SiteLock

Archivi categoria : News

Maurizio Gabbana: Con la luce negli occhi, SKIRA Editore, Libreria Bocca, Milano, 14/12/2017

"Nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutt’attorno
per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta."

Arthur Shopenhauer

 

Presentato alla Libreria Bocca, Galleria Vittorio Emanuele II 12, Milano, il 14 dicembre il volume di Maurizio Gabbana "Con la luce negli occhi". Sono intervenuti: Rolando Bellini, docente dell'Accademia di Brera; Catia Zucchetti, curatrice del volume;  Marina Itoli, autrice e un numerosissimo pubblico.

Maurizio Gabbana "Con la luce negli occhi"
Editore: Skira
Collana: Fotografia
A cura di: Catia Zucchetti
Edizione: Italiana/Inglese
Data di Pubblicazione: dicembre 2017
Copertina: rigida
Rilegatura: Cartonato
Pagine: 160
Illustrazioni a colori: 6
Illustrazioni in b/n: 125

Dimensioni: cm 24 x 28
Peso: 0.7 kg 
Prezzo: € 45
EAN: 9788857237008
ISBN: 8857237001


Maurizio Gabbana
, le sue mille sfaccettature, il suo mondo. Questo libro permette al lettore di entrare a farne parte e, soprattutto, di scoprirne l'arte e la passione per la fotografia, un intenso vissuto nell'inebriante mondo della moda, del bello. Instancabile, religioso, alla continua ricerca della luce, dell'origine del movimento. Il suo essere, il suo viaggio introspettivo, raccolto in una sequenza fotografica. Differenti luoghi, poche persone, la passione per l'arte. La tecnica, l'illuminazione, un'interessante riconoscibilità.
Maurizio Gabbana ci trasporterà per l'Italia, una puntata a Parigi e a Barcellona e poi Dubai e NewYork, e ancora alberi, nuvole, allestimenti... Uno straordinario uso delle luci e del mosso e una sorpresa, un curioso "strumento" applicato alla sua macchina fotografica che genera effettti visivi molto originali. Nel suo modo di lavorare non c’è studio, né riflessione, ma istinto alla stato puro, più qualcos’altro che potremmo definire ispirazione e che lui, dal punto di vista di una persona molto religiosa, rende un concetto meno vago. Le foto di Gabbana sono un eterno presente estatico, una celebrazione della fotografia come istinto puro, non motivato da nulla se non dal piacere del guardare, dello stupirsi con una capriola che fa vedere il mondo al contrario.


Milanese di nascita, ma originario della Marca Trevigiana, Maurizio Gabbana è autodidatta; la sua passione lo porta alla camera oscura già da bambino. I suoi riferimenti visivi sono prevalentemente pittorici; da sempre appassionato della grande pittura del passato, ha studiato a lungo le tecniche di rappresentazione della luce di artisti come Caravaggio e Rembrandt, come si osserva ad esempio nel suo modo di rappresentare i cieli. Attraversa le città e i luoghi in cui si ritrova cercando di viverne intensamente la quotidianità, ricercandone l’essenza profonda come un ospite silenzioso in ascolto. Predilige le architetture ma si misura anche con la natura e i suoi fenomeni. Frequenta con parsimonia le mostre di altri fotografi, forse per timore di rimanerne condizionato. La sua ricerca fotografica si esprime con scatti di espressione artistica e nella camera oscura sperimenta e realizza le sue visioni. Scoperto dallo storico dell'arte Rolando Bellini, Gabbana afferma le sue ricerche futuristiche con "Dynamica Spazio Temporale" (in macchina digitale) e i suoi scorci, soprattutto notturni, analogici, in una dimensione Metafisica calata nella realtà della pace notturna.


"Ho conosciuto Maurizio Gabbana nel periodo in cui abbiamo lavorato nella stessa azienda, le occasioni per interfacciarsi non erano moltissime, mi aveva solo accennato alla sua passione per la fotografia.
Io, da sempre nel mondo dell’editoria, mi affacciavo a quello della moda. Respiravo lavoro, tanto. Precisione, passione. Indimenticabile l’emozione delle prime sfilate. Lui sembrava essere lì da sempre.
Poi ci siamo persi, per un lungo periodo. Ho iniziato a ricevere gli inviti alle sue mostre , ma ciclicamente non riuscivo ad andarci.
Qualche tempo dopo ci siamo ritrovati, ho finalmente visto i suoi lavori e realizzato di non averlo mai preso abbastanza sul serio.
Ho scoperto le inquadrature più classiche, la costante presenza della luce che rende tutto misterioso e affascinante.
Stupita dalla sua tecnica mi sono confrontata con Marina Itolli, con cui collaboro da anni. Ho trovato piacevolmente sorpresa anche lei, tanto da chiederle un contributo testuale a questo libro.
Maurizio ha iniziato a “mostrarsi” tardi e ora è in piena bulimia da scatto. Non è stato difficile per me selezionare tra i suoi lavori, ogni immagine vive da sola.
Il fil rouge che collega un’immagine all’altra è la continua ricerca della luce; tanti piccoli racconti confluiscono in un’unica lunga storia.
Luoghi non luoghi, immagini che si assomigliano tanto da sembrare ripetute, identità esasperate fino a scomparire.
Il suo essere profondamente religioso, la ricerca della solitudine, il suo approccio alla natura.
La sua passione per l’arte e la fotografia, il suo amore per la vita, sono riscontrabili in ogni scatto al quale si scelga di avvicinarsi.
Entriamo nel suo mondo attraverso un assaggio di una sua installazione, poi un susseguirsi di luoghi e infine ne usciamo attraverso un’altra di esse che ci apre un percorso magico, onirico.
Un cielo paradisiaco e un albero così potente da uscire dall’inquadratura, si sono scelti da soli, con un tale impeto da lasciarmi senza parole.
È l’impeto di Maurizio, quello di quando parla, si muove, fotografa.
È l’impeto con il quale arriva a chi lo guarda."

