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Tiziano: Sacra conversazione, Palazzo Marino, Milano dal 5 dicembre 2017

Navi ragusee dalle vele maestose, simili a signori o a ricchi borghesi dei flutti, quasi fossero ricchi carri trionfali del mare guardano dall’alto i piccoli trafficanti che ad esse s’inchinano, e fanno riverenza quando sfilano accanto a loro con le ali intessute.

William Shakespeare, Il mercante di Venezia


La “Sacra conversazione” di Tiziano in mostra a Palazzo Marino

Milano regala un grande capolavoro artistico. Chiunque entrerà in Sala Alessi per ammirare la pala d’altare di Tiziano potrà stupirsi di fronte all’energia sorprendente che sprigiona e allo splendido allestimento che ne valorizza ogni dettaglio, permettendone una visione ravvicinata e completa.

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Dal 5 dicembre, la pala d’altare di Tiziano, “Sacra conversazione”, è esposta in Sala Alessi a Palazzo Marino.
A dieci anni di distanza dal primo appuntamento natalizio con l’arte di Palazzo Marino sono già un milione e mezzo i visitatori che hanno affollato la Sala Alessi, per ammirare i capolavori che il Comune di Milano regala ogni anno per le festività non solo ai suoi cittadini ma anche ai numerosi turisti, sempre più presenti in città. E per celebrare la ricorrenza, l’opera scelta quest’anno è un nuovo capolavoro di Tiziano, la maestosa pala d’altare “Sacra conversazione (Pala Gozzi)” proveniente dalla Pinacoteca Civica "Francesco Podesti" di Ancona, visitabile, come sempre con ingresso libero, dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018.

Insieme all'indiscussa importanza storico-artistica del dipinto di Tiziano, la scelta del Comune testimonia la vicinanza di Milano alla città di Ancona, che svolge un ruolo fondamentale come centro di raccolta e riparo di numerose opere d’arte, tra cui molti capolavori, provenienti dai territori marchigiani colpiti dal terremoto, e il costante impegno della nostra città a favore di un territorio in difficoltà.
Milano ha voluto anche quest’anno regalare un grande capolavoro artistico a tutti coloro che vivono qui o che visiteranno la città durante queste festività, dichiara il sindaco di Milano Giuseppe Sala, per rendere ancora più bello e magico il Natale. Chiunque entrerà in Sala Alessi per ammirare la pala d’altare di Tiziano potrà stupirsi di fronte all’energia sorprendente che sprigiona e allo splendido allestimento che ne valorizza ogni dettaglio, permettendone una visione ravvicinata e completa”.
"Non è possibile condensare tutta la bellezza di Ancona in una sola opera, ma la Pala Gozzi è, senza dubbio, uno dei nostri tesori più preziosi. La accompagniamo con cura e affetto, e con orgoglio, su uno dei palcoscenici più importanti del Paese, in un Comune di Milano che sentiamo amico e affine per il desiderio d'arte e cultura, e per una tensione al cambiamento che dimostra ogni giorno di governare con grande consapevolezza”, afferma Valeria Mancinelli, sindaco della città di Ancona.
"In questi anni abbiamo affiancato il Comune di Milano nell’organizzare l’esposizione natalizia di un capolavoro proveniente da chiese e musei non solo italiani, in piena sintonia con le finalità del nostro Progetto Cultura. Intesa Sanpaolo da sempre è impegnata a promuovere e valorizzare lo straordinario patrimonio artistico del Paese e ne è testimonianza anche L’ultimo Caravaggio inaugurato pochi giorni fa alle Gallerie d’Italia, che si unisce alle mostre di Palazzo Reale e di Palazzo Marino in una rete museale unica al mondo", asserisce Michele Coppola, Responsabile Attività Culturali Intesa Sanpaolo.
In quest'anno per noi memorabile, per la celebrazione del centenario e per la nascita del nostro secondo Flagship store a Roma, Rinascente rinnova il sostegno al tradizionale appuntamento natalizio con i capolavori dell’arte a Palazzo Marino", dichiara Pierluigi Cocchini Amministratore Delegato di Rinascente. L’opera che i milanesi e i turisti potranno ammirare gratuitamente dal 5 dicembre è la maestosa pala d’altare “Sacra conversazione” di Tiziano, proveniente dalla Pinacoteca Civita “Francesco Podesti” di Ancona e, insieme alla città di Milano, Rinascente contribuisce quindi a puntare i riflettori su una delle numerose eccellenze artistiche disseminate nel nostro Paese. Ancora una volta, per la città, con la città, nella città.


