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Giancarlo Vitali: Timeout, Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Casa Manzoni, Museo di Storia Naturale, Milano

Il Comune di Milano – Cultura dedica a Giancarlo Vitali (Bellano, 1929) un grande progetto espositivo su più sedi  che ha il suo cuore a Palazzo Reale con la prima grande antologica  di un maestro del Novecento italiano. 
Promosso e prodotto dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale, Casa del Manzoni e ArchiViVitali
Giancarlo Vitali. Time Out”  è curato da Velasco Vitali, figlio di Giancarlo e artista egli stesso, e coinvolge quattro sedi espositive milanesi: a ciascuna il compito di raccontare la poetica di Vitali da un punto di vista differente.
TIME OUT, gioco fermo o tempo sospeso Il titolo del progetto, che racchiude tutti i percorsi espositivi in città, richiama quel momento di sospensione necessario per misurare i valori in campo e il ritmo delle cose, per ri-vedere, come accade all’artista nell’istante in cui si ferma davanti alla tela. “Time Out” è il tempo della pittura di Giancarlo Vitali anche da un punto di vista storico-artistico.
La sua costante posizione “fuori dal coro” l’ha collocato tra gli outsider del sistema dell’arte. Sempre consapevole della storia da cui la sua pittura proviene, e al tempo stesso indifferente alle sirene delle mode, Vitali per settant’anni ha avuto come unico fine e scopo quello di dipingere. “Ultimo pittore” viene, infatti, definito dalla critica. La sua opera è ricchissima e comprende dipinti, disegni e incisioni. Giancarlo Vitali non ha mai fatto distinzione tra una tela e una lastra di rame, tra un foglio o un supporto “trovato”, come lo sportello di un armadio per esempio, tutto è buono per dipingere. Il senso della sua identità di artista va ricercato nel territorio in cui ha vissuto e lavorato.
Nato a Bellano sul lago di Como ottantasette anni fa, Vitali è orgogliosamente e ostinatamente locale, ed è proprio questa l’origine della sua universalità di artista. Scrive in proposito Mario Botta: “Gli anticorpi maturati dentro la sua terra, seguendo null’altro che la propria vocazione, gli permettono un disincanto etico rispetto alle contraddizioni proprie dell’uomo di oggi”.
Autodidatta per necessità – rinuncia a una borsa di studio all’Accademia di Brera per impossibilità di mantenersi fuori casa – Giancarlo Vitali approfondisce la conoscenza dei pittori della generazione nata a cavallo del Novecento: nel percorso espositivo di Palazzo Reale, infatti, una sala è dedicata proprio al dialogo con Giorgio De Chirico metafisico e degli autoritratti, Carlo Carrà trascendente e primitivo, Filippo de Pisis delle marine stranianti e dei pesci evanescenti, Mario Sironi del “Ritratto di Carlo Carvaglio” e poi ancora con Arnaldo BadodiFausto Pirandello. Le influenze di questi artisti sul suo lavoro rientrano però in una semplice, seppur sincera, ammirazione, mentre i riferimenti più profondi, i fari della sua indipendenza Vitali li ritrova in Goya e Velàzquez, in Rembrandt e nella pittura del Seicento lombardo o in un pittore ugualmente appartato come James Ensor. Sono loro l’antidoto all’appiattimento, alla banalizzazione e alle tentazioni della società del “consumo” dell’arte. Il segno distintivo della pittura di Vitali comincia a configurarsi a metà degli anni Cinquanta. Una lingua che, con un tratto rapido e sintetico, si concentra sulla figura umana per descrivere un mondo intimo, familiare e popolare: l’artista ritrae amici, contadini, artigiani, la gente e le scene comuni. Anche il mondo naturale rientra nei suoi dipinti quale testimone di verità: nature morte, scene quotidiane, fiori, ma anche il mondo animale.
