance teatrali. Gli artisti attualmente rappresentati da M77 sono Emilio Isgrò, Odili Donald Odita, McDermott & McGough, Luca Pignatelli, Santi Moix, John Lurie, Giovanni Frangi, Chiara Dynys, Robert Fekete, Bernardo Siciliano. La ricerca sempre più attiva rivolta verso un collezionismo cosmopolita, ha portato M77 Gallery ad avviare una serie di importanti collaborazioni con gallerie selezionate di prestigio internazionale. L’esposizione del 2016 dell’artista Odili Donald Odita, in collaborazione con la galleria Jack Shainman, il duo McDermott & McGough che M77 Gallery ha ospitato con una personale in collaborazione con Cheim & Read, insieme alla mostra dell’artista Santi Moix, realizzata in collaborazione con la galleria Paul Kasmin nel 2015, ne costituiscono alcuni esempi.


Nino Migliori - Il tempo, la luce, i segni
Dal
17 ottobre 2017 al 27 gennaio 2018
Orarimar-sab / tue-sat 11:00 - 19:00
Ingresso: libero

Contatti per la stampaPCM STUDIO - Paola C. Manfredi - paola.manfredi@paolamanfredi.com - Tel. 02 36769480

M77 Gallery, Milano 
Via Mecenate 77
20138 Milano
www.m77gallery.com - Tel. o2 87225502 - info@m77gallery.com

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Bill Viola, Cripta del Santo Sepolcro, Milano

In uno dei luoghi più suggestivi della città, tre installazioni del grande artista americano metteranno in dialogo uno spazio carico di spiritualità con temi quali l’eternità, la vita, la morte, la dimensione umana.
Dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018, la Cripta del Santo Sepolcro a Milano sarà teatro di un appuntamento artistico di profonda suggestione.
Gli ambienti di uno dei luoghi più ricchi di spiritualità della città si apriranno alle opere di Bill Viola (New York, 1951), uno dei più importanti e riconosciuti esponenti dell’arte contemporanea mondiale.
La mostra, organizzata da MilanoCard in collaborazione con Bill Viola Studio, promossa dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, col patrocinio di Regione Lombardia e sostenuta quale partner istituzionale dal Comune di Milano, presenta tre opere di Bill Viola capaci di creare un dialettica tra l’antica chiesa ipogea, sita nel cuore dell’antica Milano, con temi quali l’eternità, la vita, la morte, la dimensione umana, colti dai gesti e dalle espressioni dei protagonisti dei video dell’artista americano.
Il percorso espositivo allestito nella Cripta del Santo Sepolcro - riaperta dopo 50 anni e diventata immediatamente tra le principali mete culturali a Milano, con oltre 40.000 visitatori - si apre con The Quintet of the Silent (2000) in cui un gruppo di cinque persone, su uno sfondo neutro, sono attraversati da un'ondata di emozioni intense che minaccia di sopraffarli. Partendo dalla loro iniziale espressione indifferente, la sequenza osserva come il turbamento si accresce in ognuno di essi, fino a raggiungere un livello estremo, per poi nuovamente placarsi. Il video, la cui lentezza permette al visitatore di cogliere appieno il mutamento dell’espressione del volto e del corpo, è caratterizzato da un chiaroscuro di stampo caravaggesco.

Il secondo lavoro, The Return(2007), appartenente alla serie Trasfigurazioni, che riflette sul passare del tempo e del processo attraverso il quale l’essere interiore di una persona viene trasformato. La protagonista della scena è una donna che, da uno spazio scuro, si avvicina lentamente a un limite invisibile. Il suo passaggio attraverso la soglia tra la vita e la morte è violenta e si muove con riluttanza alla luce, quasi si trovasse forzata a un risveglio molto doloroso.

Il percorso nella cripta si chiude idealmente con Earth Martyr (2014) una delle quattro opere che costituiscono l’installazione permanente Martyrs, dedicata ai quattro elementi naturali (aria, acqua, terra, fuoco) inaugurata alla Cattedrale di San Paolo a Londra nel maggio del 2014. Il video presenta un individuo sepolto in un cono di terra che inizia a salire e a liberare il corpo, inizialmente prostrato dal peso della terra.
Le opere di Bill Viola chiederanno allo spettatore un coinvolgimento emotivo e, quasi come uno specchio, il visitatore, diventerà co-protagonista e parte dell’installazione, in un rimando di emozioni che la suggestione dell’architettura della cripta amplificherà.


Particolari anche gli orari di apertura, tutti i giorni dalle 17.00 alle 22.00 (ultimo ingresso alle 21.00).
Sarà inoltre offerta, tutti i sabati, in collaborazione con Neiade, l’opportunità di una visita in notturna, alle ore 23.00.
La Cripta di San Sepolcro da quanto è tornata alla luce, un anno e mezzo fa, non smette di brillare e di sorprendere le decine di migliaia di visitatori grazie anche a un’offerta di contenuti in continuo aggiornamento e capaci di rispondere alle esigenze di diverse tipologie di visitatori - dichiara Edoardo Filippo Scarpellini, Amministratore Unico del Gruppo MilanoCard - e siamo davvero felici di poter contribuire concretamente e continuativamente per riportare ad antico splendore questo straordinario luogo che ha visto passare la storia e la ha custodita”.