La grande pala d’altare (olio su tavola, 312 x 215 cm) dipinta nel 1520 dall’allora trentenne Tiziano per il mercante di Dubrovnik Alvise Gozzi, e destinata all’altare principale della chiesa di San Francesco ad Alto ad Ancona, è il primo dipinto firmato e datato di Tiziano a noi noto: in un cartiglio centrale in basso si legge infatti ALOYXIUS GOTIUS RAGOSINUS / FECIT FIERI / MDXX / TITIANUS CADORINUS PINSIT.
La tavola è una tappa decisiva nell’affermarsi di una nuova forma di pala d’altare, svincolata dagli schemi architettonici e prospettici del Quattrocento. Una rivoluzione che era stata intuita da Leonardo con la Vergine delle Rocce, proseguita da Raffaello, ma interpretata da Tiziano con uno spirito aperto alla natura.
L’opera appartiene al tradizionale genere iconografico della pala d’altare definita ‘Sacra conversazione’: la Madonna con il Bambino appare improvvisamente in un cielo di nuvole in vibrante movimento, infuocato dalla luce magica del tramonto; in basso contemplano sbigottiti la visione San Francesco, a cui era dedicata la chiesa che ospitava la pala, e San Biagio protettore della città dalmata, che indica al committente inginocchiato l’apparizione celeste. Immerso in una calda luce reale, un paesaggio irripetibile, dove spiccano in primo piano le relazioni visive tra i personaggi: ognuno guarda qualcuno sino ad arrivare al Bambin Gesù che a sua volta punta lo sguardo sull’esterno, sullo spettatore, chiamato così ad essere parte attiva dell’opera stessa. Sullo sfondo della rappresentazione, ben visibile, il bacino di San Marco con il Palazzo Ducale e il suo noto campanile.
Un dipinto grandioso che unisce Venezia, Ancona e Dubrovnik: Tiziano sembra suggerire un’alleanza tra i tre più importanti porti dell’Adriatico, sullo sfondo delle turbolenze politiche sul suolo italiano e dell’espansionismo ottomano.
Un nuovo capolavoro di Tiziano nell’elenco delle opere ospitate in Sala Alessi, scelto proprio per celebrare il decennale dell’iniziativa, a testimonianza di come il grande maestro, rappresenti un vero e proprio trait d’union con gli altri grandi autori precedentemente ospitati. Il primo immediato confronto è sicuramente con la Madonna di Foligno di Raffaello, ospitata nel 2013, uno dei primi dipinti dove l’architettura spontanea sullo sfondo viene sostituita con un primo accenno di architettura naturale e umanistica, così come già anticipato da Leonardo, ospitato nel 2009, nella sua Vergine delle Rocce. E un vero e proprio ponte verso Caravaggio, che per primo ha aperto le porte della Sala Alessi nel 2008 passando attraverso Piero della Francesca, ospite illustre del 2016, con cui però Tiziano si pone in discontinuità. È tra i primi, infatti, a superare la composizione spaziale quattrocentesca, frontale e statica tipica del maestro di Sansepolcro, attraverso il gioco prospettico paesaggistico e anticipando i chiaroscuri e la dinamicità barocca, di cui Rubens fu maestro, così come si è potuto ammirare nella maestosa pala d’altare “Adorazione dei pastori” di Rubens, ospitata nel 2015.

Il Ministro Franceschini all'inaugurazione della mostra

Grazie ad un importante progetto allestitivo curato dall’architetto Corrado Anselmi, i visitatori potranno inoltre straordinariamente osservare non solo il capolavoro di Tiziano ma anche il retro della tavola. Una prospettiva inusuale, che permetterà di assaporare l’anima costruttiva della pala fatta di assi di legno rinforzate sul retro con centine costolate, in modo da toccare quasi con mano l’importanza materica dell’opera. Sul retro della tavola sono presenti alcuni schizzi a matita, in parte ombreggiati a pennello, realizzati dallo stesso Tiziano e raffiguranti varie teste, una delle quali potrebbe essere il bozzetto per il Bambino in una prima stesura del dipinto. La possibilità di ammirare anche il retro della grande pala d’altare consentirà di scoprire come venivano realizzate nel Cinquecento queste opere che tanta importanza e diffusione hanno avuto nella storia dell'arte del nostro Paese.
A valorizzare ancor di più il capolavoro, l’impianto illuminotecnico a cura dell’architetto Francesco Murano, che utilizza la tecnica della luce miscelata, ottenuta componendo luci calde e fredde, e favorirà una visione particolarmente brillante dei colori con i faretti Luum della Lumen Center Italia.
La mostra è curata da Stefano Zuffi e patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, promossa da Comune di Milano, Intesa Sanpaolo - partner istituzionale - con il sostegno di Rinascente. L’iniziativa è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla città di Ancona - Pinacoteca Civica "Francesco Podesti" in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala e organizzata con Civita. Il catalogo di mostra è a cura di 24 ORE Cultura.
L’ingresso alla Sala Alessi è libero e possibile tutti i giorni dal 5 dicembre al 14 gennaio 2018. I visitatori saranno ammessi in mostra in gruppi e accolti da storici dell’arte, coordinati da Civita, che faranno da guida nel percorso espositivo.
Si unisce alle celebrazioni per il decennale un altro dono alla collettività, questa volta da parte del Municipio di Zona 7 del Comune di Milano, ulteriore iniziativa per la più ampia conoscenza del patrimonio culturale cittadino. Dal 19 dicembre al 7 gennaio, presso l’Emeroteca di via Cimarosa 1 sarà infatti possibile visitare sempre con ingresso gratuito, l’esposizione di un importante dipinto, il “Ritratto di Francesco II Sforza”, di proprietà della Pinacoteca Civica, conservato all’interno del Castello Sforzesco, nelle parti non abitualmente aperte al pubblico.Eseguito da un maestro lombardo del ‘500 da un originale perduto di Tiziano, il dipinto è una testimonianza dello stretto rapporto tra la città di Milano ed il grande maestro veneto. Già citato anche dal Vasari, il ritratto dell’ultimo duca Sforza segna un momento importante e finora non molto noto del rapporto tra Tiziano e Milano, un binomio che si intensificherà intorno al 1540 con il dipinto “Allocuzione di Alfonso d’Avalos” (oggi al Prado) e con la meravigliosa “Incoronazione di spine”, già in Santa Maria delle Grazie e oggi al Louvre. Il ritratto (olio su tela, 117 x 94 cm) effigia Francesco II Sforza, figlio cadetto di Ludovico il Moro, morto nel 1535. Dopo la scomparsa del duca, il territorio di Milano verrà personalmente preso in carico da Carlo V, e affidato a un governatore, iniziando così il periodo della cosiddetta “Milano spagnola”.
Seduto su una poltrona, il duca Francesco II Sforza indossa una vesta nera e una sovraveste con un ricco collo di pelliccia. Il volto, incorniciato da capelli e barba neri, è rivolto verso destra, sullo sfondo due colonne. Dell’originale si sono perse le tracce, ma forse si trova in Danimarca, paese natale della principessa Cristina, giovanissima consorte di Francesco II, cui probabilmente era stato inviato in dono come promessa nuziale.
La mostra è curata da Stefano Zuffi, promossa da Comune di Milano - Municipio di Zona 7 coordinata da Palazzo Reale, e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco con l’organizzazione di Civita.


