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Alessandra Pierelli: I love pop food, Mondadori Megastore – Milano Duomo, fino al 11/03/2018

Il pop food è uno degli elementi della pop art che si sovrappone ed è quasi inestricabile rispetto alla dimensione iconica propria di un’arte che sublima i brand dell’industria alimentare - pensiamo alla soup cambell o alla coca cola di Warhol - in quanto miti riconosciuti e riconoscibili da tutti nell’epoca mass market e dei mass media, più ancora delle figure dello star system, del cinema, della musica. Il cibo, di fatto anche oggi nel tempo degli chef stellati e stellari, è il tema dei temi, il super tema dell’Occidente a cui la gente dedica tempo ed intelligenza, soldi ed energie, in una sorta di idealizzazione in cui l’abbuffata o il digiuno, la raffinatezza ingordigia del gourmet o l’ideologia salutista del vegano, sono semplici versi della stessa medaglia. Qui, sul bordo, si innesta il lavoro concettuale di Alessandra Pierelli che aderisce, come nella migliore tradizione pop, al contesto rappresentato, quello appunto ludico dei dolciumi e delle caramelle, venendo però ad evidenziare i limiti della sua rappresentazione: mutandone la scala (per esempio la confezione gigante di macarones), ingannando l’occhio (i cioccolatini perfetti, ma di resina), oppure utilizzando la materia biologica come nuova pelle, un rivestimento organico che rivitalizza l’opera ma in altro modo (si pensi al balloon dog di Koons ricoperto di marshmallow). Alessandra Pierelli opera con le armi retoriche tipiche della decontestualizzazione e del détournement, oppure con nuove proposizioni segniche che agiscono sul significante e dunque anche sul significato (si pensi al “Cornetto Agita”, in tutto simile tranne per questo refuso al corrispettivo marchio). E basta questo slittamento semantico per fare di un’opera iperrealista un’opera concettuale, per introdurre, in un contesto solo all’apparenza di leggerezza, una comicità “algida” da vera patafisica, capace di aggredire nello stesso tempo le certezze del mondo dell’arte e quelle del mondo dei consumi.

Alessandra Pierelli nasce ad Ancona, ha frequentato il primo anno dell’Accademia di Brera con indirizzo pittura. Successivamente partecipa ad un corso di decorazione e trompe l’oeil presso l’Accademia del superfluo di Roma diretta dal Prof. Lucifero. Dal 1996 al 1998 frequenta il corso dell’International Art School di Montecastello di Vibio (PG) diretta dal maestro Nicholas Carone. Nel 1999 apre uno studio di pittura e decorazione d’interni a Todi. Dal 2002 al 2005 collabora con il noto artista Alvin Held. Nel giugno 2004 organizza insieme a Giuliana Dorazio e Giorgio Bonomi la mostra All’ombra di Bramante sculture in un parco. Dal 2006 partecipa ed organizza numerose mostre collettive e personali di prestigio.Da marzo 2015 vive e lavora a Trieste. Attualmente collabora con le gallerie, Mini gallery di Assisi, Cavaciuti di Milano, Econtemporary Trieste.

Mostre personali e collettive
-Luglio 2006:” Fleurs opere d'amore”, Studio A87 Spoleto -Perugia, a cura di Franco Troiani e Cecilia Metelli.
-Marzo 2007: "Junger Anger”, doppia personale con Michele Toppetti all'Atelier dell'Arco Amoroso, Ancona.
-Settembre 2007:” Sconfinamenti”, omaggio a Piero Dorazio, Palazzo Landi Corradi, a cura di Graziano Marini e Alessandra Pierelli.
-Ottobre 2007:" COCO ART", fine painting in art chocolate, Corso Vannucci 30, Perugia.
-Novembre2007”: Ex voto atti di fede nel nome dell'Arte”, complesso San Carlo Borromeo, Spoleto, a cura di Studio A87 e Franco Troiani.
-Febbraio 2008:” Frammenti di un discorso amoroso “, Personale a Torre Almonte, Frontignano di Todi, a cura di Raffaella Gabetta.
-Marzo 2008:” Venere…sensi…sentimenti…”,Terni, Palazzo Gazzoli, a cura di Marinella Caputo.
-Settembre 2008:” Le stanze di Eco”, doppia personale con Silvia Ranchicchio, Palazzo degli Atti, a cura di Paolo Nardon.
-Dicembre 2008:” Mater Dulcissima “, Galleria civica d'Arte Moderna, Spoleto, a cura di Michele Santi.
-Settembre 2009:” La stanza di Eco”, Personale al Grifone, Galleria d'arte contemporanea, Lecce, a cura di Monica Taveri e Alessandro Turco.
-Novembre 2009: “Il muro di Berlino” 13 agosto 1961- 9 novembre 1989, collettiva a cura di Federica Di Stefano , galleria 196 Roma.
-Febbraio 2010:” Rossobastardo d'amore”, Personale al Castello di Montignano, Massa Martana, Perugia.
-Ottobre 2011:” Buste dipinte festival delle lettere”, Spazio Oberdan, Milano, a cura della galleria Dep Art.
-Giugno 2012: “+50”. Sculture in città tra memoria (1962) e passato (2012), collettiva a cura di Gianluca Marziani, Palazzo Collicola Arti Visive, Spoleto.
-Gennaio 2013: “Solstizi di fragilità sentimentali” personale a cura di Andrea Baffoni , associazione culturale l’Officina, Perugia.
-Giugno 2013: Vestiti d'arte, il vestito in arte contemporanea, collettiva con Silvia Beccaria, Elisa Leclé, Marco Pietrosanti, Valeria Scuteri, a cura di Claudia Bottini, Chiostro di Sant’Agostino, Montefalco, Perugia.
-Dicembre 2013: Comics and Songs, Mini Gallery di Assisi, doppia personale con Stefano Chiacchiella, a cura di Andrea Baffoni.
-Febbraio 2014: “ So sweet so passionate”, personale a cura di Claudia Bottini, progetto contaminazioni artistiche Castiglione del lago (PG) .
-Dal 2 dicembre 2016 al 18 febbraio 2017:  "360 ART SHOW"  mostra collettiva cura di Elena Cantori, galleria Econtemporary, Via Crispi 38, Trieste.


La mostra di Alessandra Pierelli fa parte del ciclo di mostre “st art. L’arte per tutti” ideato da Mondadori Store dedicate alla pop art a cura di Angelo Crespi, con l’obiettivo di rendere ancora più comprensibile e accessibile l’arte contemporanea e i suoi protagonisti a partire dalla dimensione più pop. Le mostre prevedono installazioni e performance che rendono la dimensione espositiva un momento di spettacolo e comunicazione, l’esposizione di pezzi originali e la creazione di multipli e gadget a disposizione del pubblico.
st art si avvale della preziosa collaborazione di Sergio Pappalettera che ha realizzato la comunicazione integrata del progetto.


