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Archivi categoria : Scultura

Legati da una cintola, Museo di Palazzo Pretorio, Prato

Un simbolo religioso e civile, fulcro delle vicende artistiche di Prato ed elemento cardine della sua identità: la Sacra Cintola, la cintura della Vergine custodita nel Duomo che per secoli è stata il tesoro più prezioso di Prato, è al centro della nuova esposizione del Museo di Palazzo Pretorio. La mostra, Legati da una cintola - L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città, è organizzata dal Comune di Prato, in collaborazione con la Diocesi di Prato ed è curata da Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli.
Inaugurata il 7 settembre al Museo di Palazzo Pretorio, negli spazi espositivi recuperati dell’ex Monte dei Pegni. Un tema, quello della reliquia pratese, che consente di accendere un fascio di luce intenso su un’età di grande prosperità per Prato, il Trecento, a partire dalle committenze ad artisti di primo ordine come lo scultore Giovanni Pisano e il pittore Bernardo Daddi, che diedero risonanza alla devozione mariana a Prato come vero e proprio culto civico. La mostra prende spunto da quel prezioso simbolo dall’innegabile valore identitario per intrecciare i fili di un racconto che parla della città e del suo ricco patrimonio di cultura e bellezza custodito sul territorio e riconoscibile al di fuori dei confini locali.
Leggenda, arte e tradizione
L’origine del culto della sacra cintola affonda le sue radici nel XII secolo. La leggenda si basa su un testo apocrifo del V-VI secolo e vuole che la cintura, consegnata a San Tommaso dalla Madonna al momento dell’Assunzione, sia stata portata a Prato verso il 1141 dal mercante pratese Michele e da questi donata in punto di morte, nel 1172, al proposto della pieve. La Cintola è una sottile striscia di lana finissima, lunga 87 centimetri, di color verdolino, broccata in filo d'oro con ai capi due cordicelle per legarla. Fra Due e Trecento la reliquia assurse al ruolo di vero e proprio segno dell’elezione della città, santificata da una così preziosa vestigia miracolosamente giunta dalla Terra Santa, e divenne motore delle vicende artistiche pratesi.
La tavola di Bernardo Daddi
Una delle immagini più prestigiose di tutto il Trecento dedicate all’Assunta e al dono miracoloso della Cintola all’incredulo San Tommaso è la pala di Bernardo Daddi commissionata nel 1337-1338. L’opera nel tempo è stata smembrata e la sua complicata diaspora ha fatto sì che si perdesse la coscienza stessa della sua capitale importanza. L’allestimento del Pretorio consentirà di tornare ad ammirare nel suo complesso la monumentale macchina dipinta dal Daddi, riunendo i suoi componenti che originariamente comprendevano una doppia predella con la storia del viaggio della cintola e del suo approdo a Prato (questa custodita nel Museo) e la parallela migrazione del corpo di Santo Stefano da Gerusalemme a Roma, perché si riunisse a quello di San Lorenzo (custodita nei Musei Vaticani), e una terminazione con la Madonna assunta che cede la Cintola a San Tommaso (conservata al Metropolitan Museum di New York).

Percorso espositivo
La mostra si apre con una delle prime attestazioni in Occidente della Madonna assunta che dona la Cintola, con il rilievo eponimo del Maestro di Cabestany, scultore romanico attivo nel Roussillon e in Toscana che lavorò pure a Prato, nei capitelli del chiostro dell’antica prepositura di Santo Stefano (Sezione 1 – Da Cabestany a Prato: genesi di un tema). Punto focale della mostra è la ricomposizione della pala dell’Assunta di Bernardo Daddi (Sezione 2 – La pala pratese di Bernardo Daddi restituita), per meglio contestualizzare l'operato del Daddi saranno esposte altre opere del pittore giottesco appartenenti a questa stessa fase stilistica contraddistinta da una felice e vivace vena narrativa (Sezione 3 – Bernardo Daddi narratore). Un nucleo scelto di cintole profane del secolo XIV documenteranno la bellezza di questo genere di manufatti, riprodotto nell'elegantissima Santa Caterina dipinta da Giovanni da Milano nel polittico per lo Spedale della Misericordia, uno dei capolavori del museo di Palazzo Pretorio (Sezione 4 – La Sacra Cintola, le cinte profane e Giovanni da Milano). Seguirà una rassegna esemplificativa delle diverse elaborazioni dell'iconografia che univa la morte della Vergine e la Assunzione nell'arte toscana del Trecento: una carrellata di dipinti, miniature, sculture permetterà di apprezzare la diversa interpretazione del tema in area fiorentina, dove San Tommaso afferra la Cintola, e in area senese, dove la cintola è lasciata cadere dalla Madonna in volo (Sezione 5 – L’Assunta e la Cintola: varianti nel Trecento toscano). Il percorso espositivo proseguirà presentando la tradizione iconografica dell’Assunta in terra toscana, dove prevale il tema della Madonna della Cintola col solo San Tommaso, con la selezione di esempi particolarmente significativi e concludendo con gli echi più tardi in area pratese, fino alle pale di Stradano e di Santi di Tito (Sezione 6 – L’Assunta e la Cintola: la tradizione seguente).
Sono esposte tutte le testimonianze documentarie e visive che accompagnarono il culto della Cintola stessa e l'ostensione: le preziose custodie, le suppellettili e gli arredi della Cappella della Cintola nella Cattedrale. Alcuni apparati didattici aiuteranno a comprendere la natura anche tecnica del manufatto e a raccordare fra loro le testimonianze librarie e archivistiche. Si presentano anche testimonianze del culto della Cintola nel Duomo di Pisa. Anche il Duomo di Prato è parte integrante di un percorso che permetterà ai visitatori di entrare nella Cappella della Cintola, abitualmente preclusa alla visita e di ammirare da vicino il ciclo di affreschi realizzati da Agnolo Gaddi (Sezione 7 – Il culto e l’ostensione della Sacra Cintola a Prato e in Toscana).

La tradizione della Cintola mariana, il Pulpito di Donatello e il Duomo di Prato
È intorno alla Cintola mariana che si muove l'identità spirituale e civica di Prato, la reliquia che la tradizione pratese ritiene legata all’assunzione di Maria al cielo e che giunse da Gerusalemme nel XII secolo portata da Michele Dagomari. È difficile dire quanto realmente la cintura possa essere ricondotta storicamente a Maria, ma quel che è sicuro è che rappresenta uno straordinario simbolo per i pratesi. Perfino l'architettura della città è legata alla sua presenza. Fu infatti per permettere ai tantissimi pellegrini di partecipare all'Ostensione che si pensò l’originale collocazione del pulpito nel Duomo di Prato.
Il pulpito è una creazione unica, realizzato tra il 1428e il 1438 da Donatello e Michelozzo, non è uno spazio nato per la predicazione, ma è esclusivamente legato all’ostensione. Un capolavoro rinascimentale che ricollega con un dinamico effetto rotatorio la facciata tardogotica e il fianco romanico della Cattedrale; grazie alla sua posizione angolare si ricongiungono anche le due piazze intorno alla chiesa - la più piccola, antichissima, sul fianco, e quella grande, davanti alla facciata, creata tra fine Duecento e 1336. Il recente restauro del pulpito lo riconsegna alla città nel pieno della sua bellezza d’insieme, un fascino generato dal perfetto, equilibrato rapporto fra le parti: il ricco basamento retto dal capitello bronzeo, il parapetto coi putti danzanti, fino all’elegante baldacchino che lo protegge, ricollegandolo al coronamento della facciata. Per quasi sei secoli fedeli, pellegrini e curiosi, giunti da ogni parte del mondo si sono concentrati sul “grande nido”, come lo definì Gabriele Dannunzio.
È invece nella cappella del Gaddi, prezioso scrigno all'interno della Cattedrale di Santo Stefano, che si conserva la cintura. Gli affreschi di Agnolo Gaddi e la delicata statua della Madonna con il bambino di Giovanni Pisano che la adorna ne sono il centro e il cuore, il punto di riferimento storico e spirituale. Il ciclo di affreschi di Agnolo Gaddi si compone delle storie della Vergine e di quelle della Cintola nelle opposte pareti, un racconto per immagini che si fonde insieme nell'affresco frontale (in parte perduto) dell'Assunzione della Madonna, con il dono di quella Cintura a San Tommaso apostolo.
Ma il Duomo di Prato custodisce anche il grandioso ciclo Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista, una delle più alte espressioni della produzione di Filippo Lippi per qualità e complessità della pittura. La ‘sonorità luminosa’ degli affreschi e della vetrata nella Cappella Maggiore della Cattedrale, nel corso dei secoli, ha fatto da sfondo ai grandi eventi della vita ecclesiale e civile della comunità pratese. Il lavoro, eseguito dal 1452 al 1465, fu caratterizzato da lunghe pause legate agli altri impegni della bottega e alle umanissime vicende sentimentali dell’artista. È infatti intorno al 1456 il “rapimento”, dal vicino convento di Santa Margherita, della monaca Lucrezia Buti, dalla cui unione nacque Filippino, il più grande dei pittori pratesi. Lucrezia sarebbe da identificare nella Santa Margherita raffigurata ne La Madonna della Cintola, la pala d’altare dipinta da Filippo Lippi per il Convento di Santa Margherita (1456-1465) e ora conservata nel Museo di Palazzo Pretorio.