Correva l’anno 1520 Tiziano e il teatro del mondo al tempo della Pala Gozzi

La firma di Tiziano, l’anno 1520, il nome e le origini dalmati del committente Alvise Gozzi spiccano a chiare lettere nel cartiglio al centro della pala di Ancona: è la prima volta che Tiziano scrive tutti questi dati su un dipinto. Il desiderio di marcare in modo tanto netto ed esplicito l’autore, le circostanze e la data conferma l’importanza che Tiziano attribuiva alla grande tavola da inviare nel cuore dell’Adriatico, in una città per la quale non aveva ancora lavorato. La pala si inserisce in un anno bisestile, decisivo nella carriera di Tiziano, nell’arte europea e nelle sorti del mondo intero. Per dirla con Ludovico Dolce (Dialogo della pittura, 1557), è il momento in cui “la fama di Tiziano non si rinchiuse tra i termini di Venezia: ma, allargandosi per l’Italia, fece vaghi di avere le sue fatiche molti signori”. Fra loro, dunque, anche il mercante raguseo Alvise Gozzi, che aveva trasferito la propria attività commerciale ad Ancona. Proprio intorno al 1520, mentre nell’arsenale di Venezia cominciava a scarseggiare la materia prima del legno di quercia, le inesauribili foreste della Dalmazia offrivano alla cantieristica navale di Ragusa l’opportunità di continuare a costruire navi da carico di grandi dimensioni. La citazione di Shakespeare, che abbiamo scelto come proemio, ricorda appunto l’immagine imponente delle imbarcazioni ragusee. In queste pagine proviamo ad affacciarci alla soglia della bottega del grande pittore, all’epoca trentenne, e poi a ripercorrere, mese per mese, le vicende di questo fatidico MDXX. Nella bottega di Tiziano: un trentenne di successo Da qualche anno, dopo la morte di Giovanni Bellini nel novembre 1516, Tiziano è diventato il pittore ufficiale della Serenissima Repubblica: un incarico che lo rende del tutto sereno dal punto di vista economico. È possibile ricostruire con buona approssimazione le entrate di Tiziano all’epoca della Pala Gozzi. Come pittore ufficiale della Repubblica, riceve dall’amministrazione statale cento ducati all’anno, garantiti dalla tassa sul sale, e versati presso il Fondaco dei Tedeschi. È sostanzialmente una sinecura: l’unico obbligo consiste nell’eseguire il ritratto del nuovo doge in occasione dell’elezione. Come ulteriori privilegi Tiziano può contare sulla completa esenzione fiscale, sulla corresponsione dello stipendio di un assistente e sulla copertura di una parte delle spese vive dell’atelier. L’attività per il duca di Ferrara Alfonso d’Este deve essere stata ben remunerata: non possediamo le cifre esatte, ma come termine di confronto ricordiamo che Giovanni Bellini, sei anni prima, aveva ricevuto 85 ducati per il suo Baccanale ferrarese. Cresce il numero dei ritratti e dei dipinti da collezione, come figure femminili a mezzo busto o Madonne col Bambino. Considerando l’insieme delle commissioni, si può concludere che Tiziano può contare su circa 500 ducati all’anno, una cifra che corrisponde allo stipendio massimo previsto dall’amministrazione pubblica della Serenissima, come nel caso dei podestà delle grandi città venete dell’Entroterra. Queste cariche erano peraltro riservate ai membri del patriziato veneziano: rispetto all’orizzonte economico di un non-nobile, le entrate di Tiziano trentenne sono da considerare addirittura eccezionali. Per fare un paragone, nello stesso periodo i capitani delle navi mercantili della Repubblica ricevevano uno stipendio annuo di cento ducati. Ancora giovane, il maestro venuto da Pieve di Cadore è insomma un uomo decisamente ricco. Tuttavia, la sua attuale bottega è piuttosto piccola, annidata dietro l’appuntito campaniletto romanico della vetusta chiesa di San Samuele, una delle poche di Venezia il cui sagrato si affaccia direttamente sul Canal Grande. Non è dunque ancora il vasto atelier di Biri Grande di San Cancian, che verrà preso in affitto a partire dal 1531. Lì, molti anni dopo, il 22 maggio 1566, Tiziano accoglierà un affascinato Giorgio Vasari, in cerca di notizie di prima mano per inserire nella seconda edizione delle Vite anche la biografia di Tiziano. Anche noi, come il biografo aretino, avremmo “molto piacere di vedere le opere sue e di ragionare con esso”. Proviamo a bussare. Certamente Tiziano sarà nel cuore della bottega, “con i pennelli in mano a dipingere”, e manderà ad aprire un garzone, magari quel Gerolamo Dente per ora ancora ragazzino, che sarà per tutta la vita fedelissimo collaboratore del maestro, tanto da meritarsi il soprannome di Gerolamo “di Tiziano”. Gli capiterà in sorte di dipingere una pala d’altare per la stessa chiesa a cui era destinata anche la Pala Gozzi. La vista delle opere in lavorazione in questo 1520 è decisamente impressionante. Oltre alla pala d’altare da mandare ad Ancona, Tiziano ha in lavorazione dipinti di grande importanza e di notevoli dimensioni: il Polittico Averoldi destinato al cardinal legato di Brescia Altobello Averoldi (e di cui è già terminato lo sportello con il San Sebastiano, in cui pare di poter riconoscere l’autoritratto del pittore), l’Annunciazione richiesta dal canonico Broccardo Malchiostro per il Duomo di Treviso, il secondo dei tre meravigliosi Baccanali per il Camerino d’Alabastro del duca di Ferrara. Alfonso d’Este è il primo importante committente non veneziano di Tiziano: attraverso l’agente Giacomo Tebaldi (che in una delle molte lettere che riguardano i rapporti tra Tiziano e la casa estense dichiara ingenuamente “io non ho già iuditio, perché non me ne intendo di disegno”), fa giungere a Tiziano continue sollecitazioni per i dipinti mitologici dedicati a Bacco e all’amore, ma anche incarichi francamente dispersivi, come il restauro di dipinti malconci, l’acquisto di vasi di maiolica e bicchieri di vetro di Murano, oppure il dipinto della gazzella di proprietà di Giovanni Cornaro, nel frattempo morta e gettata in un canale. Non mancano poi diversi ritratti, soprattutto virili. Un’intera parete è inoltre occupata dalla grande pala commissionata da Jacopo Pesaro per l’altare della Concezione ai Frari, nella cappella di famiglia. Tiziano l’ha cominciata da poco, passeranno anni prima della sua conclusione, e sarà un altro capolavoro. Fra le persone presenti nell’atelier potremmo incontrate Francesco Vecellio, fratello del maestro. Leggermente zoppicante per gli esiti delle sue avventure come soldato della Serenissima, Francesco sarà a lungo una presenza costante e affidabile nella bottega di Tiziano, indispensabile anche per le buone doti di contabile e di organizzatore. Una generazione dopo, il suo ruolo verrà ricoperto da Orazio, il secondogenito di Tiziano. Prima di uscire dall’atelier di San Samuele, cercheremo anche di scambiare due parole con Cecilia Soldano. È una ragazza semplice, la figlia di un barbiere di Perarolo di Cadore, e da un paio d’anni è la compagna fissa di Tiziano. Solo nel 1525, dopo la nascita di due figli maschi, Pomponio e Orazio (cui seguirà poi una bambina, Lavinia), il pittore deciderà di regolarizzare la loro unione con un formale matrimonio. La scena dell’arte da Venezia alla Terraferma Mentre all’interno di Tiziano cresce la “tempesta perfetta” di nuova pittura, a Venezia si prolunga ancora il dogado dell’ultraottuagenario Leonardo Loredan, un doge longevo e controverso. Nato nell’ormai remoto 1436, era stato eletto doge nel 1501, quando la Serenissima era l’apogeo: appena immortalata dalla grande mappa scenografica di Jacopo de’ Barbari, era salutata dai viaggiatori ammirati come la città più trionfante dell’universo. Negli anni successivi, però, il doge Loredan aveva dovuto fronteggiare la grande crisi di Agnadello e della guerra contro la Lega di Cambrai. Ora che l’orizzonte della laguna è finalmente sgombro dai fumi e dalle angosce della guerra, a parte il brontolio insidioso dei sempre meno lontani turchi, il vecchio doge appare completamente in balìa di parenti avidi e senza scrupoli, che ottengono sfacciati favori. 

Tiziano "Assunta",1518. Venezia, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari.

La scena dell’arte veneziana è ancora scossa dall’esplosione dell’Assunta, inaugurata il 20 marzo 1518 sull’altar maggiore dei Frari: da quel momento, ricorda ancora Ludovico Dolce, “cominciarono le genti a stupir della nuova maniera trovata in Venezia da Tiziano”, vale a dire la sintesi tra “la grandezza e terribilità di Michelangelo, la piacevolezza e venustà di Raffaello e il colorito proprio della natura”. Tutte caratteristiche che di lì a poco Tiziano confermerà nella pala dipinta per Ancona: l’energia dei personaggi, e in particolare il gesto drammatico di san Biagio, ricorda l’intensità esistenziale di Michelangelo, la composizione aperta e fluida si può confrontare con la Madonna di Foligno di Raffaello

Raffaello, Madonna di Foligno. 1511-12. Città del Vaticano, pinacoteca Vaticana

e la luce calda del tramonto che si diffonde nel dipinto è un saggio di quanto poeticamente Tiziano sappia immergere davvero i suoi personaggi nella natura. Peraltro, l’energia di Tiziano deve ancora essere pienamente recepita tra i suoi colleghi pittori veneziani: in questo 1520 comunque resiste ancora a Venezia una linea pittorica più tranquilla. Jacopo Palma il Vecchio vive il suo momento di massima notorietà; Vittore Carpaccio porta lentamente a termine l’ultimo ciclo di teleri, commissionato dalla Scuola di Santo Stefano dei Lanieri; Vincenzo Catena, un tempo sodale di Giorgione, compie il suo capolavoro, la pala con il Martirio di santa Cristina nella chiesa di Santa Maria Materdomini.

