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Milano e la Mala, Storia criminale della città, Palazzo Morando, Milano, finissage 11/02/2018






L’esposizione mette in scena la storia della criminalità a Milano, tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Ottanta. Con 170 immagini d’epoca, documenti, “strumenti del mestiere”, reperti, periodici e quotidiani documentano l’evoluzione della malavita in città: i primi gruppi improvvisati dell’immediato dopoguerra, l’affermazione di sofisticate strategie malavitose, le imprese più clamorose e i profili dei suoi protagonisti, dai criminali della rapina di via Osoppo a Luciano Lutring, da Francis Turatello a Renato Vallanzasca e le indagini della Questura di Milano, insieme a tutte le Forze dell’Ordine, volte a contrastare la criminalità di quegli anni.
La storia di una città raccontata attraverso il suo lato più oscuro. Quarant’anni di vita che tracciano il volto tragico di una metropoli in rapida ascesa economica, in cui i fatti reali sembrano usciti dalla penna di un grande scrittore di gialli.
Sono queste le suggestioni che s’incontrano nella mostra “MILANO E LA MALA. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca, in programma a Palazzo Morando - Costume Moda Immagine in via Sant’Andrea 6, dal 9 novembre 2017 all’11 febbraio 2018, a cura di Stefano Galli, promossa da Comune di Milano - Cultura, Direzione Musei Storici, organizzata dall'Associazione Spirale d'Idee con la Polizia di Stato che ha collaborato per la ricerca e la scelta della documentazione e delle fotografie e nella selezione delle strumentazioni tecniche e degli arredi di ufficio originali, in uso alla Questura di Milano in quegli anni e custoditi presso gli archivi ed il Museo Storico della Polizia di Stato, e per la scelta delle armi in uso a quell’epoca e messe a disposizione dalla Fabbrica d’armi Pietro Beretta S.P.A.
L’iniziativa ha il patrocinio della Polizia di Stato, della Regione Lombardia e della Città metropolitana di Milano è inserita nel palinsesto di Novecento italiano. Media partner Radio popolare.
L’esposizione analizza e ripercorre la nascita e l’affermazione della criminalità a Milano, tra la fine degli anni quaranta e la metà degli anni ottanta, attraverso 170 immagini d’epoca, documenti e “strumenti del mestiere” come la celebre custodia del mitra di Luciano Lutring, i dadi usati nelle bische e, ancora, le armi utilizzate dalla polizia per combattere il crimine, a documentare l’evoluzione della malavita in città, dai gruppi improvvisati all’affermazione del fenomeno malavitoso, attraverso personaggi e azioni che ne hanno segnato la storia.
Il percorso espositivo, ordinato cronologicamente, prende avvio dalla fine della seconda guerra mondiale e si dipana attraverso la famosa rapina di via Osoppo del 1958, definita "il colpo del secolo": l’assalto di sette uomini a un portavalori che si impossessò di un bottino di oltre 614 milioni di lire senza neppure sparare un colpo. L’episodio rappresentò l’apice della Ligera, una forma di delinquenza tutta milanese che ebbe origine già nel XIX secolo, composta da piccoli gruppi di criminali e spesso “romanticamente” ricordata anche nelle canzoni popolari.
L’assalto al portavalori di via Osoppo segnò la fine di questo tipo di malavita lasciando il campo, nel ventennio 1960-1980, a una nuova forma criminale strutturata in gruppi omogenei - anche di stampo mafioso - diretta al controllo del gioco d'azzardo, della prostituzione e, infine, del traffico degli stupefacenti. Tra i protagonisti di questa stagione nomi del calibro di Francis Turatello, Angelo Epaminonda, Renato Vallanzasca, che evocano nei ricordi dei milanesi atmosfere da Far West.
A fare da sfondo a queste imprese c’è una metropoli come Milano che, a seguito del boom economico, si modifica in maniera profonda. La Milano della Mala è una città che vive anche di notte nelle bische, nei night club, nei circoli privati.
L’esposizione documenta tutte queste atmosfere, oltre a riportare in primo piano i quartieri della malavita: il Giambellino, l'Isola, la casba di via Conca del Naviglio e il Ticinese.
Particolari focus sono dedicati a specifici fenomeni - i sequestri reali e quelli solamente minacciati, i luoghi di detenzione e le rivolte carcerarie - e ai gruppi di feroci killer come i famigerati Apaches di Epaminonda che terrorizzarono la città nei primissimi anni ottanta. Un importante e ulteriore approfondimento è rivolto agli eroici rappresentanti delle forze dell’ordine, in primis la Polizia di Stato con il Commissario Mario Nardone e il futuro Questore Achille Serra. Sono evidenziate e illustrate le indagini della Questura di Milano volte a contrastare la criminalità di quegli anni, l’evoluzione delle tecniche investigative e dei supporti tecnici e i risultati conseguiti dalla Polizia di Stato che, insieme a tutte le Forze dell’Ordine e con il sacrificio delle vittime del dovere, con professionalità e dignità ha contrastato e posto fine a quei tragici eventi.
L’esposizione si chiude idealmente con la sezione dedicata a Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina, ultimo rappresentante di una malavita milanese che dai primi anni ottanta lascerà il passo a nuove e più cruente forme di criminalità.
Milano e la Mala” è il nuovo appuntamento espositivo a Palazzo Morando - Costume Moda Immagine iniziato con “Milano tra le due guerre. Alla scoperta della città dei Navigli attraverso le fotografie di Arnaldo Chierichetti” (2013) e proseguito con “Milano, città d’acqua” (2015) e “Milano, storia di una rinascita. 1943-1953 dai bombardamenti alla ricostruzione” (2016). Questa serie di iniziative racconta il capoluogo meneghino a partire dalla sua storia, dalla sua specificità, dalle sue vicende sociali, capaci di trasformare in modo radicale il volto della città.
Data l’importante valenza documentaria del progetto, che si avvale anche del contributo del Museo del Manifesto Cinematografico Fermo Immagine con l’esposizione di sei delle 23 locandine originali di film polizieschi degli anni ‘60 e ‘70 girati a Milano, donate alla Questura di Milano ed esposte negli uffici del Commissariato Greco Turro, sono stati predisposti appositi percorsi didattici per consentire agli alunni delle scuole di ogni genere e grado di approfondire gli argomenti trattati. Sono previsti anche workshop specifici di fotografia e incontri sui temi in mostra.
Accompagna l’esposizione un catalogo edizioni Spirale d’Idee.