Bill Viola (New York, 1951), artista multimediale di fama internazionale, è stato uno dei precursori del video inteso come forma vitale di arte contemporanea. Da quarant'anni crea installazioni video architettoniche, filmati video, ambientazioni sonore, performance di musica elettronica, rappresentazioni video su schermi piatti, video per trasmissioni televisive, per concerti musicali, per opere teatrali e spazi sacri. I suoi videotape a canale unico sono stati ampiamente diffusi su DVD e i suoi scritti sono stati largamente pubblicati e tradotti per il pubblico internazionale.
Le creazioni video di Bill Viola utilizzano in modo magistrale le sofisticate tecnologie multimediali per addentrarsi nell'esplorazione degli aspetti spirituali e percettivi dell'esperienza umana, ponendo l'attenzione sui temi universali del genere umano: la nascita, la morte, la scoperta della consapevolezza del sé pongono le radici sia nell'arte orientale che in quella occidentale, nonché nelle tradizioni spirituali del Buddismo Zen, del Sufismo Islamico e del misticismo cristiano.
Le sue opere sono esposte nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo e fanno parte di numerose collezioni famose. Le sue esposizioni più importanti includono Bill Viola: Installations and Videotapes, al MOMA di New York, 1987; Unseen Images, esibizione organizzata dalla Kunsthalle di Düsseldorf, 1992; Buried Secrets al padiglione americano della 46° Biennale di Venezia, 1995; e Bill Viola: A 25-Year Survey, organizzata nel 1997 dal Whitney Museum of American Art. Nel 2003 il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ha organizzato Bill Viola: The Passions; nel 2006 Bill Viola: Hatsu-Yume (primo sogno) ha attirato 340 mila visitatori al Mori Art Museum di Tokyo e nel 2008 il Palazzo delle Esposizioni di Roma ha presentato Bill Viola: Visioni Interiori. Nel 2010, due opere della serie “Tristan” sono state presentate nell'Aula Magna dell'Università di Bologna, e nella Tribuna del David della Galleria dell'Accademia di Firenze è stata presentata l'installazione video Emergence.
Dopo aver conseguito la laurea alla Syracuse University nel 1973, Viola ha studiato e lavorato con il compositore David Tudor, sperimentando la musica e la scultura sonica. I suoi progetti di musica includono: il video/film Déserts, creato nel 1994 per accompagnare la composizione musicale Déserts di Edgard Varèse; una suite di tre nuove rappresentazioni video per il tour mondiale “Fragilità” del gruppo rock Nine Inch Nails nel 2000; la creazione di un video di quattro ore per la produzione di Peter Sellars del Tristano e Isotta di Richard Wagner nel 2005. Dal 1974 al 1976, è stato direttore tecnico di produzione a Firenze dello studio di videoarte Art/Tapes/22, collaborando con artisti europei e americani (G. Paolini, M. Merz, J. Kounellis, V. Acconci). Con un lungo soggiorno in Giappone (1980-81, nell'ambito della Japan/US creative arts fellowship) ha approfondito lo studio delle tecnologie avanzate del video e i suoi interessi per le filosofie orientali studiando con Daien Tanaka, pittore monaco zen. 
Viola ha ricevuto molti riconoscimenti e premi, incluso un John D. e Catherine T. MacArthur Foundation Fellowship e l'Eugene McDermott Award in the Arts, MIT. È stato nominato membro dell'American Academy of Arts and Sciences, riconosciuto Commendatore dell'Ordine delle Lettere e delle Arti dal Governo Francese e più recentemente gli è stato conferito il 21° Premio Internazionale di Catalogna dal Governo di Catalogna.
Vive insieme alla moglie Kira Perov, sua collaboratrice storica, a Long Beach, California.


BILL VIOLA ALLA CRIPTA DEL SANTO SEPOLCRO
Dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018

Biglietto: intero 10€; Gratuito: bambini accompagnati gratuiti. Il 50% dei ricavati viene destinato ai lavori di restauro della Cripta.
Orari: tutti i giorni dalle ore 17 alle ore 21. Fasce di visita ogni ora.