Catia Zucchetti


Maurizio Gabbana goes fast, switching from one project to another without stopping to ponder: in a hurry as you go in a hurry in Milan and he embodies the essence of the milanese, although the family has origins in Treviso. In his work there is study, nor reflection, but instinct to its purest, most anything else you might call inspiration, and that he, from the point of view of a very religious person, makes a more vague concept. Photos of Gabbana are an eternal present ecstatic, a celebration of photography as a pure instinct, not motivated by anything but the pleasure of watching, of surprising with a somersault which makes us see the world instead.


Libreria Bocca
Galleria Vittorio Emanuele II 12
20121 Milano
www.libreriabocca.com - libreriabocca@libreriabocca.com - Tel: +39 02.86462321

Maurizio Gabbanamaurizio.gabbana.fg@gmail.com

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Paolo Barozzi, Il retaggio di Jackson Pollock, Spazio Big Santamarta, Milano, Giovedì 14 dicembre 2017, ore 18

Giovedì 14 dicembre, allo Spazio Big Santamarta di Milano, organizzato dalla Galleria Rubin, Paolo Barozzi e i suoi numerosi ospiti hanno parlato dell'ultimo saggio dell'autore veneziano: IL RETAGGIO DI JACKSON POLLOCK di Paolo Barozzi, Campanotto editore, sono intervenuti con l'autore: Alan Jones, newyorkese, critico e curatore/organizzatore di mostre presso musei e gallerie di primaria importanza, uno dei massimi conoscitori della scena della Pop Art; Paolo Manazza, giornalista, critico d'arte, pittore e direttore editoriale; Maria Mulas, fotografa.

"A Paolo Barozzi il coraggio non manca mai quando è questione dì scalare le montagne più alte nella geografia dell'arte moderna. Affronta questa sfida con una specie di alpinismo biografico tutto suo, come ha già dimostrato nei suoi libri su Peggy Guggenheim o su Andy Warhol. Alla discesa porta sempre qualche nuova scoperta geologica." dice Alan Jones nella postfazione del presente volume. Qui l'autore ci fa da guida su sentieri alti, rivelando un'abbondanza di dettagli luminosi sulla vita di Jackson Pollock, sulla complessità e sui valori delle sue opere, con cui venne a contatto per la prima volta negli anni Sessanta, quando era assistente di Peggy Guggenheim. Nel libro scorrono situazioni e avvenimenti, si incontrano storie curiose e personaggi eccentrici, che hanno fatto la storia dell'arte e del costume degli scorsi decenni.
Gillo Dorfles nel ritratto dell’autore: "Un’epoca eroica per gli sviluppi dell’arte contemporanea. Per grande fortuna del lettore Barozzi si serve di un linguaggio del tutto personale: che da un lato analizza acutamente ogni aspetto estetico della situazione, ma che dall’altro rifugge da quel tedioso e pseudofilosoficamente oscuro, linguaggio adottato dalla maggior parte della critica ‘ufficiale.’"
 

Dal primo incontro, nel 1943, tra  Peggy Guggenheim e un’opera di Pollock.
Peggy ha 45 anni, Jackson 31. Lei è un’ereditiera con la passione per l’arte, lui un artista ancora in cerca di affermazione:
"Howard Putzel, assistente di Peggy, ha proposto di includere un’opera di Jackson Pollock nella collettiva di giovani artisti che si terrà nella galleria di Peggy. Le regole della mostra sono chiare : ogni artista sotto i 35 anni può presentare i suoi lavori, dopo di che una giuria, della quale fanno parte alcuni artisti affermati, tra i quali Mondrian e Duchamp, deciderà chi di loro merita di essere esposto.
Il primo impatto tra Peggy e una delle opere proposte da Pollock non è dei più incoraggianti. Trova il quadro – The stenographic figure – addirittura “orribile”. 

Imbattendosi in Mondrian, che lo sta esaminando con attenzione, aggiunge : “Non c’è disciplina…questo giovane ha seri problemi, dipingere è uno di questi, non penso che verrà scelto!
Mondrian guarda Peggy, continua a fissare il quadro e a grattarsi il mento, poi risponde : “Sto cercando di capire che cosa sta accadendo qui, penso che questo sia il quadro più interessante che ho visto in America! Non devi perdere di vista quest’uomo!” Peggy resta di stucco, poi tenta una sortita : “Dici sul serio? Questo quadro non può essere paragonato ai tuoi”.
Mondrian la gela immediatamente : “La mia pittura e le mie opinioni personali sono due cose totalmente diverse”. Anni dopo Peggy,  parlando di Pollock avrebbe preso ad esprimersi così: “Pollock venne facilmente accettato da me, la sua arte era così totale e magnifica che mi piacque subito”."