Nel 1983 la “scoperta” da parte di Giovanni Testori, con il quale stringe un sodalizio e un’amicizia profonda che dura sino alla morte dello scrittore avvenuta nel 1993. Testori scrive di Vitali in toni altissimi dedicando alla “scoperta” dell’artista un elzeviro di un’intera pagina su Il Corriere della Sera intitolato “I fasti della pittura” e sarà lui stesso a curarne la prima personale a Milano nel 1985. Di Testori sono anche i ritratti, presenti in mostra, che l’artista dedica all’amico scrittore, dove l’analisi introspettiva e la forza espressiva della composizione sono la testimonianza di due caratteri forti ed eversivi e di un sodalizio stretto in nome dell’arte. Nascono in quegli anni i dipinti dedicati alle carni e agli animali macellati, come il celebre “Trittico del toro”, a cui Testori dedica tre poesie, e scrive: “Era dai tempi dei primi, diretti e drammatici incontri con gli animali squartati di Soutine che non avvertivamo più una così estrema vocazione della pittura a magnificare se stessa proprio nell’atto in cui si flagellava, in cui s’introduceva, in cui affogava o annaspava nell’ematico pantano. Con questa differenza, però: che mentre, in Soutine, la flagellazione necessitava di far passare la realtà entro il cunicolo d’un accanimento deformativo, in Vitali tale flagellazione, andava a coincidere, e a coincidere millimetralmente, tramite una sorta d’attonita e clamante forza obbiettiva, con la realtà stessa”.
Scrive Vittorio Sgarbi: “Vitali, semplicemente, dipinge. Con istinto, velocità, intuizione. Non si possono dimenticare le sue nature morte, i suoi animali, persino più immediati di quelli del penultimo pittore più vicino a lui: Chaim Soutine. Ma anche Soutine non è citato; è digerito, assimilato, rigenerato per impulso, istinto, necessità di pittura”.
In questi anni, il suo segno diventa potente, i dipinti sono pieni, la materia è ricca, quasi non separa le figure dallo sfondo, ma tutto è parte di una complessità racchiusa in un impasto denso nel quale sembra essere la materia e il colore a modellare i volumi. Scrive Marco Vallora: “Tutto è risolto in pittura di pittura, in pura pittura. Le forme non sono che colore gettato, trionfo informale che si coagula in fisionomia”.
Dopo l’incontro con Testori, il lavoro di Giancarlo Vitali viene conosciuto attraverso esposizioni in importanti spazi pubblici. In questo periodo molti altri intellettuali e scrittori italiani si interessano profondamente alla sua arte. Tra questi Carlo Bertelli, Mario Botta, Tonino Guerra, Franco Loi, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Marco Vallora e il bellanese Andrea Vitali.
Nel percorso di mostra a Palazzo Reale, la presenza dell’artista è testimoniata in un breve film, della durata di 20’ min. circa, girato con l’artista nel suo studio a Bellano. Un documentario d’arte su Giancarlo Vitali, realizzato nel marzo 2017 da Francesco Clerici e prodotto da ArchiViVitali.
Il percorso espositivo inizia al piano terra di Palazzo Reale con un bookshop/sala di lettura aperto ai visitatori della mostra “Giancarlo Vitali. Time Out” e “Vincenzo Agnetti”. 


Qui riportiamo gli interventi alla Conferenza Stampa







Palazzo Reale
Palazzo Reale, la più prestigiosa sede espositiva di Milano, ospita la grande antologica che con 200 opere, delinea un percorso narrativo diviso in dieci sezioni tematiche che coprono tutto l’arco della produzione di Giancarlo Vitali. Attraverso una rilettura critica dell’intero percorso dell’artista Giancarlo Vitali. Time Out” accompagna il visitatore in un viaggio di oltre settant’anni che parte dai primi dipinti degli anni Quaranta, già apprezzati da Carlo Carrà, passando per le opere degli anni Ottanta e Novanta, esaltate da Giovanni Testori, fino all’ultima e inedita produzione.

SALA 1 – Identità
Aprono la mostra due ritratti tra le prime tele figurative dipinte da Giancarlo Vitali all’età di diciassette anni. L’identità della sua pittura è già tutta qui. Due abitanti del suo paese, Bellano, il luogo che per tutta la vita avrebbe rappresentato il suo microcosmo narrativo: un archivio infinito di personaggi, storie, emozioni, dettagli e simboli cui il pittore attinge per i soggetti e i temi della sua produzione pittorica. Il prologo di una maniera divenuta poi cifra distintiva ed identitaria della maturità del pittore. I due soggetti, un uomo e una donna, che potrebbero anche essere marito e moglie, sono due volti di un mondo appartato e umile che Vitali elegge a teatro della Storia. Le altre opere giovanili di Giancarlo Vitali raccontano uno spaccato paesano fatto di strade qualsiasi e passaggi a livello, ritratti di famiglia e nature morte che anticipano i soggetti preferiti dal pittore ma anche i punti d’incontro con i maestri che l’hanno influenzato. Tra queste tele le primissime opere realizzate dall’artista: La Pradegiana (1945) e Il ritratto della nonna (1944), di due anni precedente al suo primo autoritratto. Tranne Il pescatore, mio padre dipinto su tela, tutte le altre opere sono realizzate su tavole di formati modesti e contenuti, un obbligo di economia suggerito da necessità economiche che rimarrà in qualche modo un imprinting importante nel corso della sua produzione.
