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La Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati Tesori d’arte per Ferrara, Castello Estense, Ferrara, dal 3/02/2018

Sabato 3 febbraio apre al pubblico nel Castello Estense di Ferrara la mostra “La collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara.”

L’esposizione è dedicata alla Collezione Cavallini Sgarbi, 130 opere tra dipinti e sculture, dall’inizio del Quattrocento alla metà del Novecento, raccolte in circa quaranta anni di collezionismo appassionato da Vittorio Sgarbi con la madre Caterina “Rina” Cavallini e con la presenza silenziosa di Giuseppe Sgarbi, e provenienti dalla Fondazione Cavallini Sgarbi, una selezione dei 4mila pezzi che compongono la collezione Cavallini Sgarbi, “una esposisione singolare e inedita perché metà delle opere sono rinnovate rispetto alle altre edizioni”.

  

Elisabetta Sgarbi, per il tramite della propria Fondazione, ha voluto che questa mostra raccontasse, nel luogo più rappresentativo della città di Ferrara, non solo la storia di una straordinaria impresa culturale, ma anche quella di una famiglia ferrarese che all’arte ha dedicato tutte le proprie energie.
 “Un dono alla mia famiglia - in particolare a mio fratello Vittorio e a mia madre, Caterina Cavallini, senza tralasciare i silenzi compiaciuti di mio padre Giuseppe, scrittore, una famiglia che ha consacrato una vita alla ricerca, alla scoperta, alla cura del bello”.

Dario Franceschini: “Ferrara ha l’ambizione di una grande capitale ma i suoi capolavori sono in giro per il mondo dopo la spogliazione estense del ‘600. Ascoltare Vittorio parlare di arte è talmente affascinante che ci si chiede perché straparli di altro, soffre tutte le volte che viene al ministero perché pensa ci sia un altro che occupa la sua stanza”.

La

Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara è una mostra ideata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi - da tempo impegnata nella valorizzazione e nella promozione della cultura e dell’arte - in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara e sotto il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Emilia-Romagna.

Dopo aver acquisito, a partire dal 1976, 2800 titoli delle 3500 fonti, trattati, guide e storie locali, databili dal 1503 al 1898, elencati da Julius von Schlosser nella sua Letteratura artistica, cuore di una biblioteca con oltre 200.000 volumi, Vittorio Sgarbi capisce “che collezionare quadri e sculture poteva essere più divertente che possedere il libro più raro”. Quest’illuminazione scaturisce dall’incontro con Mario Lanfranchi, collezionista e maestro perfetto, il primo dei tanti da lui incontrati dopo aver abbandonato il dogma universitario che lo aveva indotto a “guardare le opere d’arte come beni spiritualmente universali, ma materialmente indisponibili”.
Così, dal 1984, incrociando il San Domenico di Niccolò dell’Arca, Sgarbi decide che non avrebbe “più acquistato ciò che era possibile trovare, di cui si poteva presumere l’esistenza, ma soltanto ciò di cui non si conosceva l’esistenza, per sua natura introvabile, anzi incercabile. La caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, si cerca quello che si trova. Talvolta molto oltre il desiderio e le aspettative”. Da collezionismo “rapsodico, originale, che ambisce a rapporti esclusivi con le opere come persone viventi”, è sorta, incontro dopo incontro, una vera e propria sintesi dell’arte italiana, tra pittura e scultura, dal XV secolo ai giorni nostri, che riflette la cultura ampia e multiforme del collezionista.
Dunque 130 opere della Collezione, tra dipinti e sculture, dall’inizio del Quattrocento al Novecento, popoleranno le stanze del Castello Estense