I love pop food di Alessandra Pierelli
st art. L’arte per tutti
Dal
14/02/2018 al 11/03/2018
Orari: 9 - 23
Ingresso: gratuito
Informazioniwww.mondadoristore.it -  #StartInStore
Sponsor: Gobbetto e ARIEL CAR

Spazio Eventi
Mondadori Megastore - Milano Duomo
Piazza Duomo 1
20121 Milano

 

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Poetry and Pottery, CAMeC centro arte moderna e contemporanea, La Spezia, fino al 29/04/2018

 

Il CAMeC - centro arte moderna e contemporanea La Spezia - presenta la prima mostra italiana di poesia visiva su ceramica con opere dei maggiori autori del settore di ricerca.

Un progetto espositivo di ricerca che riunisce questa particolare tipologia di lavori, certamente la più rara nell’ambito della poesia visiva contando poche centinaia di esemplari al mondo. Un progetto senza precedenti, rappresentativo della produzione artistica su supporto ceramico di circa trenta poeti verbovisuali, nato e sviluppato con il generoso supporto di Isaia Mabellini, in arte SARENCO, e con il fondamentale contributo dei collezionisti Paolo Scatizzi, Paolo Berardelli, Luigi Bonotto, Giuseppe Verzelletti e di alcuni rilevanti artisti di poesia visiva, uno su tutti Lamberto Pignotti, nonché con il sostegno del maestro ceramista Michelangelo Marchi, che presso il proprio laboratorio di Cellora d’Illasi (VR) ospitò le realizzazioni ceramiche dei poeti visivi operanti presso la Domus Jani, Centro Internazionale per l’Arte Totale, straordinario luogo di ricerca artistica, concepito dallo stesso SARENCO.
Sulla base dei ricordi di SARENCO, di Michelangelo Marchi e degli altri poeti visivi ancora viventi, la mostra riprende e completa la storia della Visual Poetry su supporto ceramico, limitatamente alle opere realizzate prima dell’anno 2000. Sono comunque inserite nel catalogo scientifico che accompagna l’esposizione anche la serie “Azulejus” realizzata da SARENCO nel 2004 e alcune opere prodotte in tempi più recenti da Pignotti e da artisti affini alla Poesia Visiva.

Le tematiche trattate sono molte: dalla Poesia Concreta, alla Poesia Visiva italiana ed internazionale per giungere alla Nuova Scrittura; molti gli artisti e i gruppi artistici rappresentati: da Sarenco a Giovanni Fontana, dal Gruppo Genovese di Tola e Vitone, al Gruppo 70 di Pignotti, Miccini e Marcucci, dal gruppo Milanese del Mercato del Sale di Ugo Carrega a Roberto Malquori, per giungere ad artisti Fluxus quali Giuseppe Chiari, Vittorio Gelmetti e Gianni Emilio Simonetti, a Mail-artisti come Ruggero Maggi, o ad artisti di grande fascino concettuale quali Aldo Mondino, Maria Lai e lo stesso Michelangelo Marchi.

Nutrita è anche la presenza dei poeti visivi internazionali presenti: da Alain Arias Misson a Julien Blaine, da Jean Francois Bory a Pierre e Ilse Garnier, da Ladislav Novak a Klaus Groh, da Joan Brossa a Bartolomé Ferrando, da Carlos Pazos a Fernando Millan, da John Furnival a Emmet Williams.

Ruggero Maggi: "Erosioni in pinzimonio", (part.), foto di Gianfranco Maggio

Poetry and Pottery
Un’inedita avventura fra ceramica e poesia visiva
Dal 26 gennaio al 29 aprile 2018

Mostra promossa da: Comune della Spezia, Sindaco, Pierluigi Peracchini, Assessore alla Cultura, Paolo Asti
Prodotta da: Servizi culturali del Comune della Spezia
A cura di: Giosué Allegrini e Marzia Ratti
Coordinamento tecnico-scientifico: Eleonora Acerbi; Cinzia Compalati; Cristiana Maucci
Prestatori: Fondazione Berardelli, Ruggero Maggi, Fondazione Sarenco, Paolo Scatizzi
Progetto grafico: Sarah Fontana
Catalogo: Silvana Editoriale, Milano, con testi di Giosué Allegrini; Lamberto Pignotti; Marzia Ratti; Sarenco
Realizzazione allestimento: Luigi Terziani, Servizi Culturali; Cooperativa Zoe, La Spezia
Comunicazione: Luca Della Torre (Ufficio stampa); Sara Rabuffi (Redazione web); Federica Stellini (Responsabile Comunicazione e promozione della città)
Con il contributo di: Carispezia Credit Agricole, Coop Liguria, Cora's srl distribuzione servizi
Orari: da martedì a domenica, 11.00 - 18.00; chiuso il lunedì (eccetto Lunedì di Pasqua), Natale e Capodanno

Biglietti: € 5,00 intero; € 4,00 ridotto: gruppi da 7 a 25 persone; bambini e ragazzi fra i 6 e i 18 anni; Amici dei Musei; docenti universitari e docenti delle Scuole di 2° grado (discipline storico-artistiche e archeologiche) muniti di idoneo documento di riconoscimento e non residenti nel Comune della Spezia; studenti italiani e stranieri, specializzandi e dottorandi in Archeologia, Beni culturali e Accademia di Belle Arti; ultra sessantacinquenni; invalidi civili e diversamente abili; categorie convenzionate; € 3,50 ridotto speciale scolaresche extra Comprensorio Comunale; Formula famiglia: € 11 per i genitori; euro 2 per ogni figlio; € 12,00 biglietto cumulativo (visita a 5 musei, valido 72 ore); Ingresso gratuito: Invalidi; minori di anni 6; accompagnatori di gruppi organizzati; guide abilitate della Provincia della Spezia; scolaresche e docenti appartenenti al Comprensorio Comunale; studenti del Polo universitario della Spezia; possessori Card Giovani Comune della Spezia; donatori e loro ospiti; ICOM; giornalisti.
Visite guidate: € 30,00 per scuole; € 50,00 per gruppi utenza generica, Servizio su prenotazione
Informazioni e prenotazioni: Cristiana Maucci - cristiana.maucci@comune.sp.it - +39 0187 734593

CAMeC - centro arte moderna e contemporanea La Spezia
Piazza Cesare Battisti, 1
19121 La Spezia
Tel. 0187 734593 - www.facebook.com/museo.camec/

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I colori della poesia – io, Remo, Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti, Macerata

Ondate di scirocco, della nuova estate
dietro il temporale, zaffate di frescura insperata
e assalti di delirio;
così mi confonde il mio amore
imbellettato e strano e non so se ridere
con trasporto o separarmi
tramite una cortina di pianto.
Addosso avrei una inespressa voglia,
ma tu non darmi retta, svolta e sparisci dietro l’angolo,
dimentico del mattino odoroso.