SALA 2 – Sguardi/influenze
Pur conducendo una vita appartata, Giancarlo Vitali vede il mondo della pittura italiana filtrato dalla sua curiosità e dai suoi interessi. Nella generazione di artisti del Novecento a destare la sua ammirazione sono soprattutto il De Chirico metafisico e degli autoritratti, il
Carrà trascendente e primitivo dei “nuotatori” (1932), il Rosai più crudo e materico, il Sironi del Ritratto di Carlo Carvaglio del ’30, il de Pisis delle marine stranianti e dei pesci evanescenti (1940), il Badodi dalle pennellate distese de La Ragazza (1941) e il Pirandello de La famiglia dell’artista (1942). Nel 1947, a diciotto anni, partecipa alla Biennale d’Arte Sacra all’Angelicum di Milano con l’opera S. Antonio Abate dove è in mostra insieme a uno dei pittori da lui più apprezzati: Carlo Carrà. Nello stesso anno Giancarlo Vitali vince una borsa di studio all’Accademia di Brera ma è costretto a rinunciarci vista l’impossibilità da parte della famiglia di mantenerlo a Milano. Ed è sempre l’Angelicum, di fronte alla propria opera La visitazione esposta nel 1949, il luogo dove conosce Carrà che gli dedica parole di caloroso apprezzamento. Le influenze di questi artisti storici sul lavoro di Giancarlo Vitali rientrano però nel campo di una semplice – seppur profonda – ammirazione: l’artista non dedica loro studio stilistico sistematico, ma si continua ad affidare ostinatamente a una propria spontaneità, una ricerca quasi inscalfibile di una sintesi personale.
SALA 3 – Sguardi 2/Pieno di Gente
Tra il 1984 e il 1986 Giancarlo dipinge tre tele, un vero e proprio ciclo a sé stante ispirato alla Vecchia Contadina di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (Milano 1698–1767): è un ciclo che diventa la testimonianza diretta della sua poetica e sintesi di un percorso che si inserisce in quella “pittura della realtà” di secolare tradizione lombarda, in diretto rapporto con la scuola bresciana e con artisti come Foppa e lo stesso Ceruti. L’interesse per i poveri, i contadini, gli artigiani, e più in generale la gente e le scene comuni sono una costante anche nella pittura di Giancarlo Vitali che, con empatia e spirito critico, racconta il mondo del suo paese regalando attraverso una pittura sontuosa ma anche autoironica un omaggio a vesti consunte, volti popolari, nature morte della quotidianità. Sono già evidenti i tre punti cardinali della sua pittura: guardare ai grandi maestri, osservare la vita di tutti i giorni nei suoi risvolti più crudi e ironici e lasciare che il soggetto dipinto sia metafora incandescente della commedia umana. Sulla parete opposta alla Vecchia donna ci sono tre uomini, “Gingia“, “Moch” e “Pigazz“, che sembrano coevi dell’omaggio al Ceruti e che sono invece stati dipinti negli anni Quaranta. I tre soggetti maschili sorprendono per composizione, stesura pittorica e analogie somatiche con l’omaggio alla Vecchia Contadina. Come in un gioco di specchi fra passato e presente (e ancora una volta tra Uomo-Donna), nel momento in cui Vitali esegue l’omaggio a un grande maestro del Settecento lombardo, all’inizio dei primi Anni Ottanta, si trova in realtà – forse inconsapevolmente – a citare se stesso e il suo mondo pittorico. Un’altra testimonianza della ricerca di un confronto con la pittura storica nelle sue forme più istituzionali, è il felice e duraturo rapporto di Vitali con la forma del ritratto dal vero. Si tratta, quasi sempre, di ritratti realistici di familiari, amici più o meno intimi, gente di paese (richiamata nei titoli con soprannomi e nomignoli) che si “concedono” al suo sguardo.
