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Vincenzo Ferrari: I significati e l’ambiguità, Galleria Milano, fino al 8/03/2018

Restituire a qualcosa il suo pieno significato
significa 
accentuarne l’ambiguità”.

Vincenzo Ferrari


La Galleria Milano, che ha sempre avuto grande interesse per il lavoro dell’artista milanese (tre le personali: 1988, 1990 con Alik cavaliere e 2011), è lieta di dedicargli la mostra Vincenzo Ferrari. I significati e l’ambiguità, a cura di Elena Pontiggia.


Nelle sue opere le scritte racchiudono nostalgia per il colore e per la pittura, a differenza di quelle di Agnetti, artista al quale è stato legato da un durevole sodalizio. Come mette in luce Pontiggia nel testo critico, nell’evoluzione della sua poetica rimane il colore, scompare l’immagine: il titolo dell’opera Se avete bisogno di immagini pensatele voi, del 1971, è emblematico di tutta la produzione di questi anni.
I lavori esposti, datati tra il 1969 e il 1992, sono accomunati dalla costruzione di un nuovo alfabeto, di un linguaggio enigmatico che permette di aprirsi ad un pensiero finalmente aperto, oltre alla vulgata ufficiale. Coerente con tale proposito, nel decennio successivo, prima del ritorno alla pittura degli ultimi anni, costituirà una “enciclopedia della non conoscenza” (Pontiggia), l’unica possibile al di là dei dogmi. È un’enciclopedia composta da pittura a caratteri mobili, fatta di simbologie ricorrenti - frecce, labirinti, parentesi, ellissi, solidi, sfere, mani, occhi - atte a sollevare incertezze e domande irrisolte, perché il dubbio, in definitiva, è l’unica condizione che permette alla mente di rimanere libera.

 

VINCENZO FERRARI. I SIGNIFICATI E L’AMBIGUITÀ

È trascorso mezzo secolo (fa effetto dirlo, ma è così) da quando, nel 1967, Vincenzo Ferrari realizzava Concreto indecifrabile, il suo primo lavoro in cui comparivano lettere alfabetiche. Era l’indizio di una ricerca sulla parola che lo porterà a diventare uno dei più significativi artisti concettuali in Italia.
Due anni dopo, intorno al 1969 (quando conosce un altro Vincenzo, Agnetti, che era giunto a Milano in quel periodo e con cui stringe un lungo sodalizio), le parole diventano infatti l’elemento centrale del suo lavoro. Tuttavia le sue scritte, a differenza di quelle di Agnetti, racchiudono una sottile nostalgia del colore e della pittura. “Volevo mantenere un legame col mondo pittorico, soprattutto col colore” ricordava Ferrari. Alcune sue opere, anzi, si impostano su una sorta di scala cromatica e alludono già nel titolo al colore.
Il suo, si intende, non è un colore emotivo o naturalistico, ma è piuttosto un diagramma, il lemma di un’enciclopedia, l’elemento di una classificazione. Eppure non scompare mai, o quasi. Quello che scompare è l’immagine, perché il suo concettualismo linguistico pratica un’iconoclastia ironica e mentale. Se avete bisogno di immagini pensatele voi è il titolo di un’opera di Ferrari del 1971, ma potrebbe essere la didascalia ideale di tutti i suoi lavori di questi anni. Non ho immagini da dare è un altro suo titolo emblematico.
L’arte di Ferrari, insomma, non vuole costruire visioni se non del pensiero. E il pensiero più ostinato, nel suo mondo di frasi, è l’avversione per la frase fatta. Cioè per la falsità di quella che chiamiamo cultura, per l’insipienza di quello che definiamo sapere. Nasce di qui la sua ricerca di un nuovo alfabeto, di un linguaggio enigmatico capace di rifiutare sia la vulgata ufficiale, sia l’eresia divenuta dogma, che è il dogma peggiore di tutti.
Ferrari aveva letto McLuhan e, come un po’ tutti in quegli anni (siamo poco dopo il fatidico Sessantotto), Marcuse. Aveva poi letto Asfissiante cultura di Dubuffet, tradotto in Italia nel 1969, che combatteva le falsità istituzionali, l’informazione codificata, le educate menzogne che sostituiscono l’esperienza diretta. Denunciava “i libri di storia con le loro storie”, per dirla con Sanguineti. “La mente dovrà esercitarsi a prendere coscienza dell’enorme distanza che c’è fra la cosa e il concetto della cosa” scriveva Dubuffet.
Anche le tavole sulla Banalità di Vincenzo Ferrari esprimono qualcosa di simile: un’insofferenza verso la cultura come certezza. Tutto, Verità, Soluzioni, leggiamo in tre sue opere dominate da uno spazio bianco come una pagina vuota: il tutto è un aspetto del nulla; le soluzioni non ci sono; la verità è più nascosta di quanto ci illudiamo, anzi è invisibile agli occhi del conformismo.
E ancora. Banalità. Corso di deculturizzazione leggiamo in un altro lavoro. Con opere come queste Ferrari partecipa alla collettiva “Arte e decultura”, organizzata da Daniela Palazzoli nel 1971 alla Galleria Blu, e in cui espone anche Agnetti. Per conoscere ciò che non è detto è il viatico di una tavola del 1972. La ricerca di Ferrari dei primi anni settanta, su cui questa mostra si imposta (attingendo all’archivio della memoria di Carla Pellegrini, che con Vincenzo ha lavorato lunghi anni in un rapporto di affinità intellettuale e di complicità artistica fra i più creativi), è dunque una riflessione sui limiti del nostro sapere.
Negli anni successivi, prima del “ritorno alla pittura” degli ultimi esiti, Ferrari costruirà un’enciclopedia della non conoscenza, che poi è l’unica enciclopedia possibile. E’ un’enciclopedia composta da una pittura a caratteri mobili, cioè da segni emblematici ricorrenti - frecce, labirinti, parentesi, ellissi, solidi, sfere, mani, occhi - che creano un’antigrammatica instabile e contraddittoria. Ed è composta soprattutto di dubbi autentici: quei dubbi, cioè, che dubitano anche di se stessi, altrimenti diventano dogmi anche loro, ma che non smettono di interrogarsi e interrogarci.

Elena Pontiggia.


Vincenzo Ferrari: I significati e l’ambiguità
A cura d
i: Elena Pontiggia
Inaugurazione
: giovedì 8 febbraio 2018

Periodo espositivo: fino a giovedì 8 marzo 2018
Orari: da martedì a sabato dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 20,00

Galleria Milano
Via Manin 13 - via Turati 14
20121 Milano  
T. 0229000352 - info@galleriamilano.com
Facebook: galleriamilano - Twitter: @GalleriaMilano - Instagram: galleria.milano

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