L'Ostensione pubblica del Cingolo dal pulpito si ha solo cinque volte durante l’anno: Pasqua, primo maggio, Assunzione di Maria (15 agosto), Natività di Maria (8 settembre) e Natale. Rare le occasioni di un uso diverso, sempre legate alla presenza di personaggi di eccezionale importanza, tra cui Giovanni Paolo II 19 aprile 1986 e Francesco il 10 novembre 2015.


Pretorio, un Museo per la città
Testimone silenzioso della storia della città l’edifico che ospita il Museo di Palazzo Pretorio, racconta oltre settecento anni di storia. Le prime notizie documentarie dell’edificio come palazzo pubblico risalgono al 1284, quando il Capitano del Popolo Francesco de’ Frescobaldi ne fece l’abitazione dei magistrati. Il primo nucleo fu ampliato nel Trecento, dando forma a uno dei più raffinati palazzi pubblici toscani del Medioevo. Col crescere della città il palazzo venne trasformato e adattato alle nuove esigenze e funzioni, il suo aspetto attuale è la sintesi dell'alternarsi degli stili architettonici e dei continui rimaneggiamenti della sua struttura. Nell’Ottocento, anche per gravi problemi statici perse importanza, rischiando addirittura di essere demolito. Gli imponenti restauri e rifacimenti comportano un nuovo uso della struttura che divenne nel 1912 sede della Galleria Comunale.
Risale al 1954 il nuovo allestimento rimasto sostanzialmente invariato fino all’ultimo, complessivo restauro, avviato nel 1998 e concluso nel 2013 che lo ha restituito al suo ruolo prestigioso: custode di opere d’arte ma anche forziere delle memorie e delle vicende storiche di Prato.
Negli splendidi spazi di Palazzo Pretorio si può ammirare una collezione di capolavori formata nei secoli grazie ad artisti come Bernardo Daddi, Giovanni da Milano, Donatello e Filippo Lippi, come i pratesi Filippino Lippi e Lorenzo Bartolini. Le sale del museo sono arricchite da affreschi, stemmi dipinti, statue e altri ornamenti lapidei, testimonianza delle varie destinazioni nel corso dei secoli. Al piano terreno, nelle sale dedicate all’accoglienza del pubblico, si conserva lo stemma trecentesco in pietra col Cavaliere, l’insegna più antica del Comune, ritrovato nei lavori del 1926.
Il Museo - A piano terra oggetti, dipinti e pannelli introducono il viaggio nella storia della città,si trovano il Forziere ligneo con gli emblemi della Repubblica, del popolo fiorentino, di Prato e dei suoi quartieri, lo Scudo del pittore fiorentino Zanobi Poggini, con i sette stemmi delle più importanti istituzioni assistenziali cittadine e dipinti, come la Visione di san Filippo Neri, dipinta da Orazio Fidani che celebra la concessione a Prato dell'agognato titolo di diocesi e di città, ottenuto nel 1653. Il primo piano è dedicato alle opere dal Trecento al Quattrocento, con i grandi Polittici, tra cui la spettacolare macchina d'altare di Giovanni da Milano, e con i capolavori di Filippo Lippi e dell'Officina pratese, una pagina cruciale del Rinascimento. Una sala è interamente dedicata alla Sacra Cintola. Il secondo piano ospita le opere fra il Cinquecento e il Settecento; le grandi Pale testimoniano la presenza in città di conventi, chiese e oratori, con opere del Poppi, Santi di Tito e Alessandro Allori ma anche i dipinti di Maestri come Battistello Caracciolo, Cecco Bravo e Mattia Preti. Nel mezzanino fra il secondo e il terzo piano è allestita una selezione di opere della collezione Martini, raro esempio di cabinet d'art di gusto settecentesco. Il salone del terzo piano, ristrutturato agli inizi del Novecento con una solenne copertura lignea a capriate, è dedicato a Ottocento e Novecento, vi si trovano le opere di Lorenzo Bartolini, formidabile interprete del naturalismo a livello europeo, in stretto dialogo con quelle di Jacques Lipchitz, protagonista dell'arte del Novecento.
A ogni piano il periodo storico di riferimento è introdotto dal ritratto. Il primo è mercante pratese Francesco di Marco Datini, al quale si deve il finanziamento di tanti capolavori in città. Fu realizzato dal pittore pratese Tommaso di Piero Trombetto nel 1491. Testimonial del secondo piano è Francesco I de' Medici, dipinto da Maso da San Friano; al piano mezzanino fra il secondo e il terzo figura il granduca Pietro Leopoldo di Lorena: a lui si deve la formazione della prima pinacoteca civica della città, ritratto da Stefano Gaetano Neri. Al terzo piano si trova Umberto I di Savoia, dipinto dal pratese Alessandro Franchi.
Le collezioni - La storia del Museo inizia nel 1788, quando il granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena propone di raccogliere nel Palazzo Comunale un primo nucleo di dipinti provenienti dai monasteri e dagli oratori soppressi con l’intento illuminista di educare all’arte i giovani della Scuola comunale del Disegno. La pinacoteca civica nasce però solo settant’anni dopo, nel 1858, in due sale del Palazzo Comunale e si compone di trentacinque opere, tra le quali i polittici di Giovanni da Milano e Bernardo Daddi, la Madonna della Cintola e la Madonna del Ceppo di Filippo Lippi, la Pala dell’Udienza di Filippino. Tra il 1866 e il 1900 la collezione si arricchisce grazie a ulteriori acquisizioni e alle prime donazioni. Negli spazi espositivi del Palazzo Comunale, nel frattempo ampliati e riorganizzati, arrivano la predella con le Storie della Sacra Cintola di Bernardo Daddi, la Natività di Filippo Lippi e, dallo Spedale Misericordia e Dolce, la collezione Martini con un consistente nucleo di dipinti del Seicento e Settecento. Il 27 aprile del 1912 viene inaugurata la nuova sede della galleria comunale, la collezione continua ad arricchirsi. Nel 1928 è affidato al Museo in deposito statale un primo nucleo di modelli in gesso dello scultore pratese Lorenzo Bartolini. Mostre ed esposizioni si susseguono fino al 1940, quando il Museo viene chiuso a causa della guerra e le opere spostate in luoghi più sicuri. La successiva riapertura è del 1954, tra le mostre organizzate in questo periodo, due soprattutto meritano di essere ricordate: quella del 1955 curata da Federigo Melis sugli straordinari documenti dell’archivio Datini, inaugurata da due presidenti della Repubblica, il neo eletto Giovanni Gronchi e l’uscente Luigi Einaudi; e la prima grande mostra dedicata a Lorenzo Bartolini nel 1978, a cura di Anna Maria Petrioli Tofani ed Ettore Spalletti.
Mentre si concludono i restauri e la riprogettazione del museo, dopo la chiusura del 1998, la collezione si arricchisce: nel 2010 con l’acquisto del Crocifisso di Filippino Lippi; nel 2011 con la donazione Lipchitz e nel 2012 con le pale di Santi di Tito e Alessandro Allori donate da Angela Riblet. Nel 2013 la riapertura, a settembre la mostra Da Donatello a Lippi. Officina pratese, la prima grande mostra sul Rinascimento a Prato. Ad aprile 2014 si inaugura finalmente l’attuale allestimento del Museo.
Il futuro
A fine mese la conclusione dei lavori per il recupero delle sale dell’ex Monte dei Pegni nel complesso di Palazzo Pretorio, ultimo tassello del restauro iniziato nel 1998. Si tratta di due grandi ambienti di 400 metri quadrati al piano terra. Proprio in questi spazi si è inaugurata la mostra Legati da una Cintola