Vincenzo Catena,Martirio di Santa Cristina, 1520. Venezia, chiesa di Santa Maria Materdomini

Difficile immaginare un supplizio più quieto e sereno di questo, nel largo paesaggio del lago di Bolsena inondato di sole, con gli angeli che sorreggono la macina appesa al collo della giovane santa, evitandole di annegare. Certo l’atmosfera è del tutto diversa rispetto alle luci del tramonto, alla composizione dinamica e ai gesti appassionati della Pala Gozzi. Tra i pittori che cercano di affermarsi a Venezia in questo periodo non ha troppa fortuna il giovane, beneducato trevigiano Paris Bordon, per un certo periodo allievo di Tiziano, ma ostacolato dal maestro proprio nei primi passi della carriera, e costretto a lavorare altrove. Molti anni dopo, conversando pacatamente con Vasari, al termine di una soddisfacente carriera con sviluppi internazionali ma con pochi successi in Venezia, Paris Bordon ricorderà che Tiziano non era “vago d’insegnare a’ suoi giovani, anco pregato da loro sommamente ed invitato con la pacienza a portarsi bene”. Tiziano, a meno di trent’anni, mostra insomma quel carattere accentratore e insofferente che caratterizzerà tutta la sua lunga vita: per lui i collaboratori di bottega sono degli esecutori, non devono manifestare troppa indipendenza o uno stile autonomo. Mentre i pittori veneziani sembrano assopiti, cullati dall’atmosfera della laguna, l’onda d’urto innescata da Tiziano emerge poderosa oltre i limiti occidentali della Repubblica, tra l’Adda, il Po e il Sesia: sempre nel 1520 Lorenzo Lotto prepara le sorprese delle pale bergamasche; Correggio è arrampicato sulle impalcature e fa vorticare i suoi apostoli fra le nuvole della cupola di San Giovanni Evangelista a Parma; Gaudenzio Ferrari mette mano alla travolgente Cappella della Crocifissione del Sacro Monte di Varallo; e l’impetuoso Giovanni Antonio da Pordenone riempie di visioni l’immenso spazio vuoto della controfacciata del Duomo di Cremona, con la popolare, affollata, ventosa sacra rappresentazione del Golgota, per una delle più intense Crocifissioni dell’intera arte italiana.