Remo Pagnanelli

3 febbraio 2018 - I COLORI DELLA POESIA IN MOSTRA ( dal 3 al 17 febbraio 2018) Relazione del prof. Cresti UNIMC
10 febbraio 2018 - QUASI UN CONSUNTIVO . Presentazione di volume di poesie. Intervengono Daniela Mareschini, Alessandra Sfrappini, Lucia Tancredi.
17 febbraio 2018 - REMO PAGNANELLI. IL FILO DEL PENSIERO. Intervengono E. Capodaglio, F Davoli, E. de Signoribus, U Piersanti, A Seri, M. Verdenelli.
22 febbraio 2018  “Il Pozzo del Poeta”. Evento nello storico pub di via Costa, di cui Pagnanelli era un notissimo habituè, e che quando il poeta morì chiuse ‘per lutto’. Un incontro per ricordare l’impegno civile di Pagnanelli giornalista. Partecipano Maurizio Verdenelli, allora redattore capo de ‘Il Messaggero’, Guido Garufi, Filippo Davoli, Luciano Magnalbò, Piero Feliciotti. Musiche di Enzo Nardi e Marco Ferrara. Letture ed una mostra fotografica di anni brevi ma ‘formidabili’ della ‘più bella gioventù di Macerata’ di cui Remo era parte significativa.


Macerata ricorda Remo Pagnanelli (Macerata, 6/05/1955 - Macerata, 22/11/1987), poeta e critico letterario di elevato spessore, vincitore di numerosi premi nazionali, conosciuto e apprezzato non solo nel territorio maceratese di cui il 22 novembre ricorre il trentennale dalla sua  morte.
Per rammentare e sottolineare l’attività di Remo Pagnanelli, il suo impegno quotidiano, la sua curiosità di lettore onnivoro, il rispetto per la sacralità della parola e per la musicalità del verso, la passione per l’arte e per la musica, la sua attenzione per l’analisi della psiche umana, l’Associazione culturale Remo Pagnanelli, insieme all’Amministrazione comunale e all’Istituzione Macerata Cultura, in occasione della presentazione del volume che riedita una parte delle poesie dello scrittore maceratese da parte della casa editrice Donzelli di Roma, promuove Io, Remo una serie di eventi dall’arte alla poesia, all’approfondimento critico, alla didattica e divulgazione,  nella sala Castiglioni della Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti.

L’assessore alla Cultura Stefania Monteverde: “Macerata ricorda Remo Pagnanelli che rappresenta per la città, ma non solo, un grande patrimonio culturale, con la consapevolezza che c’è la storia di un intellettuale che ha avuto e ha ancora molto di dire oggi Il suo pensiero colto, raffinato e profondo oggi entra in un percorso cittadino che le istituzioni fanno proprio”.
Sabina Pagnanelli : "Un evento importante perché si occupa di un autore che non può promuoversi, è una scommessa alta che testimonia l’alto valore dei versi di Pagnanelli. La scelta di un editore prestigioso consentirà non solo una maggiore diffusione e conoscenza dell’opera poetica, ma anche di non disperdere il suo grande patrimonio di scrittura  e di lavoro in campo poetico e critico, fornendo l’occasione di una nuova valutazione e rivisitazione del pensiero e delle opere di Remo Pagnanelli. Nel mese di dicembre il volume verrà presentato a Montecitorio nel corso di un incontro riservato alla stampa specializzata”.

I colori della poesia in mostra”, quindici artisti interpretano 15 poesie: Ubaldo Bartolini, Giuseppe Rinaldo Basili, Ugo Caggiano, Aldo Carletti, Silvio Craia, Egidio Del Bianco, Anna Donati, Manuela Grelloni, Carlo Iacomucci, Mario Migliorelli, Jacopo Pannocchia, Claudio Pantana, Riccardo Piccardoni, Lucia Spagnuolo, Luca Zampetti. Artisti dai linguaggi diversi, dai percorsi diversi, dai supporti diversi, dalle tecniche diverse, dai pensieri diversi, che interpretano e rappresentano il pensiero di Remo Pagnarelli per non dimenticarlo, ricordandone tutta la sua sensibilità, curiosità e spiritualità. 

 

Sabina Pagnatelli:“Mio fratello amava soprattutto l’azzurro ed aveva una spiccata predilezione per la storia dell’Arte... L’Arte lo affascinava come le Poesia e la Critica e pure la musica: avrebbe imparato a suonare il pianoforte ma a 18 anni le sue mani risultavano ‘rovinate’ dalla pianola elettrica di cui era ‘pratico... Nel mare allora andando/per una in una oscurità maggiore/sogna l’alito di Dio/e vedine la chiarità che salva”. “Quei versi sono ora incisi sulla sua tomba nella parte monumentale del cimitero di Macerata. Marmo, quei versi, la sua foto e basta: il bianco come il mare sostiene e comprende tutto. A lui sarebbe piaciuto. Qualche mese prima di morire, nella sua ultima estate dell’87, in vacanza con i nostri genitori, a Brunico, aveva visitato i cimiteri della prima guerra mondiale. E gli era piaciuta la disposizione, il bianco minimal, l’asciuttezza, il messaggio sussurrato e profondo insieme di tutti quei nomi, vite stroncate nella giovinezza. Riattualizzare quindi il lavoro di chi ha versato tutta la sua passione nella critica e nella poesia, considerata, quest’ultima, una forma di “responsabilità umana e civile”.

La mostra fa parte di un programma che prevede altri appuntamenti alla cui organizzazione contribuiscono anche l’Amministrazione comunale, l’Istituzione Macerata Cultura, la Regione Marche, la Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata, il Rotary Club “Matteo Ricci” e l’Università di Macerata.
Il nuovo libro di Remo Pagnanelli: Quasi un consuntivo, casa editrice romana Donzelli, riedita una selezione di versi di Remo Pagnanelli. Il titolo è lo stesso di una sua poesia, pubblicata nella raccolta Dopo, Forum, Forlì, 1981.
"Mia ombra mio doppio, talvolta amico ma più spesso straniero che mi infuria ostinato, mio calco che nessuna malta riempie, fantasma appena colto, di te ho centinaia di fotogrammi sfrenati dalle corse, trattenuti nelle reti, mio ombrello protettivo paratutto, già cieco già binomio d’altro, convengo con te quel che segue. Niente di umano scoperchia la follia."
Remo Pagnanelli riconosciuto da Franco Fortini e Vittorio Sereni come uno dei più interessanti poeti e critici nati negli anni cinquanta, è un autore di culto la cui opera resta pressoché introvabile. Testimone di una generazione schiacciata tra i maestri degli anni sessanta (Luzi, Sereni, Fortini) e le delusioni post-sessantottine, con la sua passione per la letteratura ha lasciato versi esemplari e un ideale di etica della storia nel cui fuoco ha consumato in fretta la propria vita. Dopo il ’68 (così s’intitola la sua prima raccolta), mentre stava crescendo il fuoco delle neoavanguardie, il marchigiano Pagnanelli si è tenuto «stretto» Leopardi insieme con Sereni, e ha lavorato con rigore sulla parola e sull’intonazione poetica. Tra classico e moderno, lirica e poème en prose, il verso di Remo Pagnanelli si impone ancora oggi come continua e silente tensione tra ciò che accade prima e ciò che accade dopo la morte di ciascun individuo, di ieri come di oggi; dialogo pacato e ostinato con un altro e un altrove grazie a una particolare percezione leopardiana della Natura in grado di dialogare a distanza con un’epoca di passaggio come quella che la poesia di oggi continua a vivere, sospesa tra fine e inizio millennio.
Remo Pagnanelli è nato il 6 maggio 1955 a Macerata, dove è morto suicida il 22 novembre 1987. È stato poeta, critico, prosatore. Ha fondato nel 1980 e diretto la rivista di poesia e critica letteraria «Verso». Tra le sue opere poetiche si ricordano: Dopo (Forum, 1981), Musica da viaggio (A. Olmi, 1984), Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e, pubblicate postume, Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988), Epigrammi dell’inconsistenza (Stamperia dell’Arancio, 1992) e Le poesie, a cura di D. Marcheschi (il lavoro editoriale, 2000). Nel 1985 ha ricevuto il Premio Montale per il poemetto L’Orto botanico (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1986). Tra i suoi scritti critici, lo studio su Vittorio Sereni, La ripetizione dell’esistere (Scheiwiller, 1981) e, postumo, Fortini (il lavoro editoriale, 1988). 