Matteo Biffoni, Sindaco di Prato: "Settembre è il mese in cui la Città di Prato celebra i due più importanti appuntamenti civili e religiosi: il 6 Settembre, la Liberazione del 1944; l'8 settembre, il culto della Sacra Cintola attraverso l'ostensione storicamente più partecipata delle cinque ostensioni annuali. Quest'anno, l'ostensione connessa alla natività di Maria - che cade l'8 settembre - sarà idealmente anticipata dal Museo di Palazzo Pretorio, antico custode delle virtù civili della Città, presso il quale il 7 settembre inaugureremo  “Legati da una cintola  - L'Assunta di Bernardo Daddi e l'identità di una Città". Decidere di dedicare una mostra al Sacro Cingolo vuol dire decidere di raccontare con perizia come gli elementi devozionali e legati al culto siano inscindibilmente connessi alla storia della committenza artistica della città e questa a sua volta sia non distinguibile dal governo della città stessa.  Arte, Governo, Culto: un percorso di straordinaria intensità che con particolare acutezza a far data dal Trecento arriva ai giorni nostri. La Cintola è custodita nella cappella appositamente eretta all'interno della Cattedrale di Santo Stefano, nucleo fondante la Città. Il reliquiario e la striscia di stoffa di 87 centimetri che Michele Dagomari ricevette in Terra Santa sono nella disponibilità esclusiva ma congiunta di Sindaco (due chiavi) e Vescovo (una chiave). Ogni ostensione rinnova pertanto un legame che nel culto trova sublimazione ma che nel culto, per l'appunto, non si esaurisce. Prato è una città da scoprire ma anche da riscoprire, dinamica sotto il profilo sociale, economico, culturale; Prato caratterizzata dal saper leggere con occhi nuovi anche la tradizione, l’incontro tra mondi diversi.  La Sacra Cintola è il simbolo di questa natura di Prato. Simbolo rappresentato chiaramente da Bernardo Daddi sette secoli fa e simbolo oggi anche stilizzato dalla porta d'ingresso ovvero dal nuovo Museo Pecci che sette secoli dopo nella Sacra Cintola trova ispirazione e nuova forma - il cosiddetto "anello" è in realtà una cintura - per una rinascita. La Cintola è il simbolo di Prato  una città che crede nella cultura, anche se non sempre questo valore è percepito fuori dai confini. Questa è una grande mostra tanto che oggi abbiamo ricevuto dal Quirinale la medaglia d'oro del Presidente della Repubblica, onoreficienza riservata a esposizioni di alto livello".

Franco Agostinelli, Vescovo di Prato: “La Cintola è un simbolo per tutti: per chi è credente e vede nella reliquia un tramite per arrivare a Dio e per chi non lo è un valore che lega tutta la città. Da qui il titolo Legati da una Cintola”.

Simone Mangani, Assessore alla Cultura: "Un percorso che dialoga con la città che coincide anche con con l'inaugurazione del restaurato Monte de' Pegni ovvero dell'area del Pretorio destinata in via prioritaria alle esposizioni temporanee: quattro austere, versatili, sale che confermano l'impegno per un Museo della Storia della Città”.

Andrea De Marchi, co-curatore della mostra:"Una mostra che sottolinea come il genio artistico non sia isolato, ma frutto di un contesto culturale e Prato lo è stato nel 1300. La mostra può essere letta attraversi vari livelli, ma il nostro obiettivo è di trasmettere emozioni che nascono dalla conoscenza."

Marco Ciatti, Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze: “L’Opificio volentieri collabora a questa bella mostra, in occasione della quale ha eseguito alcune indagini diagnostiche ed interventi sulle opere, assicurando altresì il controllo e il monitoraggio della sede espositiva. Ritengo che questa mostra abbia un valore particolare perché evidenzia quel profondo legame che unisce un’opera d’arte alla vita delle persone. Talvolta quando guardiamo un’opera ci dimentichiamo di contestualizzarla, trascurando il fatto che essa è espressione di un preciso momento storico e culturale, che ne ha determinato la sua origine e sue caratteristiche”.


La reliquia della Cintola della Vergine, rilasciata a San Tommaso e dopo avventurose peripezie pervenuta a Prato nel 1141, rappresentò un vero e proprio mito identitario, in cui l’intera città si riconobbe nel periodo della sua più tumultuosa crescita, fra Due e Trecento.
La venerata cintura, custodita nella cattedrale di Santo Stefano e nell’occasione resa visibile da vicino in una teca apposita, nella cappella a lei consacrata, è stata per secoli il tesoro più prezioso della città, contribuendo a rafforzarne il prestigio e l’identità in un avvincente intreccio di devozione, arte e tradizione.
La mostra intende raccontare questa storia, che affonda le sue radici nel sec. XII, quando uno scultore attivo in Spagna e in Toscana, autore dei capitelli del chiostro della cattedrale, il Maestro di Cabestany, per la prima volta scolpì la Vergine che consegna la Cintola a Tommaso, in un rilievo che in via del tutto eccezionale sarà esposto a Prato.
Attorno a questa reliquia, disputata fra chiesa e comune, crebbe per gradi la fabbrica gotica dell’allora prepositura di Santo Stefano, fino alla realizzazione di una cappella apposita presso l’ingresso, affrescata da Agnolo Gaddi tra 1392 e 1395, e del pulpito di Donatello e Michelozzo per l’ostensione periodica, sull’angolo della nuova facciata. Nel 1312 il pistoiese Musciattino aveva tentato di rubarla: venne punito a morte e in seguito si curò un nuovo allestimento in una cappella a lato della maggiore, per cui Bernardo Daddi tra 1337 e 1338 dipinse un’importante pala. Cuore spettacolare della mostra è la ricostruzione di questa tavola dell’Assunta, divisa fra Prato, la Pinacoteca Vaticana e il Metropolitan Museum di New York, arricchita da due predelle che raccontavano la migrazione della reliquia da Gerusalemme a Prato e, in parallelo, quella del corpo di Santo Stefano da Gerusalemme a Roma.
Prato in questo modo si proiettava in una dimensione di assoluto prestigio cultuale e simbolico, rifacendosi all’Urbe e alla Terra Santa, svincolandosi dalle rivalità con le vicine Firenze e Pistoia.
La Cintola si associava all’idea stessa di un grembo fecondo e faceva convergere nel culto mariano le attese propiziatorie e taumaturgiche. Una serie di cintole profane di età gotica, preziosamente decorate, fanno capire la carica simbolica di un simile oggetto, esibito anche dalla Santa Caterina dipinta da Giovanni da Milano nel suo polittico pratese. Altri dipinti e miniature aiuteranno a contestualizzare la fioritura artistica e culturale della città in questo momento storico, quando attirò l’opera di grandi artisti della statura di Giovanni Pisano e di Bernardo Daddi.
L’immagine dell’Assunta e della consegna della Cintola trovò dunque a Prato un luogo di elaborazione privilegiata. Grazie ad una carrellata di opere soprattutto del Tre e Quattrocento si possono seguire le varianti successive nell’elaborazione di questa scena. Attraverso altre testimonianze si comprendere la continuità del culto, la valenza civica e politica della Cintola e della sua ostensione attraverso i secoli seguenti.

Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli


Legati da una cintola. L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città
A cura di: Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli

Dal 7 settembre 2017 al 14 gennaio 2018
Mostra promossa da: Comune di Prato, Museo di Palazzo Pretorio
Con la collaborazione di: Diocesi di Prato
Progetto di mostra: Andrea De Marchi e Cristina Gnoni Mavarelli
Comitato scientifico: Claudio Cerretelli, Fulvio Cervini, Keith Christiansen, Marco Ciatti, Enrico Colle, Daniela Degl’Innocenti, Andrea De Marchi, Renzo Fantappiè, Cristina Gnoni Mavarelli, Rita Iacopino, Isabella Lapi Ballerini, Antonio Paolucci, Marco Pratesi, Carl Brandon Strehlke, Diana Toccafondi
Orario: dalle 10.30 alle 18.30 tutti i giorni (eccetto il martedì non festivo)
Biglietto mostra: €. 8, intero, €. 6 ridotto* (*riduzioni e gratuità sul sito www.palazzopretorio.prato.it/la-visita); il biglietto di ingresso alla mostra permette inoltre uno sconto sulla visita al ciclo di affreschi di Filippo Lippi nel Duomo di Prato
Biglietto ingresso museo, se abbinato alla mostra €. 4 euro; con il biglietto di ingresso alla mostra si accede anche alla Cappella della Sacra Cintola nel Duomo di Prato (prenotare l’orario di ingresso).
Prevendite biglietti on line dal 15 luglio: call-center al numero 0574 19 34 9961; dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18; sabato dalle 9 alle 14; tour@coopculture.it (per i gruppi); edu@coopculture.it (per le scuole)
Pratomusei card: è la tessera nata dalla sinergia tra i quattro principali Musei di Prato: Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Museo del Tessuto, Museo di Palazzo Pretorio, Musei Diocesani; la card ha una validità di 3 giorni consecutivi a partire dal primo utilizzo e consente l’ingresso illimitato ai quattro musei oltre alla circolazione sulla rete di trasporto pubblico cittadino; Card individuale e nominativa al costo di €. 16; Family card valida per 2 adulti + 2 ragazzi (fino ai 14 anni) €. 28; La card è acquistabile presso le biglietterie dei quattro musei partner oppure in prevendita online su http://etickets.coopculture.it
Progetto di allestimento: Francesco Procopio

Immagine grafica: Studio Rovai
Ufficio Stampa Mostra: Studio Maddalena Torricelli - studio@maddalenatorricelli.com - Tel. 02 76280433
Ufficio Stampa Palazzo Pretorio: Francesca Tassi - Società Cooperativa Culture - ufficiostampapretorio@coopculture.it - M. 328 7253586
Ufficio Stampa Comune di Prato: Eleonora Della Ratta - ufficiostampa@comune.prato.it  - Tel. 0574 1836311

Museo di Palazzo Pretorio
Piazza del Comune
59100 Prato

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Wolfgang Laib, LAC Lugano Arte e Cultura, Lugano, Svizzera


Wolfgang Laib



"Il tempo è stato ed è un nodo principale nel mio lavoro e nella mia esistenza. Raccogliere polline significa restare seduto in un prato per giorni, settimane, msi... e dopo un mese hai un vasetto pieno di polline!"