Prenotazioni online a: www.criptasansepolcromilano.it/billviola; Si suggerisce il pre-acquisto non garantendo in loco disponibilità di posti.
Visita guidata in notturna, in collaborazione con Neiade: tutti i sabati alle ore 23.00; Ingresso + visita € 22

Informazioni: cripta@milanocard.it
Ufficio stampa: CLP Relazioni Pubbliche - Anna Defrancesco - Tel. 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.it - www.clponline.it

Cripta del Santo Sepolcro (ingresso piazza Santo Sepolcro, lato destro della Chiesa)
Milano

 

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RUGGERO MAGGI, NON SOLO LIBRI, Università del Melo, Galleria di Arti Visive, Gallarate (VA)

DAL 19 OTTOBRE AL 17 NOVEMBRE 2017
INAUGURAZIONE GIOVEDI' 19 OTTOBRE ORE 17.00
GALLERIA DI ARTI VISIVE DEL IL MELO
MOSTRA DI RUGGERO MAGGI NON SOLO LIBRI

Dal 19 ottobre al 17 novembre 2017, l’Università del Melo - Galleria di Arti Visive ospita la mostra di Ruggero Maggi Non solo libri che inaugura il nuovo progetto Officina Open, naturale proseguimento di Officina Contemporanea la rete culturale urbana promossa da Fondazione Cariplo nel 2013 con la partecipazione di undici importanti enti e associazioni culturali cittadine.
Officina Open nasce dalla collaborazione tra l’Università del Melo, luogo ospitante delle rassegne espositive, il Museo Maga e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Gallarate che insieme realizzeranno una serie di piccole mostre da ottobre a maggio.
Ruggero Maggi, artista da sempre abituato a inventare nuovi modi di fare arte, presenta una selezione di libri d’artista dove “ … il libro viene pensato e realizzato come oggetto artistico autonomo, creato per esplorare inediti territori di ricerca, per aprire finestre al di là delle quali si aprono infiniti nuovi mondi. Maggi come artista ha da sempre privilegiato la progettazione e realizzazione del libro come pratica artistica innovativa, lontana dai rigori di opere di grandi dimensioni e capace di innescare una sorta di cortocircuito tra la parola, l’immagine, il supporto, il formato e l’interazione con lo spettatore chiamato a cambiare il suo approccio con il libro e con l’opera d’arte ….” spiega Emma Zanella, curatrice della mostra, nel suo testo critico.
La mostra rientra nella manifestazione 2000libri rassegna letteraria, ideata e realizzata per la prima volta nel 1999, e giunta alla sua diciottesima edizione. Organizzata dall’Assessorato alla Cultura, vede coinvolte alcune librerie e realtà culturali del territorio e si svolgerà dal 13 al 22 ottobre 2017.

Ruggero Maggi, artista e curatore. Dal 1973 si occupa di poesia visiva; dal 1975 di copy art, libri d’artista, arte postale; dal 1976 di laser art, dal 1979 di olografia, dal 1985 di arte caotica sia come artista - con opere ed installazioni incentrate sullo studio del caos, dell’entropia e dei sistemi frattali - sia come curatore di eventi.
Tra le installazioni olografiche: “Una foresta di pietre” (Media Art Festival - Osnabrück 1988) e “Un semplice punto esclamativo” (Mostra internazionale d’Arte Olografica alla Rocca Paolina di Perugia – 1992); tra le installazioni di laser art: “Morte caotica” e “Una lunga linea silenziosa” (1993), “Il grande libro della vita” e “Il peccatore casuale” (1994), “La nascita delle idee” al Museo d’Arte di San Paolo (BR). Suoi lavori sono esposti al Museo di Storia Cinese di Pechino ed alla GAM di Gallarate. Ha inoltre partecipato alla 49./52./54. Biennale di Venezia ed alla 16. Biennale d’arte contemporanea di San Paolo nel 1980.
Nel 2006 realizza “Underwood” installazione site-specific per la Galleria d’Arte Moderna di Gallarate. Nel 2007 presenta come curatore il progetto dedicato a Pierre Restany “Camera 312 – promemoria per Pierre” alla 52. Biennale di Venezia.
Dal 2011 con cadenza biennale (2013/2015/2017) presenta a Venezia con il Patrocinio del Comune di Venezia Padiglione Tibet, progetto esposto successivamente alla Biennale di Venezia, al Museo Diotti di Casalmaggiore (CR) e presso la Biblioteca Laudense di Lodi. Nel 2014 PadiglioneTibet partecipa alla Bienal del Fin del Mundo in Argentina e nel 2016 è presentato al Castello Visconteo di Pavia.
Nel 2017 Padiglione Tibet a Venezia a Palazzo Zenobio.

www.camera312.it
www.padiglionetibet.com


RUGGERO MAGGI Non solo libri
Dal 19 ottobre al 17 novembre 2017

Inaugurazione: giovedì 19 ottobre, ore 17.00
Orari: da lunedì a domenica 15.00|19.00
Ingresso: libero

Università del Melo - Galleria di Arti Visive 
Via Magenta 3
21013 Gallarate (VA)
Tel. 0331 708224 - udm@melo.itwww.melo.it
Il Melo ONLUS è anche su FB e Twitter

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TURI SIMETI, Opere 1961-2017, MARCA – Museo delle Arti di Catanzaro