Giovanni Antonio da Pordenone, Crocefissione, 1520. Cremona, Duomo

Il 1520, mese dopo mese: inizio d’anno da Michelangelo a Raffaello Seguiamo ora i principali avvenimenti nella storia e nell’arte, scorrendo il calendario. All’inizio dell’anno troviamo Michelangelo a Firenze, dove il papa Leone X (al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico) sta orchestrando la restaurazione medicea: impresa politica resa purtroppo complicata dalla fatale tendenza degli uomini della famiglia a morire giovani. Michelangelo ha l’incarico di realizzare la facciata della basilica di San Lorenzo, che i Medici considerano la chiesa di famiglia, proprio alle spalle del palazzo avito di via Larga. Rimasta incompiuta dai tempi di Brunelleschi, la facciata dovrebbe essere rivestita di marmi. Michelangelo, vero esperto delle Apuane, è infastidito dalla decisione del pontefice, che per risparmiare sui tempi di trasporto gli chiede di usare il marmo di Serravezza. Michelangelo, che nel settembre del 1518 è sfuggito per un soffio a un incidente potenzialmente fatale proprio in quelle cave, lavora lentamente. Il modello ligneo per la facciata propone una soluzione sorprendente e laica, molto più simile al prospetto di un palazzo che alla fronte di una chiesa. Nel marzo del 1520 non è stata ancora messa in opera nemmeno una lastra del rivestimento: il papa decide di interrompere il lavoro e chiede a Michelangelo di occuparsi piuttosto della realizzazione di una Sacrestia Nuova in corrispondenza del transetto destro. Simmetrica e identica nelle proporzioni a quella realizzata ottant’anni prima da Brunelleschi e Donatello sul lato opposto, la Sagrestia Nuova deve ospitare le tombe di Lorenzo Magnifico e del fratello Giuliano, oltre ai sepolcri di due giovani Medici della recente generazione, i duchi di Nemours e di Urbino. Intanto, Nicolò Machiavelli sta correggendo le ultime bozze di un trattato militare in forma di dialogo, dedicato prevalentemente alla rievocazione della strategia e dell’organizzazione dell’esercito dell’antica Roma, ma non privo di stilettate di attualità. Nell’ultima pagina dei Sette libri dell’Arte della Guerra (pubblicati sempre nel 1520) leggiamo: “Credevano i nostri Principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare a un’acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia sono stati più volte saccheggiati e guasti. Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine.” È senza dubbio una delle analisi più chiare della drammatica situazione politica dell’Italia, ridotta a un devastato campo di battaglia nelle contese tra Francia e Spagna, e un’amarissima immagine dei suoi “principi” rinascimentali, raffinati ma imbelli. Il 6 aprile, giorno del Venerdì Santo, il grande sogno di un’epoca d’oro, già pesantemente compromesso dalle continue guerre, si infrange definitivamente. A soli trentasette anni muore Raffaello, il “divino” artista: stroncato dalla febbre, dopo due settimane di sofferenze. Nella stessa notte, come un sinistro presagio, una fenditura si apre nei palazzi del Vaticano, tanto che Leone X, spaventato, si trasferisce in tutta fretta nell’appartamento di papa Borgia. La Trasfigurazione, quasi terminata, viene sistemata nella camera ardente del pittore. Il mondo della cultura, scosso e in lutto, accompagna Raffaello verso la tomba approntata nel Pantheon, sotto l’intatta cupola del più integro degli edifici antichi. Pietro Bembo detta l’epigrafe per la tomba, che, tradotta, dice: “Qui giace Raffaello. Mentre era vivo, la Natura temeva di essere vinta; ora che è morto, sente di essere stata lasciata sola”. Pochi giorni dopo Raffaello, Roma registra un’altra scomparsa illustre. L’11 aprile si spegne Agostino Chigi, il “magnifico” e munifico banchiere di origine senese, committente dell’incantevole villa in riva al Tevere poi chiamata la Farnesina. Il funerale dell’uomo più ricco di Roma, diretto verso la cappella decorata da Raffaello in Santa Maria del Popolo, è un avvenimento grandioso, su cui aleggia un senso di fine di un’epoca dorata, accresciuto dall’avvicinarsi minaccioso di grandi fatti internazionali. Maggio: brutte notizie da Ragusa Non sappiamo se la Pala Gozzi sia semplicemente l’espressione della devozione del mercante raguseo verso il patrono e verso la Vergine, e un atto di omaggio nei confronti della accogliente città di Ancona. In realtà, potrebbe invece trattarsi di un dipinto votivo, e in questa chiave essere ulteriormente avvicinata alla Madonna di Foligno di Raffaello. Il 17 maggio 1520, proprio nel giorno in cui ricorre la festa dell’Ascensione popolarissima a Venezia, la città di Ragusa/Dubrovnik viene colpita da un drammatico terremoto, che provoca ingenti danni anche in alte località della costa dalmata. Una cronaca in latino dell’epoca ricorda che “fuit terremotus ingens et tremebundus […] et non remansit domus in civitate qua non sumpsit lesionem”. Le poderose mura che circondano la città reggono senza cedimenti, ma all’interno e all’esterno la situazione è molto grave. Molte case sono crollate, seppellendo numerose vittime, i conventi mostrano lesioni di diverse entità, l’acquedotto è interrotto, la Dogana inutilizzabile, i mulini abbattuti, è pericolante persino il Palazzo dei Rettori, cuore politico della città e della repubblica. Secondo gli annali del convento dei Francescani, il terremoto è un autentico “flagello d’Iddio”. I documenti riportano più volte danni alle case e alle proprietà della famiglia “de Goze”, un riferimento che ci rimanda al committente della pala anconetana.