Paolo Barozzi


Jackson Pollock 51, 1951 (excerpt) Hans Namuth and Paul Falkenberg (directors) Morton Feldman (composer) "Ii: Jackson Pollock Speaks" di The Turfan Ensemble & Philipp Vandre.


"Il mio dipinto non scaturisce dal cavalletto. Preferisco fissare la tela non allungata sul muro duro o sul pavimento. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente "nel" dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del west. 
Continuo ad allontanarmi sempre di più dai soliti strumenti del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli, ecc. Preferisco bastoncini, cazzuole, coltelli e lasciar sgocciolare la pittura fluida o un impasto pesante con sabbia, vetri rotti o altri materiali estranei aggiunti.

Quando sono "nel" mio dipinto, non sono cosciente di ciò che sto facendo. È solo dopo una sorta di fase del "familiarizzare" che vedo ciò a cui mi dedicavo. Non ho alcuna paura di fare cambiamenti, di distruggere l'immagine, ecc., perché il dipinto ha una vita propria. Io provo a farla trapelare. È solo quando perdo il contatto con il dipinto che il risultato è un disastro. Altrimenti c'è pura armonia, un semplice dare e prendere, ed il dipinto viene fuori bene."

Jackson Pollock  (Cody, 28 gennaio 1912 - Long Island, 11 agosto 1956)

Il retaggio di Jackson Pollock-The legacy of Jackson Pollock 
Lingua: Italiano-Inglese
Autore: Paolo Barozzi
Editore: Campanotto
Collana: Rifili
Anno edizione: 2017

Pagine: 128, illustrato
Formato:rilegato
ISBN8845615634
EAN: 9788845615634
Prezzo: €. 15


Paolo Barozzi è scrittore, giornalista e traduttore. Nasce a Venezia da una antica famiglia di antiquari. Studia in Inghilterra e, rientrato in Italia dopo il servizio militare, incontra a Venezia la collezionista americana Peggy Guggenheim, della quale negli anni Sessanta è stato assistente personale. Al fianco della Guggenheim ha avuto modo di conoscere molti dei più importanti artisti e intellettuali dell'epoca, tra cui Marcel Duchamp che guidò Peggy nella creazione della sua famosa collezione. In seguito è diventato un noto gallerista e promotore d'arte tra Venezia e Milano partecipando ai più interessanti avvenimenti nel mondo dell'arte contemporanea.  Ha collaborato con Time e Life. Suoi articoli sono apparsi ne Il Mondo, Domus, Nuovi Argomenti, Interni, Vogue, Harper’s Bazaar etc. Ha pubblicato tra l’altro Il sogno Americano (Marsilio Ed.), Andy Warhol – Voglio essere una macchina! e Viaggio nell’arte contemporanea (Scheiwiller Ed.), Peggy Guggenheim Collection (Assouline Ed.), Con Peggy Guggenheim – Tra Storia e Memoria e Andy Warhol ed Io. Cartoline dai tempi della Pop Art (Marinotti Ed.), Da Duchamp agli happening: articoli pubblicati su Il Mondo di Pannunzio e altri scritti – Venezia Luogo della mente – Venezia Leggendaria scrittori e personaggi (Campanotto Ed.).  Sull'attività di Paolo Barozzi è uscito a cura di Ottavio Pinarello il volume Paolo Barozzi, una passione per l'arte (ArteCom Ed.) 

Informazioni:
SPAZIOBIG
: Gianfranco Guzzi -tel.0284967150 - g.guzzi@promo-art.it
GALLERIA RUBIN: James Rubin - tel. 0289096921 -info@galleriarubin.com - www. galleriarubin. com
PAOLO BAROZZI: paolo.barozzi@alice.it

Via Santa Marta 10
20123 Milano
 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Carlo Ramous: Materia e materia, Officine Saffi, Milano, dal 15 dicembre 2017

