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Archivi categoria : Personaggi

Album Primo Levi, Einaudi Editore, presentato alle Gallerie d’Italia

Presentato oggi alle Gallerie d'Italia di Intesa Sanpaolo, in piazza della Scala a Milano, il volume Album Primo Levi.
Un'iniziativa che conferma l’impegno della Banca a favore dei temi della cittadinanza e del ricordo della nostra storia continua per la Giornata della Memoria, a poche settimane dall’inaugurazione del MEIS, il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoà di Ferrara, la cui mostra inaugurale vede Intesa Sanpaolo tra i principali sostenitori.
Il volume Album Primo Levi, a cura di Roberta Mori e Domenico Scarpa, edito da Einaudi, di cui la Banca ha sostenuto la realizzazione, è stato presentato alla presenza del Presidente Emerito Giovanni Bazoli, che ha sottolineato lo storico impegno della Banca in tal senso, di cui è stato illustre protagonista l'ex presidente della Banca Commerciale Raffaele Mattioli. Sono intervenuti Walter Barberis, Presidente Giulio Einaudi editore; Michele Coppola, Direttore Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo; Ernesto Ferrero, Presidente Centro Internazionale di Studi Primo Levi; Roberta Mori, Curatrice del libro; Domenico Scarpa, Curatore del libro, moderatore Matteo Fabiani, Responsabile Rapporti con i Media Intesa Sanpaolo. Elvio Annese ha letto alcuni bravi di Primo Levi.

Il sostegno al volume è un nuovo tassello che segue il ciclo di letture Trent’anni dopo. Primo Levi e le sue storie, voluto da Intesa Sanpaolo in omaggio al narratore, uomo di scienza e pensatore e realizzato al grattacielo di Torino nella primavera scorsa. Curato da Giulia Cogoli, ha visto l’interpretazione degli scritti di Levi da parte degli attori Gioele Dix, Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni.

Dal progetto è nato un documentario di Sky Arte che racconta la vita e l’opera di un uomo che è stato lo straordinario testimone  del  momento più tragico del Novecento e che sarà  trasmesso  su  Sky  Arte,  sabato  27  gennaio alle ore 20,15.
Primo Levi e le sue storie. 30 anni dopo a cura di Arianna  Marelli, per la regia di Thierry Bertini, ricostruisce il clima e il dramma della Shoà attraverso le letture, interviste allo stesso Levi e l’uso di materiali d'archivio con interventi di Walter Cronkite, l'anchorman della CBS che fu corrispondente al processo di  Norimberga, Yakov Vinnichenko, uno dei primi soldati dell'Armata Rossa ad entrare ad Auschwitz, e Benjamin Ferencz, uno dei procuratori americani a Norimberga.
Si rinnova inoltre il sostegno di Intesa Sanpaolo al principale appuntamento milanese per la Giornata della  memoria, il concerto di sabato  27 gennaio, ore 20, presso il Conservatorio di Milano, promosso dall’Associazione Figli della Shoah, dal Conservatorio G. Verdi, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Fondazione CDEC, dal Memoriale della Shoah di Milano e dal Comitato per la Foresta dei Giusti - Gariwo (ingresso libero fino ad esaurimento posti).


A trent'anni dalla scomparsa di Primo Levi, questo volume intende proporre al pubblico un originale ritratto, per testi e immagini, di una tra le figure più complesse della letteratura e della cultura del Novecento.

Né biografia né saggio monografico, l'Album Primo Levi si configura piuttosto come un film documentario steso su carta, data la rilevanza che vi assume il materiale iconografico, rappresentato da oltre 400 immagini in gran parte inedite, e da un graphic novel dell'artista Yosuke Taki, ispirato al racconto «Carbonio». Ed è sempre nel rapporto con la dimensione visiva che i testi contenuti nel volume trovano una specifica ragion d'essere: primi fra tutti quelli di Levi, che - in centinaia di citazioni tratte da scritti celebri, rari o del tutto ignoti - entrano in immediata comunicazione con le figure in una continua e sempre coerente alternanza di letteratura e cronaca, poesia in versi e testimonianza storica, invenzione fantastica e intervento pubblico. Il lavoro dei due curatori lega in una documentata trama narrativa ciascuno degli ampi quadri tematici in cui l'opera è suddivisa. Dedicate rispettivamente al mestiere di chimico, al rapporto con la montagna, all'esperienza del Lager, ai mondi della scrittura e della traduzione, e infine alle declinazioni del «fare» creativo - artistico o professionale -, le sezioni dell'Album sono completate da due appendici. La prima, topografica, presenta i luoghi essenziali nella vita di Primo Levi, a Torino e nel Piemonte - Valle d'Aosta; la seconda, in chiusura, è un riepilogo cronistorico per immagini.
L'opera di Primo Levi è come una costellazione, ricca di luci e profondità. Questo Album ne disegna gli addensamenti e ne esplora gli spazi. In ogni sua pagina le immagini, inedite per una quota notevole, si aprono su mondi sempre diversi: e dialogano con brani dello scrittore - notissimi o ignoti, ma sempre di icastica brevità - popolando di cose, personaggi, domande e pensieri questo libro. Un sottile filo narrativo accompagna il lettore aiutandolo a orientarsi tra i fatti. Al centro del discorso spiccano due nomi: «Auschwitz» e «Carbonio». Intorno al primo si concentrano l'esperienza del male estremo vissuto dall'umanità nel secolo scorso, e le riflessioni che Levi andò svolgendo da Se questo è un uomo a I sommersi e i salvati. Ispirate al secondo, le suggestive tavole di Yosuke Taki illustrano il racconto cosmico-visionario sulla nascita e sulle incessanti trasformazioni della vita posto a suggello del Sistema periodico. A corona di questo centro l'Album offre una rappresentazione articolata (e fitta di documenti, episodi e scritti inediti) di quattro azioni che costituiscono altrettanti pilastri dell'opera di Levi uomo e scrittore: l'atto del «Cucire molecole», essenza della sua professione di chimico, e quello del «Cucire parole», decisivo nel lavoro quotidiano del narratore, del creatore di linguaggi e dell'appassionato di giochi linguistici. E poi l'«Andare in montagna», coraggioso fino alla temerarietà nel ragazzo che amava sfidare la natura e che nel 1943 scelse di slancio la lotta partigiana in Valle d'Aosta. Infine, la pratica del «Pensare con le mani», così naturale per ogni essere umano, in primo luogo nell'agire lavorativo, eppure così generalmente trascurata dalla letteratura. Anche in questo l'Album si propone di mettere in risalto gli aspetti più originali dell'opera di Levi, qui considerato come un grande scrittore letto oramai in tutto il mondo, ma anche come un uomo di pensiero fra i più sensibili alla vita concreta del mondo di oggi.