Frammenti dal mondo di sotto

La Milano tra le due guerre è animata da spinte di grande cambiamento che investono non soltanto il piano urbanistico ma coinvolgono significativamente anche il tessuto sociale. Emblematico in questo senso resta il caso del Bottonuto, l’antico quartiere medievale addossato alla piazza del Duomo, in quella zona oggi indicativamente occupata da piazza Diaz. Lo sventramento del vecchio quartiere, parte integrante del più ampio progetto “Racchetta” mai ultimato, affondava le radici una emergenza sociale: sloggiare quella massa malfamata di protettori, abusivi, baltrocche e lacchè che da secoli lo popolava. Il vicolo delle Quaglie, il Cantoncello erano rinomati per ospitare i più degradati postriboli della città, frequentati da gente miserabile e in ogni caso poco raccomandabile. Il caso del Bottonuto ci riporta a una situazione che oggi è difficilmente ricostruibile, quella di una città innervata da masse di individui che, pur vivendo ai margini della società e della legalità, avevano il proprio domicilio non già nei Corpi Santi o nelle lande periferiche bensì nelle zone nevralgiche del tessuto urbano. Se effettuiamo una rapida ricognizione ci accorgeremo di quanto fossero mal frequentate zone che oggi consideriamo molto glamour. I luoghi principe della malavita a cavallo della seconda guerra mondiale e fino agli anni Cinquanta erano i bar, le osterie, le bottiglierie – Nanni Svampa intitolerà significativamente La Mala e l’osteria il suo terzo volume dell’antologia della canzone lombarda. Erano disseminate ovunque, come ci racconta Luigi Vergallo in uno splendido saggio assai documentato che ci offre una ricca panoramica di questi luoghi in odore di malavita. All’Isola erano rinomate la trattoria di via Guglielmo Pepe 12 e la Mescita di via Borsieri 37. Non lontano da lì era la bettola di via Galilei 41 e il bar di corso Como 2. In zona Vigentina godeva di cattiva fama la trattoria di via Balbo 10 così come, poco distanti, le trattorie di viale Bligny 42 e viale Tibaldi 29. La via Conca del Naviglio era mal frequentata così come l’adiacente casba di porta Genova, racchiusa dal quadrilatero delle vie Gaudenzio Ferrari, Marco d’Oggiono, Galeazzo Alessi e Cicco Simonetta. La vicina bottiglieria di via Vetere era anch’essa luogo di traffici loschi così come il corso San Gottardo che, nel tratto compreso tra i numeri 16 e 30, era sostanzialmente una enclave malavitosa. Per accentrarci ancor più, potremmo tornare al caso del Bottonuto, «il bubbone slabbrato» nelle parole di Paolo Valera, o citare la bottiglieria di via Solferino 12 o la zona delle Cinque Vie, con particolare riferimento alla prestigiosa via Santa Marta nella quale si respirava un’atmosfera tutt’altro che rassicurante.
I protagonisti che facevano capo a questi ambienti – indistintamente bar, bottiglierie o mescite – erano truffatori e ladruncoli, ricettatori che fungevano talvolta da delatori, informatori (“soffia”) grazie ai quali la polizia riusciva a contenere entro limiti accettabili una delinquenza – siamo nell’immediato dopoguerra – così ben armata e diffusa che avrebbe potuto rivoltare la città se non ci fossero state queste misure di controllo e di contenimento messe in atto dalle forze dell’ordine. È con la fine del conflitto mondiale che le cose cambiano drasticamente. Come ampiamente dimostrato dagli storici, ogni dopoguerra è contrassegnato da una recrudescenza delle attività malavitose. I delinquenti, in un momento di così forte