Dal 22 settembre al 24 novembre 2017, il MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita un’antologica che celebra la carriera di Turi Simeti (Alcamo, TP, 1929), uno degli artisti italiani più significativi emersi negli anni sessanta.
La mostra, dal titolo Opere 1961-2017 è organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro con la collaborazione dell’artista e dell’Archivio Turi Simeti.
Il percorso espositivo si sviluppa considerando una decina di lavori degli esordi, con alcuni importanti esempi degli anni sessanta, e prosegue cronologicamente fino alle opere più recenti, che tendono a prevedere una sorta di misurazione dello spazio, con serie di ellissi disposte a cerchio o semicerchio, in fila, in quadrato o in diagonale, e che si concedono ai grandi formati e a una varietà di colori.
Il percorso espositivo, che abbraccia oltre cinquant’anni di carriera, prende avvio da un collage di carte bruciate realizzato nel 1961, intende ribadire il ruolo di Simeti nell’ambito delle più interessanti ricerche degli anni del boom economico fra Roma e Milano, e pone l’attenzione sul suo intero iter creativo attraverso alcune opere particolarmente rappresentative.
Le ricerche del dopoguerra vedono in Simeti un rappresentante aggiornato seppur anomalo alla vulgata europea. La sua attività si discosta per un’attenzione al dato di superficie inteso quale campo sensoriale, ben lontano da un’impostazione meramente oggettuale e positivistica della tela. All’indagine puramente bidimensionale, l’artista risponde con il perfezionamento del luogo della pittura che diviene tridimensionale, inizialmente con applicazioni sulla tela di elementi a rilievo e poi con l’estroflessione che segna il primo passo verso una sorta di pittura-oggetto, attraverso una ideale dialettica tra le spinte di una struttura interna e le forme volte all’esterno.
Accompagna la rassegna un volume realizzato da Prearo Editore, con un saggio critico di Andrea Bruciati, le immagini delle opere esposte, una selezione dei principali lavori conservati nelle più importanti collezioni pubbliche di tutto il mondo, e aggiornati apparati bio-bibliografici.
L’antologica fa seguito all’omaggio che il Polo Museale Regionale d’Arte moderna e Contemporanea Palazzo Belmonte Riso di Palermo ha recentemente dedicato al maestro siciliano.

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Nel corso della mostra, il Marca ospiterà la presentazione del catalogo ragionato dell’opera di Turi Simeti, in due volumi, edito da Skira, realizzato dall’Archivio Simeti, per la cura di Antonio Addamiano e Federico Sardella.

Turi Simeti, Un ovale giallo, 2016, 25x25 cm. Courtesy Archivio Turi Simeti

Turi Simeti (Alcamo, 1929; vive e lavora a Milano) nel 1958 si trasferisce a Roma, dove avvia i primi contatti con il mondo dell’arte; avrà poi modo di soggiornare a Londra, Parigi, Basilea e New York, entrando così in contatto con l’avanguardia artistica dell’epoca e muovendosi in sintonia con la dilagante volontà di azzeramento della tradizione e dei codici precostituiti. All’interno di questa rigorosa aspirazione riduzionista, il suo linguaggio acquista una definita riconoscibilità attraverso l’uso della monocromia e del rilievo come uniche procedure compositive. Compare così la figura dell’ellisse, destinata a diventare la cifra iconica dell’artista e la forma che emblematicamente esprime il sentimento attorno al quale, ancora oggi, si sviluppa e si dispiega il suo processo creativo.
Il lavoro di Turi Simeti è rappresentato da Dep Art, Milano; Almine Rech Gallery, Bruxelles, Londra e New York; Tornabuoni Art, Parigi; Volker Diehl, Berlino; The Mayor Gallery, Londra.
Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, fra le quali, Fondazione Prada, Galleria Civica d’Arte  Moderna e Contemporanea di Torino, Museion - Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano, Museo del Novecento di Milano, Museo Civico d’Arte Contemporanea Ludovico Corrao, Gibellina, Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro, Kunsten Museum of Modern Art, Aalborg, Danimarca, Fondazione Schaufler, Sindelfingen, Germania, Museum Voorlinden, Wassenar, Paesi Bassi.

Turi Simeti, 4 ovali rossi, 2010, 120x150 cm. Courtesy Archivio Turi Simeti

TURI SIMETI. Opere 1961-2017
Dal 22 settembre al 24 novembre 2017 
OrariTutti i giorni, 9.30-13.00; 15.30-20.00; Lunedì chiuso
Ingresso: intero: € 4,00; ridotto: € 3,00
Per informazioniTel. 0961.746797; info@museomarca.com - www.museomarca.info
Catalogo: Prearo Editore
Ufficio stampaCLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas - Tel. 02 36755700 - marco.olianas@clponline.it www.clponline.it

Museo MARCA
via Alessandro Turco, 63)
Catanzaro

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BASELITZ, SOTTOSOPRA, MUSEI DI PALAZZO DEI PIO, CARPI (MODENA)