Fabio Levi


Album Primo Levi
Curatori: Roberta Mori e Domenico Scarpa
Editore
: Einaudi 

Anno: 2017
Pagine: 352
Prezzo: €. 60,00
ISBN: 9788806235147


Gallerie d'Italia - Piazza Scala, 6 - Milano
ufficio Media Attività Istituzionali, Sociali e Culturali Tel. 02 87962641 - stampa@intesasanpaolo.com

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Valentino Vago, Barlassina, 16/12/1931 – Milano, 17/01/2018

"Ci eravamo rincontrati con Alessandra Finzi, nello studio di Valentino, con calma, dopo l'inaugurazione alla Fondazione Antonio e Carmela Calderara del 24 giugno 2017, per ripercorrere insieme un po' della sua storia, i rapporti con mio padre Garibaldo e seguire le sue mani che plasmano, trasformano il colore, come per magia, in un afflato senza spazio e senza tempo verso la luce. Come in un passaggio dopo le Colonne di Ercole verso infiniti lidi, verso infiniti cieli, dove la luce è sovrana."

Gianni Marussi


Oggi, mercoledì 17, è serenamente mancato Valentino Vago. Le esequie saranno venerdì 19, alle ore 11, in San Giovanni in Laterano, piazza Bernini, Milano, quella che ha affrescato con tanto amore e che considerava "la summa" della sua pittura e che chiamava "il mio Paradiso". Valentino è tornato alla sua luce.

La malattia non gli aveva impedito di lavorare. Solo negli ultimi due mesi aveva smesso di frequentare il suo studio e la sua più recente uscita pubblica risale allo scorso ottobre, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Oltre l’orizzonte” nelle due storiche gallerie milanesi Il Milione e L’AnnunciataIn occasione della morte del maestro la galleria Annunciata ha deciso che, in omaggio al maestro, la mostra di Vago sarà prorogata sino al 20 marzo 2018.

È la luce trascendentale che dipingo. Ogni luce esistente nel mondo esterno non mi interessa, quella che entra in una giornata di sole è luce terrena, la mia è luce dello spirito. Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo. Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa.
La mia pittura esiste già a priori, e io non sono che uno strumento che ha il compito di portarla alla luce…"
Valentino Vago

Valentino Vago, "Il mio Paradiso", Chiesa di San Giovanni in Laterano, Milano, 2017

"Luminoso è il lavoro nobile; ma essendo
nobilmente luminoso esso dovrebbe
illuminare le menti, così che esse potessero
viaggiare verso la Luce Vera...”

Abate Sugerio di Saint Denis


"Siamo per le superfici grandi perchè hanno una forza inequivocabile"

 Rothko e Gottlieb

Valentino Vago, E.191, 1973, cm180x240

Due sono le sue personali, prorogate al 2 febbraio alla Galleria Il Milioneal 20 marzo 2018 alla Galleria Annunciata. Entrambe le personali sono a cura di Roberto Borghi in collaborazione con la fidata Ornella Mignone, responsabile dell'Archivio Valentino Vago.

La realtà oltre l’orizonte
All’origine della parola orizzonte ci sono i termini greci orízo, che in italiano significa «circoscrivere», òros, cioè «limite», e secondo qualche linguista anche orào, il verbo per antonomasia del «vedere». Per quanto la sua valenza etimologica sia incerta, quest’ultimo elemento ci rammenta che la linea di demarcazione fra terra e cielo è un dato ottico, qualcosa che in natura non esiste con la medesima suggestiva nettezza con cui ce la restituisce il nostro sguardo.  
Orizzonte, Davanti all’orizzonte, Immagine all’orizzonte sono i titoli ricorrenti dei lavori di Vago della prima metà degli anni Sessanta. In quelle opere realizzate da un pittore trentenne ormai distante dagli stilemi informali, si manifesta, secondo Marco Valsecchi, «una profonda sostanza luminosa» ripartita «in piani dilatati», in «allusioni di spazi infiniti» che si proiettano «sulla tangenza di una linea (l’orizzonte)».
Nei dipinti dei decenni successivi questa scansione orizzontale viene progressivamente sfumata, alterata, scomposta in più segmenti, mutata in atmosfera: «la mia più grande gioia - ha affermato di recente l’artista - è stata la liberazione dall’orizzonte che vivevo come un limite dello spazio dello spirito». Le modalità con cui si è verificato questo affrancamento rappresentano i punti nodali dell’itinerario di Vago.
Nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta esposte alla galleria Annunciata, si riscontrano talvolta più orizzonti tra loro paralleli, oppure un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. Più frequentemente però la linea di cesura tra terra e cielo - ma anche, come viene spontaneo credere, fra materia e spirito, determinato e indeterminato… - ha una traiettoria anomala, ondeggiante, e sembra galleggiare su di un vuoto atavico, silenzioso. C’è, in questi dipinti, un elemento acustico tanto decisivo quanto sotterraneo, che forse si spiega con le riflessioni formulate da Sergio Grossetti nel testo in catalogo della personale al Salone Annunciata del 1965: «Vago – vi si legge – crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la sua presenza personale e […] affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che investa tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».
In effetti a partire dalla metà degli anni Sessanta Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato anzitutto a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti», vale a dire la luce e il colore, di cui è basilarmente composta la pittura. Probabilmente però, nel suo peculiare autoannullamento, ha anche fatto proprie queste parole di André Marchand - peraltro citate in un classico della filosofia dell’arte che, fin dal titolo, ha molto a che fare con il suo lavoro: L’occhio e lo spirito di Maurice Merleau-Ponty: «credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare… Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse, dipingo per nascere».
Nella poetica di Vago c’è un continuo rimando alla condizione della nascita, evocata in molti dei suoi scritti e delle sue interviste, un bisogno di far sì che «l’opera nasca», anzi «si faccia» quasi da sé, per permettere poi che anche l’artista venga letteralmente «alla luce». Quest’ansia generativa, nei dipinti esposti all’Annunciata, acquista un carattere estremamente lirico, ma allo stesso tempo sottilmente drammatico: si tratta infatti delle immagini più complesse e stratificate coniate da Vago, di situazioni pittoriche ardue da decifrare, perché mai univoche, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all’incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto frantumate.
Giunto a uno snodo del suo itinerario espressivo, è come se l’artista maturasse la consapevolezza che lo sguardo sull’orizzonte, in quanto visione del limite che separa la materia dallo spirito, costituisce anche un’esperienza del limite stesso della visione, dell’impossibilità persino di scorgere quello che Leopardi chiama «l’ultimo orizzonte». Può darsi allora che scaturisca da qui, dalla coscienza dell’ineludibilità del limite intrinseco al vedere, l’aspirazione a rendere la pittura qualcosa di non esclusivamente visivo, ma anche in qualche modo tattile e percettivamente tridimensionale. Le numerose opere ambientali, le camerae pictae, gli interventi in edifici sacri rispondono tra l’altro al desiderio di dilatare la portata dell’azione pittorica, di ampliarla ad altri sensi, di renderla immersiva e avvolgente. Questa svolta verso la tridimensionalità si riverbera sulla creazione dei dipinti rendendoli sempre più “spaziosi” al loro interno, anche se privi di qualsiasi indicazione di profondità, e dotandoli di un cromatismo ancor più atmosferico e tattilmente invitante. Senza dubbio si tratta di una pittura «smaterializzata», come sottolinea la critica dell’ultimo decennio, ma palpabile, e autenticamente corposa, cioè dotata di una propria inconfondibile densità, di un proprio peso specifico, come se fosse, in senso lato, un corpo: d’altra parte immateriali eppure corporei, secondo la teologia cattolica, sono gli angeli, figure che Vago ha frequentato, pittoricamente parlando, negli anni Novanta, e alle quali ha dedicato una mostra alla Galleria San Fedele.  
I recentissimi dipinti esposti presso Il Milione hanno questa stessa corposità e allo stesso tempo risentono, nell’accezione letterale del termine, della quasi simultanea realizzazione dell’opera in San Giovanni in Laterano. La chiesa di piazza Bernini a Milano ospita davvero, come ha scritto l’artista stesso, «la summa dei suoi settant’anni di pittura»: Vago qui si è lasciato «interiormente sommergere» dalla luce, ha assunto un ruolo pressoché medianico, nel senso che si è fatto mediatore di una forza cromatica ascensionale che ha canalizzato verso l’apice dell’abside e ha raccolto nella cupola interna all’edificio. Un processo analogo si è verificato ideando i dipinti del Milione: in queste opere Vago, invece che «penetrare» l’orizzonte con lo sguardo, se ne è lasciato incuneare, lo ha assimilato al suo io più profondo e lo ha come dissolto nella sua interiorità.          
Così come ce la mostrano i suoi lavori del 2017, la realtà oltre l’orizzonte consiste in addensamenti di tonalità rosa e giallo nei quali non esistono autentiche cesure, ma solo vibrazioni più intense che, quando percorrono orizzontalmente la tela, si fanno talmente diafane da risultare bianche. Forse l’artista è vicino a soddisfare attraverso la pittura quel «desiderio di ritornare a prima della nascita, alla pura energia, alla grande luce» di cui parlava in un intervista del 1987: per certo comunque sappiamo che gli ultimi dipinti hanno perlopiù come titolo VV 1931, ovvero le iniziali del suo nome e l’anno della sua nascita. Secondo la folgorante massima di Franz von Baader, un filosofo romantico purtroppo dimenticato, «giovane è tutto ciò che è vicino alla propria origine». A giudicare dalle opere esposte al Milione, Vago dall’origine non è affatto lontano.