Dal 3 settembre 2017 al 7 gennaio 2018 il MASI ospita un’importante mostra monografica dedicata a Wolfgang Laib, artista tedesco la cui opera si distingue nel panorama artistico contemporaneo per essenzialità, chiarezza e profondità di pensiero.
Una mostra da non perdere per l'altissima qualità delle opere proposte dove la poesia percorre i territori dello spirito. Laib utilizza solo elementi naturali, come il latte, il riso, la cera d'api  e i pollini di fiori di cespugli e alberi (nocciolo, dente di leone, ranuncolo, pino) che raccoglie, in un percorso meditativo, in primavera vicino al suo studio in un piccolo villaggio della Germania meridionale. Li usa puri, senza alcun intervento cangiante, nel pieno rispetto della natura e della sua bellezza, dove microcosmo e macrocosmo si incontrano, il tangibile con l'immateriale, in un continuo passaggio tra trascendenza e immanenza. A questi elementi si aggiunge il marmo bianco per lui una pietra vivente che nel color bianco, con la sua densità, testimonia la sua purezza che si armonizza con quella del latte.


Il progetto espositivo, elaborato in stretta collaborazione con l’artista, raccoglie 50 opere tra sculture, fotografie, disegni e installazioni che esplorano tutti gli ambiti del suo universo creativo.
La mostra si apre dando spazio a disegni e fotografie, delineando immediatamente il singolare vocabolario artistico di Laib, capace di coniugare con armonia e semplicità una profonda conoscenza di culture e religioni orientali con un’altrettanto intima riflessione sulle radici del patrimonio culturale occidentale. Le fotografie realizzate da Laib durante i suoi viaggi in Europa e in Asia compongono un repertorio di forme che prende nuova vita nei suoi essenziali disegni a pastello. A loro volta i motivi che popolano le opere su carta riecheggiano e si amplificano nelle sculture e installazioni che completano il percorso espositivo, secondo un principio di circolarità e ripetizione paradigmatico dell’opera dell’artista. Nell’ampio spazio espositivo (livello -2) dialogano senza barriere opere rappresentative dell’intero percorso artistico di Laib: dalla Milkstone, scultura essenziale che sposa in un equilibrio perfetto la durezza del marmo alla fluidità del latte, presente sin dalle prime esposizioni, alle più recenti strutture in legno ricoperte da rilucente lacca birmana (Untitled, 2003); dalla celeberrima sequenza dei Rice Meals (1983) fino all’imponente ziggurat (Es gibt keine Anfang und kein Ende, 1999) in legno e cera d’api che impressiona con la sua mole e il suo intenso profumo.
Prezioso fulcro della mostra è l’ampio e luminoso campo di polline di pino, presenza al tempo stesso effimera e grandiosa, che inevitabilmente invita a meditare sulla ciclicità della natura e la precarietà dell’esistenza, celebrandone al contempo la complessità e la ricchezza. Significativa è l’attitudine con la quale Laib da sempre si confronta con i materiali organici e inorganici che rendono inconfondibili le sue opere: il marmo viene scolpito, la cera viene plasmata e il polline disposto in ordinate composizioni senza la presunzione di attribuire alla materia un nuovo valore, bensì con la volontà di essere un tramite che con il suo lavoro rende visibile la bellezza intrinseca ad ogni materiale.

Il catalogo, Edizioni Casagrande, della mostra, bilingue (italiano / inglese), include testi di Marco Franciolli, Simone Menegoi e Guido Comis. Il ricco apparato iconografico, oltre alle riproduzioni dei disegni e delle fotografie esposte, comprende immagini dell’allestimento della mostra a Lugano e una serie di scatti inediti realizzati nell’atelier dell’artista.

"Il comunicare per analogia lo ritengo altrettanto utile che piacevole: il caso analogo non vuole imporsi, non vuole dimostrare niente, si pone di fronte a un altro senza collegarsi ad esso. Più casi analoghi non si uniscono in serie chiuse, sono come la buona compagnia che stimola sempre più che non dia."
Johann Wolfgang Goethe


La mediazione culturale
Oltre alle consuete visite guidate gratuite che si svolgono ogni domenica alle 15:00, sono previste per tutta la durata della mostra attività di mediazione culturale volte a favorire la fruizione da parte del pubblico e a trasformare la visita in un’esperienza arricchente ed emozionante.
Il programma è disponibile sul sito www.edu.luganolac.ch.


Programma espositivo
Oltre all’opera di Wolfgang Laib, dal 24 settembre 2017 al 21 gennaio 2018 il MASI presenta “Sulle vie dell’illuminazione. Il mito dell’India nella cultura occidentale 1808-2017”, una grande mostra dedicata all’India e all’influenza da essa esercitata sulla cultura e l’arte occidentale nelle sue diverse espressioni. La mostra si inserisce nel progetto Focus India pensato per abbracciare in maniera interdisciplinare l’arte visiva, la musica, la danza e il cinema, oltre alle altre numerose sfaccettature della cultura indiana (LAC Lugano, dal 24 settembre 2017 al 21 gennaio 2018).
Dal 26 novembre 2017 al 14 gennaio 2018, spazio alla giovane arte svizzera con l’esposizione legata al prestigioso Premio Kiefer Hablitzel, assegnato annualmente dall’omonima fondazione culturale a dieci giovani artisti svizzeri con meno di trent’anni. La mostra è ospitata negli spazi dell’ex Macello Pubblico (Lugano).


Wolfgang Laib nasce a Metzingen nel 1950. L’ambiente familiare colto e aperto gli permette sin da bambino di avvicinarsi all’arte. A partire dagli anni sessanta la famiglia compie numerosi viaggi in Europa in Asia: Laib visita musei, monumenti, siti archeologici e di pellegrinaggio e soprattutto entra in contatto con culture e stili di vita all’antitesti con quelli occidentali. Nel 1968, malgrado l’interesse che nutre per l’ambito artistico, intraprende gli studi in medicina. Questa esperienza è contraddistinta da una crescente frustrazione nei confronti di una disciplina che si interessa unicamente agli aspetti materiali dell’esistenza. A partire dal 1970 la famiglia trascorre ogni estate nel sud dell’India, dove il padre ha dato vita a progetto di sostegno allo sviluppo. Il contatto con lo stile di vita dei piccoli villaggi indiani influenza profondamente Laib.
Nel 1972 realizza la sua prima scultura, un Brahmanda (ब्रह्माण्ड in sanscrito uovo cosmico, Brahm (ब्रह्म) significa cosmo o espansione e anda (अण्ड) significa uovo) e d’ora in poi si dedicherà unicamente alla creazione artistica, privilegiando materiali naturali e forme archetipe. Nel corso della sua carriera ha esposto nei principali musei europei e americani e partecipato a numerose edizioni della Documenta e della Biennale; nel 2015 ha ricevuto il Premio imperiale per la scultura.
Laib vive e lavora in un piccolo villaggio della Germania del sud e per alcuni mesi all’anno in una casa-studio nel sud dell’India.