Giugno: grandi manovre internazionali
Il 7 giugno, sotto l’abile regia del cardinale Thomas Wolsey, comincia uno dei più straordinari spettacoli di diplomazia e di fasto vissuti dall’Europa rinascimentale: il “Campo del Drappo d’Oro”, l’incontro tra i sovrani Enrico VIII Tudor d’Inghilterra e Francesco I Valois di Francia. Scopo dell’incontro è un’alleanza franco-inglese, nominalmente per contrapporsi all’espansionismo ottomano, in realtà per stringere un argine al potere del nuovo imperatore, il ventenne Carlo V d’Asburgo, eletto l’anno precedente come successore del nonno Massimiliano. Sia Francesco I sia Enrico VIII avevano dichiarate ambizioni imperiali, ma le finanze dei Fugger e l’influenza del primate di Germania, il cardinale Alberto di Brandeburgo, avevano orientato l’elezione verso il giovane Asburgo. L’incontro si svolge in una piana delle Fiandre, e l’allestimento è stupefacente. I due re vengono alloggiati in accampamenti organizzati come vere e proprie fastosissime città provvisorie, con una profusione di lusso senza pari, per un totale di circa tremila tende. Feste, tornei, concerti, messe solenni, competizioni sportive, impressionanti bevute e mangiate si susseguono fino al 24 giugno con un ritmo incalzante e – anche se gli effetti concreti dell’accordo saranno davvero poco significativi, tanto che meno di un anno dopo l’Inghilterra stringerà un’alleanza militare con Carlo V contro la Francia – resta impresso il fasto delle due corti, nello scintillìo dei tessuti in fili d’oro e d’argento che paiono rispecchiare la ricchezza delle due nazioni. Amante dei piaceri della tavola e della convivialità, papa Leone X Medici si sarebbe certamente sentito pienamente a proprio agio nel contesto del Campo del Drappo d’Oro; ma aveva altre cose di cui occuparsi. Aveva a lungo minimizzato le iniziative del frate agostiniano dottor Martin Lutero, considerandole semplici “litigi tra frati” in una Germania abbastanza lontana dall’orizzonte dei suoi interessi: ma ora, di fronte alla crescente ondata della Riforma, il pacifico pontefice deve infine intervenire. Il 15 giugno 1520 Leone X sigla la bolla Exurge Domine, nella quale viene dato un periodo di sei mesi di tempo a Lutero per ritrattare 41 delle 95 “tesi” affisse nel 1517 sulla porta della cattedrale di Wittenberg, e in parte suscitate dallo scandalo della vendita delle indulgenze. Non è ancora un atto definitivo, ma il documento papale segna l’ormai evidente spaccatura tra la posizione ufficiale del cattolicesimo e le proposte riformatrici di Lutero. Ancora nel mese di giugno, ma dall’altra parte del mondo, si consuma un dramma. Un pugno di avventurieri spagnoli è arrivato nel cuore dell’impero degli aztechi, nell’altopiano centrale del Messico. Davanti ai loro occhi si è spalancato lo spettacolo della capitale, la meravigliosa Tenochtitlan. La corte ruota, con sfarzo insuperabile, intorno al “tlatoani” Motecuhzoma Xocoyotzin II, l’imperatore che verrà più brevemente chiamato Montezuma. Nonostante l’enorme sproporzione numerica tra il manipolo dei conquistadores e l’esercito dei “mexica”, Montezuma cede agli spagnoli, consegnandosi al comandate Hernán Cortés. Turbato da funerei presagi, viene sostanzialmente tenuto prigioniero e cade in una penosa indecisione. Durante un’assenza di Cortés (che era dovuto ritornare alla costa per fronteggiare le truppe inviate dal governatore di Cuba per arrestarlo con l’accusa di insubordinazione), il luogotenente Pedro de Alvarado si rende autore di gesti sconsiderati e sanguinosi: il 10 maggio interrompe una delle principali feste religiose presso il tempio principale di Tenochtitlan, e l’intervento si trasforma in un autentico massacro. Al suo rientro, Cortés trova una situazione drammatica: il popolo ribolle di rabbia, Montezuma è di fatto deposto dal nuovo tlaloani Cuitlahuac. Il 29 giugno, mentre cerca di calmare la folla parlando da una balconata del palazzo imperiale, Montezuma addirittura viene ucciso, non si sa se per una sassata scagliata da un suddito inferocito o se invece torturato dagli spagnoli, che gli avrebbero fatto ingoiare dell’oro fuso. Gli spagnoli, messi sotto assedio, riescono a sgusciare via nell’oscurità del primo luglio, durante quella che è passata alla storia come la “noche triste”. Intercettati da una pattuglia azteca quando ormai speravano di averla fatta franca, i conquistadores devono ingaggiare una drammatica battaglia. Centinaia di loro restano uccisi, e secondo le cronache nessuno di coloro che riescono a scappare è illeso, tutti lamentano ferite più o meno gravi. Finita la battaglia, seduto sotto un albero, Cortés piange la sorte dei compagni uccisi, ma comincia subito a pianificare la riscossa contro Tenochtitlan, che verrà in breve tempo. Gli spagnoli erano affascinati dall’oro degli aztechi, e un certo numero di oggetti preziosi aveva attraversato l’Oceano per essere mostrare a Carlo V, sul cui impero non tramontava il sole. Armi, oggetti cerimoniali, armature fatte di cotone compresso e gioielli in giada, ossidiana, cristallo, turchese e piume d’uccelli vengono accumulati in diverse stanze del Palazzo del Re a Bruxelles: il 30 agosto li ammira Albrecht Dürer, durante