Ai riferimenti figurativi della sala precedente rimandano anche altre sue opere degli anni Cinquanta, come i due luminosi ritratti della moglie Germana e i due autoritratti, in dialogo anche cromatico fra di loro: da generale e astratto il rapporto Uomo-Donna viene qui ristretto dentro una sfera molto personale e autobiografica, quasi intima. Il tratto di Vitali si configura nei dipinti degli anni Cinquanta con uno stile deciso e un’impronta sempre più personale. A partire dal 1955 la sua attenzione è rivolta a quel cosmo stralunato ed eclettico che potrebbe rimandare con anticipo alla tavolozza variegata dei film di Kusturica. È il mondo appartato di Goya o di Cervantes, è l’Italia del boom economico impreparata e incredula che non riesce a tenere il passo con se stessa. La pittura di Vitali è una lingua governata con sintesi e rapidità di tratto, non teme il confronto col passato e anzi sembra cercarlo. Una lingua atemporale, che fluisce con naturalezza mentre segue i lineamenti delle persone ritratte.
SALA 4
Il periodo che dagli anni Sessanta si snoda fino all’incontro con Giovanni Testori, all’inizio degli anni Ottanta, è quello meno conosciuto del pittore che però continua testardamente a dipingere, appartato nella sua Bellano ed estraneo al corso dei grandi eventi che stanno
cambiando la Storia d’Italia. In questi anni realizza prevalentemente nature morte e ritratti. Diventa padre e si chiude ancora di più nei suoi affetti e nella ristretta cerchia di relazioni umane, una sorta di isola personale grazie alla quale la sua pittura va verso un realismo sempre più chiaro e sentito che sembra però poggiare, in alcuni tratti pittorici, su un delicato equilibrio verso un’esplosione surreale.
SALA 5 – Croce rossa
Nel 1983 Giancarlo Vitali incontra Giovanni Testori con il quale stringe un sodalizio critico e poetico e un‘amicizia che dura fino alla morte del grande intellettuale Milanese, nel 1993. Testori vede nelle carni dipinte da Vitali il sacrificio di Cristo in croce e dedica tre poesie scritte d’impulso alla vista delle tele. Le intitola “Il trittico del Toro“. Tre dipinti e tre poesie che diventano un’unica opera, segno e paradigma di una sofferenza e di una speranza che si celano dentro e oltre quelle carni che per Testori rappresentano la speranza o l’ambizione del superamento della morte attraverso Cristo. “In novembre, – racconta Giancarlo Vitali – nel breve tempo di pochi giorni, ‘nascono’, uno dopo l’altro, i tre tori. Un parto ‘precipitoso’ e felice. Come felice fu l’impulsiva stesura delle poesie per il “trittico”, vergate di getto su fogli di taccuino dall’amico Testori nel momento in cui glieli mostrai. Subito Gianni volle dedicarmeli, quei suoi magnifici, ispirati momenti poetici. E lo fece in segno di riconoscenza per le tre tele che gli avevo donato. Fu uno scambio emozionante, emotivo. Uno scambio che ci avrebbe definitivamente legati a una sincera e duratura amicizia. Tre dipinti e tre poesie nati assieme, quasi fossero un’unica opera. Un’opera che, secondo le nostre intenzioni, sarebbe dovuta restare insieme”.
SALA 6 – Tavole
Sulle tavole imbandite e poi sparecchiate sono affastellati tutti quegli elementi che per secoli si sono prestati per la posa e la messa in scena della “Natura morta” conviviale. Vitali intreccia con questi soggetti un gioco narrativo a volte serio a volte ironico, raccontando per assenza l’umanità a tavola: sono tavole sparecchiate e abbandonate dopo che la festa – o la domenica – è finita.
SALA 7 – Le nature morte
Le nature morte, da sempre considerate in pittura come allegorie delle stagioni o dei cinque sensi ma allo stesso tempo omaggio alla quotidianità, diventano per Vitali un’ulteriore occasione per intessere un confronto diretto con un linguaggio storico classico di tradizione lombarda nonché per narrare il suo mondo a partire dai dettagli, una sineddoche con cui raccontare la pesca a partire dai pesci, una casa attraverso i suoi fiori, una cena con i funghi raccolti: esistenze semplici raccontate attraverso fiamme di pittura su tavole di piccole dimensioni.