Roberto Borghi

Valentino Vago, Galleria Il Milione, 5/10/2017

 

 


Garibaldo Marussi
presentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"C'è un'ala della giovane arte italiana che - estranea alle sollecitazioni della pittura del segno (Capogrossi), del gesto (Vedova), dell'informale (Vacchi), del materico (Burri) - si orienta verso soluzioni intimiste (Strazza e Scanavino ad esempio) che comportano un ripiegamento sul proprio io, una fuga dall'esterno verso l'interno, una ricerca di espressioni, di stati d'animo. Donde un liquefarsi, uno sciogliersi della materia in una luminosità incorporea che assume diafane figurazioni, quale è il caso del bolognese Romiti. Su quest'ultima strada - dopo un'esperienza iniziale che poteva avere analogie con certa pittura americana (vedi Rothko) e, su altri binari, con Poliakoff, come disse Guido Ballo - appare decisamente orientato l'ancor giovane Valentino Vago. Fin dalla sua prima comparsa - e sarà un anno - si ricavava la sensazione di una presenza reale, fuori dalle mode e, per certo verso, dalle correnti. Era una presenza timida, quasi nascosta. Una voce in sordina. ma c'era già, non espressa con graffi, con strappi, con violenze, bensì con trascolorazione del sentimento, l'annuncio di una personalità. Ho accennato poc'anzi a Romiti, ma potrei dire Morandi: questo per l'impalpabile e segreto affacciarsi di una vibrazione poetica. Vago, infatti, parte da ragioni intime sue: il richiamo di un'ora, di un momento, di una particolare condizione umana. È solo - apparentemente - un flatus voci, una confessione a denti stretti. Lo dicono i titoli delle opere, sempre allusivi: Incombenza, Euforia, Sofferenze, e via dicendo. Ma a questi titoli corrisponde la tensione del colore, che si dilata finemente, che crea, di volta in volta, atmosfere diverse. Esso colore, tutt'altro che casuale, si diffonde in palpitazioni lievi, eppur profonde, crea un clima; raggiunge delicatezze soavi. La materia perciò, in certo senso, potrebbe apparire avara a una prima vista. Basta tuttavia soffermarvisi per scoprire quali delizie ed emozioni essa offra. Sull'orlo estremo del nulla, esaurita ed esausta, essa porge un varco inimitabile al corso della fantasia."

Garibaldo Marussipresentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"... Anche il discorso di Valentino Vago, uno dei pittori più sensibili delle nuove generazioni, poggia sulla luce. Con più inquietudine direi, con più folgorazione.
Dal disteso spazio luminoso, sottilmente vibrante, quasi una dimensione dello spirito, oggi il pittore nelle due mostre parallele (Salone dell'Annunciata e Galleria Morone) ha rotto i suoi spazi sereni, fatti di palpiti di luce, di sottili e quasi impalpabili radiazioni di colori, con squarci ora di bianco, ora di nero, ora di rosso (a seconda del colore di fondo della tela, con irrequietezza - tanto per fare un paragone - che possedette Licini con le sue Amalasunte.
"

Garibaldo Marussi, Mostre a Milano, Le Arti, N°4, 1968


Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo. Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

