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Carlo Ramous: Materia e materia, Officine Saffi, Milano, dal 15 dicembre 2017

Inaugurazione 14 dicembre dalle 18.00 alle 21.00


Dal 15 dicembre al 17 gennaio le Officine Saffi presentano presso i propri spazi laboratoriali una piccola mostra dedicata alle opere di Carlo Ramous.
In esposizione alcune sculture degli anni '50, tra classicismo e sperimentazioni cubo-primitiviste, che dialogano con tecniche miste degli anni '70, testimonianza della grande sensibilità spaziale dell'artista. Completano la mostra diverse spille in ceramica del 1953, un'eccezionale produzione di sculture da indossare.
Dal temperamento riservato, sensibilissimo, Carlo Ramous ai suoi esordi non si presentò con immediatezza come profondo innovatore del fare arte, bensì come attento tessitore di fili che potessero intrecciare tradizione e futuro. Le sue prime prove nel secondo dopoguerra si erano infatti concretizzate nel solco del figurativismo di radice classica (Marino Marini era stato suo carismatico maestro a Brera), avvicinandosi in pochi anni a quel picassismo il cui influsso in Italia sarebbe stato suggellato dalle memorabili mostre dedicate al maestro spagnolo nel ‘53 a Roma e, poco dopo, a Milano, a Palazzo Reale.
Una delle sue prime palestre di esercitazione fu la terracotta. Ne testimoniano la vitale espressività alcune sculture che Ramous, fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, modellò a soggetto antropomorfo: nel 1955, “Testa” e “Grande donna seduta”, poi nel 1956 “Solitudine” e nel 1957 “Due figure”, opere tutte realizzate in cotto refrattario e ammantate dei toni caldi e scabri che al linguaggio di tale materia appartengono.
Fra figurazione e astrazione, già si avvertiva come l’artista stesse meditando altri percorsi che lo avrebbero allontanato dalla solida tridimensionalità che, desunta in parte dall’arcaismo mediterraneo in parte dal mondo dell’antichità classica, si era perpetuata nell’arte italiana fino al XX secolo. Si pensi ad Arturo Martini o al primo Manzù, quest’ultimo, tra l’altro, anch’egli maestro del giovane scultore milanese.
Ai primi anni Cinquanta, in particolare al 1953, risale la nascita delle prime spille in ceramica smaltata che riconducono al mondo muliebre sia per finalità ornamentale sia per scelte tematiche, nei soggetti e nei decori. Tali piccoli “gioielli”, creati per la moglie Lalli, ma anche per amiche e persone a lui vicine, come, per esempio, collezionisti ed estimatori della sua opera, avrebbero rivelato nel corso dell’iter artistico il coté intimista di Ramous, delicato, e garbatamente ludico. Volti, maschere, arcieri, gatti, colombe si susseguono a ritmo veloce su queste placche di qualche centimetro di diametro, caratterizzate da un segno creativo che zampilla vivace per tradursi in piccoli monili. Le comparazioni stilistiche con la produzione di ornamenti di altri artisti che, tra la fine degli anni Quaranta e i Sessanta, si sarebbe delineata in ambito europeo, è immediata. Max Ernst, Pablo Picasso o George Braque avevano iniziato a interessarsi anch’essi al bijou, introducendo - in gioielli d’oro sbalzato e inciso, o smaltato e tempestato di pietre - maschere, tra il tribale e il surreale, figure di donna come icona classica, soli raggianti come amuleto, uccelli, gabbiani o colombe come segno di libertà. Nelle opere di Ramous appaiono simili le fattezze compatte dei ritrattini femminili, di ripresa frontale o laterale, e analogo è il senso della sintesi formale, con qualche concessione all’Africa e ai suoi simulacri.
La fantasmagoria vivace e cangiante delle piccole spille certamente non distrasse mai Ramous dalle sue ricerche, sviluppate ormai in stile astratto (si veda la vasta produzione di sculture in bronzo o le aeree strutture in ferro cui è stato adeguato rilievo nella mostra tenutasi nell’estate 2017 alla Triennale di Milano, a cura di Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti). Piuttosto il gioiello rappresentò un divertissement che, come un fil rouge, legò fra loro momenti “privati” del suo iter esistenziale.
Già a fine anni Cinquanta, per proseguire poi nei Sessanta e nei Settanta, erano giunte infatti commissioni di grande impegno, che Ramous portò a compimento in collaborazione con architetti come Mario Tedeschi, Carlo Bassi e Goffredo Boschetti, ovvero opere in cui scultura (in cemento o terracotta) e architettura si integravano in un’armoniosa complementarietà di impronta figurativa, astratto-informale, o brutalista, come nel caso dello stabilimento tipografico Cino del Duca, edificato a Blois nel 1961 su progetto dell’ingegnere Tullio Patscheider. Ma non da sole realizzazioni plastiche fu scandito nei decenni, fino ai Novanta, l’impegno quotidiano di Ramous negli spazi di via Ariberto, dove a lungo visse e lavorò. La pittura lo aveva sempre interessato, e soprattutto le sue attuazioni in chiave sperimentale. In essa fondeva materiali che, insieme, raramente trovano applicazione su superfici bidimensionali: tela, carta, legno, cellophane, pigmenti minerali, ferro, materie combuste. Valgano a esempio “Sogno” del 1971, i cui grafismi si disegnano su juta grazie a combustioni, o l’opera di sapore architettonico “Senza titolo” (1981), in cui china, carta, cellophane si traducono in saggio compositivo di poetico impianto strutturale. In una sintesi che riassume la molteplicità degli esiti espressivi del maestro, la cui aspirazione era abbattere i confini fra arte e arte, materia e materia, linguaggio e linguaggio. Con l’inquieto interrogarsi che tale impresa comporta, e che era connaturato all’intimo essere dell’artista."