transizione, legano le proprie fortune proprio alle possibilità offerte dalla crisi che gli stati attraversano in una fase di transizione tanto delicata. La disparità di forze in campo è tale da consentire alle bande criminali di spadroneggiare per la città senza pericolo di incappare nelle maglie della legge. In questa fase si moltiplicano ritorsioni, vendette private e anche atti indiscriminati di banditismo. Rapinatori travestiti da poliziotti, alleati o partigiani si rendono protagonisti di azioni tanto spregiudicate quanto vili, ammazzando, rapinando o anche soltanto imponendo ai camion, agli autotreni e in generale ai convogli in transito, una sorta di gabella da versare. Sulla situazione di ogni dopoguerra ci ha lasciato un memorabile documento Carol Reed nella pellicola Il Terzo Uomo, nella quale Harry Lime, una figura losca e senza scrupoli magistralmente interpretata da Orson Welles, si arricchisce sulla pelle dei malati, nella Vienna occupata del dopoguerra.

Sette uomini e una rapina milionaria
Dalla fine degli anni Quaranta fino a metà del decennio successivo, la situazione tende a stabilizzarsi. Assicurati alla giustizia personaggi come “il Paesanino” e “Gino lo Zoppo”, la città gode di un periodo di relativa tranquillità. Le forze dell’ordine si adeguano, ancorché lentamente, ai nuovi standard imposti dal progresso tecnico e, al di fuori di piccole bande che si susseguono con alterne fortune, ma che non rappresentano mai rischi concreti, la situazione in città può dirsi pienamente sotto controllo. Un certo scalpore fu suscitato dalla prima rapina a mano armata a volto scoperto effettuata in città, presso una filiale del Credito Italiano di via Solferino. È il 1953. Ma è davvero un episodio isolato, se è vero che le cronache dell’epoca ci restituiscono un’immagine piuttosto sonnolenta della città. Molte truffe, molte “spaccate”, ma per il resto davvero poco di rilevante.
Nella seconda metà degli anni Cinquanta si assiste invece a un salto di qualità importante. L’esperienza bellica e soprattutto il movimentato dopoguerra avevano rappresentato una palestra importante per la criminalità milanese che si presentava ora più agguerrita, rinvigorita dalle nuove leve che dimostravano maggior abilità e intraprendenza rispetto a ciò di cui erano stati capaci gli esponenti della vecchia mala. I nuovi avevano meno scrupoli degli anziani e le armi a disposizione – residui della guerra – erano davvero numerose ancorché obsolete. La rapina di piazza Wagner del 1957 segna un decisivo spartiacque. È la prima volta infatti che i banditi utilizzano un mezzo a motore per assaltare un portavalori. È solo il preambolo per quella che sarà definita la rapina del secolo, orchestrata da un manipolo di sette uomini. È la mattina del 27 gennaio quando, con la stessa tecnica usata in piazza Wagner, i malviventi speronano un’auto portavalori della Banca Popolare di Milano e, senza sparare neppure un colpo, disarmano la guardia dileguandosi con l’intero bottino. I soli suoni che si sentono durante l’azione sono quelli del mitra simulato a voce da uno dei banditi: «Tatata tatata». Verranno traditi da una leggerezza, ma entreranno a pieno diritto nella storia del crimine.
La rapina di via Osoppo rappresenterà il punto più alto e al tempo stesso il canto del cigno di una vecchia forma di malavita ormai tramontante, costretta a lasciare spazio, nel decennio seguente, a bande che vengono da fuori e si dimostrano sempre più organizzate e prive di scrupoli.