La mostra si apre con un capolavoro del Rinascimento italiano, il San Domenico in terracotta modellato nel 1474 da Niccolò dell’Arca e collocato in origine sopra la porta “della vestiaria” nel convento della chiesa di San Domenico a Bologna, dove tra il 1469 e il 1473 l’artista attese all’Arca del santo da cui deriva il suo pseudonimo. Immagine potente, intensa, di estremo vigore naturalistico, il busto rivela l’impareggiabile capacità del maestro pugliese di infondere la vita alle sue figure, così vere che paiono respirare. Il destino porterà Vittorio Sgarbi a incrociare un’altra opera di Niccolò dell’Arca, un’Aquila in terracotta che appare una prima idea per quella posta sul portale d’ingresso della facciata della chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna. Le due sculture di Niccolò apparvero in coincidenza con la scomparsa delle persone a lui più care: lo zio Bruno, nel 1984, la madre Rina, nel 2015. Seguono i notevoli capitelli con sibille eseguiti nel 1484 dal celebre scultore ticinese Domenico Gagini per la venerabile confraternita di Santa Maria dell’Annunziata di Palermo, le terrecotte di Matteo Civitali e Agostino de Fundulis, e una straordinaria raccolta di preziosi dipinti, perlopiù su tavola, eseguiti tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento: ai pittori nati o attivi a Ferrara - Antonio Cicognara, Giovanni Battista Benvenuti detto l’Ortolano, Nicolò Pisano, Benvenuto Tisi detto il Garofalo - si affiancano autori rari come Liberale da Verona, Jacopo da Valenza, Antonio da Crevalcore, Giovanni Agostino da Lodi, Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice, Johannes Hispanus, Bernardino da Tossignano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo di David, Lambert Sustris.
Il focus sulla “scuola ferrarese” prosegue agli inizi del XVII secolo con i dipinti, di documentata provenienza, di Sebastiano Filippi detto il Bastianino, Gaspare Venturini, Ippolito Scarsella detto lo Scarsellino, Camillo Ricci, Giuseppe Caletti e Carlo Bononi. Contestualmente si potranno ammirare riconosciuti capolavori della pittura italiana del Seicento, tra i quali conviene citare almeno la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, la Maddalena assistita dagli angeli di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, il San Girolamo di Jusepe Ribera, la Vita umana di Guido Cagnacci e il Ritratto di Francesco Righetti di Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino. Quest’ultimo dipinto - “rientrato a casa” nel 2004 dopo essere stato esposto per anni al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas - si pone al vertice di una straordinaria galleria di ritratti che compendia lo sviluppo del genere dall’inizio del Cinquecento alla fine dell’Ottocento, tra pittura e scultura, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, con specialisti quali Bartolomeo Passerotti, Nicolas Régnier, Philippe de Champaigne, Giovan Battista Gaulli detto il Baciccio, Enrico Merengo, Ferdinand Voet, Giovanni Antonio Cybei, Pietro Labruzzi, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove e Vincenzo Vela.
Altrettanto avvincente è il percorso tra dipinti “da stanza” di tema sacro, allegorico e mitologico del Sei e del Settecento: una selezione di sorprendente varietà, e di alta qualità, che riflette gli interessi sconfinati e la frenesia di ricerca del collezionista, con maestri della scuola veneta (Marcantonio Bassetti, Pietro Damini, Pietro Vecchia, Johann Carl Loth, Giovanni Antonio Fumiani), emiliana (Simone Cantarini, Matteo Loves, Marcantonio Franceschini, Ignaz Stern detto Ignazio Stella), lombarda (Paolo Pagani, Agostino Santagostino), romana (Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Angelo Caroselli, Pseudo Caroselli, Giusto Fiammingo, Antonio Cavallucci), toscana (Giacinto Gimignani, Livio Mehus, Alessandro Rosi, Pietro Paolini, Giovanni Domenico Lombardi).
Tra le sculture, le delicate creazioni modellate da Giuseppe Mazza, Cesare Tiazzi, Petronio Tadolini e Giovanni Putti documentano la fortuna della plastica in terracotta a Bologna e in Emilia. Tra Ottocento e Novecento la mostra torna su Ferrara e sui suoi artisti: Gaetano Previati, Giovanni Boldini, Filippo de Pisis, Giuseppe Mentessi, Adolfo Magrini, Giovanni Battista Crema, Ugo Martelli, Augusto Tagliaferri, Carlo Parmeggiani, Arrigo Minerbi, Ulderico Fabbri, tutti presenti con testimonianze fondamentali e documentate.

Un omaggio alla città e alla sua storia attraverso i tesori d’arte custoditi nell’ultima grande collezione ferrarese.

La Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell'Arca a Gaetano Previati Tesori d'arte per Ferrara
Catalogo della mostra, a cura di Pietro Di Natale, è pubblicato da La nave di Teseo editore.
Allestimento a cura di: ReallizzArte e Studio Volpatti
La mostra è realizzata e promossa dalla Fondazione Elisabetta Sgarbi, in collaborazione con la Fondazione Cavallini Sgarbi, con il Comune di Ferrara, con il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e della Regione Emilia-Romagna, con il supporto di Bonifiche Ferraresi, Fondazione Cariplo, Genera Group Holdings, CiaccioArte, Ascom.