SALA 8
I quadri in questa stanza rappresentano la visione di un mondo ironicamente in balia di se stesso. I soggetti che sono appartenuti alla vita dell’artista, sono qui rappresentati in una visione onirica: girasoli, gatti, galli e capre diventano personaggi dello stesso immaginario
in cui vivono le pazze dei gatti, il farmacista e i contadini, figure stravolte e sognanti, senza più “religione” né logica. Anche i titoli iniziano a farsi sempre più ironici (L’idea fissa, Ritratti di capre, Addolorate ma non troppo) o allusivi a doppi sensi (Legati alla loro
terra). Vitali fa saltare qui gli schemi del realismo, accende la miccia di una follia pittorica che si fa ironica e visionaria, innescando anche un irriverente dialogo con alcune delle icone più conosciute della storia dell’arte.
SALA 9 – Video. Time Out
Lo studio dell’artista con tutti i suoi “strumenti” matericamente ammassati su un tavolo è in dialogo con la vista che lo congiunge al paese, uno/due dei rari dipinti apertamente paesaggistici che sono in Vitali sempre e solo sfondi, tempi d’attesa per nuovi eventi. Pause
di vita. Dal suo studio continua a raccontare un mondo cui però ha smesso di partecipare attivamente, e talvolta rielabora o cancella vecchi dipinti lasciati a metà, come l’Autoritratto del 1951 macchiato di rosso cinquant’anni dopo, nel 2001. È da questo punto di vista solitario, simbolico e allo stesso tempo reale, che Giancarlo Vitali riporta frammenti di vita paesana: il sindaco e “la sindachessa”, le bande e le bandiere, i messi e i tamburini.
SALA 10 – Paese paesaggio
Il luogo dove Vitali opera è sempre lo stesso. Come per certe compagnie teatrali, il palcoscenico non cambia. In questo caso il teatro è un paese intero: Bellano. Il pittore è spettatore e regista di un mondo umano che gli si srotola davanti agli occhi come un’infinita commedia all’italiana: i matrimoni, i funerali, i negozianti, gli scolari, il ciabattino, le “spennapolli”, i camerieri, le cene di lusso, i messi comunali e le persone
che negli anni Sessanta e Settanta erano i soggetti dei suoi ritratti, ora vengono relegati al ruolo di comparse, figuranti in una storia sempre diversa con costumi e scenografie che cambiano colore e forma per esplodere in flussi visionari. È la pittura che svolazza tra una bandiera e un gonfalone. In questi dipinti l’artista sembra “scherzare seriamente”, ricavando dalla pittura battute fulminee, istantanee accurate di una farsa immaginata.
Il Paese si fa paesaggio, una scenografia necessaria a raccontare per assenze e presenze, spazi raramente vuoti e spesso stracolmi: Un baule pieno di gente, per usare un titolo dell’amico Antonio Tabucchi. È l’allegoria della vita che ha preso il largo, è l’intero paese che si aggrappa al nonsense. È una descrizione di un reale che viene esplosa, attraverso una pittura ricca di dettagli, in sogni e incubi dai titoli grotteschi e surreali che richiamano la sua produzione precedente ma allo stesso tempo la stravolgono, deformandone gli ingredienti: La processione dei morti, Le mani sulla luna, Siamo solo delle comparse,
Rito autunnale, Ruspanti, Avanti il corteo mascherato, Imbianchino imbiancato sono i titoli già esplicativi di un mondo pittorico e locale che è diventato un gioco narrativo a sé stante, un altro mondo che risponde ad altre leggi, quelle della pittura e della narrazione pura.
Incipit
Un’altra coppia, modesta e inconsapevole, si ricongiunge nella metafora e metamorfosi della pittura. In questa conclusiva e ipotetica camera coniugale il vecchio farmacista con la barba lunga, dipinta con un’unica pennellata, si trova in coppia con il volto stranito ed
esausto di una donna che porta in testa un gatto con la naturalezza d’un ciuffo. Come s’è potuto presagire, non sono marito e moglie e non saranno mai compagni. Sono i Prìncipi (e i Princìpi) inconsapevoli della mostra, la sintesi della poetica di Vitali: una maschera di uomo e di donna, le loro storie suggerite, una pittura della realtà e del sogno dove è impossibile capire dove finisce una e inizia l’altro.