L’esposizione, che si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea, presenta 40 opere dell’artista tedesco realizzate tra gli anni ottanta e novanta del Novecento.
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017, Carpi ospita una personale di Georg Baselitz (Deutschbaselitz, 1938), uno degli artisti più importanti, celebrati e influenti a livello internazionale.
Ai Musei di Palazzo dei Pio, l’autore tedesco presenta 40 xilografie, donate al Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra, realizzate tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso.
L’esposizione, curata da Enzo Di Martino e Manuela Rossi, ideata e prodotta dal Comune di CarpiMusei di Palazzo dei Pio, col contributo di Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea ed è parte del programma di Festivalfilosofia sulle arti, in programma tra il 15 e 17 settembre, a Carpi, Modena e Sassuolo.
Dopo gli omaggi a Jim Dine (2009), Adolfo De Carolis (2011), a Mimmo Paladino (2013) e a Emilio Isgrò (2015), la Biennale di Xilografia celebra Georg Baselitz, il quale intrattiene con Carpi un legame particolare, quasi sorprendente.
Nella collezione di stampe donate dallo stesso Baselitz al museo ginevrino, infatti, sono presenti due chiaroscuri di Ugo da Carpi, oltre a due esemplari della Sibilla da Raffaello, in versioni cromatiche differenti e a una xilografia di Niccolò Vicentino e un chiaroscuro di Niccolò Boldrini, coevi del maestro di Carpi.
La presenza di lavori di Ugo da Carpi nella sua collezione personale induce a pensare che Baselitz abbia voluto avere la possibilità di studiare quelle opere che stanno alla base della tecnica xilografica a chiaroscuro di cui l’artista rinascimentale carpigiano è stato uno dei più importanti esponenti.
Ma non solo; Baselitz sente nel suo essere artista, una sorta di affinità con Ugo da Carpi perché, come scrive Manuela Rossi nel suo testo in catalogo “Ugo da Carpi è uno di quegli artisti che nel suo tempo ha fatto quello che gli altri non facevano e non solo per una questione tecnica, che ha comunque risolto, ma soprattutto per una ragione culturale: rendere accessibile l’immagine d’arte riservata a pochi è stata senza dubbio una delle rivoluzioni sociali più importanti che l’opera di Ugo e degli altri incisori del Rinascimento ha determinato”.

In Baselitz, la grafica non è certo una voce minore, ma riveste un’importanza pari alla sua produzione pittorica e plastica. “Ho fatto xilografie - ha ricordato - sempre quando avevo la necessità di presentare in una forma definitiva un quadro, un’idea d’immagine sviluppata da me e manifesta nei quadri”.
Le opere incise che costituiscono il percorso espositivo a Palazzo dei Pio non tradiscono i canoni che caratterizzano la sua cifra espressiva, ormai divenuta riconoscibile, dove la tradizionale costruzione dell’immagine risulta completamente stravolta. Nelle sue creazioni, la legge gravitazionale viene sconfitta e l’immagine viene capovolta non tanto per generare stupore quanto per mettere in gioco un processo intellettuale e spirituale completamente diverso. Attraverso il capovolgimento, Baselitz toglie allo spettatore il dato che assimila il soggetto ritratto alla realtà e lo trasferisce nel campo dell’organizzazione plastica e visuale. Svuotata del proprio contenuto, la rappresentazione esiste come insieme di segni e colori.
Accompagna la mostra un catalogo APM edizioni.