Remo Pagnanelli. Quasi un consuntivo (1975-1987)
A cura di: Daniela Marcheschi
Editore: Donzelli
Collana: Poesia, n. 66
Pagine: 160
ISBN: 9788868436858
Prezzo: € 15,00

"La luce più vasta è il buio,
questo già lo sapevamo,
non la più penetrante però...,
come la luna ch’è un faretto,
sul palcoscenico all’aperto.
Centra e si sposta ovunque,
al contrario non si muove
ma è dappertutto la medesima.
Detto tutto."


I colori della poesia
Dal
3 al 17 febbraio 2018
Info: www.remopagnanelli.it

Orari: Lunedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Martedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Mercoledì, dalle 9:00 alle 18:30; Giovedì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Venerdì, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 14:30 alle 18:30; Sabato, dalle 9:00 alle 13:00

Biblioteca Comunale Mozzi Borgetti
Sala Castiglioni
Piazza Vittorio Veneto
Macerata
Tel. 0733/256360 - 0733/256359 - 0733/256362 - 0733/256456 - 

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Artico. Ultima frontiera, Triennale, Milano, dal 8/02/2018


La difesa di uno degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall’uomo, il pericolo incombente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà. Sono questi gli argomenti attorno a cui ruota la mostra Artico. Ultima frontiera™  in programma dall’8 febbraio al 25 marzo 2018 alla Triennale di Milano.
L’esposizione, curata da Denis Curti e Marina Aliverti, presenta oltre 60 immagini, rigorosamente in bianco e nero e di grande formato, di tre maestri della fotografia di reportage, quali Ragnar Axelsson (Islanda, 1958), Carsten Egevang (Danimarca, 1969) e Paolo Solari Bozzi (Roma, 1957).
La rassegna è un’indagine approfondita, attraverso tre angolazioni diverse, su un’ampia regione del Pianeta, che comprende la Groenlandia, la Siberia e l’Islanda, e sulla vita della popolazione Inuit, di soli 150.000 individui, costretti ad affrontare, nella loro esistenza quotidiana, le difficoltà di un ambiente ostile. 


Il curatore Denis Curti: "Nel mondo dell’arte la Natura  ha rappresentato una provocazione costante. Molto più che un semplice tema. Direi quasi un luogo e un valore con cui confrontarsi nella relazione con se stessi e con l’esterno. La Natura, qui, è la dimensione ideale e simbolica di una ricerca interiore che riporta alle origini dell’universo. Artisti, poeti e intellettuali hanno fondato movimenti, stili espressivi e scuole di pensiero dove il dilemma dell’ignoto ha preso forma, con accezioni differenti, nella bellezza e nell’incredibile forza della Natura. Ma ciò che oggi possiamo affermare con certezza è che la rappresentazione del paesaggio naturale raccoglie e veicola lo spirito dei tempi, mutando al variare delle epoche di cui, di volta in volta, riflette i cambiamenti, come se fosse lo spazio di una coscienza individuale e, al contempo, collettiva. Questo continuo flusso d’immagini e sentimenti che si alimenta di fronte alla Natura parla, dunque, di noi stessi, delle paure e degli stupori che dominano la relazione dell’eterno conflitto tra l’uomo e l’ambiente,nella misura in cui le regioni artiche del mondo (dove il riscaldamento globale mette a dura prova l’ecosistema e la sopravvivenza delle popolazioni autoctone) hanno assunto, nel tempo, la valenza di “luoghi simbolo” chedal profondo del globo terrestreconservano i segni cruciali dell'interferenza dell’uomo nei processi naturali. Ecco allora che Groenlandia, Siberia, Alaska, Canada e Islanda evocano quel doppio registro di significati che il paesaggio porta con sé, nell’osmotico rapporto tra dentro e fuori, individuale e collettivo, antropico e naturale.
In queste immagini  l’imminenza del riscaldamento globale si fa urgenza, mentre si apre un confronto doloroso in cui l'uomo e le sue opere vengono inghiottiti dall'immensa potenza della natura. Bellezza e avversità sono i concetti su cui si fonda questo progetto, con una mostra che intende riportare l’attenzione sui paesaggi naturali e le tematiche ambientali dei nostri giorni”.
La lotta con le difficoltà dell’ambiente, il passaggio, lento ma inesorabile, dallo stile di vita di una cultura millenaria a quella della civilizzazione contemporanea, a cui si aggiunge il drammatico scenario del cambiamento climatico, figlio del surriscaldamento ambientale:sono questi i punti su cui s’incentrano le esplorazioni dei tre fotografi.
Accanto alle potenti immagini di una natura infranta e al contempo affascinante, tre documentari arricchiscono la narrazione delle regioni del Nord: SILA and the Gatekeepers of the Arctic, realizzato dalla regista e fotografa svizzera Corina Gamma; Chasing Ice, diretto dal fotografo e film-maker americano James Balog; The Last Ice Hunters, dei registi sloveni Jure Breceljnik e Rožle Bregar.
Proprio le popolazioni Inuit sono al centro della ricerca di Ragnar Axelsson che, fin dai primi anni Ottanta, ha viaggiato nelle ultime propaggini del mondo abitato per documentare e condividere le vite dei cacciatori nell’estremo nord della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico del nord e degli indigeni della Siberia.
Ragnar Axelsson racconta di villaggi ormai scomparsi, di intere comunità ridotte a due soli anziani che resistono in una grande casa scaldando una sola stanza; racconta di mestieri che nessuno fa più e di uomini che lottano per la sopravvivenza quotidiana. Ma dalle stampe di Axelsson emerge soprattutto l’umanità che ha incontrato sulle lunghe piste delle regioni artiche.
Carsten Egevang, partendo da una formazione accademica in biologia che lo ha portato dal 2002 al 2008 a vivere in Groenlandia e a studiare la fauna ovipara della regione artica, ha saputo documentare con la sua macchina fotografica la natura selvaggia e la tradizionale vita delle popolazioni Inuit.
Paolo Solari Bozzi presenta un progetto inedito, frutto del suo viaggio, tra febbraio e aprile 2016, sulla costa orientale della Groenlandia, nel quale ha visitato i suoi pochi villaggi, riportando la quotidianità di una popolazione che ha scelto di vivere in un ambiente difficile. Gli inuit vivevano di caccia e pesca, innocenza e bellezza, neve, musica e riti sciamanici. Oggi si trovano in una delicata fase di transizione, straziati tra un passato millenario e un futuro incerto. Questa è una testimonianza di un tempo che, forse, non vivranno più. Il reportage di Paolo Solari Bozzi è stato pubblicato nel 2017, nel volume di fotografie Greenland into White (Electa Mondadori), in edizione italiano/inglese. 