1950 Wolfgang Laib nasce a Metzingen, nel sud della Germania, il 25 marzo da Lydia Stübler e Gustav Laib.
1952 Nascita della sorella Eva.
1958 La famiglia si trasferisce a Biberach dove il padre apre uno studio di ortopedia e inizia a costruire una casa dalla struttura essenziale, il cui perimetro interamente in vetro si apre sulla natura della campagna circostante. Vivere in questo edifico avrà un forte impatto su tutti i membri della famiglia Laib.
1962 Il pittore paesaggista Jakob Bräckle stringe amicizia con i Laib trasmettendo la sua passione per l’arte a tutti i membri della famiglia. Attraverso Bräckle i Laib entrano in contatto con l’architetto Hugo Häring che custodisce un importante gruppo di opere di Kazimir Malevi ˇc. I dipinti vengono acquistati dallo Stedelijk Museum di Amsterdam ma prima di lasciare la Germania vengono esposti a Ulm. La famiglia inizia a viaggiare in Europa visitando i luoghi dove sono custodite le più importanti memorie della cultura medioevale. Ritornano varie volte ad Assisi e la figura di San Francesco diventerà un importante riferimento per Wolfgang Laib.
1965 La famiglia visita la Turchia, Laib rimane particolarmente colpito da Konya e dalla tomba del poeta Jalal-ud-din Rumi. Suggestionati dalle abitazioni locali, semplici e spoglie, una volta rientrati i Laib si liberano della maggior parte dei mobili e iniziano consumare i pasti e a dormire per terra. Negli anni seguenti la famiglia viaggia in Iran, Afghanistan, Mesopotamia e India.
1967 Laib rimane colpito dallo studio di Constantin Brancusi ricostruito al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris.
1968 Malgrado il crescente interesse per l’arte Laib decide di iscriversi alla facoltà di medicina di Tubinga. Insoddisfatto dagli insegnamenti ricevuti inizia a seguire numerose lezioni nelle facoltà umanistiche.
1970 Il padre dà vita a un progetto per sostenere lo sviluppo di una piccola comunità nel distretto di Madurai, nel sud dell’India. Da quel momento in poi la famiglia trascorre tutte le estati in questa regione.
1971 Prosegue gli studi in medicina ma segue anche corsi di cultura e lingua indiana, studia Sanscrito, Hindi e Tamil.
1972 Laib trascorre sei mesi in India per lavorare alla sua tesi di laurea. Al suo rientro con scalpello e cesello conferisce una forma ellissoidale a una grande pietra nera trovata nei pressi della casa di famiglia. Una volta terminata La realizzazione di questa prima opera, un Brahmanda (in sanscrito “uovo cosmico”), Laib decide di portare a termine gli studi in medicina per poi intraprendere la carriera di artista.
1973-1974 Realizza un secondo Brahmanda a Konya, che lascia nei pressi della tomba di Jalal ud-din Rumi come omaggio nel settecentesimo anniversario della morte del poeta. Nel proseguire la sua formazione di medico entra in contatto con pazienti gravi e terminalie questa esperienza lo spinge a leggere testi buddisti e jainisti che offrono una visione del corpo e dello spirito in contrasto con quella proposta dal mondo accademico occidentale. Nel luglio del 1974 si laurea in medicina e trascorre l’estate in India. Al suo rientro in Germania si dedica alla realizzazione di altri Brahmanda di dimensioni ridotte.
1975 Laib realizza la sua prima Milkstone, una lastra di marmo la cui superficie impercettibilmente concava viene ricoperta di latte. L’opera che nasce in risposta all’esperienza degli studi in medicina e dei tirocini negli ospedali, rappresenta una ricerca di armonia attraverso i contrasti.
1976 Prima mostra personale alla galleria Müller-Roth di Stoccarda.
1977 Laib raccoglie per la prima volta polline di tarassaco: d’ora in poi ogni primavera sarà dedicata alla raccolta di polline di nocciolo, tarassaco, pino, botton d’oro, acetosella e ontano. Nelle mostre degli anni seguenti oltre alle Milkstones espone i primi campi di polline, quadrati o rettangoli di polline setacciato dalle dimensioni variabili.
1979 Prima mostra negli Stati Uniti da Sperone Westwater Fischer dove presenta alcune Mikstones e opere di polline. Nei due anni successivi Laib soggiorna e lavora a Tribeca. In questo periodo conosce la sua futura moglie Carolyn Reep, conservatrice-restauratrice specializzata in arte asiatica.
1982 Partecipa alla settima edizione di Documenta dove espone opere di polline. In questa occasione Mario Merz invita Laib ad esporre un vasetto di polline sopra a uno dei suoi tavoli a spirale. Insieme a Hanne Darboven e Gotthard Graubner rappresenta la Germania alla Biennale di Venezia con la più grande delle Milkstones realizzate fino ad ora e un quadrato di polline.
1983 Laib trasforma in studio una piccola costruzione del XIX secolo situata nei pressi dell’abitazione di famiglia. Incontra numerose volte Joseph Beuys, artista che ammira e con cui sente una particolare affinità. Compie un lungo viaggio tra India, Sumatra, Hong Kong e Cina. Al suo ritorno introduce il riso nella sua produzione artistica presentandolo all’interno di coni o thali, piatti di ottone usati quotidianamente in India per mangiare e per compiere offerte nei templi Jain.
1984 Realizza le prime Rice Houses, piccole strutture in legno foderate di alluminio. Il riso viene cosparso intorno ad ogni casa e al suo interno.
1985 Carolyn si trasferisce in Germania e sposa Wolfgang Laib. Harald Szeemann invita Laib a partecipare alla mostra collettiva Spuren, Skulpturen und Monumente ihrer präzisen Reise dove presenta The Five Mountains Not to Climb On una successione ordinata di cinque monticelli di polline. In quest’occasione nasce una profonda amicizia tra i due e Laib parteciperà a numerose altre esposizioni curate da Szeemann.
1986 Nascita della figlia Chandra Maria Sobeide. Inizia a realizzare Rice Houses in marmo e in lacca birmana. Il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris gli dedica un’importante mostra personale. Installazione di polline al CAPC Musée di Bordeaux.
1987 Partecipa all’ottava edizione di Documenta dove presenta tre Rice Houses. Inizia a lavorare con la cera d’api.
1988 Realizza una prima stanza di cera (Für einen anderen Körper) in occasione della mostra Zeitlos curata da Szeemann all’Hamburger Bahnhof di Berlino. Una seconda stanza di cera (Passageway ) viene realizzata in occasione di una delle quattro mostre alle quali partecipa negli Stati Uniti dove trascorre tre mesi insieme alla famiglia.
1989 Primo viaggio in Giappone in occasione di una mostra a Tokyo. L’artista rimane colpito dalla cultura e dai paesaggi nipponici.
1990 Inizia a lavorare a case di cera di dimensioni sempre maggiori che presenta rialzate da terra su supporti di legno.
1991 Per la prima volta utilizza il granito, proveniente da cave della Valle Maggia, scoperte in occasione di una visita a Harald Szeemann. Carolyn e Wolfgang ristrutturano un’abitazione del XVII secolo adiacente allo studio di Laib. Un piccolo ambiente del piano terra viene adibito ad atelier dove lavorare la cera. Durante l’inverno la famiglia viaggia in Egitto e Yemen.
1992 Realizza un enorme campo di polline per il forum del Centre Pompidou di Parigi. Su invito di Szeemann espone al Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona. La mostra viene contestata dal consiglio comunale e dal sindaco per il carattere effimero delle opere in polline. Un’importante retrospettiva viene presentata al Kunstmuseum di Bonn e in seguito al Museum of Contemporary Art, Los Angeles.
1993 La famiglia trascorre l’estate in Birmania. Da anni alla ricerca del luogo ideale nel quale realizzare una stanza di cera all’interno di una montagna, Laib trova il sito ideale sul crinale del Roc del Maure, nei Pirenei.
1994 La famiglia trascorre l’estate in Tibet, Laib rimane colpito dall’isolamento dei monasteri e dalla semplicità della vita quotidiana locale.
1995 Laib realizza delle barche e una piccola ziggurat in cera d’api per lo Sprengel Museum di Hannover. In autunno viaggia in Mesopotamia. Per una mostra da Sperone Westwater crea You Will Go Somewhere Else , opera costituita da barche in cera collocate su impalcature di legno che rimandano alle strutture che custodiscono gli antichi testi sacri nel Palazzo del Potala a Lhasa.
1996 Continua a produrre barche in cera d’api che espone su impalcature di legno in occasione di varie mostre.
1997 Alla Biennale di Venezia presenta I Am Not Here  una versione ampliata di You Will Go Somewhere Else . Durante l’estate viaggia con Carolyn e Chandra in Cina e Corea ed espone un campo di polline alla biennale di Gwangju.
1998 In primavera presenta due ziggurat in cera d’api (Nowhere Everywhere ) che si estendono dal pavimento al soffitto della galleria Sperone Westwater a New York. Trascorre l’estate nel sud dell’India insieme alla famiglia.
1999 Il Carré d’Art di Nîmes gli dedica un’importante esposizione e sostiene il suo progetto per il Roc del Maure. Su invito di Szeemann espone un campo di polline alla Biennale di Venezia. Espone al Kunsthaus di Bregenz: ognuno dei quattro piani del museo ospita un’installazione di grandi dimensioni. Al pianterreno Laib realizza Es gibt keinen Anfang und kein Ende,  una ziggurat che si innalza per oltre sei metri, dal pavimento al soffitto dello spazio espositivo. In estate esplora la Germania dell’est alla ricerca dei luoghi dove ha vissuto e lavorato Caspar David Friedrich. In autunno iniziano i lavori per la realizzazione della stanza di cera nel Roc del Maure.
2000 I lavori per la realizzazione della stanza di cera nel Roc del Maure vengono portati a termine, Laib intitola l’opera La chambre des certitudes . In autunno viene inaugurata una grande retrospettiva itinerante a cura di Klaus Ottmann. Dopo la prima tappa all’Hirshhorn Museum di Washington D.C. la mostra viene presentata nel corso dei tre anni successivi all’Henry Art Gallery (Seattle), al Dallas Museum of Art, al Museum of Contemporary Art di Scottsdale, Museum of Contemporary Art di La Jolla e infine all’Haus der Kunst di Monaco di Baviera. L’Istituto per le relazioni estere di Stoccarda (IFA) acquista un gruppo significativo di opere di Laib con il proposito di presentarle all’estero per promuovere l’arte tedesca contemporanea. Nel corso degli anni successivi queste opere verranno esposte in Finlandia, Giappone, Cina, Vietnam, Australia, Singapore, Nuova Zelanda e Birmania. L’allestimento viene di volta in volta elaborato da Laib e arricchito da prestiti aggiuntivi.
2002 Prima mostra dedicata all’opera fotografica di Laib al museo Folkwang di Essen.
2003 Una serie di mostre a Tokyo, Marugame e Seul diventa l’occasione per un nuovo soggiorno in Giappone e Corea. Durante l’estate realizza opere in lacca birmana di grandi dimensioni: due scale, una ziggurat e una stanza composta da pannelli di lacca nera e rossa.
2004 Carolyn e Wolfgang acquistano un terreno adiacente alla loro abitazione nel sud della Germania dove Laib realizza due importanti interventi: sul fianco di un avvallamento scava una stanza di cera profonda 13 metri (Without Place, Without Time, Without Body ) e sul lato opposto installa un piccolo padiglione di vetro immerso nella natura progettato insieme a Carolyn.
2005 Il Kunstmuseum di Bonn e il De Pont Museum di Tilburg presentano una mostra consacrata al rapporto tra le fotografie e i disegni di Laib. In occasione della mostra promossa dall’IFA Laib viaggia in Australia con la famiglia. In autunno il MACRO di Roma e la Fondazione Beyeler gli dedicano due importanti retrospettive.
2006 Dopo anni di ricerche del luogo adatto i Laib stabiliscono un piccolo studio-abitazione nel Sud dell’India, vicino a Madurai. Da quel momento vi trascorrono almeno due mesi all’anno. Per Laib è l’inizio di una nuova fase creativa. Inizia a creare opere con il granito proveniente da una cava locale e la cenere bianca, usata in India per vari tipi di rituali, che elegge a simbolo del carattere effimero del mondo materiale. L’anno successivo inizia a esporre i nuovi lavori realizzati con questi materiali.
2009 Laib elabora un progetto per la Fondazione Merz di Torino in collaborazione con 45 bramini del Tamil Nadu: all’interno del museo espone una ziggurat circondata da mucchietti di riso mentre all’esterno, durante l’ultima settimana di apertura della mostra, i bramini compiono il Mahayagna, rituale vedico del fuoco. Di ritorno in India inizia a sviluppare un progetto per la realizzazione di un Brahmanda  monumentale (ca. 20 metri di larghezza) scavato nella roccia di una montagna a nord di Madurai.
2010 Carolyn e Wolfgang acquistano un piccolo appartamento a Manhattan, è l’occasione per stringere nuove relazioni con il mondo artistico statunitense. Alla fine dell’anno il MoMA contatta Laib per l’elaborazione di una mostra.
2011 Muore la madre Lydia. I Laib restano in Germania per la maggior parte dell’anno. Verso la fine dell’anno compiono un lungo viaggio nella regione del Gujarat dove si trovano i più importanti siti di pellegrinaggio jainisti. Due mostre a Mumbai presentano per la prima volta il suo lavoro al pubblico indiano.
2013 Laib presenta il più grande campo di polline mai realizzato nell’atrio del MoMA. L’installazione è creata con il polline raccolto nel corso di oltre vent’anni. Realizza una stanza di cera permanente per la Phillips Collection di Washington D. C.. L’opera nasce in relazione a un’altra sala permanente del museo, quella dedicata a Rothko dove sono esposti solo quattro dipinti, a suo tempo allestita in collaborazione con l’artista.
2014 Realizza un corridoio di cera di 50 metri nella tenuta-atelier dell’amico Anselm Kiefer a Barjac nel sud della Francia. Viene invitato ad esporre nella chiesa paleocristiana di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Per Laib, che ha una profonda conoscenza e interesse dell’arte e della filosofia medievali si tratta di un’esperienza particolarmente importante.
2015 In Giappone riceve il Premio Imperiale per la scultura, la maggior onorificenza attribuita nel campo delle arti visive. In questa occasione compie un nuovo viaggio insieme alla famiglia. Una volta rientrato in Germania inizia a lavorare a una serie di disegni di grandi dimensioni realizzati con pastello a olio bianco su carta bianca, ispirati alle cerimonie dei preti shintoisti.
2016 Il padre Gustav muore in luglio all’età di 93 anni. Laib ha sempre vissuto in stretto rapporto con i genitori e questo evento segna una svolta nella sua vita e nella sua ricerca artistica. Viaggia in Italia per pianificare nuovi progetti espositivi.
2017 All’inizio dell’anno viaggia in Birmania con Carolyn per l’allestimento di una mostra nel complesso coloniale del segretariato a Yangon, già sede centrale del governo rimasta inaccessibile al pubblico per oltre 50 anni. La mostra intitolata Where the Land and Water End  si riferisce a una piccola pagoda che si trova nell’oceano nel sudovest della Birmania. Di ritorno nell’atelier indiano Laib lavora a una serie di nuovi Brahmanda . A primavera è nuovamente invitato ad esporre in una chiesa italiana, il piccolo edificio gotico di Santa Maria della Spina a Pisa. In questa occasione ritorna insieme a Carolyn nelle città italiane a loro più care, Siena, Assisi e Padova.