una delle più indimenticabili tappe del suo lungo viaggio nei Paesi Bassi. Nel suo diario Dürer annota: “Non ho mai visto nulla che abbia rallegrato più profondamente il mio cuore”; con la competenza del figlio di un orefice maneggia fra l’altro un sole raggiante in oro zecchino e una luna d’argento, e ammira uno scudo con l’immagine del mitico dragone Quetzalcoatl realizzato in iridescenti piume di uccelli. Dall’estate all’autunno: il viaggio di Dürer Dürer si era messo in viaggio dalla sua Norimberga il 12 luglio 1520 (o, secondo la sua indicazione, il giovedì dopo la festa di San Kilian), diretto ad Anversa. Per circa un anno, il più grande artista e intellettuale dell’Europa centrale si mette in viaggio tra la Germania e i Paesi Bassi, scegliendo come base la città di Anversa, in piena espansione come porto commerciale internazionale. Lo scarno diario in cui il pittore registra quotidianamente le spese offre di tanto in tanto considerazioni e commenti di primissima mano, da parte di una delle coscienze più nitide e libere d’Europa. Fra i momenti salienti del soggiorno, oltre alle feste organizzate dalle confraternite dei pittori di Anversa e di Bruxelles in onore del celebre collega, c’è il memorabile incontro con l’arguto Erasmo da Rotterdam, il 1° settembre 1520, per un profondo scambio di opinioni teologiche e sulle proposte di Lutero. Ma uno degli scopi dichiarati del viaggio è il desiderio di incontrare il nuovo imperatore, e avere la conferma di una pensione di cento fiorini annui che Dürer aveva ottenuto dal predecessore, Massimiliano. In ottobre Dürer si trasferisce ad Aquisgrana, dove si ferma diversi giorni, in attesa dell’investitura solenne del sovrano. La cerimonia si svolge infine domenica 23 ottobre. Il ventenne, fragile Carlo d’Asburgo riceve le insegne imperiali, custodite a Norimberga. Reggendo il globo e la spada, con la corona sul capo, sale i gradini del trono marmoreo di Carlo Magno, sul matroneo dell’insigne Cappella Palatina. Accompagnano il sovrano il precettore cardinale Adriaan Florensz da Utrecht (il futuro papa Adriano VI) e il potente consigliere piemontese Mercurino Arborio di Gattinara. Dürer assiste all’incoronazione in compagnia di Matthias Grünewald, all’epoca artista di riferimento del vescovo Alberto di Brandeburgo: i due grandi pittori si scambiano opere d’arte, presumibilmente stampe da parte di Dürer e disegni da parte di Grünewald. Ottenuta finalmente la conferma della pensione imperiale, siglata da Carlo V e controfirmata da Albergo di Brandeburgo, Dürer proseguirà il viaggio, prima in direzione di Colonia e poi di ritorno verso Anversa, dove arriverà a novembre inoltrato, via Nimega e s’Hertogenbosch. Invece Carlo V deve precipitarsi in Spagna, dove è scoppiata la rivolta dei comuneros, i rappresentanti delle istituzioni locali insofferenti rispetto al governo imperiale. Carlo V non è l’unico imperatore a salire sul trono in questo 1520. Il 3 ottobre, a Istanbul, prende il potere Solimano “il Magnifico”, successore del fratello Selim I. Per decenni, il “gran turco” apparirà agli occhi del terrorizzato Occidente come un sovrano grandioso e inarrestabile. Sulla scena della storia si muovono dunque grandi protagonisti: Enrico VIII, Francesco I, Carlo V, Solimano il Magnifico. Di fronte a personaggi di questa levatura, la figura del vecchio doge di Venezia Leonardo Loredan appare ancora più sbiadita e lontana, anagraficamente e culturalmente legata a un altro secolo. Novembre-dicembre: notizie dagli antipodi, e poi la decisione di Lutero “In questa nostra età si è conosciuto tutto il mondo”, scrive con molta soddisfazione l’erudito milanese Andrea Alciati. E alla fine del 1520 due fatti importanti arrivano dalle estremità del pianeta. Tra l’8 e il 9 novembre guardiamo verso nord, verso quella Scandinavia che era considerata l’“ultima Thule”, l’estremità settentrionale del mondo conosciuto. A Stoccolma il re Cristiano II di Danimarca ordina il massacro dei nobili svedesi che premevano per l’indipendenza. Dall’eccidio, che viene ricordato come “bagno di sangue”, si salva avventurosamente il giovane Gustavo Vasa, futuro re di Svezia, protagonista di una lunga fuga di oltre cinquanta chilometri sugli sci, ancora oggi ricordata con la gara internazionale di fondo chiamata “Vasaloppet”. In fondo al mondo, in terre ancora del tutto incognite, il coraggioso navigatore portoghese Fernão de Magalhães - o, se si preferisce, Ferdinando Magellano - si accingeva a una grande impresa. Dopo avere cautamente esplorato le coste meridionali della Patagonia, il 28 novembre affronta il tratto di mare che prende il suo nome, doppia la punta sud del continente americano ed entra nelle acque dell’Oceano Pacifico. Il mondo ha una nuova rotta; le vie dei continenti, delle merci, dei popoli e delle scoperte sono aperte. Tuttavia, il 1520 si chiude con una divisione. Il 10 dicembre Martin Lutero brucia pubblicamente la bolla scritta da papa Leone X sei mesi prima. È un gesto definitivo, cui il papa risponderà scagliando contro Lutero la scomunica, subito dopo le feste di Natale, il 3 gennaio 1521. È l’alba di un anno nuovo, che si apre su un mondo che non sarà mai più lo stesso.