Valentino Vago

Gianni Marussi e Valentino Vago, Galleria Luca Tommasi, Milano

Valentino Vago, Barlassina (Monza), 16/12/1931 -  Milano, 17/01/2018
Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1955 espone alla VI Quadriennale d’Arte di Roma. La sua prima personale è nel 1960, a Milano, al Salone Annunciata presentata da Guido Ballo, e successivamente sempre al Salone Annunciata il 14/12/1961, con la presentazione di Garibaldo Marussi.*
Nel suo lungo percorso artistico ha esposto in numerose mostre personali e importanti collettive in Italia e all’estero. Si ricordano le partecipazioni a rassegne realizzate dalla Biennale di San Paolo, al Kunstmuseum di Colonia, alla Hayward Gallery di Londra, al Grand Palais di Parigi e, ancora, nei musei di Francoforte, Berlino, Hannover, Vienna.
Milano gli ha dedicato importanti antologiche, tra cui quelle a Palazzo Reale, al Pac - Padiglione di Arte Contemporanea e al Museo Diocesano di Milano. I suoi lavori sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere.
Dal 1979 si è dedicato, con continuità, alla pittura murale, dipingendo ambienti pubblici e privati in Italia e all’estero. Oltre una decina di opere abitabili sono all’interno di chiese. La prima, quella di San Giulio a Barlassina è del 1982, poi la  cupola principale, che ha una superficie di 1.400 metri quadri, della chiesa della Beata Vergine Assunta a San Giorgio su Legnano (1999-2000), mentre la più vasta (12.000 mq.), dedicata a Nostra Signora del Rosario, prima chiesa cattolica in Qatar, è stata consacrata nel 2008 a Doha. L'ultima opera ambientale, conclusa nell'estate del 2017 è quella che chiamava "Il mio Paradiso" nella Chiesa di San Giovanni in Laterano a Milano.
Nel 2011 è stato pubblicato il Catalogo Ragionato delle opere, edito da Skira, con studi di Flavio Arensi, Flavio Caroli, Claudio Cerritelli, Chiara Gatti e Giancarlo Santi. Suddiviso in tre volumi, il catalogo ripercorre attraverso circa 4000 tele tutta l'attività artistica, dagli esordi, con i lavori eseguiti all'Accademia di Brera, all'"Orizzonte nero", opera che rappresenta per l'autore l'inizio della ricerca, fino ad arrivare alla recente serie definita la "Bellezza dell'infinito" (2008-2010) e alla pittura muraria religiosa di cui Vago si è occupato a partire dal 1982, analizzata in un testo di Giancarlo Santi. In appendice è presentata un'esaustiva schedatura degli interventi realizzati in Italia e all'estero. Gli altri due volumi contengono il regesto, che garantisce una conoscenza filologica delle numerose opere autentiche e scioglie dubbi su eventuali falsi o copie.
Il 18 giugno 2013, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso di una solenne cerimonia svoltasi al Quirinale, ha conferito il Premio Nazionale “Presidente della Repubblica”, dedicato alle personalità della cultura, dell’arte e della scienza designati dalle Accademie di Santa Cecilia, dei Lincei e dall’Accademia Nazionale di San Luca. Per l’edizione 2012 gli Accademici di San Luca hanno segnalato il pittore Valentino Vago, al quale è andato il prestigioso riconoscimento alla carriera. In tale circostanza il Presidente dell’Accademia Nazionale di San Luca, Paolo Portoghesi, ha tenuto una Laudatio dell’artista.


Chiesa di San Giovanni in Laterano
via Pinturicchio, 35
20133 Milano

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
Tel. e fax +39 02 290 632 72 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

Annunciata galleria d'arte
via Signorelli 2/a
20154 Milano
Tel. +39 02 34537186 - Fax: +39 02 34535765 - annunciata.galleria@gmail.com

 

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Marina Ripa di Meana, Reggio Calabria, 21/10/1941 – Roma, 4/01/2018

Marina Elide Punturieri il suo vero nome. Marina Ripa di Meana, nota anche come Marina Lante della Rovere, stilista, scrittrice, personaggio televisivo, (Reggio Calabria, 21/10/1941 - Roma, 4/01/2018). 

Un personaggio eccentrico, ma vero. Amava la ribalta come furiosamente i suoi amori, per i quali era disposta a tutto. Autoironica, libera e libertaria, ambientalista, musa di artisti e provocatoria nel suo essere controcorrente.
Vorrei ricordarla con queste interviste rilasciate con Carlo Ripa di Meana alla presentazione di uno dei suoi ultimi libri: "Virginia Agnelli. Madre e farfalla", scritto insieme alla giornalista Gabriella Mecucci, in cui Marina racconta, in stile biografico, la vita di Virginia descritta come “donna molto mondana, frivola e bellissima” che ha avuto un ruolo molto importante nella storia di Roma e d’Italia. Marina considerava Virginia Agnelli una donna molto impegnata, con un ruolo determinante, rimasto sconosciuto. Ne ha svelato le vicende più intime, facendone risaltare la personalità carismatica, descrivendola come “un po’ Zelda, farfalla Fitzgeraldiana, un po’ personaggio uscito dai libri di Henry James.” 

A testimonianza invece dell'effervescenza di Marina questo fuoriprogramma al Festival dei 2 Mondi di Spoleto, (divenuto tormentone su Striscia la Notizia) a Palazzo Racani Arroni, dove Marina ha rovesciato addosso a Vittorio Sgarbi un liquido contenuto in un barattolo di vetro con sopra l'etichetta "Piscio d'artista". Vittorio Sgarbi stava presentando a Spoleto le due Mostre d'Arte del 54° Festival dei 2 Mondi e "Padiglione Italia" per la Regione Umbria e improvvisamente Marina...

Poi quando ci siamo rivisti per la presentazione del suo libro su Virginia Agnelli le ho chiesto di spiegare quanto era successo e perchè.


Opere

I miei primi quarant'anni (1984)
La più bella del reame (1988)
Vizi, veleni e velette (1990)
Le avventure di Marina: giallo sentimentale a fumetti (1992)
La donna che inventò se stessa (1994)
Tramonto rosso sangue (1998)
La vita estrema di Francesca Agusta (2001)
Cara Paola, sorella mia (2004)
Cocaina a Colazione (2005)
Lettere a Marina (2006)
Roma al Rogo (2008)
Virginia Agnelli. Madre e farfalla, con Gabriella Mecucci (Minerva, 2011)
Invecchierò ma con calma (2012)
Colazione al Grand Hotel (2016)


Filmografia
Come attrice:
Assassinio sul Tevere, accreditata come Marina Lante della Rovere, regia di Bruno Corbucci (1979)
Nebbie e delitti - serie TV, 1 episodio, accreditata come Marina Lante della Rovere (2005)

Come regista:
Cattive ragazze (1992)

Come sceneggiatrice:
I miei primi 40 anni, regia di Carlo Vanzina (1987)
La più bella del reame, regia di Cesare Ferrario (1989)
Cattive ragazze, regia di Marina Ripa di Meana (1992)

Come doppiatrice:
Vittoria Febbi in Assassinio sul Tevere

Curiosità
Viene citata nella canzone Jet Set di Rino Gaetano (contenuta nell'album E io ci sto) insieme con Gil Cagnè ed Elsa Martinelli, con il cognome dell'allora marito, ovvero Marina Lante della Rovere.
 