MASI Lugano
Il Museo d’arte della Svizzera italiana
, Lugano rappresenta il punto di arrivo di una profonda revisione delle politiche culturali che ha portato all’unificazione del Museo Cantonale d’Arte e del Museo d’Arte di Lugano in una sola istituzione. Il museo ha due sedi: al LAC sono proposti diversi allestimenti volti ad approfondire l’arte del Novecento e contemporanea e le sue collezioni, a Palazzo Reali l’attività si concentra sulla storia dell’arte del territorio e sulla valorizzazione di nuclei specifici delle collezioni. Partner principale del MASI Lugano è Credit Suisse, che conferma il suo storico impegno in favore dell’arte a Lugano.
Il nuovo direttore del Museo d’arte della Svizzera italiana è Tobia Bezzola. Attualmente alla direzione del Folkwang Museum di Essen, Bezzola entrerà in carica il 1. gennaio 2018, succedendo a Marco Franciolli che a fine 2016 aveva annunciato la sua volontà di dare avvio al processo per la sua successione. Il Consiglio di Fondazione del Museo d’arte della Svizzera italiana lo ha nominato all’unanimità su indicazione della Commissione scientifica del museo, la quale ha condotto il processo di selezione.
Tobia Bezzola, nato nel 1961 a Berna, è cittadino svizzero con origini ticinesi. Dal 2013 dirige il Folkwang Museum di Essen, uno dei più importanti musei d’arte in Germania e a livello europeo.
Lungo la sua carriera ha ricoperto incarichi prestigiosi come il ruolo di assistente di Harald Szeeman (1992-1995) e, per oltre quindici anni, quello di curatore e poi di responsabile dei progetti espositivi, delle collezioni “Nuovi Media” e “Fotografia” al Kunsthaus di Zurigo. Durante il periodo zurighese, ha curato e co-curato una trentina di esposizioni tra le quali si annoverano mostre su Paul Gaugin, Pablo Picasso, Max Beckmann, Alberto Giacometti, Joseph Beuys, Christian Marclay, Thomas Struth, progetti espositivi tematici (“Rivoluzione! Italian Modernism from Segantini to Balla”; “Hot Spots: Rio de Janeiro / Milano – Torino / Los Angeles”), e collaborazioni con altre autorevoli realtà come il MoMA di New York, il Centre Pompidou di Parigi, la National Gallery di Londra e il Reina Sofia di Madrid. Alla direzione del Museo Folkwang ha amministrato una struttura importante con attività collezionistiche ed espositive, oltre a gestire la relazione con i diversi gruppi d’interesse coinvolti e dedicare una particolare attenzione allo sviluppo di pubblico e attività collaterali. Il concorso per il nuovo direttore del MASI ha attratto un’ottantina di candidature, delle quali oltre il 70% provenienti da fuori i confini nazionali, a conferma dell’interesse crescente presso la comunità scientifica museale dell’istituto luganese. Carmen Gimenez, presidente del Consiglio della Fondazione MASI Lugano: “Siamo particolarmente soddisfatti di poter accogliere a Lugano un direttore del calibro di Tobia Bezzola, il quale soddisfa pienamente i requisiti del profilo ideale che era stato definito per la successione di Marco Franciolli. In particolare, siamo convinti che sia la persona giusta per poter proseguire il percorso di crescita che ha portato il MASI ad affermarsi negli ultimi anni sulla mappa dei musei d’arte in Svizzera e all’estero e per contribuire a consolidare tale posizione anche grazie alla sua esperienza e alla rete personale di contatti internazionali sviluppata durante il suo percorso professionale.”. Tobia Bezzola: “Ringrazio sentitamente il Consiglio di Fondazione per la fiducia che mi è stata data. Sono molto felice di poter cogliere l’affascinante sfida e contribuire allo sviluppo del già eccellente posizionamento del MASI.