Inaugurazione 14 dicembre dalle 18.00 alle 21.00


Dal 15 dicembre al 17 gennaio le Officine Saffi presentano presso i propri spazi laboratoriali una piccola mostra dedicata alle opere di Carlo Ramous.
In esposizione alcune sculture degli anni '50, tra classicismo e sperimentazioni cubo-primitiviste, che dialogano con tecniche miste degli anni '70, testimonianza della grande sensibilità spaziale dell'artista. Completano la mostra diverse spille in ceramica del 1953, un'eccezionale produzione di sculture da indossare.
Dal temperamento riservato, sensibilissimo, Carlo Ramous ai suoi esordi non si presentò con immediatezza come profondo innovatore del fare arte, bensì come attento tessitore di fili che potessero intrecciare tradizione e futuro. Le sue prime prove nel secondo dopoguerra si erano infatti concretizzate nel solco del figurativismo di radice classica (Marino Marini era stato suo carismatico maestro a Brera), avvicinandosi in pochi anni a quel picassismo il cui influsso in Italia sarebbe stato suggellato dalle memorabili mostre dedicate al maestro spagnolo nel ‘53 a Roma e, poco dopo, a Milano, a Palazzo Reale.
Una delle sue prime palestre di esercitazione fu la terracotta. Ne testimoniano la vitale espressività alcune sculture che Ramous, fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, modellò a soggetto antropomorfo: nel 1955, “Testa” e “Grande donna seduta”, poi nel 1956 “Solitudine” e nel 1957 “Due figure”, opere tutte realizzate in cotto refrattario e ammantate dei toni caldi e scabri che al linguaggio di tale materia appartengono.
Fra figurazione e astrazione, già si avvertiva come l’artista stesse meditando altri percorsi che lo avrebbero allontanato dalla solida tridimensionalità che, desunta in parte dall’arcaismo mediterraneo in parte dal mondo dell’antichità classica, si era perpetuata nell’arte italiana fino al XX secolo. Si pensi ad Arturo Martini o al primo Manzù, quest’ultimo, tra l’altro, anch’egli maestro del giovane scultore milanese.
Ai primi anni Cinquanta, in particolare al 1953, risale la nascita delle prime spille in ceramica smaltata che riconducono al mondo muliebre sia per finalità ornamentale sia per scelte tematiche, nei soggetti e nei decori. Tali piccoli “gioielli”, creati per la moglie Lalli, ma anche per amiche e persone a lui vicine, come, per esempio, collezionisti ed estimatori della sua opera, avrebbero rivelato nel corso dell’iter artistico il coté intimista di Ramous, delicato, e garbatamente ludico. Volti, maschere, arcieri, gatti, colombe si susseguono a ritmo veloce su queste placche di qualche centimetro di diametro, caratterizzate da un segno creativo che zampilla vivace per tradursi in piccoli monili. Le comparazioni stilistiche con la produzione di ornamenti di altri artisti che, tra la fine degli anni Quaranta e i Sessanta, si sarebbe delineata in ambito europeo, è immediata. Max Ernst, Pablo Picasso o George Braque avevano iniziato a interessarsi anch’essi al bijou, introducendo - in gioielli d’oro sbalzato e inciso, o smaltato e tempestato di pietre - maschere, tra il tribale e il surreale, figure di donna come icona classica, soli raggianti come amuleto, uccelli, gabbiani o colombe come segno di libertà. Nelle opere di Ramous appaiono simili le fattezze compatte dei ritrattini femminili, di ripresa frontale o laterale, e analogo è il senso della sintesi formale, con qualche concessione all’Africa e ai suoi simulacri.
La fantasmagoria vivace e cangiante delle piccole spille certamente non distrasse mai Ramous dalle sue ricerche, sviluppate ormai in stile astratto (si veda la vasta produzione di sculture in bronzo o le aeree strutture in ferro cui è stato adeguato rilievo nella mostra tenutasi nell’estate 2017 alla Triennale di Milano, a cura di Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti). Piuttosto il gioiello rappresentò un divertissement che, come un fil rouge, legò fra loro momenti “privati” del suo iter esistenziale.
Già a fine anni Cinquanta, per proseguire poi nei Sessanta e nei Settanta, erano giunte infatti commissioni di grande impegno, che Ramous portò a compimento in collaborazione con architetti come Mario Tedeschi, Carlo Bassi e Goffredo Boschetti, ovvero opere in cui scultura (in cemento o terracotta) e architettura si integravano in un’armoniosa complementarietà di impronta figurativa, astratto-informale, o brutalista, come nel caso dello stabilimento tipografico Cino del Duca, edificato a Blois nel 1961 su progetto dell’ingegnere Tullio Patscheider. Ma non da sole realizzazioni plastiche fu scandito nei decenni, fino ai Novanta, l’impegno quotidiano di Ramous negli spazi di via Ariberto, dove a lungo visse e lavorò. La pittura lo aveva sempre interessato, e soprattutto le sue attuazioni in chiave sperimentale. In essa fondeva materiali che, insieme, raramente trovano applicazione su superfici bidimensionali: tela, carta, legno, cellophane, pigmenti minerali, ferro, materie combuste. Valgano a esempio “Sogno” del 1971, i cui grafismi si disegnano su juta grazie a combustioni, o l’opera di sapore architettonico “Senza titolo” (1981), in cui china, carta, cellophane si traducono in saggio compositivo di poetico impianto strutturale. In una sintesi che riassume la molteplicità degli esiti espressivi del maestro, la cui aspirazione era abbattere i confini fra arte e arte, materia e materia, linguaggio e linguaggio. Con l’inquieto interrogarsi che tale impresa comporta, e che era connaturato all’intimo essere dell’artista."