Greenland into white.
Paolo Solari Bozzi
Editore: Mondadori Electa
Edizione: italiana e inglese 2017
Pagine: 143 p., ill., Rilegato
EAN: 9788891811325
Prezzo: €.55

Ragnar Axelsson, Iceland, 2016 © Ragnar Axelsson

Ragnar Axelsson

"È successo a Thule circa 25 anni fa. Mentre passavo davanti a una casetta, ho notato l’anziano proprietario che stava sulla porta e guardava il cielo, annusando l’aria. Per cinque mattine di seguito l’ho visto nello stesso posto, ad annusare l’aria e a fissare il ghiaccio del fiordo che si scioglieva. Non capivo quello che diceva, borbottava sempre le stesse parole, così, una mattina, ho chiesto a un amico di accompagnarmi e tradurmi i suoi pensieri.
Quello che diceva era: “Non dovrebbe essere così, c’è qualcosa che non va. Il grande ghiaccio è malato.” Voleva dirmi che il ghiaccio non era mai stato in quelle condizioni e non doveva esserlo. Quelle parole forti pronunciate da un saggio anziano mi hanno commosso: quell’uomo era sempre stato parte della natura e adesso era preoccupato perché percepiva un cambiamento nell’aria.
Questo episodio per me ha segnato un punto di svolta: per la prima volta mi sono reso conto che c’era qualcosa di sbagliato. L’Artico è in fase di rapida trasformazione, il ghiaccio
marino si sta ritirando e l’estensione dei ghiacciai è sempre più ridotta. Tra duecento anni saranno scomparsi del tutto dall’Islanda. Il Pianeta Terra, la nostra casa, si sta surriscaldando. Gli scienziati ci avvertono che, se non modificheremo in tempo le nostre abitudini di vita, saremo presto vicini al punto di non ritorno. Il ghiaccio marino e i ghiacciai dell’Artico sono il sistema di raffreddamento della Terra. La vita come la conosciamo oggi potrebbe subire un drastico cambiamento, scaricando sulle spalle dei nostri nipoti problemi che nessuno vorrebbe si trovassero ad affrontare.
Da oltre trent’anni mi dedico a esplorare i luoghi più remoti dell’Artico per documentare l’esistenza quotidiana delle popolazioni che vivono ai confini del mondo. Sono stato diverse volte al Polo Nord, nell’Isola di Baffin, in Groenlandia, in Siberia e in altri Paesi dell’Artico.
Ho sorvolato la calotta di ghiaccio della Groenlandia quando il 97% di essa si stava sciogliendo, come mostrato da un’immagine satellitare della NASA. La superficie del ghiacciaio era completamente grigia, coperta di fanghiglia a perdita d’occhio e disseminata di migliaia di laghi azzurri fino a Thule. Quell’avventura è stata come camminare idealmente sulle pagine del libro della Terra, assistendo a una serie di enormi cambiamenti, anche se trent’anni è appena un battito di ciglia nella storia del nostro pianeta. La vita nell’Artico è straordinaria, ma anche molto dura, come d’altronde sempre sarà. La gente del luogo in futuro si troverà davanti un Artico molto diverso e lo stesso sarà per le popolazioni dei tanti Paesi che vedranno un innalzamento del livello marino e il verificarsi di fenomeni meteorologici estremi. Almeno è qualcosa su cui riflettere, a prescindere da ciò in cui si crede. Il nostro pianeta, la nostra unica casa, si sta surriscaldando o no? Il ghiaccio dell’Artico si sta sciogliendo o no? Pensate ai vostri discendenti, ai vostri figli e nipoti: li amate o no? Volete lasciarli in una situazione senza uscita? Sarebbe una sensazione orribile dovere dire loro, quando ormai è troppo tardi: “Ops, scusate tanto”.
La fotografia non ha mai svolto un ruolo più grande nella storia della Terra nel documentare i cambiamenti in atto, aprendo gli occhi alla gente e sostenendo il lavoro degli scienziati. Ha già saputo cambiare il mondo in passato e saprà farlo ancora in futuro. L’Artico è, e resterà, il più grave problema del nostro pianeta negli anni a venire e questo comporta un’enorme responsabilità per tante persone, fotografi inclusi. Una responsabilità che non sarà più possibile ignorare."

Ragnar Axelsson è nato in Islanda nel 1958 e la sua formazione come fotografo è iniziata all’età di sedici anni in uno studio fotografico tradizionale. A diciott’anni faceva già parte della squadra di reporter del principale quotidiano islandese, Morgunblaðið, e da allora ha continuato a lavorare al suo progetto permanente di documentazione del destino della gente e della natura nel grande Nord.
Ha dedicato la propria carriera ai cacciatori, pescatori e agricoltori di sussistenza che vivono nell’area circumpolare, ai confini del mondo abitabile. Dai primi anni Ottanta ha viaggiato nell’Artico, documentando la vita dei cacciatori Inuit del Canada settentrionale e della Groenlandia, degli agricoltori e dei pescatori della regione dell’Atlantico settentrionale, nonché delle popolazioni indigene della Scandinavia settentrionale e della Siberia. Le sue storie sono apparse su riviste quali Time Magazine, Life, Stern, GEO, Polka, Wanderlust, Geographical e Newsweek e sono al centro dei suoi principali libri di fotografia: Faces of the North (2004, 40.000 copie esaurite, ristampato in edizione ampliata nel 2015), Last Days of the Arctic (2010) e Behind the Mountains (2013). Dietro la sua opera c’è la profonda convinzione che la cultura tradizionale delle popolazioni dell’Artico stia scomparendo e non sia in grado di resistere agli effetti negativi delle forze dirompenti dell’economia e del cambiamento climatico. Nel 2011 sulla sua opera è stato realizzato il documentario Last Days of the Arctic. Capturing the Faces of the North, prodotto da BBC4, NDR, ARTE e ITVS. La serie Faces of the North è stata oggetto di numerose mostre ed è stata presentata nella rassegna Rencontres d’Arles Photo Festival (2001) e presso la Alfred-Ehrhardt Foundation di Colonia (2005). La mostra The Last Days of the Arctic viaggia in tutta Europa dal 2010 ed è stata presentata, tra l’altro, a Reykjavík, Dublino, Bergen, Lubecca, Milano, Londra, Saarbrücken e Bruxelles.