Outro
Velasco Vitali, figlio di Giancarlo e curatore della mostra, presenta in questa sala un doppio ritratto da lui dipinto nel 1998. Conclusione di una mostra dedicata al padre che vuole essere prima di tutto un omaggio alla Pittura. È il gioco dello specchio, della rappresentazione e del rapporto padre-figlio, ma soprattutto pittore-pittore.


Castello Sforzesco – Sala Viscontea e Sala Bertarelli
Un’installazione di Velasco in Sala Viscontea introduce il visitatore nell’universo artistico dell’incisione di Giancarlo Vitali di cui sono esposti 150 fogli con un insolito allestimento in orizzontale. In occasione della mostra “Time Out”, la Sala conferenze Bertarelli espone una selezione preziosa e ragionata di incisioni provenienti dagli Archivi delle Civiche Raccolte.


Le opere di Giancarlo Vitali, giustamente presenti presso la Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli” di Milano, sono conservate in sessantaquattro esemplari, di cui ben sessantuno donati dall’artista, quattro nel 1992 e cinquantasette nel 1996. Le testimonianze grafiche di un maestro incisore quale è Vitali non possono e non devono mancare in un gabinetto di stampe come quello milanese. La consuetudine vuole che l’istituto conservi le opere dei maggiori artisti incisori antichi e moderni e tale abitudine non è mai stata disattesa nel tempo, anzi prosegue, nel solco di una tradizione che non può venir meno. Nel 1994, presso la Sala Castellana del Castello, ricordiamo una mostra interamente dedicata al nostro e accompagnata dal catalogo ragionato Giancarlo Vitali. Catalogo dell’opera incisa 1980-1993 a cura di Paolo Bellini, il quale correttamente afferma: “Quando di un incisore si redige un catalogo – un vero catalogo e non una pubblicazione per fini meramente promozionali – significa che ha raggiunto uno spessore degno di considerazione nell’ambito della storia dell’incisione e che le sue opere, diffuse fra collezionisti e raccolte pubbliche, abbisognano ormai di un testo che, con asciutto rigore, le descriva, nelle loro caratteristiche”. Un’altra occasione espositiva castellana risulta essere stata quella presso la Sala conferenze della Bertarelli nel 2003, attraverso una piccola ma preziosa rassegna dedicata agli incisori amati da Giovanni Testori, fra i quali, naturalmente, Vitali. Il catalogo, Con gli occhi di Testori. Opere scelte di maestri incisori a cura di Claudio Salsi, raccoglieva una selezione di brani in cui il grande critico descriveva, con l’intensa e profonda sensibilità di sempre, la peculiarità creativa di artisti incisori da lui prediletti: “[…] e noi, ecco non riusciamo più a capire dove finisca la ceramolle e dove cominci l’incisione, dove la maniera allo zucchero e dove l’unghie, dove il frottage operato con pezze e fazzoletti dimessi, e dove, invece, la saliva, le labbra…” scrive Testori a proposito delle tavole incise dal Gran Bellanasco, sottolineando la fisicità operativa che emerge così fortemente, quasi con violenza, dalle sue opere. Un ritorno quindi, quello di Vitali al Castello, nel segno della grafica, che si esprime attraverso un linguaggio non immediato ma, se colto, fonte di emozioni memorabili. Lamberto Vitali, grande collezionista e appassionato di incisione, dichiarava nel 1930: “[…] perché nel foglio che ti sta davanti e che il tuo occhio accarezza e scruta, hai da vedere prima e sopra di tutto l’opera d’arte. Vale a dire, hai da ricercare, non le acrobazie funambolesche della mano, ma la personalità dell’artista; quella personalità, che mai come nell’incisione appare così evidente e sincera”. Come non essere d’accordo.