Alessandra Quattordio, estratto dal catalogo

From December 15 to January 17 Officine Saffi is pleased to present a small exhibition dedicated to the works of Carlo Ramous. On display some sculptures from the 1950s, between classicism and cube-primitivist experimentations, which interact with some mixed techniques of the 70's, witness to the great spatial sensitivity of the artist. The exhibition is completed by few ceramic pins made in 1953, an exceptional production of sculptures to wear.
It is impossible to miss the imposing dancing figure that is the focal point of Piazza Conciliazione in Milan since 1981. Entitled “Gesto per la Libertà” (Gesture for freedom), the monumental installation, made of iron by Carlo Ramous in 1973, still emanates the sense of neo-Futurist rebellion that the artist wanted to express when he designed it in the air, with all the gestural power in his arm, placing it into a relation with the urban space. This dialogue between sculpture and architecture, begun in the 1950s, never ended for Ramous, and characterises his plastic works, which are certainly designed for humankind, but often intended for an interaction with squares, churches and buildings. Carlo Ramous, with his reserved, quite sensitive temperament, did not first present himself as a profound innovator of the arts, but as an attentive weaver able to intertwine tradition and future. His early works in the second post-war period remained classically figurative (Marino Marini had been his charismatic teacher at Brera). Within a few years, Ramous strayed into Picassism, an influence sealed in Italy by memorable exhibitions dedicated to the Spanish artist in '53 in Rome, and shortly thereafter in Milan, at Palazzo Reale.
One of his early practices started with the terracotta medium. His vital expressiveness is testified by some sculptures that Ramous, from the late forties and early fifties, modelled as anthropomorphic subject such as “Testa” (head) and “Grande donna seduta” (big woman sitting) in 1955, "Solitudine" (loneliness) in 1956 and, in 1957, "Due figure" (two figures), all of which are made of refractory terracotta, clad in the warm and rough tones that characterise the material. Between figuration and abstraction, these are the works of an artist already probing alternative paths, which could have distracted him from a solid three-dimensionality, in part derived from Mediterranean archaism, and in part from classical antiquity, to which Italian art had remained bound into the 20th century. For instance of Arturo Martini, or the first Manzù. The latter, among others, was also a teacher of the young Milanese sculptor. Ramous' imprint, compact yet delicate in the expressive shades of his faces and bodies, also opened up a multitude of interpretations and reflections. His treatment of the female figure, one of the leitmotifs of his work in those years, testifies to this: the woman-lover-mother icon (the vigorous Pomona, Goddess of Fruit in ancient Rome) becomes both the source of research and an interlocutor with whom to exchange a word and, together, to offer answers through her vibrant representation.
In the early 1950s, specifically in 1953, Ramous produced his first glazed ceramic brooches, which trace a path back to the world of the feminine in their ornamental function, their choice of theme, their subject and their decorative flourishes. These little "jewels", created for his wife Lalli, but also for friends, collectors and admirers of his work, reveal the intimate, delicate and graciously playful coté to the artist’s creative process. Faces, masks, archers, cats and doves follow at a fast pace on these plaques, only a few centimetres in diameter, and characterised by a creativity that radiates life, in the form of small pieces of jewellery. Stylistic comparisons with ornaments by other artists are immediate, and would have been noted in Europe from the end of the 1940s to the 1960s. Max Ernst, Pablo Picasso or George Braque had also dabbled in the bijou, introducing jewellery – gold, embossed and engraved, or enamelled and encrusted with gemstones – masks, from the tribal to the surreal, the female figure as a classical icon, radiant solar amulets, birds, seagulls and doves – the classic sign of freedom. These bear obvious similarities with the compact feminine features in Ramous’ miniatures, whether frontal or lateral. The same is true of the sense of formal synthesis, though with some concessions to Africa and its simulacra. The second post-war period was extraordinary for the jewellery devised by painters and sculptors. It is interesting to note how in tune Ramous was with the times, only a decade after Alexander Calder and Max Ernst, whose ornaments date back to the forties, yet anticipating some of the French "cubists" by a few seasons. Of course, in the case of Ramous, we're not talking about precious metals. He worked instead with humble materials such as ceramics, which, in Italy, had their distinguished precursors in Lucio Fontana or Fausto Melotti, and equally extraordinary interpreters in Roberto Sebastian Matta or Enrico Baj – Ramous’ contemporaries – all of them linked in some way with the kilns of Albisola. In 1961, the International Exhibition of Modern Jewellery opened its doors in London, where the jewellery historian Graham Hughes had called up many goldsmiths to reconnect with the phenomenon of artists' jewellery that was, by then, increasingly catching on. Man Ray, Alberto Giacometti, Jean Arp, Picasso, Salvador Dalí, Max Ernst and other important artists active in the specific field of the traditional ornament were among the best-known figures to take part.
The lively and ingenious series of little brooches certainly did not distract Ramous from his project, developed along abstract lines (see the vast production of bronzes and aerial iron structures, appropriately highlighted by Fulvio Irace and Luca Pietro Nicoletti at their exhibition in summer 2017 at the Milan Triennale). Rather, the jewellery represented just one divertissement that, like a fil rouge, linked together "private" moments in their existential journey. Already in the late 1950s, and continuing into the sixties and seventies, large, signature commissions had come to fruition. Ramous accomplished these in collaboration with architects such as Mario Tedeschi, Carlo Bassi and Goffredo Boschetti, integrating sculpture (concrete or terracotta) and architecture in harmonious complementarity to cast Ramous’ figurative, abstract-informal or brutalist footprint, for instance the Cino del Duca publishing house in Blois, 1961, designed by engineer Tullio Patscheider. Ramous’ works were not restricted to sculpture in the decades up to the Nineties: his daily output is also on display in Via Ariberto, where he lived and worked for many years. Painting always interested him, especially in his more experimental creations, where he blends materials rarely combined on a two-dimensional surface: canvas, paper, wood, cellophane, mineral pigments, iron and combustible materials. For example, "Sogno" (sogno) from 1971, in which Ramous combusts the graphics onto a jute surface; or the architectonically suggestive "Senza titolo" (1981), in which Indian ink, paper and cellophane translate into a compositional essay in a poetic, structural assemblage: a synthesis that summarises the variety of Ramous’ creative expression, which aspires to break down the boundaries between art and art, matter and matter, language and language, with all the restless questioning that this enterprise involves, and which was inherent to the intimate being of the artist.
Extract from the curatorial essay by Alessandra Quattordio
The exhibition will run until January 17th 2018