Carsten Egevang, East Greenland, Scoresbysund, 2016 © Carsten Egevang

Carsten Egevang

"Al di fuori dell’Artico, il problema del cambiamento climatico a livello globale è affrontato con modelli matematici astratti e profezie su ipotetici scenari futuri. In Groenlandia è diverso. Qui il cambiamento è reale, palpabile e in rapida evoluzione. Gli abitanti di queste terre, siano essi uomini o animali, sono testimoni di mutamenti sostanziali che interessano quotidianamente il loro ambiente. Il tradizionale stile di vita groenlandese è oggi a rischio.
Ogni nuova stagione porta con sé una progressiva riduzione del ghiaccio marino, con conseguenze sulle vie migratorie degli animali e sulle opportunità di trasporto per la popolazione locale. Come fotografo, avverto la responsabilità di documentare le grandi tradizioni venatorie della Groenlandia prima che sia troppo tardi. Ed è questo il motivo che mi spinge a tornare qui, un anno dopo l’altro, con la mia macchina fotografica.
La Groenlandia è un luogo di una bellezza straordinaria, con uno scenario naturale unico al mondo, ma anche un ambiente estremamente inospitale in cui la sopravvivenza è difficile per gli animali come per gli esseri umani. Il mio desiderio è usare la fotografia per andare oltre le bellezze naturali e catturare qualcosa della vita nell’Artico. In pochi posti al mondo il rapporto e la dipendenza che legano uomini e animali all’ambiente circostante sono così forti. In Groenlandia la vita scorre perennemente sul filo di ciò che è fisicamente possibile.
Solo le specie che si sono adattate a questo clima estremo riescono a sopravvivere. Solo le persone in grado di decodificare i segni della natura e prevedere i cambiamenti del tempo riescono a trovare di che sfamarsi in questo deserto artico. Quando ho iniziato a fotografare la Groenlandia, la mia prima fonte di attrazione, come per molti altri, è stata la bellezza dei luoghi. Volevo fotografare i colori del paesaggio, gli iceberg, l’aurora boreale, la fauna artica. Se mi capitava di inquadrare un essere umano o un qualsiasi manufatto, ad esempio un’abitazione, scartavo la foto.
Oggi il mio approccio è completamente diverso. La mia missione è documentare il modo in cui la popolazione fa ancora affidamento sulla natura. Mi sforzo di collocare esseri umani e animali in un contesto più ampio, cercando di rappresentarli come un elemento del paesaggio mozzafiato. Tento di catturare le interazioni tra uomini e animali che sono essenziali per la sopravvivenza umana da un punto di vista culturale come anche della quotidianità domestica. Tutto questo non è realizzabile con una breve crociera, ma richiede soggiorni prolungati in cui seguire da vicino i cacciatori che si avventurano in cerca di cibo sulle slitte trainate dai cani, sui gatti delle nevi e sulle piccole barche. Per me non c’è mezzo migliore della fotografia in bianco e nero per comunicare tutto questo."

Carsten Egevang, danese, con una formazione da biologo, ha completato un dottorato in Biologia artica all’Università di Copenaghen. È affiliato al Greenland Institute of Natural Resources, dove si occupa principalmente di uccelli marini. Dal 2002 al 2008 ha vissuto a Nuuk, la capitale groenlandese e, anche se attualmente risiede a Copenaghen, ha mantenuto un forte legame con la Groenlandia, in cui ritorna almeno tre volte all’anno. È stato premiato in diversi concorsi fotografici internazionali ed è stato, tra l’altro, vincitore di categoria nel BBC Wildlife Photographer of the Year, il più alto riconoscimento conferito a un fotografo danese nell’ambito del prestigioso concorso. Nel 2011 gli è stato assegnato il titolo di “Fotografo naturalista danese” e nel 2012 ha avuto l’onore di ricevere il “Premio per l’ambiente e la natura” del governo groenlandese. Come leader di una squadra di ricercatori internazionale, è stato il primo al mondo a documentare l’incredibile migrazione annuale della sterna artica dalla Groenlandia all’Antartide e viceversa, l’esempio di migrazione più lungo nel mondo animale. È membro sostenitore dello Arctic Arts Project, associazione dei più famosi e dotati fotografi naturalisti dei nostri giorni, il cui scopo è far conoscere l’impatto dei cambiamenti climatici sull’Artico.
Tra le sue pubblicazioni: Greenland, Land of Animal and Man (2011), Life at the Edge (2012) e Thule (2015).