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Gualtiero Marchesi (Milano, 19 marzo 1930 – Milano, 26 dicembre 2017)

Gualtiero Marchesi (Milano, 19 marzo 1930 - Milano, 26 dicembre 2017)
Un'altra persona che ci mancherà. Gentile, un piacere sempre incontrarlo, parlargli... amante dell'arte e non solo... Un rimpianto il cd con le sue tante foto che non sono riuscito a dargli per tempo e che gli avevo promesso... Questo 2017 è stato un anno di tanti incredibili addii. Sic!


Per chi desiderasse portare un ultimo saluto a Gualtiero Marchesi
il Comune di Milano ha messo a disposizione 
il Teatro Dal Verme, in via San Giovanni sul Muro 2
giovedì 28 dicembre, dalle 10 alle 20
e venerdì 29 dicembre, dalle 9 alle 10
.I​ funerali si terranno venerdì 29 dicembre alle ore 11 
nella Chiesa Santa Maria del Suffragio a Milano.
Marchesi riposerà accanto ad Antonietta e ai suoi cari
nel cimitero di San Zenone Po.
 
N​on fiori ma sostegno alla Fondazione Gualtiero Marchesi
Banca Prossima, Filiale 5000, Milano 
IBAN IT63M0335901600100000011633  
 

"L'esempio è la più alta forma di insegnamento."

"Se è vero che il futuro dipende da ognuno di noi, allora il futuro è già. 
L’unico modo per intravederne le mosse è di fare un passo indietro. 
Nel caso della cucina, un passo indietro fino alle radici dei nostri sapori. 
Guardarsi in casa, ricordare, perché un presente senza memoria è pericoloso. 
Chi ricorda sa e allora può attualizzare un piatto, renderlo moderno senza tradirne lo spirito. 
Non sopporto chi ingolfa le ricette con una quantità inverosimile di ingredienti, possibilmente molto cari.
È chiaro che, rispetto ai bisogni e ai gusti di cinquant’anni fa, andiamo verso una maggiore semplicità da cui dipende l’attrazione dei giovani verso le cucine orientali.
Naturalmente, c’è anche il rovescio della medaglia, quando si scivola dalla semplicità all’omologazione.
Per questo mi interessa conoscere cosa mangiano i giovanissimi, ripartendo da lì, da una diversità spesso negata.
Non esiste, a mio giudizio, una cucina alta o bassa, ma una cucina che, a qualsiasi livello, 
si divide salomonicamente in cucina buono o cattiva. 
Anche un panino sa essere pessimo, oppure dirti qualcosa, al di là dell’immediato soddisfacimento della fame.
Qualche giorno fa, ho visto in via Madonnina, a Milano, una testa scolpita così essenziale che oltre non si poteva andare.
Un esempio di purezza, dove non c’è più margine per modificare. Che bello! 
Quando provi questa emozione significa che nella semplicità affiora anche una parte di invisibile.
Significa che il diversamente buono e il diversamente bello hanno, per un attimo, trovato la forma in cui esprimersi.
Per i cuochi, quelli veri, la materia è il fine e il mezzo della loro arte.
Nella materia è già suggerita la composizione.
Penso di essere un buon maestro, visto i risultati ottenuti dai miei discepoli.
Per insegnare non bisogna avere segreti e incontrare qualcuno che si ponga continuamente delle domande.
Intanto, abbiamo gettato le basi di un’Accademia che rappresenterà la parte propulsiva della Fondazione Gualtiero Marchesi, e in quell’ambito vorrei coinvolgere tutti i miei discepoli.
Una bella compagnia di cervelli, per non parlare dei caratteri."


"Gli artisti sono stati clienti e amici di una Milano giovanile. Già nel locale dei miei genitori passavano regolarmente Monicelli, Fontana, Visconti, Testori… E sicuramente la conoscenza di Calvi, Manzoni, Baj, Tadini, Spoldi, Hsiao Chin, Del Pezzo, D’Orazio, Scalvini e tanti altri, ha contribuito a formare il mio personale immaginario. Ripensando al piacere che mi dava la musica e al lavoro del cuoco, mi sono reso conto che il nesso che li accomuna riguarda la durata, dal momento che un brano e un piatto vivono solo attraverso la loro esecuzione. Una grandezza, ma anche, se vogliamo, un limite. Da questa considerazione e per ritrovarne l’aspetto materico, è scattata l’idea di rendere omaggio ai quadri di alcuni pittori, quelli che più amo. Non li definirei degli esercizi estetici, ma il tentativo di mostrare che la cucina è uno dei linguaggi possibili e che, in certi casi, ha la forza e le 
prerogative del linguaggio artistico."
 

     Gualtiero Marchesi

Da IL SAPORE DELL’ESTETICA
Conversazione tra Gillo Dorfles  e Gualtiero Marchesi , con Aldo Colonetti in regia

- Aldo ColonettiCosa vuol dire difetto per te, Gualtiero? Difetto nel significato che dice Gillo, cioè che ogni cucina è espressione di una realtà individuale relativa e dunque per sua natura portatrice di pregi ed errori?
- Gualtiero Marchesi: Esatto, perché naturalmente poi l’uomo ci mette del suo e finisce col rovinare tutto. Recentemente sulla copertina della pagina de La Lettura del Corriere della Sera ho pubblicato un’immagine provocatoria: ho impiattato due tranci d’orata al vapore. Punto. Senza null’altro. A voler dire che la materia prima va non solo rispettata ma ha già in sé tutto il suo gusto.
- Gillo Dorfles: In fondo, in un certo senso, la cucina è un’anti-natura perché, contrariamente a quello che si pensa è sempre artificiale. Quindi, direi che l’uomo appena ha potuto non si è più servito degli elementi naturali ma ha pensato di alterarli.
- Gualtiero Marchesi… con questa interpretazione sono tornato alla purezza della materia e in mezzo a questo piatto ci sono due tranci di pesce, semplicemente cotti senza niente, senza nemmeno il sale. Perché tu mangi la natura, il pezzo di pesce, come puoi mangiare un pezzo di carne, una verdura; la consumi per il suo sapore, per quello che può e sa darti, senza metterci condimenti o elementi che la alterino. Noi invece siamo abituati a salare, a mettere olio, a mettere di tutto, ma i prodotti sono buoni così come sono...