Wolfgang Laib
A cura di: Marco Franciolli, direttore MASI in collaborazione con Francesca Bernasconi, responsabile sviluppo progetti MASI
Orari: martedì - domenica: 10:00 – 18:00; giovedì aperto fino alle 20:00; lunedì chiuso Ingresso Esposizioni temporanee: Intero: chf 15.- Ridotto: chf 10.- (AVS/AI, over 65 anni, gruppi, studenti 17-25 anni) Gratuito: <16 anni e ogni prima domenica del mese Visite guidate e laboratori creativi: +41 (0)58 866 4230 - lac.edu@lugano.ch
Contatti stampa
LAC Lugano Arte e Cultura Ufficio comunicazione: Tel.  +41 (0)58 866 4214 - lac.comunicazione@lugano.ch

Per l’Italia: ddl+battage Alessandra de Antonellis +39 339 3637388 - alessandra.deantonellis@ddlstudio.net - Margherita Baleni +39 347 4452374 - margherita.baleni@battage.net

LAC Lugano Arte e Cultura
Piazza Bernardino Luini 6
6901 Lugano
Tel. +41 (0)58 866 4230 - info@masilugano.ch - www.masilugano.ch

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Presentazione del volume: ” CARLO RAMOUS, SCULTURA ARCHITETTURA CITTÀ”, Triennale di Milano







Enrico Crispolti  presenta il volume: " CARLO RAMOUS, SCULTURA ARCHITETTURA CITTÀ", a cura di Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti, con testi di Giulio Avon, Carlo Bassi, Giovanna Calvenzi, Claudio De Albertis, Fulvio Irace, Luca Pietro Nicoletti, Walter Patscheider, Antonella Ranaldi, Francesco Tedeschi, edito da Silvana Editoriale, immagini di Enrico Cattaneo, Triennale di Milano:
Sono intervenuti: Walter Patscheider, Enrico Crispolti, Fulvio Irace, Francesco Tedeschi e Luca Pietro Nicoletti, Triennale di Milano, 26/07/2017.

CARLO RAMOUS, SCULTURA ARCHITETTURA CITTÀ
Milano, Triennale, 12 luglio - 17 settembre 2017
A cura di Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti.
Silvana Editoriale s.p.a.
br., ill. col.
italiano - inglese
€. 34
Peso: 1 kg


La Triennale di Milano propone per la prima volta a Milano una retrospettiva di Carlo Ramous (1926-2003), protagonista trascurato della scultura italiana del secondo Novecento che ha attraversato in pieno le fasi cruciali dell’arte moderna arrivando, all’inizio degli anni Settanta, alla dimensione dell’opera d’arte ambientale. Grazie all’assidua collaborazione con architetti e ingegneri, Ramous ha saputo reinventare la scultura in rapporto agli edifici e ha trovato nello spazio urbano il luogo ideale per la sua scultura, di cui Milano conserva importanti testimonianze per le strade cittadine.

Carlo Ramous: Scultura, Architettura, Città, Triennale di Milano


Ufficio Stampa Antea - anteapress@gmail.com

Palazzo Della Triennale
Viale Alemagna, 6
Milano

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Carlo Ramous, Palazzo Pirelli, Milano





Visitabile, da oggi fino al 15 settembre, a Palazzo Pirelli una selezione delle opere di Carlo Ramous, l’artista, protagonista dimenticato della scultura italiana del secondo Novecento, cui la Triennale di Milano dedica una retrospettiva.
Particolarmente intenso il nesso, ideale ed estetico, che lega le sculture “ambientali” di Ramous all’architettura moderna e industriale del grattacielo disegnato da Giò Ponti. Una continuità che poggia sulla simultaneità delle opere, frutto di quel clima di rinnovamento urbano e di rinascita produttiva, dopo il secondo conflitto mondiale, che vide Milano diventare capitale del boom economico.
Ad aprire il percorso, che si snoda al primo piano e al piano terra di via Fabio Filzi 22, è stato il Presidente del Consiglio regionale, Raffaele Cattaneo, che ha sottolineato la continuità ideale tra espressione artistica e impegno politico: “Ancora una volta la funzione istituzionale del Palazzo si apre ad eventi culturali,  facendo del Pirellone la vera casa dei lombardi. In particolare questa mostra, grazie alla collaborazione con la Triennale, è un segno importante della volontà comune di coniugare il gusto del bello e del ben fatto, frutto del genio artistico di Ramous, al nostro desiderio di continuare il nostro lavoro istituzionale a beneficio dei nostri cittadini”.
Dopo il restauro di un significativo nucleo di grandi sculture, in parte collocate in luoghi pubblici milanesi, come piazza Conciliazione, le opere esposte a Palazzo Pirelli  proseguono il percorso artistico di Ramous, sottolineando tutti i passaggi della sua evoluzione stilistica e poetica, la sua collaborazione con ingegneri e architetti, fino ad approdare alla dimensione dell’opera d’arte ambientale.

All’inaugurazione di oggi erano presenti la figlia dell’artista, Mariagrazia Ramous, Walter Patscheider, collezionista e amico personale di Ramous, il Direttore generale della Triennale, Andrea Cancellato, il curatore della mostra, Luca Pietro Nicoletti, Felix  Baumann, Console Generale svizzero, Kim Natoli, Console generale USA per la Cultura.
La mostra completa è visitabile alla Triennale di Milano fino al 17 settembre


Carlo Ramous, sculture
Dal 21 luglio al 15 settembre 2017 
Orari:  lunedì (9.30-12.30 e 14.15-16.30) al venerdì (9.30-13)
Ingresso: libero

Palazzo Pirelli - primo piano ingresso istituzionale
Via Fabio Filzi, 22
Milano

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ACCADEMIA APERTA 2017, VS Arte, Milano

La galleria VS Arte di Milano, in collaborazione con l'Accademia di Belle Arti di Brera, ospita dal 13 al 29 luglio 2017, nell'ambito della terza edizione di "Accademia Aperta", la collettiva a cura di Omar Galliani che propone una serie di opere di giovani artisti.
"Accademia Aperta" è un importante progetto inteso a presentare le attività didattiche e di ricerca degli allievi delle diverse Scuole dell'Accademia attraverso esposizioni allestite a Palazzo Brera e - per la prima volta - in città.
Omar Galliani, artista di rilievo internazionale, ha selezionato per VS Arte un nucleo di opere realizzate dagli studenti del corso di Pittura di cui è docente.
Vincenzo Panza e Samantha Ceccardi, galleristi di VS Arte: "Siamo onorati di far parte di questo prestigioso evento che punta a scoprire e valorizzare nuovi talenti. Riteniamo infatti che uno degli scopi importanti della nostra Galleria sia dare ai giovani artisti la possibilità di far conoscere al pubblico le proprie opere aiutandoli ad aprirsi la via verso un percorso di vita nel mondo dell'arte".

Il Fil rouge che unisce i lavori in mostra è il desiderio condiviso di un ritorno alla manualità; seppur realizzate con linguaggi espressivi differenti che esaltano l'individualità e l'originalità del lavoro di ciascun artista, le opere esposte privilegiano l'utilizzo di materiali e tecniche tradizionali come il disegno, la pittura e l'incisione.

Una mostra che ci ha sorpreso per l'alta qualità dei lavori. Ci conforta vedere come dei giovani, ancora accademici, sappiano mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti, con passione e dedizione, rivelando la loro creatività identitaria. L'utilizzo delle tecniche tradizionali applicate con maestria è un ulteriore segnale di come regole precise e tempo dedicato per applicarvisi, producono frutti. Poi, una volta acquisite le regole, si possono piegare alla propria creatività, anche stravolgendole.
Tutti molto bravi e il libro di Ginevra Tarabusi, merita certamente di trovare subito un editore che lo pubblichi.