Anni Sessanta: una città senza padroni
Questo mondo che sta svanendo trova una forma di sopravvivenza nelle canzoni popolari. A cavallo del 1960 prende forma quella che potremmo definire una “poetica della mala”, interpretata da alcune delle voci più importanti della canzone italiana. Un’idea di malavita romantica verrà immortalata in brani indimenticabili che segneranno il sottofondo musicale di molte generazioni. La voce graffiante di una splendida ragazza venticinquenne intona una canzone partigiana che è stata cambiata di segno ed è divenuta il simbolo stesso della lealtà tipica di un certo milieu malavitoso. È il 1959 e tutti ascoltano Ma mi, contenuta nell’album Le canzoni della malavita. L’interprete è la fascinosa e milanesissima Ornella Vanoni. Di un anno più tardi è La ballata del Cerutti, portata al successo da uno strepitoso Giorgio Gaber, mentre del 1964 è Porta Romana interpretata dallo stesso Gaber e poi ancora da Enzo Jannacci e Nanni Svampa che con I Gufi segnerà una pagina importante del repertorio musicale meneghino.
I primi anni Sessanta sono caratterizzati dall’emigrazione incontrollata dal sud del Paese, che richiama in massa lavoratori nelle ricche città del Nord e soprattutto a Milano, che si sta trasformando a ritmi vertiginosi. Lo sviluppo urbanistico, non slegato da quello industriale, dà luogo a una serie di quartieri dormitorio che nascono fuori da ogni piano regolatore e diventano presto sacche di proletariato emarginato, pronto a organizzarsi e a trasformarsi in banditismo. Nel 1960 Visconti estrarrà da un romanzo di Giovanni Testori, Rocco e i suoi fratelli, una storia di emarginazione metropolitana e riscatto sociale che bene racconta quelle atmosfere. Che il clima stia cambiando lo si evince anche da uno di quei fatti che passano inosservati, ma rivelano molto di un’epoca: nelle edicole dalla fine del 1962 è apparso il primo fumetto che ha per protagonista un criminale. Le sorelle Giussani hanno infatti appena dato alle stampe il primo numero di Diabolik. Il clima sta cambiando. Chiusa la romantica parentesi di via Osoppo con le condanne esemplari inflitte ai sette banditi, ciò che accade a Milano ricalca in qualche modo una storia che è comune a tutte le criminalità diffuse europee. Le realtà malavitose di quartiere, integrate in un tessuto, frutto delle specifiche condizioni sociali, la vecchia ligera insomma, vanno scomparendo, soppiantate da una criminalità più organizzata, decisa e feroce, ingolosita dalle nuove ricchezze che una città come Milano può esibire. Nel caso specifico del capoluogo meneghino la situazione è aggravata dalla presenza in città di un nutrito “clan di marsigliesi” che avevano abbandonato la città d’origine in cerca di un riparo sicuro. E proprio “i marsigliesi” saranno protagonisti di una delle due rapine che scandiranno il decennio. Un commando perfettamente addestrato isola la centralissima via Montenapoleone e razzia denaro e preziosi nella gioielleria Colombo (1964). Le raffiche di mitra stavolta sono reali ma servono solo a intimidire la popolazione e a risvegliare la città da un torpore che durava da quasi un ventennio. Il secondo episodio vede protagonista la “banda Cavallero”, che scorrazza in città proveniente dalla barriera torinese. Prende d’assalto la filiale del Banco di Napoli di largo Zandonai (1967), ma qualcosa va storto e per aprirsi la fuga i banditi lasciano dietro di sé una scia di sangue. I morti alla fine saranno quattro con oltre venti feriti. Questo episodio marca un confine netto con il passato, non si simulano i colpi di mitra, non si spara per intimidire. Questa volta si spara ad altezza d’uomo. Si spara per uccidere e si uccide. Alla fine del 1967 Milano è la città dei mitra, come ricorda anche Vergallo, simile alla Chicago degli anni Venti, dove dominano racket del gioco, della prostituzione, traffico degli stupefacenti e contrabbando, e dove i morti si contano a decine. Questo clima viene raccolto e raccontato in modo molto puntuale nella cinematografia. Su tutte si stagliano due pellicole di Carlo Lizzani che in qualche modo anticipano il genere “poliziottesco”: Svegliati e uccidi, ispirato dalle vicende di Luciano Lutring e soprattutto Banditi a Milano, incentrato sulle vicende della “banda Cavallero” e sul terribile epilogo di largo Zandonai.