Paolo Solari Bozzi, Kap Hope, Scoresbysund, East Greenland, 2016 © Paolo Solari

 Paolo Solari Bozzi

"Sono partito per la Groenlandia con l’idea che avrei incontrato gli Inuit con le pelli d‘orso e foca. Mi sono subito reso conto che così non sarebbe stato, perché oggi gli Inuit vestono all‘occidentale e i giovani hanno tutti il cellulare. Essi si trovano in una delicatissima fase di transizione che li sta portando ad abbandonare tradizioni millenarie e a sostituirle con quelle del mondo odierno. I loro nonni vivevano ancora sotto terra alcuni sostengono stando meglio d’adesso perché almeno erano al riparo dalle intemperie cui le casette di legno importate dai Danesi non resistono quando il vento soffia a oltre 200 km all’ora; si nutrivano esclusivamente di cibi locali e i riti domestici erano codificati da secoli. Adesso, invece, tanti vorrebbero emigrare, non avere più le fatiche della caccia e della pesca a temperature glaciali sulle spalle, fare un‘esperienza di lavoro in Danimarca e rientrare a casa (ma per far cosa?). C’è poi l’acuto problema dell‘alcol, che non viene tollerato dal loro organismo, così come l‘Africano, cui parimenti manca l‘enzima specifico, non tollera il latte.
L‘Inuit di oggi vive in questo limbo, straziato fra un passato duro ma sicuro e un futuro visibile, ma da scoprire. Di qui, un’incertezza che tende le corde della psiche e genera un elevato tasso di suicidi (fra i più alti al mondo) e di alcolismo dilagante. Manca insomma una vera, nuova identità nella quale riconoscersi.
A questo stato di cose si aggiunge l’enorme potenziale del sottosuolo dell’isola più grande del pianeta, la cui superficie abili imprenditori di tutto il mondo hanno cominciato a grattare con cupidigia, aprendo così il sipario su un orribile scenario di sfruttamento e disassamento del territorio, con prevedibili e già visti effetti collatera li degenerativi. Infine, il surriscaldamento terrestre e il conseguente scioglimento dei ghiacci (misurabile, misurato, incontrovertibile) fanno sì che l’habitat della fauna artica si restringa di anno in anno, che il delicato ecosistema venga stravolto, che il terreno di caccia dell‘animale e dell‘uomo diminuisca (i fiordi ghiacciati d’inverno si assottigliano sempre di più) e che da ultimo il cacciatore abbia sempre meno prede di cui nutrirsi.
Il tutto mi ricorda la situazione degli Indiani d‘America dell‘Ottocento. Liberi di vivere sul loro territorio, allevando bisonti poi sterminati dai bianchi, furono convinti con le cattive a cederlo e a ritirarsi nelle riserve con le conseguenze che conosciamo. A differenza d‘allora però, i meccanismi di democrazia e tutela delle minoranze si sono per fortuna evoluti. Ne sono testimoni le tante istituzioni e le conferenze internazionali a tutela dell’Artico che ogni anno fanno discutere migliaia di esperti e politici per fare il punto e monitorare. Ne sono parimenti testimoni i molti Accordi siglati fra gli 8 Stati dell‘Artico (Stati Uniti, Canada, Groenlandia, Islanda, Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia) e i rappresentanti degli appena 150’000 Inuit. In questi Accordi le tante Premesse fissano in dettaglio le molteplici esigenze degli Inuit di cui tener conto (le loro tradizioni, il loro cibo, la loro condizione sociale e, di converso, il loro bisogno legittimo di vivere di quanto il territorio può loro offrire, che pertanto deve rimanere vergine); dall’altro, le
Promesse da parte degli Stati contengono elenchi su elenchi di regole stringenti per preservare l’esistenza millenaria di un popolo a rischio. Basteranno queste prese di coscienza per salvare gli Inuit e fare in modo che essi vivano sempre meglio? Me lo sono chiesto durante i miei due mesi invernali in Groenlandia, con nostalgia nel cuore ma anche ansia. Quel che ho potuto fare ho fatto, cioè fissato la loro condizione attuale, come appare oggi, in bilico fra il passato e un futuro misterioso."

Paolo Solari Bozzi è nato a Roma nel 1957 e ha trascorso gran parte della gioventù all’estero. Laureatosi in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano, è stato ammesso all’esercizio della professione forense e successivamente si è occupato di diritto internazionale a Milano e a Roma. Nel 1990 ha deciso di lasciare l’Italia per trasferirsi a Zurigo. Si è occupato occasionalmente di fotografia a stampa fino al 2011, quando si è risvegliata la sua passione latente per il bianco e nero e la camera oscura di Celerina, nei pressi di S. t Moritz, è diventata il nuovo centro della sua attività professionale. Il 2012 lo ha visto esplorare l’Africa australe per cinque mesi a bordo di una Land Rover. Le fotografie scattate in quest’occasione sono state pubblicate in Namibia Sun Pictures (Tecklenborg, 2013). Nel 2014, ha soggiornato nello Zambia per quattro mesi, percorrendo oltre 10.000 km, perlopiù su strade sterrate. L’ultimo suo lavoro, Zambian Portraits (Skira, 2015), è incentrato sulla mimica facciale, e in particolare lo sguardo, di uomini, donne e bambini indigeni, nel tentativo di catturarne l’io interiore. L’attuale progetto GreenLand into White è dedicato agli Inuit della costa orientale della Groenlandia, di cui l’artista ha visitato numerosi villaggi tra febbraio e aprile del 2016.


Il 27 febbraio, alla Triennale di Milano, si svolgerà il Summit on Climate Change , una giornata durante la quale scienziati, politici ed imprenditori italiani ed internazionali si confronteranno sul tema del cambiamento climatico. 

Tuesday February 27, 2018
SUMMIT on Climate Change
Start: 9.30 am
Welcome Address: Marco Granelli, City of Milan, Mobility and Environment Councillor
Andrea Tilche, European Commission, Brussels, Head of the Climate Action and Earth Observation Unit, DG Research & Innovation
Why is the Arctic so Important for all of Us?

Bianca Perren, British Antarctic Survey, Research scientist
Landscape, People, and Climate Change in the Arctic: a Past Climate Perspective from Greenland’s Lakes

Corina Gamma
Documentary Film Director and Producer - SILA and the Gatekeepers of the Arctic
Film Excerpts and Discussion about Impact of Climate Change on Local Arctic Communities

Konrad Steffen
Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research, Director; ETH Zurich, Professor of Climate and Cryosphere

The Melting of the Greenland Ice Sheet – How does it Affect the Global Sea Level?
Thomas Stocker, University of Berne, Professor of Climate and Environmental Physics

Searching for the Oldest Ice
Hans Oerlemans, Utrecht University, Professor of Meteorology in the Faculty of Physics and Astronomy

Global Warming: the Glacier Story

One Hour Break

Carlo Barbante, Ca’ Foscari University, Venice, Professor of Dynamics of Environmental Processes-CNR, Moderator Ice Memory
An International Salvage Program

Valentina Bosetti, Bocconi University, Milan, Professor of Environmental and Climate Change Economics

Climate Change Mitigation and Adaptation

Stefano Pogutz, Bocconi University, Milan, Assistant Professor of Management and Corporate Sustainability

From Impact to Dependence. The Business Logic behind Climate Change

Andrea Di Stefano, Novamont SpA, Novara, Responsible for Special Projects and Business Communication

The Chemical Industry can Replicate the Nature Environment

Simone Molteni, LifeGate, Milan, Scientific Director
To be or not to be (Sustainable)?

Mauro Roversi, Ambienta SGR SpA, Milan, Partner & Chief Investment Officer
Investing in the Sustainable Economy

The Summit will be held in English


ARTICO. ULTIMA FRONTIERA™
Fotografie di: Ragnar Axelsson / Carsten Egevang / Paolo Solari Bozzi
Dal 8 febbraio al 25 marzo 2018
A cura di: Denis Curti e Marina Aliverti
Ingresso: libero
Inaugurazione: 7 febbraio 2018 ore 18.00
Ufficio Comunicazione e Relazioni Media della Triennale di Milano: Alessandra Montecchi e Micol Biassoni - T. +39 02 72434247 - press@triennale.org

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 724341 - www.triennale.org

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Luca Gilli: Di/Stanze, Museo Diocesiano Carlo Maria Martini di Milano, 8/02/2018