Giovanna Mori, Conservatore Responsabile Unità Castello e Museo Pietà Rondanini, Conservatore Raccolta Bertarelli


Museo di Storia Naturale di Milano
Un focus tematico dedicato a “Le forme del tempo”, cioè ai fossili e ai ritrovamenti geologici. Il nucleo di opere esposte è stato realizzato da Vitali nel 1991 in occasione del centenario della morte dell’Abate Antonio Stoppani, geologo e Direttore del Museo di Storia Naturale dal 1882 al 1891. Stoppani, considerato il padre della Geologia italiana, nato a Lecco nel 1824, ebbe sempre un forte legame affettivo e scientifico coi monti della sua terra: la Grigna, il Resegone e le altre cime calcaree dell’area lariana. Dal 1863 iniziò a collaborare con il Museo di Storia Naturale di Milano, del quale divenne direttore dal 1882 fino al 1891, anno della sua morte. I suoi studi pioneristici sulla geologia e sulla paleontologia della nostra regione lo spinsero fra l’altro a finanziare a proprie spese la pubblicazione fra il 1857 e il 1881 delle quattro celebri monografie riccamente illustrate della Paléontologie Lombarde, esposte in mostra accanto ai fossili. Instancabile promotore della ricerca scientifica, convinse la Società Italiana di Scienze Naturali, che ha tuttora sede presso il nostro Museo, a eseguire nel 1863 i primi scavi nel sito palafitticolo dell’Isolino Virginia e nel sito paleontologico di Besano, entrambi in provincia di Varese e inseriti oggi fra i luoghi segnalati nella lista dei patrimoni del World Heritage dell’UNESCO. La sua opera più celebre fu certamente Il Bel Paese  (1876) che con le sue numerose riedizioni illustrò a diverse generazioni di italiani le bellezze naturalistiche dell’Italia da poco unita.

Casa del Manzoni
L’intervento installativo Mortality with Vitali: Father & Son di Peter Greenaway prende spunto dalla cultura lombarda per trasformare Casa del Manzoni in una Wunderkammer dove l’elemento geografico e il contesto sociale si fanno concreti: scenografie fitologiche tipicamente lombarde riempiono le stanze ed “esplodono” nella pittura; dipinti e disegni di maschere grottesche – omaggi di Vitali alla realtà drammaturgica della finzione – dialogano con centinaia di costumi di ogni epoca; ampolle mediche e letti d’ospedale accompagnano i disegni e i dipinti che Vitali ha dedicato al tema della malattia nel 2002-2003. Un racconto sentito e “ironico” di una degenza ospedaliera che ha costretto l’artista a fare i conti con il proprio corpo, in stretta convivenza con i vicini di letto. Opere in cui Peter Greenaway scorge una verità unica, sincera e dolente. Da qui il visitatore è invitato a entrare nella camera dove è spirato Manzoni, preservata intatta. La fonte bibliografica fondamentale è il manoscritto di Antonio Balbiani ritrovato dallo scrittore Andrea Vitali in cui vengono analizzati, con minuzia di particolari, la malattia e il processo di mummificazione del grande scrittore lombardo, nel tentativo di vincere la caducità della natura con la tecnica e di preservare intatto un corpo che è anche memoria collettiva. Nella corte della casa, Peter Greenaway ha voluto disporre un branco di sculture di cani di Velasco Vitali.

La mostra “Mortality with Vitali” nella Casa del Manzoni a Milano è una riflessione sui temi della vita e della morte presenti nei quadri di Giancarlo Vitali, messi a confronto con la vita, l’opera e le vicende di Alessandro Manzoni, autore del celebre romanzo ambientato durante la peste del 1630, I Promessi Sposi. Pubblicato per la prima volta nel 1827, nel 2015  figurava ancora tra le letture consigliate da papa Francesco a tutte le coppie di fidanzati in vista del matrimonio. Un’ampia selezione di opere realizzate da Giancarlo Vitali tra il 1950 e il 2008 è esposta negli ambienti della casa privata del Manzoni, compreso lo studio dello scrittore, le camere da letto dei familiari e lo studio che ha ospitato Tommaso Grossi dove un dipinto ricorda la morte di Carlo Porta.