Georg Baselitz, 1985

Baselitz e la Biennale di Carpi 

A un certo punto, scegliere Georg Baselitz e la sua xilografia per la Biennale di Carpi è stato naturale e inevitabile. L’artista tedesco infatti realizza xilografie e chiaroscuri – al pari di litografie, acqueforti, altre forme incisorie – dall’inizio degli anni Sessanta, in parallelo con la sua produzione pittorica. Per lui infatti la xilografia, e l’incisione in generale (die Graphik), assumono la stessa dignità espressiva e artistica delle altre forme che utilizza, assumendo in più anche un ruolo formidabile e imprescindibile nel percorso e nello sviluppo dei dipinti.
È lui stesso a dirlo, in un’intervista del 2007, spiegando cosa intende dire definendo l’incisione il modo migliore per ripensare un quadro: «Ah certo, l’armatura, la base, lo schema. Perché l’incisione è la forma d’arte più pulita che ci sia. Quando lavori a lungo su un quadro, strato dopo strato, come facevo io, alla fine non resta più nulla del disegno. Una nuova formulazione si stabilisce in maniera diversa, attraverso eliminazioni, bianchi, vuoti, ecc. Nell’incisione questo non avviene perché si è troppo pigri per stampare più lastre una sopra l’altra. Quando ne hai sovrapposte tre sei già stufo, perciò devi decidere più rapidamente. Innanzitutto le formulazioni grafiche sono semplicemente lineari; ovviamente esistono anche delle superfici, ma pure queste sono delimitate in maniera molto netta. Non si può imbrogliare. Si ha bisogno di una vera armatura, di uno schema. Per me questi schemi grafici sono uno strumento di controllo fondamentale. Attraverso l’incisione puoi spiegare meglio cosa fai. Persino un disegno, per quanto accurato, lascia spazio a molte imprecisioni e trascuratezze. L’incisione pochissimo».
Per questo Baselitz è stato una scelta imprescindibile per la nostra Biennale di Xilografia, e perché va a chiudere idealmente il percorso di ricerca iniziato nel 2009 con Jim Dine e proseguito nel 2014 con Mimmo Paladino. Per i tre artisti, la xilografia costituisce una parte di produzione continua e costante nella loro opera, come forse nessun altro artista del loro calibro (perché non dimentichiamo che si tratta di nomi di primissimo piano nel contemporaneo a livello internazionale) ha fatto dal secondo Dopoguerra.
Le quarantuno xilografie esposte a Palazzo dei Pio provengono da una delle più ricche e preziose collezioni di incisioni pubbliche in Europa, quella del Cabinet d’Arts Graphiques del Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa collezione ai nostri occhi di “costruttori di mostra” si è rivelata lo specchietto cilindrico che raddrizza l’immagine deformata di cui parla Mason, perché quella collezione conserva una decina di preziosissime xilografie e chiaroscuri del primo Cinquecento di Dürer e soprattutto di Ugo da Carpi, che hanno attratto la nostra attenzione in quanto donate al Museo svizzero da Georg Baselitz. È questa connessione dunque, così profonda e forte, col significato di xilografia che guida il progetto delle Biennali di Carpi, che ci ha portato a Ginevra e ci ha spinto a dedicare due brevi note, in appendice al catalogo, a questa linea rossa che parte dal Rinascimento europeo e arriva a Baselitz.
Il nucleo delle incisioni di Baselitz nelle collezioni di Ginevra è davvero imponente, formatosi per una piccola parte da donazioni dello stesso artista, per gran parte da un lascito: si tratta di oltre cinquecento grafiche, tra cui spiccano sei legni e più di cento xilografie e chiaroscuri, datati dal 1963 fino ai primi anni Duemila. Le opere selezionate per la mostra si concentrano per datazione in un quindicennio, tra 1981 e 1996, quando Baselitz realizza le sue più interessanti xilografie, e hanno seguito i criteri poco sopra delineati che ci hanno portato a individuare nell’artista tedesco il protagonista di questa Biennale.
Innanzitutto i soggetti rappresentati: sono i temi cari a Baselitz, gli stessi che troviamo anche nella coeva produzione pittorica. Uomini, e soprattutto le donne – alla finestra, in spiaggia, accoppiate -, le famose teste e le aquile, due stupefacenti madri e, nelle opere più recenti, i piedi. Tutto rigorosamente sottosopra, capovolto, come recita il titolo di questa Biennale, ma ancora più sconvolgente e destabilizzante di quanto sia in pittura, per l’impatto intenso e, per usare le parole di Baselitz, schematico che l’alternanza dei bianchi, ma soprattutto dei neri e delle altre cromie propria della xilografia, restituisce all’osservatore.
In secondo luogo la tecnica xilografica: Baselitz asciuga, punta a costruire una forma “pura”, per usare ancora le sue parole. E così sono pochissimi i chiaroscuri nella nostra selezione, a due legni, tre al massimo, mentre dominano le xilografie, a un colore, per lo più nero, quindi scure, graffianti, disorientanti, mai rassicuranti da un certo punto di vista.
Georg Baselitz non a torto è considerato uno degli artisti più grandi del Novecento. La selezione delle xilografie presentate a Carpi ci auguriamo confermerà questa opinione, ma allo stesso tempo crediamo “disturberà” il visitatore, in linea con l’atteggiamento sempre audace e provocatorio che l’artista tedesco non ha mai temuto di adottare.

Manuela Rossi, Direttrice dei Musei di Carpi e curatrice della mostra
dal catalogo APM Edizioni

 