Stefano GalliCuratore della mostra, Milano, 8 novembre 2017
* Estratto dal testo in catalogo Edizioni Spirale d’Idee


Milano e la Mala. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca
A cura di: Stefano Galli

Dal 9 novembre 2017 al 11 febbraio 2018
Orari: Martedì- domenica: 10.00-20.00 (la biglietteria chiude un'ora prima); Giovedì: 10.00 - 22.30 (la biglietteria chiude un'ora prima)
Catalogo: edizioni Spirale d’Idee
Biglietti: intero: € 10; ridotto: € 8 (studenti under 26, over 65, disabili, gruppi adulti e tutte le convenzioni)
Biglietto Famiglia: 1 genitore: € 8 + 1 figlio entro i 14 anni, € 5; 2 genitori: € 8 cad. + 1-2 figli, € 5 cad.
Ridotto Speciale: € 8 (per chi esibisce il biglietto di ingresso intero a Palazzo Morando | Costume Moda Immagine relativo ad una visita effettuata il giorno stesso); € 5 (gruppi scuole); € 8 aderenti alle forze della Polizia di Stato
Omaggio: bambini da 0 a 6 anni, guide turistiche, accompagnatori di disabili; giornalisti accreditati; possessori Abbonamenti Musei Lombardia Milano
Visite guidate (adulti): € 100,00 + biglietto ingresso
Visite guidate scuole: € 80,00 + biglietto ingresso
Visite guidate (adulti inglese): 130,00€ + biglietto

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI VISITE GUIDATEsegreteria@spiraledidee.com
INFORMAZIONI: +39 327 8953761- segreteria@spiraledidee.com - +39 02 884 65735 - 64532 - c.palazzomorando@comune.milano.it - www.civicheraccoltestoriche.mi.itwww.mostramalamilano.it
Uffici Stampa
Comune di Milano - Cultura: Elena Maria Conenna - T. +39 02 884 53314 - elenamaria.conenna@comune.milano.it
Unità Musei Storici| Ufficio Comunicazione: Simonetta Andolfo T. +39 02 884 48135 - 63298 - c.palazzomorando@comune.milano.itwww.civicheraccoltestoriche.mi.it
Polizia di stato - Questura di Milano: V.Q.Agg. Chiara Ambrosio - T. + 39 0262265114 - 5188 - 5318 - ufficiostampa.quest.mi@pecps.poliziadistato.it
CLP RELAZIONI PUBBLICHE: Anna Defrancesco - T. +39 02 36 755 700 - anna.defrancesco@clponline.itwww.clponline.it

Palazzo Morando
Costume Moda Immagine (spazi espositivi piano terra)
via Sant’Andrea 6
Milano

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