Da PAROLE a cura di Nicola Dal Falco

La seppia con il suo nero è come dire l’ostrica con la sua perla, la chiocciola con il suo guscio: ciò che vedi e ciò che si nasconde. Una metafora bella e pronta della vita, facile da vivere e misteriosa da capire. Per Marchesi, servì anche a liberarsi dall’influenza francese, da delle petulanti foglioline di cerfoglio.
La seppia al nero rappresenta quanto e più di altri piatti lo stupore e la dedizione nei confronti delle materia al punto che non c’è quasi aneddoto nel raccontarne la nascita.
"Avevo tra le mani una seppia così bella - dice il maestro - e potrei aggiungere perfetta , che ho pensato solo a come mostrarla. Ho preso, allora, la vescica con l’inchiostro e l’ho svuotata, diluendo il nero con l’acqua e legandolo con un po’ di burro in modo che acquistasse il giusto grado di sericità. Su questo fondo, ho appoggiato la seppia, cotta in un primo tempo in padella, ma poi, nella versione definitiva, passata al vapore.
Cosa ho fatto? Ho esaltato la natura della seppia, portando alle estreme conseguenze l’idea che la forma, ogni forma, è materia. Quando questo concetto si trasforma in regola, la cucina si semplifica e rischia seriamente di cogliere l’essenza del discorso: come trasformare cioè la natura in cibo senza tradirla". (…)

 

"Il momento è arrivato, Varese ospiterà la mia Fondazione, ideata per coltivare il gusto nei confronti di tutte le arti, partendo dall'alta formazione dei cuochi e coinvolgendo anche i bambini in età prescolare e i giovani. 
Una Fondazione che insegni il bello e il buono, preparando le persone ad aprirsi ad una prospettiva creativa. 
La creatività è qualcosa di diverso rispetto alla maestria. 
Ci sono persone bravissime che non creano né creeranno mai nulla. La questione di fondo è un’altra.
Capire cosa significhi creare, allenando lo spirito a quel salto che distingue, nei momenti di grande libertà, 
una grande esecuzione da un’opera d’arte.
Ringrazio 
il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni,
il sindaco di Varese Attilio Fontana 
e tutti quanti hanno sostenuto e sosterranno il progetto della Fondazione."
 
Gualtiero Marchesi
 
   


Villa Mylius
La Fondazione che porta il nome del maestro dei cuochi, dedicata alle arti visive, alla musica e alla cucina, in chiave formativa avrà la sua sede a Villa Mylius, nell’omonimo parco, al centro della città di Varese.

Gruppo Gualtiero Marchesi
info@marchesi.it - Tel. +39 02 36706660
Relazioni con la stampa: sara.vitali@cinquesensi.it - Tel. +39 3356347230
 
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Valentino Vago: Oltre l’orizzonte, Galleria Annunciata, Galleria Il Milione, Milano, 5 ottobre

"Ci siamo rincontrati con Alessandra Finzi, nello studio di Valentino, con calma, dopo l'inaugurazione alla Fondazione Antonio e Carmela Calderara del 24 giugno, per ripercorrere insieme un po' della sua storia, i rapporti con mio padre Garibaldo e seguire le sue mani che plasmano, trasformano il colore, come per magia, in un afflato senza spazio e senza tempo verso la luce. Come in un passaggio dopo le Colonne di Ercole verso infiniti lidi, verso infiniti cieli, dove la luce è sovrana."

Gianni Marussi


È la luce trascendentale che dipingo. Ogni luce esistente nel mondo esterno non mi interessa, quella che entra in una giornata di sole è luce terrena, la mia è luce dello spirito. Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo. Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

Valentino Vago


"Luminoso è il lavoro nobile; ma essendo
nobilmente luminoso esso dovrebbe
illuminare le menti, così che esse potessero
viaggiare verso la Luce Vera...”

abate Sugerio di Saint Denis


"Siamo per le superfici grandi perchè hanno una forza inequivocabile"

 Rothko e Gottlieb

V. Vago, E.191, 1973, cm180x240


Giovedì 5 ottobre 2017 si inaugurano due mostre personali di Valentino Vago a Milano: la Galleria Annunciata, in via Signorelli 2, propone i dipinti degli anni Sessanta e Settanta. La Galleria Il Milione, in via Maroncelli 7, ospita le opee realizzate nel 2017. Entrambe le gallerie (distanti l'una dall'altra meno di dieci minuti a piedi) potranno essere visitate dalle ore 18.00.


Alle 17.00 invece presso la chiesa di San Giovanni in Laterano, via Pinturicchio, 35 (piazza Bernini), si terrà una visita guidata alla grande opera ambientale completata nell'estate 2017 che Vago considera "la summa" della sua pittura. In contemporanea alle mostre all'Annunciata e al Milione, la Libreria Popolare di via Tadino 18, ospiterà tutti i cataloghi dedicati al lavoro di Vago dagli anni Sessanta a oggi (molti saranno in vendita, altri solo consultabili). La Libreria inoltre organizzarà altre visite guidate all'opera in San Giovanni in Laterano.
Le mostre (aperte sino al 15 dicembre) sono a cura di Roberto Borghi in collaborazione con Ornella Mignone, responsabile dell'Archivio Valentino Vago.

V. Vago, San Giovanni in Laterano, Milano

La Galleria Annunciata inizia la stagione 2017-18 con VALENTINO VAGO - Oltre l'orizzonte, una personale dell'artista nato nel 1931 a Barlassina in cui saranno esposte opere degli anni Sessanta e Settanta per lo più di grandi dimensioni.
La mostra è realizzata in collaborazione con la Galleria Il Milione che, in contemporanea, presenta una mostra di dipinti recenti, le opere più significative.
Alla Galleria Annunciata sono esposte soprattutto le opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta.


Il culmine della poetica di Valentino Vago è nella recente realizzazione dell'opera ambientale nella Chiesa di San Giovanni in Laterano, a Milano in zona Città Studi, presso la quale si tiene una visita guidata giovedì 5 ottobre alle 17.00.