La fotografia è protagonista dell’appuntamento che inaugura il programma espositivo 2018 del Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano. Nuova concezione espositiva, più coerente e delimitata, in pieno rispetto del fascinoso spazio architettonico. La fotografia oggi è un testimone di ricerca importante, nel suo grande cambiamento, nel suo diventare uno dei media espressivi, di nobiltà pari agli altri, molto amato dal pubblico per una apparente più semplice comprensibilità e sicuramente dal punto di vista collezionistico assai più abbordabile. Mi si consenta una disgressione basta guardare al successo espositivo della prima Triennale della Fotografia Italiana, nell'esposizione veneziana, che ha realizzato un sorprendente numero di visitatori da tutta Italia.
Ma tornando a Luca Gilli, in lui la luce è elemento centrale che trasforma, nobilitando le tracce del processo costruttivo di nuovi spazi in via di finitura e portando l'osservatore in una dimensione altra, sfalsata.
La passata di gesso, il ritocco, le pennellate, la traccia, si trasformano in una dimensione surreale, che trasporta in una astrazione impalpabile, come in una nebbia, in uno spazio indefinito, dove il segno che appare, diventa bussola di una nuova dimensione.
Il colore, quando è presente, diventa traccia di un sentiero, un punto di riferimento non solo estetico. La luce è l'elemento che paradossalmente mina l'interpretazione del "reale". Diventa ricerca pittorica in uno slancio verso l'assoluto. Quella dimensione misteriosa e mistica che passa sotto il nome di Pittura Astratta.
Vengono in mente i quadri di Antonio Calderara, di Valentino Vago o di alcuni tagli di Lucio Fontana, come in quella della XXXIII Biennale di Venezia, in cui il bianco diventava abbagliante e il taglio, in nero, era conforto di realtà, unico riferimento della dimensione spaziale. Un canto di ascesa verso un nuovo dove.
Di queste trasfigurazioni valga come esempio la chiesa di San Giovanni in Laterano, a Milano. Una chiesa moderna - che Angelo Crespi non avrebbe non menzionato nel suo ultimo libro: "Costruito da Dio" - sinceramente brutta, anche per la stessa ammissione del parroco, che viene straordinariamente trasformata da Valentino Vago, in un "Cantico", in cui la luce tutto trasforma e conduce in una dimensione verso l'Assoluto, che tutto trasforma e trasfigura.
Da sottolineare che le immagini di Luca Gilli, non sono alterate da trasformazioni in digitale, ma da interventi sull'esposizione dello scatto che restituiscono l'elemento straniante che era già presente nelle condizioni di ripresa.
Come ho sottolineato al curatore sul tema della luce, nel suo slancio che ci porta verso l'alto, sono state realizzate ultimamente diverse mostre. Vale la pena di pensarne ad una complessiva che ne riconduca le strade in un'unica visione, magari con più curatori, senza steccati di tecniche realizzative, che oggi non hanno più senso, ma in grado di trasportare lo spettatore in questa visione che ci sembra oggi, sia pur frammentata, presente ed evidentemente gradita ai visitatori, nel bisogno di ritrovare la pittoricità.

Il corpus dell'esposizione ruota intorno al concetto “pittoricità” che si scopre in entrambe le serie di Luca Gilli, formalizzato dal fotografo usando come soggetti una serie di componenti trovati in interni in costruzione, dove l’uso eccessivo di luce modifica la percezione dell’osservatore creando muri senza fine né angoli, spazi senza profondità.
Le 21 fotografie di Luca Gilli, selezionate da cicli di lavori recenti dal titolo Incipit e Blank, dedicati rispettivamente alla costruzione del padiglione della Santa Sede a Expo Milano 2015 (Incipit) e all’indagine di spazi interni in costruzione, ambienti chiusi e cantieri (Blank, 2008-2017). 
Matteo Bergamini, curatore: “La mostra “Di/Stanze” di Luca Gilli raccoglie una selezione di scatti tra i più “pittorici” realizzati dall’autore, presi dalle sue serie più recenti: Incipit – in particolar modo – e Blank. Sembrano strizzare l'occhio alle opere dei grandi Maestri dell'Espressionismo Astratto, al Color Field, o agli Achrome di manzoniana memoria. Che errore! La percezione può scivolare in pieno su altre fonti, ma alla base del lavoro di Gilli c'è la composizione dell’architettura”.
Pennellate di colore su muro e cemento umido, sacchi di polistirolo, canaline elettriche, tracce di lapis da muratore, future bocchette d'areazione e tubi di scarico sono i soggetti dell'indagine che restano - una volta fissati - lontani dalla loro natura e da qualsiasi altra forma riconoscibile.
Le fotografie d'allusione di Gilli, esposte al Museo Diocesano, si pongono ben altrove rispetto alla sempre viva e comune percezione della fotografia come mezzo per la “raffigurazione”.  Sono immagini evanescenti, lontane da una celebrazione fisica, dalla carnalità, al confine tra mondo visibile e invisibile, dove gli espedienti della prospettiva sono annullati a favore di una visione oltre il limite.
Gilli cattura interni che saranno abitati, frammenti di “stanze” ancora lontane dalla loro oggettualità e dal loro fine ultimo quotidiano, che possiamo intendere, immaginare e cogliere - riuscendovi o meno - solo tentando di annullare il divario che intercorre tra la prova trasposta e l'inquadratura originale.
L'esposizione è realizzata in collaborazione con Paola Sosio Contemporary Art di Milano.


Luca Gilli (1965) vive e lavora a Cavriago, Reggio Emilia. Sviluppa la sua ricerca fotografica da molti anni e le sue opere fanno parte di collezioni private e di musei pubblici di fotografia e di arte contemporanea italiani ed europei.
Numerose le mostre personali in Italia, in Francia e nel mondo organizzate da prestigiose istituzioni pubbliche e gallerie private e le presenze in esposizioni collettive. Diverse le partecipazioni a cataloghi collettivi e le pubblicazioni personali, tra le quali Blank (2011) con un prestigioso saggio critico di Quentin Bajac, attuale direttore del dipartimento di fotografia del MoMA di New York, e nel 2016 Incipit (Skira) a cura di Walter Guadagnini. Tra le sue più note ricerche, “Blank”, “Raw state”, la serie “Un musée après” e il più recente progetto “Incipit”. Hanno scritto sul suo lavoro eminenti firme della critica di fotografia e arte contemporanea e importanti esponenti della cultura in Italia e Francia.


Luca Gilli: Di/Stanze
A cura di
: Matteo Bergamini

Dal 9 febbraio al 8 aprile 2018
Orari: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso lunedì (eccetto festivi); La biglietteria chiude alle ore 17.30
Biglietti: Museo Diocesano + mostra + Museo di Sant’Eustorgio e Cappella Portinari, Intero: € 10 euro; Ridotto individuale: € 8; Ridotto scuole e oratori: € 6
Biglietti Museo Diocesano + mostra: Intero: € 8o; Ridotto individuale: € 6; Ridotto scuole e oratori: € 4
Informazioni: T. 02.89420019 - 02 89402671 - info.biglietteria@museodiocesano.it
Ufficio stampa: CLP Relazioni Pubbliche - Anna Defrancesco - tel. 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.it - www.clponline.it

Museo Diocesano Carlo Maria Martini
Chiostri di Sant'Eustorgio
piazza Sant’Eustorgio 3

Milano

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