I disegni a matita di Dario Baroli ritraggono in maniera estrosa il volto mutevole di un medesimo personaggio, mentre i lavori di Elena Bisoglio evocano, con giochi di luce e riflessi resi a carboncino, i moti dell'animo umano. Lorenzo Brivio disegna figure neoclassiche, sdoppiate su carta grazie a una particolare tecnica che prevede l'impiego di garze sterili, mentre Carolina Corno per mezzo dell'incisione a fuoco su pelle imprime ripetitivamente il proprio nome, come una sorta di litania, con un gesto che comunica al tempo stesso dolore e forza. Significativa è l'opera di Rachele Cicerchia, una natura morta ad acrilico e incisione su tela, che rappresenta con realismo carni appese di animali macellati; di stampo metafisico è invece il lavoro realizzato a carbone su cartone vegetale di Mattias Fiorini che si concentra su piccoli dettagli, sui bagliori dell'acqua o di pietre trasparenti che ingrandisce e trasforma in macrocosmi. Nel percorso espositivo si ammirano inoltre il disegno a carbone su carta di Federico Soffiantini, le illustrazioni di Ginevra Tarabusi ispirate al romanzo di Luis Sepúlveda Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Spicca il lavoro a tempera su tavola dell'artista cinese Kaijia Zheng, un polittico di quattro elementi, quattro volti umani resi evanescenti dall'abrasione della materia pittorica stratificata.
Omar Galliani sottolinea: "Gli allievi che vi mostro sono quelli con cui il dialogo si è maggiormente approfondito. VS Arte ha gentilmente aperto i suoi spazi a questi 'segni' che dialogano fra loro pur mantenendo ferme le proprie individualità. Una scelta che si fonda principalmente sulle differenze dei linguaggi e non sulla omologazione degli stessi".
L'allestimento è curato da Omar Galliani.


Atelier Galliani ...e altro

La vocazione di un atelier è sempre stata quella di mostrare, insegnare, apprendere e conoscere le tecniche e le poetiche del fare artistico.
L'Accademia di Brera in cui opero ha una grande tradizione e stoicamente sopravvive all'interno di un contenitore poliedrico straordinario in cui convivono alcune tra le opere più importanti del Rinascimento insieme alla didattica e ricerca del “fare” e “conoscere” della contemporaneità artistica. Sottolineo "stoicamente" considerando l'oggi, dove le parole “bellezza” e “creazione” sembrano uscire da un catalogo passatista a fronte di un’attualità fagocitante e omologante votata unicamente  al consumo e alla superficialità. L'Accademia di Brera e tutte le Accademie d'Italia resistono a questo processo degradante del “non sentire” e del “non vedere” scandendo una parola metafisica ed obsoleta, “creazione”, mostrata in svariate forme e tecniche di rappresentazione.
Gli allievi che vi mostro sono quelli con cui il dialogo si è maggiormente approfondito.
Ne mostreremo altri se questo "atelier aperto" avrà un seguito, cercando di arginare quella resa creativa che la società di oggi sembra passivamente registrare, auspicando un confronto diretto con il pubblico, senza veli, unica realtà tangibile: il loro lavoro.
La galleria VS Arte ha gentilmente aperto i suoi spazi a questi "segni" che dialogano fra loro pur mantenendo ferme le proprie individualità. Una scelta che si fonda principalmente sulle "differenze" dei linguaggi e non sulla omologazione degli stessi. Un’impronta che vede nel disegno, nell'installazione e nella pittura la propria "resistenza". Trincea del fare e del pensare.

Omar Galliani, Accademia di Belle Arti di Brera

ACCADEMIA APERTA 2017 Terza edizione
Palazzo di Brera
Dal 13 luglio al 12 agosto 2017

Dopo il successo delle due precedenti edizioni, l’Accademia di Belle Arti di Brera  riapre al pubblico i suoi angoli nascosti, le aule, i laboratori, gli atelier per vivere  insieme una esperienza inedita. Durante il periodo estivo, l’Accademia svela le sue  attività didattiche e di ricerca dando la possibilità ad ogni Scuola di presentare un  unico progetto.
Dal 13 luglio e fino al 12 agosto 2017, le aule verranno allestite per l’occasione come spazi espositivi.  In “Accademia Aperta” le scuole di Pittura, Scultura, Decorazione, Grafica, Incisione, Fashion Design, Scenografia, Restauro, Progettazione Artistica per l’impresa/design,  Nuove Tecnologie e Terapeutica artistica, i corsi di Fotografia, i corsi di Restauro, e il dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte presentano progetti specifici alla loro attività.
Fra le esposizioni, in particolare verrà allestita dal Dipartimento di Comunicazione  e Didattica dell’Arte, la mostra d’arte contemporanea Maledetto Romantico, Opere dalla collezione Enea Righi nel Salone Napoleonico.
L’Accademia di Brera diventa così una vera e propria protagonista di questo evento nonché uno scrigno nel quale i visitatori verranno accompagnati in un percorso inedito che propone attività ed eventi vari.
La novità di questa terza edizione, rispetto agli anni precedenti, sono gli Eventi  Speciali. L’Accademia di Brera si apre alla Città di Milano varcando la soglia storica di Palazzo Brera. Quest’anno Accademia Aperta inaugura diverse collaborazioni con sedi esterne dove i giovani artisti braidensi esporranno le loro opere. Sono coinvolte delle Gallerie d’arte del quartiere di Brera (Galleria Lattuada, Galleria Anna-Maria Consadori, Galleria VS Arte, Galleria Antonio Battaglia e Galleria Cattai), il Museo della Permanente, e altre sedi quali la banca Monte dei Paschi di Siena e l’Auditorium LaVerdiOltre agli eventi fuori sede, l’Accademia di Brera conferma la sua partecipazione al prestigioso concorso internazionale Rai Prix Italia dal 29/09 al 1/10/2017 che premia creatività, innovazione e qualità nei programmi televisivi. La Scuola di Scenografia viene coinvolta in un progetto creativo incentrato sul Prix che verrà anticipato con Accademia Aperta e presentato nella sua versione finale durante il concorso.


VS Arte nasce nel 2017 dalla passione per l'arte e il collezionismo dei due fondatori, Vincenzo Panza e Samantha Ceccardi. Vincenzo Panza vanta una trentennale esperienza nel management di aziende multinazionali, mentre Samantha Ceccardi è attiva da oltre vent'anni nell'organizzazione di eventi e grandi manifestazioni.
VS Arte è una nuova realtà che unisce arte e dinamiche dell'economia in uno spazio unico, quello di Appiani Arte per Immagini, il cui prestigio è legato al nome del noto gallerista e mecenate Alfredo Paglione, la cui Galleria è stata il punto di riferimento per tutti i più grandi artisti del panorama nazionale e internazionale del '900. Ha ospitato infatti maestri quali Guttuso, Sassu, Manzù, Fontana, De Chirico e grandi figure dell'arte internazionale come Picasso, Rauschenberg, Grosz, Gropper e Levin.
I suoi spazi sono stati un cenacolo dinamico e fertile per letterati, musicisti e intellettuali di alto spessore, tra cui Raffaele Carrieri, Carlo Levi, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Mario Luzi, Giuseppe Ungaretti e Garibaldo Marussi. Un'osmosi, quella creatasi in questo luogo, tra arte e poesia che ha dato vita a un'atmosfera rara, fruttuosa e creativa che VS Arte intende salvaguardare per l'avvenire, coadiuvata da Alfredo Paglione, mediante esposizioni ed eventi di sicuro richiamo, sia per far emergere nuovi artisti che per dare lustro alle opere dei grandi maestri.
Assolutamente centrali nell'attività di VS Arte sono la tutela, la gestione e la valorizzazione di opere d'arte, la promozione e la diffusione dell'arte contemporanea e il suo sviluppo in Italia e all'estero.


Accademia Aperta 2017 - Terza edizione
VS Arte

Dal 13 al 29 luglio 2017
Orari: dal martedì al sabato 15.30 - 19.30
Ingresso: libero
Informazioni: Tel. +39 335 8004220 - info@vsarte.it - www.vsarte.it

 

Accademia Aperta 2017
Palazzo di Brera
Dal 13 luglio al 12 agosto 2017
Orari: dal lunedì al sabato, ore 11.00-18.00
Ingresso: libero
Ufficio stampa VS Arte: IBC Irma Bianchi Communication- Tel. +39 02 8940 4694 - M. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it
Ufficio Comunicazione Accademia di Brera: Tel. +39 02 86955294 - comunicazione@accademiadibrera.milano.it - www.accademiadibrera.milano.it - facebook.com/Accademiadibelleartidibrera/

VS Arte
via Appiani 1
20121 Milano

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