Alessandra Quattordio, estratto dal catalogo

From December 15 to January 17 Officine Saffi is pleased to present a small exhibition dedicated to the works of Carlo Ramous. On display some sculptures from the 1950s, between classicism and cube-primitivist experimentations, which interact with some mixed techniques of the 70's, witness to the great spatial sensitivity of the artist. The exhibition is completed by few ceramic pins made in 1953, an exceptional production of sculptures to wear.
It is impossible to miss the imposing dancing figure that is the focal point of Piazza Conciliazione in Milan since 1981. Entitled “Gesto per la Libertà” (Gesture for freedom), the monumental installation, made of iron by Carlo Ramous in 1973, still emanates the sense of neo-Futurist rebellion that the artist wanted to express when he designed it in the air, with all the gestural power in his arm, placing it into a relation with the urban space. This dialogue between sculpture and architecture, begun in the 1950s, never ended for Ramous, and characterises his plastic works, which are certainly designed for humankind, but often intended for an interaction with squares, churches and buildings. Carlo Ramous, with his reserved, quite sensitive temperament, did not first present himself as a profound innovator of the arts, but as an attentive weaver able to intertwine tradition and future. His early works in the second post-war period remained classically figurative (Marino Marini had been his charismatic teacher at Brera). Within a few years, Ramous strayed into Picassism, an influence sealed in Italy by memorable exhibitions dedicated to the Spanish artist in '53 in Rome, and shortly thereafter in Milan, at Palazzo Reale.
One of his early practices started with the terracotta medium. His vital expressiveness is testified by some sculptures that Ramous, from the late forties and early fifties, modelled as anthropomorphic subject such as “Testa” (head) and “Grande donna seduta” (big woman sitting) in 1955, "Solitudine" (loneliness) in 1956 and, in 1957, "Due figure" (two figures), all of which are made of refractory terracotta, clad in the warm and rough tones that characterise the material. Between figuration and abstraction, these are the works of an artist already probing alternative paths, which could have distracted him from a solid three-dimensionality, in part derived from Mediterranean archaism, and in part from classical antiquity, to which Italian art had remained bound into the 20th century. For instance of Arturo Martini, or the first Manzù. The latter, among others, was also a teacher of the young Milanese sculptor. Ramous' imprint, compact yet delicate in the expressive shades of his faces and bodies, also opened up a multitude of interpretations and reflections. His treatment of the female figure, one of the leitmotifs of his work in those years, testifies to this: the woman-lover-mother icon (the vigorous Pomona, Goddess of Fruit in ancient Rome) becomes both the source of research and an interlocutor with whom to exchange a word and, together, to offer answers through her vibrant representation.
In the early 1950s, specifically in 1953, Ramous produced his first glazed ceramic brooches, which trace a path back to the world of the feminine in their ornamental function, their choice of theme, their subject and their decorative flourishes. These little "jewels", created for his wife Lalli, but also for friends, collectors and admirers of his work, reveal the intimate, delicate and graciously playful coté to the artist’s creative process. Faces, masks, archers, cats and doves follow at a fast pace on these plaques, only a few centimetres in diameter, and characterised by a creativity that radiates life, in the form of small pieces of jewellery. Stylistic comparisons with ornaments by other artists are immediate, and would have been noted in Europe from the end of the 1940s to the 1960s. Max Ernst, Pablo Picasso or George Braque had