Stefano Zuffi


Tiziano "Sacra conversazione"
Dal
5 dicembre 2017 al 14 gennaio 2018

Orari: tutti i giorni dalle ore 9:30 alle ore 20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:30) Giovedì dalle ore 9:30 alle ore 22:30 (ultimo ingresso alle ore 22:00)
Chiusure anticipate 7 dicembre chiusura ore 12:00 (ultimo ingresso alle ore 11:30) 24 e 31 dicembre 2017 chiusura ore 18:00 (ultimo ingresso alle ore 17:30) Festività 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9:30 alle ore 20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:30)
Ingresso: libero
Informazioni: Tel. 800.167.619 - www.comune.milano.it/tiziano -  www.comune.milano.it mostre@civita.it (dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 18:00, sabato dalle 9:00 alle 12:00) - mostre@civita.it
Prenotazioni: solo per le scuole
Uffici stampa: Comune di Milano - Elena Conenna - Tel. + 39 02 88453314 - elenamaria.conenna@comune.milano.it
Civita: Giulia Borroni - Tel. + 39 02 43353527 - g.borroni@operalaboratori.com - Ombretta Roverselli  tel. 0243353527 o.roverselli@operalaboratori.com- Barbara Izzo -tel. 06692050220 - b.izzo@operalaboratori.com  - Arianna Diana - tel. 06692050258 - a.diana@operalaboratori.com
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