Carlo Ramous: materia e materia
Dal
15 dicembre al 17 gennaio 2018

Officine Saffi
via Aurelio Saffi 7
Milano

T. +39 02 36685696 - www.officinesaffi.com - info@officinesaffi.com

 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Franco Maria Ricci: Éphémère. La Bellezza inevitabile, presentato al Teatro Regio di Parma, 8/12/2017

Un evento la cui data è stata fissata con un anticipo di ottant’anni
non può che essere memorabile

Bernard Le Bovier de Fontenelle


Graphic designer, editore, collezionista d’arte, appassionato bibliofilo, costruttore di labirinti neo-ottuagenario: Franco Maria Ricci è tutto questo e molto altro. Folgorato dall’incontro con l’opera di Bodoni, Franco Maria Ricci ha iniziato la sua carriera di editore nel 1963, con una ristampa anastatica del Manuale Tipografico, coltivando in parallelo un forte interesse per la grafica che lo ha portato a disegnare i marchi e le pubblicità per diverse grandi aziende, italiane e straniere. Il gusto per la bellezza del corpo della scrittura, per le proporzioni e l’armonia dell’impaginazione è all’origine delle sue collane. I Segni dell’Uomo, Morgana, Quadreria, Luxe, calme et volupté, Curiosa, Iconographia, La biblioteca blu, Top Symbols and Trademarks of the World, Varia, La Biblioteca di Babele, Guide impossibili, Grand Tour, Antichi Stati, Signorie e Principati, e le Enciclopedie delle città e delle regioni d’Italia, Milano, Parma, Roma, la Sicilia: etichette sotto le quali si allineano volumi e formati di natura diversa, nella maggior parte dei casi ricchi di splendide immagini affiancate da testi di qualità. Reso celebre nel mondo dalla rivista FMR, pubblicata dal 1982 al 2004, e definita da Federico Fellinila perla nera”, ha portato avanti la sua attività editoriale fino ad oggi, contemporaneamente al progetto del Labirinto della Masone, a lungo sognato, poi costruito e realizzato.

Per festeggiare il suo ottantesimo compleanno e celebrare un percorso di vita volto sempre alla ricerca della Bellezza, il team del Labirinto della Masone, con il sostegno della Fondazione Teatro Regio e del Comune di Parma, organizzano il giorno 8 dicembre alle ore 12 presso il Teatro Regio di Parma la proiezione in anteprima assoluta del documentario Éphémère. La Bellezza inevitabile, realizzato da Simone Marcelli, Barbara Ainis e Fabio Ferri.

Il documentario, prodotto da Catrina Producciones con il sostegno di Smeg, Fratelli Berlucchi e SCIC, e con la partnership tecnica di Fujifilm, American Airlines e OnClassical, presenta la storia di Franco Maria Ricci.
Metafora di tutta una vita e fil rouge visivo del documentario è il labirinto, (ultima) opera monumentale che Ricci ha inaugurato nel 2015 nella sua Fontanellato. Perdendosi tra corridoi e incroci di questo dedalo, circondati da alte pareti di bambù, gli spettatori percorrono simbolicamente e visivamente il sogno del labirinto fisico e metaforico, ispirato all’editore dall’amico e collaboratore Jorge Luis Borges fin dagli anni Ottanta.
La proiezione è stata preceduta dai saluti del sindaco Federico Pizzarotti e dagli auguri degli amici Vittorio Sgarbi e Mario Lanfranchi.




Éphémère - La bellezza inevitabile  
Italia, 2017 - documentario 
Produzione indipendente, Catrina Producciones 
Autori: Simone Marcelli, Barbara Ainis e Fabio Ferri 
Regia: Simone Marcelli 
Testi di: Barbara Ainis 
Lingua originale: italiano 
Con: Maya Sala, Aura Marcelli, Mario Zucca (voce Ricci) 
Con la partecipazione di: Franco Maria Ricci, Bernardo Bertolucci, Vittorio Sgarbi, María Kodama Borges, Guy Cogeval, Inge Feltrinelli, Ulrico Hoepli, Benedikt Taschen, Tullio Pericoli, Pier Carlo Bontempi, Pia e Roberto Berlucchi, Laura Casalis, Edoardo Pepino 
Riprese: Fabio Ferri, Paolo Ferri 
Fotografia: Paolo Ferri 
Montaggio: Fabio Ferri 
Suono: Giuliana Cernuschi 
Musiche originali: Francesco Borghi 
Post-produzione video e color grading: Jacopo Pietrucci 
Produttore esecutivo: Barbara Ainis 
Assistente alla produzione: Viviana Savino 
Durata: 66’ 
Formato: HD (Progressive) 16:9 - Colore