Informazioni: Museo del Castello Estense - 0532 299233 - castelloestense@comune.fe.it
Tariffe e agevolazioni: www.castelloestense.it - T. +39 0532 299233 - Fax +39 0532 299279 - castelloestense@comune.fe.it
Prenotazioni visite guidate: 053 2244949; diamanti@comune.fe.it
Ufficio Stampa: Mara Vitali Comunicazione - T. +39 02 70108230: Mara Vitali - mara@mavico.it; Lisa Oldani - T. +39 349 4788358 - lisa@mavico.it; Claudia Tanzi - T. +39 340 1098885 - claudia@mavico.it
Tra le proposte, che si possono prenotare direttamente sul sito www.visitferrara.eu, è possibile pernottare nei prestigiosi appartamenti della Fondazione Cavallini Sgarbi, nella storica residenza di Via Giuoco del Pallone, dove Ariosto scrisse parte dell’Orlando Furioso.
Per informazioni e prenotazioni: Consorzio Visit Ferrara - Via Borgo dei Leoni 11, Ferrara (FE) - T. 0532 783944, 340 7423984 - assistenza@visitferrara.eu - www.visitferrara.eu

 

Dal testo di Claudio Magris contenuto nel catalogo della mostra al Castello Estense di Ferrara La Collezione Cavallini Sgarbi. Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara, a cura di Pietro Di Natale, pubblicato da La nave di Teseo.

Non sono le aste di opere d’arte che mi toccano a fondo seguendo i ricordi di Rina Cavallini. Non sarebbero meno incancellabili se riguardassero, come nei suoi vent’anni, solo aste per gli appalti di opere in muratura o altri oggetti della battaglia per gli acquisti. A incantare è la straordinaria, forse inconsapevole, forza di affrontare senza batter ciglio e con leggerezza la vita e ciò che essa chiede, senza riguardi. L’istintiva capacità di tener testa, con semplicità, con amore, con energia, con slancio, con lealtà e insieme astuzia, a ciò che la vita ci chiede. Quella testimonianza mi ha ricordato un detto del Vangelo che mi è spesso presente, il comandamento di essere semplici come colombe e astuti come serpenti. Vita vera, senza fronzoli, senza debolezze, senza compiaciute inquietudini; forse con un po’ d’ansia nel cuore ma dominata e taciuta, sempre tenuta per sé. Una donna che sa tirar fuori la grinta, consapevole che altrimenti la vita è spietata, ma che è avvolta dalla gaiezza, dalla gentilezza nel senso profondo e antico del termine e dalla disponibilità all’avventura, al rischio quotidiano. Una ragazza che non si fa vincere nella lotta con i maschi senza perdere l’incanto della femminilità e senza ideologie sulla lotta tra i sessi. Emancipazione femminile vissuta, non discussa o sbandierata.
Quei viaggi di Rina Cavallini compongono una sorta di Viaggio in Italia degno di itinerari e libri famosi. Il conflitto inevitabile in ogni confronto e in ogni progetto, affrontato con la perizia necessaria a combattere e insieme con l’allegria di una gita di scuola, godendo e frenando il fascino esercitato sui compagni. Combattere: un verbo non a caso spesso usato, almeno un tempo, per indicare la fatica della madre che tira su i figli; anche della moglie che, senza rivendicazioni risentite, diventa il muro maestro della famiglia, la pietra angolare della casa.
Combattere — probabilmente, all’inizio, senza troppa voglia di farlo — per una limpida accettazione della legge della vita, divenuta un modo di essere. Chissà se, all’inizio, a Rina piaceva occuparsi di aste di opere d’arte. Forse anche no, avrebbe fatto lo stesso se avesse dovuto impegnarsi in altre cose. Ma, poco a poco, alla fine quelle cose fronteggiate diventano una sostanza, una modalità del proprio essere. Quello che conta è la responsabilità, accettata senza riserve; responsabilità che diventa spavalda e affettuosa essenza del proprio essere.
Quelle poche pagine sono la testimonianza di una vera cultura in senso forte. Non perché si occupino di valori e di grandezze dell’arte. Sarebbe vera cultura anche se l’oggetto fosse la più umile — humilis, humus, terra — realtà quotidiana. Cultura non vuol dire necessariamente conoscere cose importanti e sdottorarne. Cultura è l’armonia, la concreta unità, in una persona, di ciò che si sa, di ciò che si sa di sapere e di non sapere, di ciò in cui si crede e di ciò che si è. Una unità che costituisce il fascino.

Claudio Magris
© La nave di Teseo

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