La zona del lago di Como, così cara sia a Giancarlo Vitali che ad Alessandro Manzoni, è rappresentata nelle tele da fossili, crani, frutti, fiori, farfalle, alberi e dai pesci pescati nel lago, tutti soggetti presenti ossessivamente nelle opere di Vitali. A queste abbiamo associato in maniera scherzosa cento barattoli di acqua locale, tutti corredati dall’etichetta che ne indica esattamente la fonte: in fondo siamo in quella che è conosciuta nel mondo come la regione dei laghi italiani, e gli antenati della famiglia Vitali vivevano sul lago e si guadagnavano il pane con la pesca. Una parte della Casa è dedicata ai quadri in cui Vitali si concentra sulla vita della borghesia rurale: ritratti singoli e di gruppo, matrimoni e funzioni religiose, cucine e banchetti – scene realistiche, immaginarie o di fantasia, ma tutte accomunate da uno sguardo che indaga in maniera affettuosa e ironica i rapporti, le pose e gli atteggiamenti, i ricordi, a volte virando verso la caricatura. Altre pareti ospitano disegni e dipinti testimoni del periodo in cui Giancarlo è stato ricoverato; le sue osservazioni sulla vita quotidiana in ospedale sono acute, piene di umorismo e ironia, e contengono un impegno tenace nell’onorare la fragilità del corpo umano e la sua mortalità, che turba ed eleva al tempo stesso. L’intero allestimento si presenta quindi come una Wunderkammer, una raccolta enciclopedica ma di umili origini che richiama il contenuto dei dipinti – gli elementi di storia naturale, le apparenze borghesi e l’arredo d’ospedale – e introduce suggestivi collegamenti tra realtà e rappresentazione.
Peter Greenaway

Giancarlo Vitali nasce il 29 novembre 1929 a Bellano, sul lago di Como. Cresciuto in una famiglia di pescatori, è autodidatta; la sua parabola artistica è unica per percorso, localizzazione geografica e riconoscimenti critici. A diciotto anni, nel 1947, partecipa alla Biennale d’Arte Sacra all’Angelicum di Milano, dove espone, tra gli altri, insieme a Carlo Carrà, il quale, nell’edizione successiva, gli dedicherà parole di caloroso apprezzamento. Vinta una borsa di studio all’Accademia di Brera, è costretto a rinunciarvi a causa dell’impossibilità economica da parte della famiglia di mantenerlo a Milano. Da allora, fino agli anni ottanta, smette di esporre ma non di dipingere. Il 4 novembre 1959 sposa Germana Vegetti. Dal matrimonio nascono: Velasco (1960), Sara (1962), Paola (1970). Nel 1983 viene riscoperto da Giovanni Testori, che vede per caso la riproduzione fotografica di una sua opera e si innamora della sua pittura: la stima e l’amicizia che ne scaturiscono portano a quella che è di fatto la prima vera mostra personale dell’artista, inaugurata nel febbraio del 1985. Nei successivi trent’anni il suo lavoro viene divulgato e conosciuto attraverso esposizioni in spazi pubblici e gallerie private. Negli stessi anni molti altri intellettuali e scrittori italiani si interessano profondamente alla sua arte, tra di essi: Carlo Bertelli, Mario Botta, Tonino Guerra, Franco Loi, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Marco Vallora, Andrea Vitali. Sono questi gli anni in cui Vitali realizza i suoi dipinti più conosciuti e le sue incisioni più note, pur continuando silenzioso il suo ostinato lavoro lontano dal sistema dell’arte ma in stretto contatto con i critici e gli scrittori che apprezzano la sua opera. L’esposizione a Palazzo Reale di Milano nel 2017 rappresenta la sua prima mostra antologica che copre l’arco di settant’anni di pittura.


Giancarlo Vitali . Time Out
Dal 5 luglio al 24 settembre 2017
A cura di: Velasco Vitali
Progetto e allestimento a cura di: Studio C14, gli allestimenti speciali sono curati  da Alexander Bellman e Romeo Sozzi.
Sostegno di: Almag, Azimut Wealth Management, Bellavista, Torneria Automatico Alfredo Colombo e la collaborazione di Broker Insurance Group, Paola d’Arcano, Park Hyatt Milano,
La Scala Studio legale, Lo Scrittoio, Studio Borlenghi.
Ingresso Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale: libero
Ingresso Casa del Manzoni: €. 5
Infowww.palazzorealemilano.itwww.giancarlovitali.comwww.archivivitali.orgFacebook Giancarlo VitaliFacebook ArchivivitaliInstagram – info@giancarlovitali.com
Catalogo: Skira, 
edizione bilingue (italiano-inglese), 24 x 28 cm, 240 pagine, 294 colori, brossura, ISBN 978-88-572-3637-7, € 39,00
Uffici stampa: MOSTRA: Eleonora Galli – 333 8443814 – stampa@cinquesensi.it
COMUNE DI MILANO: Elena Conenna – elenamaria.conenna@comune.milano.it

Palazzo Reale
Castello Sforzesco
Museo di Storia Naturale di Milano
Casa del Manzoni

 

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