Ci sono persone capaci di guardare al passato, al presente e al futuro con una lucidità visionaria e una chiarezza tali da coglierne l’essenza e imprimervi la propria firma in maniera indelebile. Franco Maria Ricci, creatore ed editore dei libri d’arte più eleganti e apprezzati internazionalmente, lo ha fatto, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, risvegliando, insieme all’arte della stampa, il gusto per il bello di milioni di bibliofili in tutto il mondo. Artista grafico, collezionista appassionato e raffinato esteta, ha avuto il coraggio e l’ambizione di dettare, senza compromessi, il proprio concetto di bellezza – originale, fuori dal comune, barocco eppure essenziale –, collaborando con molti tra i più grandi personaggi della cultura contemporanea e influenzando il mondo dell’arte e dell’editoria per decenni. 
È lo stesso Ricci, tra i corridoi di bambù del suo labirinto e le sale della sua collezione d’arte, a raccontare la propria storia nel documentario Éphémère - La bellezza inevitabile. Non una biografia esaustiva, ma una lunga serie di emozioni, ricordi di avventure surreali, incontri e amicizie profonde e imperiture. Alcuni di quegli amici – tra i quali il regista Bernardo Bertolucci, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, gli editori Feltrinelli, Hoepli e Taschen e il direttore del Musée d’Orsay Guy Cogeval – intervengono nel racconto, con affetto e stima palpabili, e con aneddoti capaci di dipingere il profilo unico e poliedrico di un genio italiano, ma anche di un uomo brillante, divertente e di grande umanità. Da Parma a Parigi, da New York alla Buenos Aires di Boges, il documentario percorre la vita e i sogni realizzati di uno dei più influenti maître à penser della seconda metà del XX secolo. 

Perdendosi tra corridoi e incroci del labirinto più grande del mondo, gli spettatori percorrono simbolicamente e visivamente il sogno della vita di Franco Maria Ricci, l’editore d’arte, designer e collezionista eclettico che ha saputo sorprendere il mondo con le sue opere e influenzare il gusto di generazioni di bibliofili e amanti del bello. Nel documentario, Éphémère - La bellezza inevitabile, i ricordi dello stesso protagonista, riportati in prima persona, raccontano, da un punto di vista evocativo e non didascalico, la storia di questo intellettuale visionario, un vero genio italiano, capace di dare il proprio contributo, originale e indelebile, nei diversi ambiti della cultura. Attraverso le sue collaborazioni e le profonde amicizie con alcuni dei personaggi più importanti del contesto internazionale, ha saputo unire in maniera inedita arte e letteratura, design e narrativa. 
Le parole di Franco Maria Ricci si alternano alle interviste ad alcuni di questi personaggi che hanno condiviso con lui parte del cammino personale e professionale – tra i quali il regista Bernardo Bertolucci, lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, gli editori Feltrinelli, Hoepli e Taschen e il direttore del Musée d’Orsay Guy Cogeval – e che presentano il protagonista come un sensibile estimatore e conoscitore della bellezza in tutte le sue forme, un uomo delle grandi scommesse, un cercatore, un sognatore tenace, un visionario ambizioso, un intellettuale raffinato, ma anche, semplicemente, un caro amico. 
Il senso del documentario, come pure della storia personale di Franco Maria Ricci, si sviluppa in un movimento segnato da ossimori, dicotomie e opposti: Parma e il Jet-set internazionale; l’eleganza classica del segno e la sua collezione d’arte, eclettica e aperta all’irrazionale; il fantastico e la ragione illuminista; l’artigianato, prezioso e popolare, e l’arte, aristocratica ed elitaria. Questi contrasti, mai presentati in forma totalmente esplicita, sono individuati non già come elementi superati da una sintesi, ma come segno e cifra della personalità complessa e poliedrica del protagonista, raccontata nei diversi “capitoli” che compongono il documentario: Bodoni, Borges, La grafica, Il nero e l’oro, FMR, Il collezionista e, infine, di nuovo Il labirinto. 
E proprio il labirinto, sogno borgesiano, metafora di tutta una vita e fil rouge visivo del documentario, è l’ultima opera monumentale che Ricci ha realizzato tra il 2004 e il 2015 nella sua Fontanellato, quando, come Greta Garbo, ha lasciato le scene all’apice della fama, e, come il principe di Ligne, si è dedicato alla cura di un giardino senza uguali.
Il documentario nasce dall’incontro professionale del regista Simone Marcelli col collezionista Franco Maria Ricci, per un precedente lavoro documentale sull’artista Adolfo Wildt. Non sempre conoscere i propri miti e le icone della propria formazione culturale riserva sorprese gradite. Ma in questo caso, lungi da incontrare una delusione, il fascino della vita e del lavoro di Ricci si sono presentati con forza ancor più dirompente, ascoltandone i racconti spontanei e divertenti, osservando il sorriso emozionato, oggi come quarant’anni fa, di fronte alle avventure più ambiziose e agli incontri più incredibili. 

L’Associazione Culturale La Catrina, attraverso il brand Catrina Producciones, con il Patrocinio della Fondazione Franco Maria Ricci e del Comune di Parma, il sostegno di Smeg, Fratelli Berlucchi e SCIC, e con la partnership tecnica di Fujifilm, American Airlines e OnClassical, ha realizzato il documentario Éphémère - La bellezza inevitabile, un lavoro ambizioso che ha impegnato tutto l’affiatato team di questa produzione indipendente per oltre un anno e mezzo, con riprese e interviste in Italia, Francia, Germania e Argentina. L’entusiasmo e la disponibilità a partecipare in questo nostro progetto, dimostrati dai prestigiosi personaggi intervistati, hanno reso gli sforzi e le molte trasferte, occasioni piacevoli per incontri indimenticabili. 

Simone Marcelli nasce ad Arezzo nel 1970. È laureato in Storia Contemporanea ed è regista e videoreporter. Éphémère - La bellezza inevitabile è la sua opera seconda, dopo A. Wildt. Il marmo e l’anima, 2015, lungometraggio realizzato in occasione della mostra sull’artista milanese al Musée de l’Orangerie a Parigi. Conduce seminari e corsi di formazione sui linguaggi audiovisivi e sull’uso dell’audiovisivo anche in ambito Social. È socio fondatore dell’Associazione Culturale La Catrina, che, con il brand Catrina Producciones, realizza documentari dedicati all’arte e promuove la cultura dell’audiovisivo. 