Allestimento V. Vago al Milione


La realtà oltre l’orizonte

All’origine della parola orizzonte ci sono i termini greci orízo, che in italiano significa «circoscrivere», òros, cioè «limite», e secondo qualche linguista anche orào, il verbo per antonomasia del «vedere». Per quanto la sua valenza etimologica sia incerta, quest’ultimo elemento ci rammenta che la linea di demarcazione fra terra e cielo è un dato ottico, qualcosa che in natura non esiste con la medesima suggestiva nettezza con cui ce la restituisce il nostro sguardo.  
Orizzonte, Davanti all’orizzonte, Immagine all’orizzonte sono i titoli ricorrenti dei lavori di Vago della prima metà degli anni Sessanta. In quelle opere realizzate da un pittore trentenne ormai distante dagli stilemi informali, si manifesta, secondo Marco Valsecchi, «una profonda sostanza luminosa» ripartita «in piani dilatati», in «allusioni di spazi infiniti» che si proiettano «sulla tangenza di una linea (l’orizzonte)».
Nei dipinti dei decenni successivi questa scansione orizzontale viene progressivamente sfumata, alterata, scomposta in più segmenti, mutata in atmosfera: «la mia più grande gioia - ha affermato di recente l’artista - è stata la liberazione dall’orizzonte che vivevo come un limite dello spazio dello spirito». Le modalità con cui si è verificato questo affrancamento rappresentano i punti nodali dell’itinerario di Vago.
Nelle opere dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta esposte alla galleria Annunciata, si riscontrano talvolta più orizzonti tra loro paralleli, oppure un unico orizzonte dallo spessore e dalla densità inconsueti. Più frequentemente però la linea di cesura tra terra e cielo - ma anche, come viene spontaneo credere, fra materia e spirito, determinato e indeterminato… - ha una traiettoria anomala, ondeggiante, e sembra galleggiare su di un vuoto atavico, silenzioso. C’è, in questi dipinti, un elemento acustico tanto decisivo quanto sotterraneo, che forse si spiega con le riflessioni formulate da Sergio Grossetti nel testo in catalogo della personale al Salone Annunciata del 1965: «Vago – vi si legge – crede alla pittura sino al punto di lasciarsene quasi annullare, di abolire la sua presenza personale e […] affidarsi a due soli suoni alti, intensi, vibranti, a un semplicissimo rapporto di colore e luce che investa tutto il suo trepidare, il suo vivere di uomo».
In effetti a partire dalla metà degli anni Sessanta Vago ha attuato una sorta di estinzione della personalità, un silenzio di sé finalizzato anzitutto a far percepire quei «due suoni alti, intensi, vibranti», vale a dire la luce e il colore, di cui è basilarmente composta la pittura. Probabilmente però, nel suo peculiare autoannullamento, ha anche fatto proprie queste parole di André Marchand - peraltro citate in un classico della filosofia dell’arte che, fin dal titolo, ha molto a che fare con il suo lavoro: L’occhio e lo spirito di Maurice Merleau-Ponty - : «credo che il pittore debba lasciarsi penetrare dall’universo, e non volerlo penetrare… Attendo di essere interiormente sommerso, sepolto. Forse, dipingo per nascere».
Nella poetica di Vago c’è un continuo rimando alla condizione della nascita, evocata in molti dei suoi scritti e delle sue interviste, un bisogno di far sì che «l’opera nasca», anzi «si faccia» quasi da sé, per permettere poi che anche l’artista venga letteralmente «alla luce». Quest’ansia generativa, nei dipinti esposti all’Annunciata, acquista un carattere estremamente lirico, ma allo stesso tempo sottilmente drammatico: si tratta infatti delle immagini più complesse e stratificate coniate da Vago, di situazioni pittoriche ardue da decifrare, perché mai univoche, nemmeno quando sembrano meramente consistere in una o più masse di colore all’incirca rettangolari. Anche in queste opere, così come in quelle più articolate, non mancano linee fluttuanti che a volte hanno la sinuosità dei filamenti, altre volte la determinatezza delle rette, per quanto frantumate.
Giunto a uno snodo del suo itinerario espressivo, è come se l’artista maturasse la consapevolezza che lo sguardo sull’orizzonte, in quanto visione del limite che separa la materia dallo spirito, costituisce anche un’esperienza del limite stesso della visione, dell’impossibilità persino di scorgere quello che Leopardi chiama «l’ultimo orizzonte». Può darsi allora che scaturisca da qui, dalla coscienza dell’ineludibilità del limite intrinseco al vedere, l’aspirazione a rendere la pittura qualcosa di non esclusivamente visivo, ma anche in qualche modo tattile e percettivamente tridimensionale. Le numerose opere ambientali, le camerae pictae, gli interventi in edifici sacri rispondono tra l’altro al desiderio di dilatare la portata dell’azione pittorica, di ampliarla ad altri sensi, di renderla immersiva e avvolgente. Questa svolta verso la tridimensionalità si riverbera sulla creazione dei dipinti rendendoli sempre più “spaziosi” al loro interno, anche se privi di qualsiasi indicazione di profondità, e dotandoli di un cromatismo ancor più atmosferico e tattilmente invitante. Senza dubbio si tratta di una pittura «smaterializzata», come sottolinea la critica dell’ultimo decennio, ma palpabile, e autenticamente corposa, cioè dotata di una propria inconfondibile densità, di un proprio peso specifico, come se fosse, in senso lato, un corpo: d’altra parte immateriali eppure corporei, secondo la teologia cattolica, sono gli angeli, figure che Vago ha frequentato, pittoricamente parlando, negli anni Novanta, e alle quali ha dedicato una mostra alla Galleria San Fedele.  
I recentissimi dipinti esposti presso Il Milione hanno questa stessa corposità e allo stesso tempo risentono, nell’accezione letterale del termine, della quasi simultanea realizzazione dell’opera in San Giovanni in Laterano. La chiesa di piazza Bernini a Milano ospita davvero, come ha scritto l’artista stesso, «la summa dei suoi settant’anni di pittura»: Vago qui si è lasciato «interiormente sommergere» dalla luce, ha assunto un ruolo pressoché medianico, nel senso che si è fatto mediatore di una forza cromatica ascensionale che ha canalizzato verso l’apice dell’abside e ha raccolto nella cupola interna all’edificio. Un processo analogo si è verificato ideando i dipinti del Milione: in queste opere Vago, invece che «penetrare» l’orizzonte con lo sguardo, se ne è lasciato incuneare, lo ha assimilato al suo io più profondo e lo ha come dissolto nella sua interiorità.          
Così come ce la mostrano i suoi lavori del 2017, la realtà oltre l’orizzonte consiste in addensamenti di tonalità rosa e giallo nei quali non esistono autentiche cesure, ma solo vibrazioni più intense che, quando percorrono orizzontalmente la tela, si fanno talmente diafane da risultare bianche. Forse l’artista è vicino a soddisfare attraverso la pittura quel «desiderio di ritornare a prima della nascita, alla pura energia, alla grande luce» di cui parlava in un intervista del 1987: per certo comunque sappiamo che gli ultimi dipinti hanno perlopiù come titolo VV 1931, ovvero le iniziali del suo nome e l’anno della sua nascita. Secondo la folgorante massima di Franz von Baader, un filosofo romantico purtroppo dimenticato, «giovane è tutto ciò che è vicino alla propria origine». A giudicare dalle opere esposte al Milione, Vago dall’origine non è affatto lontano.

Roberto Borghi

V. Vago, A.35, 1971, cm240x180


Garibaldo Marussipresentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"C'è un'ala della giovane arte italiana che - estranea alle sollecitazioni della pittura del segno (Capogrossi), del gesto (Vedova), dell'informale (Vacchi), del materico (Burri) - si orienta verso soluzioni intimiste (Strazza e Scanavino ad esempio) che comportano un ripiegamento sul proprio io, una fuga dall'esterno verso l'interno, una ricerca di espressioni, di stati d'animo. Donde un liquefarsi, uno sciogliersi della materia in una luminosità incorporea che assume diafane figurazioni, quale è il caso del bolognese Romiti. Su quest'ultima strada - dopo un'esperienza iniziale che poteva avere analogie con certa pittura americana (vedi Rothko) e, su altri binari, con Poliakoff, come disse Guido Ballo - appare decisamente orientato l'ancor giovane Valentino Vago. Fin dalla sua prima comparsa - e sarà un anno - si ricavava la sensazione di una presenza reale, fuori dalle mode e, per certo verso, dalle correnti. Era una presenza timida, quasi nascosta. Una voce in sordina. ma c'era già, non espressa con graffi, con strappi, con violenze, bensì con trascolorazione del sentimento, l'annuncio di una personalità. Ho accennato poc'anzi a Romiti, ma potrei dire Morandi: questo per l'impalpabile e segreto affacciarsi di una vibrazione poetica. Vago, infatti, parte da ragioni intime sue: il richiamo di un'ora, di un momento, di una particolare condizione umana. È solo - apparentemente - un flatus voci, una confessione a denti stretti. Lo dicono i titoli delle opere, sempre allusivi: Incombenza, Euforia, Sofferenze, e via dicendo. Ma a questi titoli corrisponde la tensione del colore, che si dilata finemente, che crea, di volta in volta, atmosfere diverse. Esso colore, tutt'altro che casuale, si diffonde in palpitazioni lievi, eppur profonde, crea un clima; raggiunge delicatezze soavi. La materia perciò, in certo senso, potrebbe apparire avara a una prima vista. Basta tuttavia soffermarvisi per scoprire quali delizie ed emozioni essa offra. Sull'orlo estremo del nulla, esaurita ed esausta, essa porge un varco inimitabile al corso della fantasia."

Garibaldo Marussipresentazione al Salone Annunciata il 14/12/1961

"... Anche il discorso di Valentino Vago, uno dei pittori più sensibili delle nuove generazioni, poggia sulla luce. Con più inquietudine direi, con più folgorazione.
Dal disteso spazio luminoso, sottilmente vibrante, quasi una dimensione dello spirito, oggi il pittore nelle due mostre parallele (Salone dell'Annunciata e Galleria Morone) ha rotto i suoi spazi sereni, fatti di palpiti di luce, di sottili e quasi impalpabili radiazioni di colori, con squarci ora di bianco, ora di nero, ora di rosso (a seconda del colore di fondo della tela, con irrequietezza - tanto per fare un paragone - che possedette Licini con le sue Amalasunte.
"

Garibaldo Marussi, Mostre a Milano, Le Arti, N°4, 1968


Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo”, come l'artista stesso dice. “Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

Valentino Vago

Gianni Marussi e Valentino Vago, Galleria Luca Tommasi, Milano

Valentino Vago è nato a Barlassina nel 1931, vive e lavora a Milano.
Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1955 espone alla VI Quadriennale d’Arte di Roma. La sua prima personale è nel 1960, a Milano, al Salone Annunciata presentata da Guido Ballo, e successivamente sempre al Salone Annunciata il 14/12/1961, con la presentazione di Garibaldo Marussi.*
Nel suo lungo percorso artistico ha esposto in numerose mostre personali e importanti collettive in Italia e all’estero. Si ricordano le partecipazioni a rassegne realizzate dalla Biennale di San Paolo, al Kunstmuseum di Colonia, alla Hayward Gallery di Londra, al Grand Palais di Parigi e, ancora, nei musei di Francoforte, Berlino, Hannover, Vienna.
Milano gli ha dedicato importanti antologiche, tra cui quelle a Palazzo Reale, al Pac – Padiglione di arte contemporanea e al Museo Diocesano di Milano. I suoi lavori sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere.
Dal 1979 si è dedicato, con continuità, alla pittura murale, dipingendo ambienti pubblici e privati in Italia e all’estero. Oltre una decina di opere abitabili sono all’interno di chiese. La prima, quella di San Giulio a Barlassina, è del 1982, la più vasta (12.000 mq), dedicata a Nostra Signora del Rosario, è stata consacrata nel 2008 a Doha (Qatar).
Nel 2011 è stato pubblicato il Catalogo Ragionato delle opere, edito da Skira.
Per l’edizione 2012 del Premio Presidente della Repubblica‚ gli Accademici di San Luca hanno segnalato Valentino Vago, al quale è andato il prestigioso riconoscimento alla carriera. Dal 2014 è accademico di San Luca.


VALENTINO VAGO - Oltre l'orizzonte
Dipinti degli anni Sessanta e Settanta
A cura di: Roberto Borghi in collaborazione con l'Archivio Valentino Vago
Inaugurazione: giovedì 5 ottobre 2017 - h. 18,00
Dal 5 ottobre al 15 gennaio 2017
Catalogo
: in galleria con testo di Roberto Borghi
Orari: lun. 15,30/19.00; mar.-sab. 10,00 /12.30 e 15,30/19.00

Annunciata galleria d’arte
via Signorelli 2/a

20154 Milano
Tel. +39 02 34537186 - Fax: +39 02 34535765 -annunciata.galleria@gmail.com

Galleria Il Milione
Via Maroncelli 7
20154 Milano
Tel. e fax +39 02 290 632 72 - info@galleriailmilione.com - www.galleriailmilione.it

Chiesa di San Giovanni in Laterano
via Pinturicchio, 35
20133 Milano


Libreria Popolare
via Tadino 18

Milano

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