also dabbled in the bijou, introducing jewellery – gold, embossed and engraved, or enamelled and encrusted with gemstones – masks, from the tribal to the surreal, the female figure as a classical icon, radiant solar amulets, birds, seagulls and doves – the classic sign of freedom. These bear obvious similarities with the compact feminine features in Ramous’ miniatures, whether frontal or lateral. The same is true of the sense of formal synthesis, though with some concessions to Africa and its simulacra. The second post-war period was extraordinary for the jewellery devised by painters and sculptors. It is interesting to note how in tune Ramous was with the times, only a decade after Alexander Calder and Max Ernst, whose ornaments date back to the forties, yet anticipating some of the French "cubists" by a few seasons. Of course, in the case of Ramous, we're not talking about precious metals. He worked instead with humble materials such as ceramics, which, in Italy, had their distinguished precursors in Lucio Fontana or Fausto Melotti, and equally extraordinary interpreters in Roberto Sebastian Matta or Enrico Baj – Ramous’ contemporaries – all of them linked in some way with the kilns of Albisola. In 1961, the International Exhibition of Modern Jewellery opened its doors in London, where the jewellery historian Graham Hughes had called up many goldsmiths to reconnect with the phenomenon of artists' jewellery that was, by then, increasingly catching on. Man Ray, Alberto Giacometti, Jean Arp, Picasso, Salvador Dalí, Max Ernst and other important artists active in the specific field of the traditional ornament were among the best-known figures to take part.
The lively and ingenious series of little brooches certainly did not distract Ramous from his project, developed along abstract lines (see the vast production of bronzes and aerial iron structures, appropriately highlighted by Fulvio Irace and Luca Pietro Nicoletti at their exhibition in summer 2017 at the Milan Triennale). Rather, the jewellery represented just one divertissement that, like a fil rouge, linked together "private" moments in their existential journey. Already in the late 1950s, and continuing into the sixties and seventies, large, signature commissions had come to fruition. Ramous accomplished these in collaboration with architects such as Mario Tedeschi, Carlo Bassi and Goffredo Boschetti, integrating sculpture (concrete or terracotta) and architecture in harmonious complementarity to cast Ramous’ figurative, abstract-informal or brutalist footprint, for instance the Cino del Duca publishing house in Blois, 1961, designed by engineer Tullio Patscheider. Ramous’ works were not restricted to sculpture in the decades up to the Nineties: his daily output is also on display in Via Ariberto, where he lived and worked for many years. Painting always interested him, especially in his more experimental creations, where he blends materials rarely combined on a two-dimensional surface: canvas, paper, wood, cellophane, mineral pigments, iron and combustible materials. For example, "Sogno" (sogno) from 1971, in which Ramous combusts the graphics onto a jute surface; or the architectonically suggestive "Senza titolo" (1981), in which Indian ink, paper and cellophane translate into a compositional essay in a poetic, structural assemblage: a synthesis that summarises the variety of Ramous’ creative expression, which aspires to break down the boundaries between art and art, matter and matter, language and language, with all the restless questioning that this enterprise involves, and which was inherent to the intimate being of the artist.
Extract from the curatorial essay by Alessandra Quattordio
The exhibition will run until January 17th 2018


Carlo Ramous: materia e materia
Dal
15 dicembre al 17 gennaio 2018

Officine Saffi
via Aurelio Saffi 7
Milano

T. +39 02 36685696 - www.officinesaffi.com - info@officinesaffi.com

 

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