Georg Baselitz e la grande xilografia tedesca

Una giustificazione storica
Vi sono personaggi dell’arte che, per una lettura credibile della loro opera, hanno bisogno di essere collocati all’interno di una vicenda storica più ampia nella quale riconoscere le motivazioni più autentiche della loro particolare espressività. È certamente il caso di Georg Baselitz (1938) perchè la sua vicenda personale, artistica ed esistenziale, è stata dolorosamente vissuta all’interno delle storiche tragedie della Germania del XX secolo. Conviene dunque partire da lontano a cominciare dalla mitica figura di Martin Schongauer (1445-1491), il primo grande incisore germanico, che Albrecht Dürer (1471-1528) desiderava fortemente conoscere giungendo purtroppo a Colmar quando il Maestro era già morto. Ereditando comunque molti motivi delle sue opere quali la Morte della Vergine, le Tentazioni di Sant’Antonio e soprattutto l’insegnamento morale e tecnico della sua disciplina incisoria. Non deve stupire questo riferimento se si pensa che nella collezione privata di Baselitz figurano alcuni fogli di Dürer, che documentano il legame ideale tra i due artisti, pur a distanza di cinque secoli. È tuttavia la drammatica Riforma del cattolicesimo provocata dalle celebri 95 tesi di Martin Lutero (1483-1546), affisse nel 1517 sulla porta della chiesa di Wittemberg, a influenzare fortemente l’arte tedesca della prima metà del XVI secolo. Una riforma storica e perfino violenta per i tempi, che sconvolse l’Europa e attrasse l’interesse di molti artisti contemporanei, quali lo stesso Dürer. Ma anche, e con più appassionata partecipazione, in particolare Lucas Cranach (1472-1553), che conosceva i cicli xilografici di Dürer ispirati all’Apocalisse (1498) e alla Grande Passione (1497-1500), che certamente hanno influenzato la sua futura straordinaria attività incisoria. Va tenuta presente in questa situazione anche la figura di Hans Baldung Grien (1485-1545) che, assieme a Dürer e Cranach, per citare solo questi nomi, con le loro opere incise su legno, partecipò efficacemente alla diffusione stampata, cioè visiva e leggibile, dei temi più importanti della riforma luterana. Configurando una straordinaria stagione della xilografia tedesca ed europea che certamente Georg Baselitz conosce molto bene e dalla quale ha tratto una straordinaria influenza, riconoscibile nella sua opera.

Die Brucke e il Novecento tedesco
Thomas Mann ha scritto in un’occasione che «la storia tedesca presenta sempre aspetti potentemente tragici», come è possibile vedere anche nel Novecento. Un secolo drammatico nel corso del quale si manifestano in Germania, inevitabilmente si potrebbe dire, alcuni dei più importanti movimenti dell’arte europea. Non è questa la sede, naturalmente, per una disamina esauriente delle diverse tendenze dell’arte emerse in Germania nella prima metà del XX secolo. Ma non si può evitare di segnalare la nascita dell’Astrattismo col gruppo del Blaue Reiter nel 1911 a Monaco, con la partecipazione del russo Vassilij Kandinskij e del tedesco Franz Marc. Né ignorare l’arrivo nel 1918 a Berlino dello sconvolgente movimento interdisciplinare del Dadaismo, in effetti concepito a Zurigo nel 1916, o la nascita della esaltante esperienza del Bauhaus nel 1919 a Weimar, promossa da Walter Gropius. E naturalmente quanto meno accennare al gruppo della cosiddetta Nuova Oggettività, sorto nel 1925 a Mannheim, del quale hanno fatto parte artisti quali Max Bechamm, Otto Dix e Georg Grosz. Veri e propri sommovimenti dell’arte che certamente fanno parte del bagaglio genetico-culturale di Georg Baselitz, i cui padri spirituali, dovendo qui parlare della sua opera xilografica, vanno però con maggiore certezza ricercati negli artisti fondatori dello storico gruppo Die Brucke, sorto a Dresda nel 1905, che si sono tutti espressi prevalentemente con quello specifico linguaggio incisorio. Il gruppo, caratterizzato, oltre che dall’uso prevalente della xilografia, anche dalle affinità che potremmo definire culturali e politiche, era formato all’inizio da Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rotluff. Significativa, per comprendere l’ideologia del gruppo, appare la dichiarazione, scritta e stampata in xilografia dallo stesso Kirchner, nella quale si legge tra l’altro: «animati dalla fede nel progresso, in una nuova generazione di creatori e di spettatori, noi ci appelliamo a tutta la gioventù che è portatrice dell’avvenire e vogliamo portare la libertà di agire e di vivere di fronte alle vecchie forze». L’adozione della matrice lignea diventa a questo punto dominante nell’affermazione del movimento dell’Espressionismo che con questo procedimento produrrà anche i propri manifesti e i cataloghi. Kirchner, artista prolifico e appassionato, appare il capo spirituale del gruppo e manifesta con maggiore e coinvolgente «intensità l’atteggiamento critico verso la dimensione in cui l’uomo consuma le proprie frustrazioni» esistenziali in quel momento storico. Solo gli artisti del Blaue Reiter, che pure condividevano con Die Brucke “l’insofferenza e l’ansia del rinnovamento” nell’arte e nella vita, aprono una più vasta “prospettiva di nuova spiritualità”, distanziata dalle vicende reali della vita. Tutti questi grandi e generosi movimenti dell’arte tedesca, emersi prepotentemente nella prima parte del Novecento, vengono però spazzati via nel 1933 con l’avvento di Hitler al potere e la chiusura forzata della straordinaria esperienza del Bauhaus. E nel 1938, l’anno terribile nel quale Kirchner muore suicida nel forzato esilio in Svizzera, viene organizzata anche la grande mostra della cosiddetta “Arte degenerata” nella cui occasione vengono bruciati oltre mille dipinti e circa quattromila disegni e grafiche di molti degli artisti che hanno dato vita ai gruppi e ai movimenti che abbiamo, seppure velocemente, ricordato. E forse è il caso di concludere, in questa prospettiva, citando il grande Francisco Goya, che il sonno della ragione aveva anche allora generato mostri.