DSC Consulenza e Comunicazione: Emanuela Capitanio emanuela.capitanio@gmail.com - mob. 347 4319334; Lavinia Larice lavinialarice@libero.it - mob. 328 6840436; Alessandra Perrucchini alessandra.perrucchini@dscpress.com - mob. 340 4212323 


Il Labirinto più grande del mondo nasce a Fontanellato da un’idea di Franco Maria Ricci e da una promessa da lui fatta nel 1977 allo scrittore argentino Jorge Luis Borges, affascinato da sempre dal simbolo del labirinto anche visto come metafora della condizione umana.
Ci sono labirinti con Minotauri. E giardini colmi di delizie. Eden in cui è bello vagare, labirinti mentali dove perdersi e poi ritrovarsi.
Quello di Ricci, esteta di gusto eccelso e da sempre amante del bello, è un dedalo elegante e seducente. Un luogo di cultura, disteso su otto ettari di terreno, da lui progettato con gli architetti Pier Carlo Bontempi, che ha eseguito i sorprendenti edifici, e Davide Dutto che ha progettato la geometria del parco. Si trova a Fontanellato, Parma, borgo ricco di storia. Il Labirinto di bambù è da considerare come un lascito a quel lembo di Pianura Padana comprendente Parma, il suo contado e le città vicine, al quale Ricci è legato dalla nascita e la cui importanza per l’arte e il paesaggio italiano è spesso sottovalutata. Parma è sempre stata un luogo di delizie, culla di grandi e preziose collezioni d’arte. Fontanellato, con il suo splendido centro storico, la Rocca Sanvitale, gli affreschi di Parmigianino, racchiude in sé uno straordinario patrimonio artistico, e si è affermata anche per la buona cucina. Ad affascinare Ricci oltre alla vicinanza ad un posto così ricco di bellezza, è anche l’affetto per la natura campestre di Fontanellato, nello specifico la tenuta Masone, che appartiene alla sua famiglia da generazioni. Un luogo unico sotto ogni aspetto: Il Labirinto è un luogo multiforme e originale, a partire dall’architettura dell’intero progetto. Tre sono le forme del labirinto classico: quella cretese a sette spire; quella del labirinto romano, con angoli retti e suddivisa in quartieri (quattro labirinti intercomunicanti); quella del labirinto cristiano a undici spire, del tipo Chartres. Ricci ha scelto di ispirarsi alla seconda, tuttavia rielaborandola e introducendo qua e là delle piccole trappole: bivi e vicoli ciechi, che nei labirinti romani, rigorosamente univiari, non c’erano. Il perimetro è a forma di stella, forma che compare per la prima volta nel Trattato di architettura del Filarete, e in seguito fu adottata da Vespasiano Gonzaga a Sabbioneta e dalla Repubblica Veneta a Palmanova in Friuli. Il progetto del Labirinto ha subito una lunga elaborazione insieme all’architetto Davide Dutto, che per Franco Maria Ricci aveva curato un volume con le ricostruzioni virtuali del Giardino di Polifilo. All’interno del Labirinto risiede anche una cappella a forma di piramide, a commemorazione dell’antico legame tra i labirinti e la Fede. Sul pavimento di questo edifico è raffigurato un labirinto come un continuo richiamo tra esterno ed interno e in questo luogo sarà anche possibile celebrare cerimonie. 
Franco Maria Ricci ha scoperto la sua passione per il bambù negli anni Ottanta. Ha piantato in questi anni più di 20.000 bambù e nel parco se ne possono trovare circa venti specie differenti, da quelle nane a quelle giganti.
Si tratta di una pianta straordinaria che non si ammala, non si spoglia d’inverno, assorbe grandi quantità d’anidride carbonica.
Il Labirinto è la dimostrazione vivente delle immense potenzialità di questa pianta. Persino il pavimento a parquet degli edifici è stato realizzato con lo stesso materiale, per una maggiore coerenza dell’intero progetto.
La vastissima collezione d’arte di Franco Maria Ricci è ospitata nel Museo. Ad oggi comprende oltre 500 opere fra pitture, sculture e oggetti d’arte, dal ‘500 al ‘900. La prima delle numerose mostre temporanee che si alterneranno, verrà inaugurata il 28 maggio e si intitolerà “Arte e follia”, curata da Vittorio Sgarbi. L’eclettismo di Ricci si nota anche nella varietà delle opere collezionate: da Bernini a Ligabue da Carracci alla sua preziosissima Jaguar degli anni’60. La biblioteca contiene l’intera collezione di volumi stampati da Bodoni: oltre 1.200 volumi con preziosissime legature, raccolti negli anni da Ricci. Inoltre, nel Labirinto sono esposte tutte le sue edizioni e quelle di un altro importante esponente della bibliofilia italiana, Alberto Tallone.


Labirinto della Masone
Strada Masone 121
43012 Fontanellato (Parma)
Tel. 0521/827081 - press@francomariaricci.com - www.labirintodifrancomariaricci.it e www.francomariaricci.com - www.facebook.com/illabirintodifrancomariaricci - Twitter: @LabirintoFMR

Print Friendly, PDF & Email
Condividi su:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi