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Archivi categoria : Scultura

Carlo Ramous: Materia e materia, Officine Saffi, Milano, dal 15 dicembre 2017

Inaugurazione 14 dicembre dalle 18.00 alle 21.00


Dal 15 dicembre al 17 gennaio le Officine Saffi presentano presso i propri spazi laboratoriali una piccola mostra dedicata alle opere di Carlo Ramous.
In esposizione alcune sculture degli anni '50, tra classicismo e sperimentazioni cubo-primitiviste, che dialogano con tecniche miste degli anni '70, testimonianza della grande sensibilità spaziale dell'artista. Completano la mostra diverse spille in ceramica del 1953, un'eccezionale produzione di sculture da indossare.
Dal temperamento riservato, sensibilissimo, Carlo Ramous ai suoi esordi non si presentò con immediatezza come profondo innovatore del fare arte, bensì come attento tessitore di fili che potessero intrecciare tradizione e futuro. Le sue prime prove nel secondo dopoguerra si erano infatti concretizzate nel solco del figurativismo di radice classica (Marino Marini era stato suo carismatico maestro a Brera), avvicinandosi in pochi anni a quel picassismo il cui influsso in Italia sarebbe stato suggellato dalle memorabili mostre dedicate al maestro spagnolo nel ‘53 a Roma e, poco dopo, a Milano, a Palazzo Reale.
Una delle sue prime palestre di esercitazione fu la terracotta. Ne testimoniano la vitale espressività alcune sculture che Ramous, fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, modellò a soggetto antropomorfo: nel 1955, “Testa” e “Grande donna seduta”, poi nel 1956 “Solitudine” e nel 1957 “Due figure”, opere tutte realizzate in cotto refrattario e ammantate dei toni caldi e scabri che al linguaggio di tale materia appartengono.
Fra figurazione e astrazione, già si avvertiva come l’artista stesse meditando altri percorsi che lo avrebbero allontanato dalla solida tridimensionalità che, desunta in parte dall’arcaismo mediterraneo in parte dal mondo dell’antichità classica, si era perpetuata nell’arte italiana fino al XX secolo. Si pensi ad Arturo Martini o al primo Manzù, quest’ultimo, tra l’altro, anch’egli maestro del giovane scultore milanese.
Ai primi anni Cinquanta, in particolare al 1953, risale la nascita delle prime spille in ceramica smaltata che riconducono al mondo muliebre sia per finalità ornamentale sia per scelte tematiche, nei soggetti e nei decori. Tali piccoli “gioielli”, creati per la moglie Lalli, ma anche per amiche e persone a lui vicine, come, per esempio, collezionisti ed estimatori della sua opera, avrebbero rivelato nel corso dell’iter artistico il coté intimista di Ramous, delicato, e garbatamente ludico. Volti, maschere, arcieri, gatti, colombe si susseguono a ritmo veloce su queste placche di qualche centimetro di diametro, caratterizzate da un segno creativo che zampilla vivace per tradursi in piccoli monili. Le comparazioni stilistiche con la produzione di ornamenti di altri artisti che, tra la fine degli anni Quaranta e i Sessanta, si sarebbe delineata in ambito europeo, è immediata. Max Ernst, Pablo Picasso o George Braque avevano iniziato a interessarsi anch’essi al bijou, introducendo - in gioielli d’oro sbalzato e inciso, o smaltato e tempestato di pietre - maschere, tra il tribale e il surreale, figure di donna come icona classica, soli raggianti come amuleto, uccelli, gabbiani o colombe come segno di libertà. Nelle opere di Ramous appaiono simili le fattezze compatte dei ritrattini femminili, di ripresa frontale o laterale, e analogo è il senso della sintesi formale, con qualche concessione all’Africa e ai suoi simulacri.
La fantasmagoria vivace e cangiante delle piccole spille certamente non distrasse mai Ramous dalle sue ricerche, sviluppate ormai in stile astratto (si veda la vasta produzione di sculture in bronzo o le aeree strutture in ferro cui è stato adeguato rilievo nella mostra tenutasi nell’estate 2017 alla Triennale di Milano, a cura di Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti). Piuttosto il gioiello rappresentò un divertissement che, come un fil rouge, legò fra loro momenti “privati” del suo iter esistenziale.
Già a fine anni Cinquanta, per proseguire poi nei Sessanta e nei Settanta, erano giunte infatti commissioni di grande impegno, che Ramous portò a compimento in collaborazione con architetti come Mario Tedeschi, Carlo Bassi e Goffredo Boschetti, ovvero opere in cui scultura (in cemento o terracotta) e architettura si integravano in un’armoniosa complementarietà di impronta figurativa, astratto-informale, o brutalista, come nel caso dello stabilimento tipografico Cino del Duca, edificato a Blois nel 1961 su progetto dell’ingegnere Tullio Patscheider. Ma non da sole realizzazioni plastiche fu scandito nei decenni, fino ai Novanta, l’impegno quotidiano di Ramous negli spazi di via Ariberto, dove a lungo visse e lavorò. La pittura lo aveva sempre interessato, e soprattutto le sue attuazioni in chiave sperimentale. In essa fondeva materiali che, insieme, raramente trovano applicazione su superfici bidimensionali: tela, carta, legno, cellophane, pigmenti minerali, ferro, materie combuste. Valgano a esempio “Sogno” del 1971, i cui grafismi si disegnano su juta grazie a combustioni, o l’opera di sapore architettonico “Senza titolo” (1981), in cui china, carta, cellophane si traducono in saggio compositivo di poetico impianto strutturale. In una sintesi che riassume la molteplicità degli esiti espressivi del maestro, la cui aspirazione era abbattere i confini fra arte e arte, materia e materia, linguaggio e linguaggio. Con l’inquieto interrogarsi che tale impresa comporta, e che era connaturato all’intimo essere dell’artista."

Alessandra Quattordio, estratto dal catalogo

From December 15 to January 17 Officine Saffi is pleased to present a small exhibition dedicated to the works of Carlo Ramous. On display some sculptures from the 1950s, between classicism and cube-primitivist experimentations, which interact with some mixed techniques of the 70's, witness to the great spatial sensitivity of the artist. The exhibition is completed by few ceramic pins made in 1953, an exceptional production of sculptures to wear.
It is impossible to miss the imposing dancing figure that is the focal point of Piazza Conciliazione in Milan since 1981. Entitled “Gesto per la Libertà” (Gesture for freedom), the monumental installation, made of iron by Carlo Ramous in 1973, still emanates the sense of neo-Futurist rebellion that the artist wanted to express when he designed it in the air, with all the gestural power in his arm, placing it into a relation with the urban space. This dialogue between sculpture and architecture, begun in the 1950s, never ended for Ramous, and characterises his plastic works, which are certainly designed for humankind, but often intended for an interaction with squares, churches and buildings. Carlo Ramous, with his reserved, quite sensitive temperament, did not first present himself as a profound innovator of the arts, but as an attentive weaver able to intertwine tradition and future. His early works in the second post-war period remained classically figurative (Marino Marini had been his charismatic teacher at Brera). Within a few years, Ramous strayed into Picassism, an influence sealed in Italy by memorable exhibitions dedicated to the Spanish artist in '53 in Rome, and shortly thereafter in Milan, at Palazzo Reale.
One of his early practices started with the terracotta medium. His vital expressiveness is testified by some sculptures that Ramous, from the late forties and early fifties, modelled as anthropomorphic subject such as “Testa” (head) and “Grande donna seduta” (big woman sitting) in 1955, "Solitudine" (loneliness) in 1956 and, in 1957, "Due figure" (two figures), all of which are made of refractory terracotta, clad in the warm and rough tones that characterise the material. Between figuration and abstraction, these are the works of an artist already probing alternative paths, which could have distracted him from a solid three-dimensionality, in part derived from Mediterranean archaism, and in part from classical antiquity, to which Italian art had remained bound into the 20th century. For instance of Arturo Martini, or the first Manzù. The latter, among others, was also a teacher of the young Milanese sculptor. Ramous' imprint, compact yet delicate in the expressive shades of his faces and bodies, also opened up a multitude of interpretations and reflections. His treatment of the female figure, one of the leitmotifs of his work in those years, testifies to this: the woman-lover-mother icon (the vigorous Pomona, Goddess of Fruit in ancient Rome) becomes both the source of research and an interlocutor with whom to exchange a word and, together, to offer answers through her vibrant representation.
In the early 1950s, specifically in 1953, Ramous produced his first glazed ceramic brooches, which trace a path back to the world of the feminine in their ornamental function, their choice of theme, their subject and their decorative flourishes. These little "jewels", created for his wife Lalli, but also for friends, collectors and admirers of his work, reveal the intimate, delicate and graciously playful coté to the artist’s creative process. Faces, masks, archers, cats and doves follow at a fast pace on these plaques, only a few centimetres in diameter, and characterised by a creativity that radiates life, in the form of small pieces of jewellery. Stylistic comparisons with ornaments by other artists are immediate, and would have been noted in Europe from the end of the 1940s to the 1960s. Max Ernst, Pablo Picasso or George Braque had also dabbled in the bijou, introducing jewellery – gold, embossed and engraved, or enamelled and encrusted with gemstones – masks, from the tribal to the surreal, the female figure as a classical icon, radiant solar amulets, birds, seagulls and doves – the classic sign of freedom. These bear obvious similarities with the compact feminine features in Ramous’ miniatures, whether frontal or lateral. The same is true of the sense of formal synthesis, though with some concessions to Africa and its simulacra. The second post-war period was extraordinary for the jewellery devised by painters and sculptors. It is interesting to note how in tune Ramous was with the times, only a decade after Alexander Calder and Max Ernst, whose ornaments date back to the forties, yet anticipating some of the French "cubists" by a few seasons. Of course, in the case of Ramous, we're not talking about precious metals. He worked instead with humble materials such as ceramics, which, in Italy, had their distinguished precursors in Lucio Fontana or Fausto Melotti, and equally extraordinary interpreters in Roberto Sebastian Matta or Enrico Baj – Ramous’ contemporaries – all of them linked in some way with the kilns of Albisola. In 1961, the International Exhibition of Modern Jewellery opened its doors in London, where the jewellery historian Graham Hughes had called up many goldsmiths to reconnect with the phenomenon of artists' jewellery that was, by then, increasingly catching on. Man Ray, Alberto Giacometti, Jean Arp, Picasso, Salvador Dalí, Max Ernst and other important artists active in the specific field of the traditional ornament were among the best-known figures to take part.
The lively and ingenious series of little brooches certainly did not distract Ramous from his project, developed along abstract lines (see the vast production of bronzes and aerial iron structures, appropriately highlighted by Fulvio Irace and Luca Pietro Nicoletti at their exhibition in summer 2017 at the Milan Triennale). Rather, the jewellery represented just one divertissement that, like a fil rouge, linked together "private" moments in their existential journey. Already in the late 1950s, and continuing into the sixties and seventies, large, signature commissions had come to fruition. Ramous accomplished these in collaboration with architects such as Mario Tedeschi, Carlo Bassi and Goffredo Boschetti, integrating sculpture (concrete or terracotta) and architecture in harmonious complementarity to cast Ramous’ figurative, abstract-informal or brutalist footprint, for instance the Cino del Duca publishing house in Blois, 1961, designed by engineer Tullio Patscheider. Ramous’ works were not restricted to sculpture in the decades up to the Nineties: his daily output is also on display in Via Ariberto, where he lived and worked for many years. Painting always interested him, especially in his more experimental creations, where he blends materials rarely combined on a two-dimensional surface: canvas, paper, wood, cellophane, mineral pigments, iron and combustible materials. For example, "Sogno" (sogno) from 1971, in which Ramous combusts the graphics onto a jute surface; or the architectonically suggestive "Senza titolo" (1981), in which Indian ink, paper and cellophane translate into a compositional essay in a poetic, structural assemblage: a synthesis that summarises the variety of Ramous’ creative expression, which aspires to break down the boundaries between art and art, matter and matter, language and language, with all the restless questioning that this enterprise involves, and which was inherent to the intimate being of the artist.
Extract from the curatorial essay by Alessandra Quattordio
The exhibition will run until January 17th 2018


Carlo Ramous: materia e materia
Dal
15 dicembre al 17 gennaio 2018

Officine Saffi
via Aurelio Saffi 7
Milano

T. +39 02 36685696 - www.officinesaffi.com - info@officinesaffi.com

 

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Un Natale a regola d’arte con Carlo Ramous, Spazio Ramous, Milano, 20/11/2017

Dal 20 al 30 novembre 2017, dalle ore 18.00 alle ore 20.00 (sabato e domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.00), in Via Tiziano 11 a Milano (fermata M1 Buonarroti) vi sarà l’apertura straordinaria dello Spazio Ramous, per scoprire e imparare a conoscere tutte le sculture che sono diventate dei punti di riferimento e dei segni culturali dell’identità urbana.
Dopo il successo della mostra tenutasi alla Triennale di Milano, con più di 12.500 visitatori in poco più di due mesi, il pubblico potrà nuovamente ammirare e toccare con mano le opere dello scultore e pittore meneghino Carlo Ramous (Milano, 2 giugno 1926 - 16 novembre 2003).
Un protagonista del secondo Novecento che, grazie all’assidua collaborazione con ingegneri e architetti, ha saputo reinventare la scultura in rapporto agli edifici e ha trovato nello spazio urbano il luogo ideale per le sue opere monumentali. Alcune di queste affascinanti sculture si trovano oggi lungo le strade cittadine e nei luoghi di aggregazione più importanti di Milano: il Giardino della Triennale,  il Parco dell’arte dell’Idroscalo, il Giardino Carlo Ramous (fermata M5 San Siro - Ippodromo), Piazza Miani, Piazza della Conciliazione e Piazzale Segrino.

 

APERTURA STRAORDINARIA DELLO SPAZIO RAMOUS
Dal
20 al 30 novembre 2017
Orari: Da lunedì a venerdì dalle ore 18.00 alle ore 20.00; sabato e domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.00, su appuntamento Walter Patscheider Tel. 333.8350036
Ingresso: libero

SPAZIO RAMOUS
via Tiziano 11
20145 Milano

 

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Alice Zanin: Animali incartati, Mondadori Megastore e Triennale, Milano

Inaugurazione Caffè della Triennale di Milano ore 19.00


Sculture fluttuanti in Papier Mâché che sembrano prendere vita da un momento all’altro in una sorta di uno zoo surreale e surrealista, con bestie e bestiole leggere ed aeree come la carta di cui sono fatte eppure forti come l’armatura di ferro che le sostiene.
Con “Animali incartati” è Alice Zanin la protagonista della mostra in corso fino al 20 dicembre al Mondadori Megastore di piazza Duomo nell’ambito di st art. L’arte per tutti. L’allestimento dell’installazione coinciderà con una piccola mostra presso La Triennale di Milano (dove “Animali incartati” è il secondo appuntamento di Materialmente).
Animali scavati, di una leggerezza assoluta, che fluttuano tra gioco e materia, come a ricordarci un’infanzia perduta. Classe 1987, Alice Zanin è un’autodidatta che sperimenta diversi mezzi espressivi fra cui anche la pittura. Dagli inizi del 2012 ha incentrato la sua produzione sulla tecnica della cartapesta. Le sue creature fluttuanti di “Animali incartati” incantano e hanno un effetto catartico con anche il potere di trasmettere la leggerezza tipica dell’età della fanciullezza.
Quello di Alice Zanin è uno stile ormai riconoscibile, sia nelle sculture di grandi dimensioni che in quelle di proporzioni minute; uno stile che le permette di mediare tra un desiderio di perfezione e proporzione e una interpretazione personale del mondo animale come alterità quasi onirica al nostro: nello stesso tempo ornamento e suggestione, pungolo e rappresentazione.

La mostra di Alice Zanin fa parte del ciclo di mostre “st art. L’arte per tutti” ideato da Mondadori Store dedicate alla pop art a cura di Angelo Crespi, con l’obiettivo di rendere ancora più comprensibile e accessibile l’arte contemporanea e i suoi protagonisti a partire dalla dimensione più pop. Le mostre prevedono installazioni e performance che rendono la dimensione espositiva un momento di spettacolo e comunicazione, l’esposizione di pezzi originali e la creazione di multipli e gadget a disposizione del pubblico.
st art si avvale della preziosa collaborazione di Sergio Pappalettera, e prodotto in partnership con Deodato Arte.

Alice Zanin (Piacenza, 1987). Autodidatta di formazione, sperimenta diversi mezzi espressivi fra cui anche la pittura, fino a scegliere di concentrarsi sulla tecnica della cartapesta a partire dagli inizi del 2012. Nella prima parte della sua produzione (la serie dei “verba volant scripta…”) l’autrice costruisce attraverso animali di parole un ironico discorso sull’idea di effimero, transitorio e mutevole al quale la componente verbale nel suo valore umano è assolutamente riconducibile. Raggiunge nel tempo risultati più minuziosi e raffinati eliminando le parti testuali dei quotidiani dalle coperture dei pezzi, allo scopo di ottenere superfici più lievi, come epidermici giochi di colore per mezzo di accordi cromatici tra le carte.
Attualmente il lavoro dell’artista, pur restando a tutti gli effetti scultoreo, tende all’installazione soprattutto in termini espositivi, costruendo un dialogo tra opere e oggetti sulla base del registro dell’incongruenza o dell’associazione di idee. Le scelte quasi “automatiche” degli oggetti infatti sovente conducono ad un travisamento della loro convenzionale destinazione d’uso, ottenendo tra questi e il soggetto animale una relazione oscillante tra il reciproco imbarazzo e una galante ironia.


Alice Zanin - Animali incartati
st art. L’arte per tutti
Orari: 9 - 23

Ingresso: gratuito
Informazioni: www.mondadoristore.it - #StartInStore
Ufficio Stampa: Maria Grazia Vernuccio - tel.335.1282864 - mariagrazia.vernuccio@gmail.com

Mondadori Megastore, Sala Orizzonti
piazza Duomo
Milano

 

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Claudio Pantana: ” I VALORI DEL TEMPO”, Nino Cafè, Macerata dal 18 novembre

L'Art Club Studio di MacerataSABATO 18 NOVEMBRE 2017 alle ore 19.00 presso il Nino Cafè di Macerata  presenta una mostra che prevede l'esposizione di lavori dell'Arch. Claudio Pantana di Macerata dal titolo I VALORI DEL TEMPO.
Con questa mostra l'ART CLUB STUDIO saluta il raggiungimento delle 100 mostre d'Arte organizzate sia direttamente che indirettamente come Associazione in collaborazione in circa 9 anni di attività.
Altro episodio degno di nota è che il Nino Cafè è diventato "di diritto" uno spazio espositivo riconosciuto non solo in campo provinciale ma anche su quello regionale ed interregionale. In virtù di questo abbiamo denominato il luogo "THE GALLERY", proprio per dare una precisa denominazione allo spazio che vedrà in futuro sempre nuovi protagonisti "maceratesi" e "marchigiani" protagonisti della scena.
Per l'Arch. Claudio Pantana questa è la prima mostra personale che realizza nella propria città, privilegiando per motivi professionali Milano, New York, Osaka e Dubai. La ricerca di Claudio Pantana artista si rivolge in prima istanza a tutto quel mondo dove il "recupero" ed il "riuso" di materiali destinati al macero e comunque di scarto o non più utilizzati, ritornano a nuova vita, a nuovo splendore, a nuova bellezza.
In tutto questo processo il "TEMPO" crea tutte quelle condizioni che ci portano a riflettere e meditare su ciò che ci circonda, su ciò che indaga la nostra esistenza.
Spesso sono legni, vetri, carte, plastiche, nylon, ovvero i materiali giornalieri, quelli che usiamo giornalmente e che giornalmente ce né disfiamo non dando loro il giusto riconoscimento. In questa mostra vedremo anche dei lavori "illuminati" dove la luce entra in quei supporti creando un atmosfera unica, dove ancor di più viene premiata l'estetica, ovvero l'eleganza ed il rigore.
Una mostra da visitare che sarà aperta fino a dopo l'Epifania, un modo nuovo di fare Arte e di esprimersi, mettendo al centro dell'opera il visitatore di turno, quello che l'Arch. Claudio Pantana ha voluto interrogare, quello invitato ad un dialogo ed un confronto per comprendere ed affrontare i vari aspetti della nostra esistenza.


Nino Cafè
Via Roma, 244
62100 Macerata
Tel. 0733.36118 - info@ninocafe.it claudio_pantana@yahoo.it

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Emilio Isgrò, Fondamenta per un’arte civile, Triennale, Milano, 18 novembre 2017



Emilio Isgrò ha donato assieme allo sponsor Henraux alla città di Milano. Il Seme dell'Altissimo svettava all'ingresso Ovest Triulza di EXPO. Sette metri di marmo pregiato, seme d'arancia ingrandito 1.500.000.000, simbolo della terra siciliana, del Mediterraneo. Destinazione Triennale di Milano.
Ferruccio de Bortoli ha presentato con Emilio Isgrò Autocurriculum, l’atteso romanzo-autobiografia dell’artista pubblicato da Sellerio. L’incontro, introdotto da Salvatore Silvano Nigro, si inserisce nell’ambito di BookCity Milano si è tenuto sabato 18 novembre, nella sala Agorà della Triennale di Milano.
La presentazione dell’Autocurriculum è solo la prima delle iniziative che La Triennale di Milano ha ospitato sabato 18 novembre e che hanno al centro Emilio Isgrò e il suo intenso rapporto con l’arte, la cultura e la vita.
Si è inaugura infatti la mostra I multipli secondo Isgrò, promossa e prodotta da Editalia in partnership con La Triennale. All’inaugurazione presenti Massimo Bray, Direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Clarice Pecori Giraldi vicepresidente La Triennale di Milano e il curatore della mostra Marco Bazzini.
L’esposizione raccoglieva e presentava le opere multiple che Isgrò ha realizzato con Editalia, che da oltre sessant’anni è impegnata a promuovere verso il più ampio pubblico le opere moltiplicate dei più grandi artisti contemporanei. Il multiplo in Isgrò non si presenta come un’opera semplicemente ripetuta ma è sempre il prodotto di una grande autonomia creativa e di questa conserva l’effetto nell’artigianalità del manufatto.
Nell’atrio di ingresso de La Triennale, dal 18 al 26 novembre, sono stati esposti in un suggestivo allestimento, le sei serie di lavori, tra cui le recenti cancellature su cartografie Mondoquadro e Mondo di vetro, oltre alle tavole della legge Non uccidere. Inoltre, in occasione di questa esposizione Isgrò ha realizzato una nuova “famiglia” di colorati semi in ceramica, avendo Editalia contribuito, coerentemente con la sua vocazione al sostegno dell’arte, alla nuova e definitiva collocazione de Il Seme dell’Altissimo nello spazio verde antistante La Triennale.



In mattinata si è svolta la cerimonia di presentazione della definitiva collocazione dell’opera Il Seme dell’Altissimo di Emilio Isgrò, che trova casa negli spazi adiacenti alla Triennale di Milano, in viale Emilio Zola nel Parco Sempione.
Sono intervenuti Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran, Assessore a Urbanistica, Verde e Agricoltura del Comune di Milano, Clarice Pecori Giraldi, Vicepresidente della Triennale di Milano, Massimo Bray, Direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Paolo Carli Presidente di Henraux S.p.A. ed Emilio Isgrò.



L’opera è stata realizzata da Henraux S.p.A., azienda leader nell’escavazione e nella lavorazione del marmo, in occasione di Expo 2015 per poi essere donata alla Città di Milano per volere dell’artista e del Presidente di Henraux Paolo Carli.


 

il Seme dell'Altissimo di Emilio Isgrò

Il Seme dell'Altissimo di Emilio Isgrò

"Parlare di un Seme d’arancia, sia pure ingrandito un miliardo e cinquecento milioni di volte, non è facile né per chi lo crea né per il pubblico chiamato a decifrarne il significato. Non si può non pensare, infatti, almeno al primo impatto, a una di quelle manipolazioni genetiche che hanno complicato il soggiorno dell’uomo sulla terra. Solo che la manipolazione, in questo caso, non è della scienza ma dell’arte: la quale, diversamente dalla scienza, ha il dovere, più che il diritto, di vivere d’immaginazione e di arbitrio. Senza nessun rischio per la salute. Anzi è proprio l’arbitrio, la suprema libertà dell’arte, a rendere lecito l’illecito e possibile l’impossibile. E là dove un artista, proprio all’Expo, nel cuore di un’Italia che cambia, osa impiantare un Seme alto sette metri, è assai probabile che prima o poi, là vicino o in un luogo non troppo distante, qualcuno si decida a impiantare una fabbrica di nuovo tipo, un’azienda capace di produrre qualcosa di cui il mondo ha urgente bisogno ma alla quale nessuno aveva pensato..."

Emilio Isgrò


Emilio Isgrò nasce a Barcellona Pozzo di Gotto, il 6 ottobre 1937.
Nel 1956 esordisce con la raccolta di poesie Fiere del Sud (Arturo Schwarz Editore). Nel 1964 realizza le prime cancellature su enciclopedie e libri contribuendo alla nascita e agli sviluppi della poesia visiva e dell'arte concettuale. Nel 1966, in occasione della personale alla Galleria Il Traghetto di Venezia, pubblica Dichiarazione 1, nella quale precisa la sua concezione di poesia come "arte generale del segno". Pubblica il libro di poesie L'età della ginnastica (Mondadori).
Nel 1972 partecipa alla Biennale di Venezia, dove è presente ancora nel 1978, 1986 e 1993. Espone con altri artisti alla mostra Contemporanea (1973), curata da Achille Bonito Oliva e allestita nel parcheggio sotterraneo di Villa Borghese a Roma. L'anno seguente esce L'avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini (Il Formichiere), candidato al Premio Strega. Nel 1976 tiene la prima mostra antologica delle sue opere al Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma. Nel 1977 è insignito del primo premio alla XIV Biennale d'Arte di San Paolo del Brasile. Nello stesso anno pubblica con Feltrinelli il romanzo Marta de Rogatiis Johnson. Nel 1979 presenta alla Rotonda della Besana di Milano Chopin, installazione-partitura per 15 pianoforti. Nel 1982, rappresenta Gibella del Martirio e San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori a Gibellina.
Dall'anno seguente e per tre stagioni consecutive rappresenta l'Orestea di Gibellina, trilogia siciliana, al Festival Internazionale delle Orestiadi. Nel 1985 il Teatro alla Scala gli commissiona l'installazione multimediale La veglia di Bach, realizzata nella chiesa milanese di San Carpoforo. Nel 1986 presenta al Museo civico archeologico di Bologna l'installazione L'ora italiana, in memoria delle vittime della strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto del 1980. Nel 1989 pubblica il romanzo Polifemo (Mondadori), elaborando nello stesso tempo una nuova Teoria della cancellatura (Galleria Fonte d'Abisso).
Partecipa nel 1992 alla mostra The Artist and the Book in XX Century Italy, organizzata dal Museum of Modern Art (MoMA) di New York. Nel 1994 è presente alla rassegna I libri d'artista italiani del Novecento al Guggenheim Museum di Venezia. Pubblica il romanzo L'asta delle ceneri (Camunia) e torna alla poesia con la raccolta Oratorio dei ladri (Mondadori). Nel 1998 dona al paese natale la scultura Seme d'arancia.
Nel 2001, nel complesso di Santa Maria dello Spasimo a Palermo tiene l'antologica Emilio Isgrò 1964-2000. Con Le api della Torah inizia il "ciclo degli insetti". Nel 2002 pubblica il libro di poesie Brindisi all'amico infame (Aragno), finalista al Premio Strega e vincitore del Premio San Pellegrino. Con il titolo La cancellatura e altre soluzioni (Skira) raccoglie nel 2007 in volume gli scritti pubblicati su quotidiani e riviste come corredo critico-teorico dell'attività creativa. L'anno successivo il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato realizza l'antologica Dichiaro di essere Emilio Isgrò. Nel 2009 espone alle Stelline di Milano. L'anno seguente si tiene a Marsala la mostra Disobbedisco. Sbarco a Marsala e altre Sicilie. In contemporanea si apre Var ve yok presso la Taksim Sanat Galerisi di Istanbul mentre i quattordici Codici ottomani vengono esposti alla Boghossian Foundation di Bruxelles.
Nel maggio 2011 propone l'installazione L'Italia che dorme alla Galleria d'arte moderna di Roma, per le celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Si inaugura all'Università Bocconi di Milano l'opera Cancellazione del debito pubblico. Nel 2012 vengono riallestite a Milano, a Palazzo Reale, le opere Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971) e L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, artisti, scrittori, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici, anonimi cittadini (1972); nonché L'ora italiana (1985-1986) alle Gallerie d'Italia. Nel giugno 2013 si tiene la mostra antologia dal titolo Modello Italia alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Nel 2014 nella Galleria degli Uffizi entra il suo autoritratto Dichiaro di non essere Emilio Isgrò. A Milano la sua Grande cancellatura per Giovanni Testori viene collocata in Piazza Gino Valle, nel nuovo quartiere Portello.
Nel 2015 crea il Seme dell’Altissimo, una scultura in marmo di 7 metri d’altezza, collocata all'interno dell'Expo di Milano.


La Triennale di Milano Comunicazione Istituzionale e Relazioni Media: Micol Biassoni - T. 02-72434247 - press@triennale.org

Il Seme dell'Altissimo
di Emilio Isgrò
Viale Emilio Zola

Triennale di Milano 
Viale Alemagna 6 
20121 Milano 
T. +39 02 724341 
www.triennale.org

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