Baselitz nella storia della xilografia tedesca
Anche se la grande arte si manifesta e vive sempre nell’avventura e nell’ambiguità, è tuttavia evidente che l’opera di Georg Baselitz affonda le radici nella storia di quei personaggi, dei gruppi e dei movimenti di cui abbiamo parlato, che hanno tutti espresso con la xilografia aspetti tra i più alti e significativi dell’arte germanica. Manifestando una personalità tra le più forti, caratterizzate e trasgressive dell’arte europea del XX secolo, segnata da una sorta di Neoespressionismo romantico e angosciante, disturbante e deliberatamente antigrazioso, distante da ogni forma di astrattismo o di arte sociale e popolare. E che, a partire dal 1969 con il Ritratto di Elke, sua moglie, ha trovato nel capovolgimento delle immagini – ormai la sua celebre e riconoscibile cifra stilistica, adottata sia nella pittura che nel disegno e nella xilografia – la provocazione formale che è riuscita ad attirare l’ossessiva attenzione, ma anche il malcelato disorientamento, della critica d’arte internazionale. Che spesso ha definito l’operazione come una semplice trovata mentre per Baselitz, che pure ha scritto che “la provocazione è la vera meraviglia dell’arte”, si trattava invece di sovvertire radicalmente una storica convenzione, consentendo una nuova, inedita e sorprendente lettura formale dell’immagine. Una sorta di ribellione, in fondo, comprensibile in un artista nato e formatosi in un Paese, la Germania dell’Est, socialmente vittima prima del nazismo di Hitler e poi del comunismo di Stalin. Le xilografie esposte a Carpi, provenienti da una prestigiosa raccolta pubblica di Ginevra, documentano in modo esauriente, anche se incentrate prevalentemente sugli anni Ottanta, la ricerca espressiva e anche la personalità del grande artista tedesco. Fanno capire il rapporto di sfida che Baselitz instaura con la matrice di legno perché la materia appare infatti come ferita, lacerata dal suo segno duro e aspro che sembra fatto con la punta di un coltello, rivelando pienamente il suo personale e perfino drammatico “combattimento per l’immagine”. Non pare manifestarsi nelle sue opere alcuna gerarchia dipendente dal formato della matrice, ma certamente impressionanti appaiono i grandi fogli quali le grandi Teste capovolte del 1981-82, o la grande Aquila, anch’essa rovesciata, dello stesso anno. Come del resto impressionante, pur nelle ridotte dimensioni, risulta l’intensità ideativa ed esecutiva della Madre con bambino del 1985. Naturalmente è interessante notare come l’artista capovolga qualsiasi immagine, le teste e le figure, uccelli e paesaggi, e perfino una drammatica Crocifissione e albero del 1983, resa meno forte e disturbante dal sorprendente impiego, in questa occasione, di un colore come il blu-cielo. L’utilizzo del colore nelle xilografie di Baselitz - il rosso, il verde e il blu - richiede del resto una particolare riflessione perché esso non sembra affatto avere l’intenzione di abbassare il valore drammatico delle immagini ma, sorprendentemente, e per altre vie, addirittura volerlo esaltare. È tuttavia nelle xilografie realizzate rigorosamente in bianco e nero che è possibile cogliere la verità più autentica dell’opera di Georg Baselitz. Perché è in questi fogli che risulta più chiaramente la volontà dell’artista di fronteggiare il mondo e rivelare la sua personale e drammatica condizione essendo stato «messo al mondo in un ordine distrutto, un paesaggio distrutto, in un popolo distrutto e una società distrutta». L’artista tedesco è giunto per tale via, sorprendentemente, a una sorta di “figurazione astratta”, apparentemente leggibile e riconoscibile, affidata alle sole qualità evocative e memorative del segno violento e dell’aspro contrasto tra due non-colori come il bianco e il nero. Tutta l’opera di Baselitz testimonia perciò, infine, il disagio esistenziale di un artista nato in un paese che, come ha detto egli stesso, “non è ancora sicuro di aver fatto i conti con la storia”. E che affida dunque all’arte la sola possibilità di superare definitivamente questa difficile condizione.

Enzo Di Martino, Curatore della mostra
dal catalogo APM Edizioni



BASELITZ. SOTTOSOPRA
Xilografie dal Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017

Orari: da martedì a domenica, ore 10-13; giovedì, sabato, domenica e festivi anche 15-19. Chiuso il lunedì.
Ingresso: intero €. 5 , ridotto €. 3
Info: tel 059/649955 - 360
Ufficio stampa Comune di Carpi: Giovanni Medici - Tel. 059.649780 - giovanni.medici@comune.carpi.mo.it
Ufficio stampa mostra: CLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas - Tel. 02 36755 700 - marco.olianas@clponline.it

Musei di Palazzo dei Pio
piazza dei Martiri, 68
Carpi (MO)

 

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